lunedì 9 luglio 2018

Il vero Medioevo - prima parte.

L’uomo del’età di mezzo lottava per i suoi diritti, puntava all’ascesa sociale, credeva nella cultura. Questo è stato il…

IL VERO MEDIOEVO.

Piramide sociale.
Medioevo in rivolta.
Silvestro, il papa mago.
Scherzi a parte.
Amore ribelle.
Castelli e fantasmi.
Alberto Magno.
Troppi pregiudizi.
Vite ai margini.

EPPURE SI MUOVE.
L’immagine di una città statica è tutta da rivedere: la piramide feudale non era impossibile scalare.


L'Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo è un ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena e databile al 1338-1339. Gli affreschi, che dovevano ispirare l'operato dei governatori cittadini che si riunivano in queste sale, sono composti da quattro scene disposte lungo tutto il registro superiore di tre pareti di una stanza rettangolare, detta Sala del Consiglio dei Nove, o della Pace.




Ricordate la favola della povera Marietta? Dopo aver ricevuto in dono una ricottella, la ripone in un paniere e, tenendola in testa, si reca al mercato cominciando a fantasticare: con i soldi del formaggio si comprerà una gallina, con i suoi pulcini una capra e, vendendo i capretti che nasceranno, avrà denaro sufficiente per una mucca. E il latte le servirà per produrre tante altre ricotte da porta al mercato. “Allora potrò permettermi una bella casa e bei vestiti e chiunque mi incontrerà per strada mi saluterò così: con un inchino…” . E pof.. la ricotta le scivola dalla testa e si spiaccica a terra.
Questo racconto, che ha radici medievali, nasconde una triste morale: l’ascesa verso una posizione migliore è solo un sogno che si infrange a contatto con la dura realtà. Ed è così che per anni i libri di scuola ci hanno genericamente descritto la società medievale: rigida e impermeabile a ogni desiderio di riscatto, una piramide scandita da invalicabili gradoni. Eppure, lo dicono studi recenti, la mobilità sociale nel Medioevo esisteva. E non tutte le storie, in quei secoli, finiva come quella di Marietta.

SOCIETA’ IDEALE. “La tipica tripartizione tra uomini di preghiera (oratores), della guerra (bellatores) e del lavoro sulla terra (laboratores) è un’immagine di società ideale, proposta dagli ecclesiastici dell’XI secolo, per imporre un ordinato modello gerarchico a un mondo in grande movimento. In realtà, la crescita economica e demografica sempre più intensa, lo sviluppo delle città, il ritorno del potere regio a scapito di quello feudale, fecero del XII e del XIII secolo uno dei periodi di maggiore dinamismo sociale. Nonostante i tentativi dei signori e dei cavalieri di tenere schiacciata alla base il resto della popolazione”, spiega Giuseppe Petralia, docente di Storia Economica e Sociale del Medioevo all’Università di Pisa.



Fienagione Castello del Buonconsiglio di Trento affresco del XV secolo attribuito all’artista boemo Venceslao

QUESTIONE DI SOLDI. Insomma la gente comune poteva vivere storie di successo e crescita sociale e i nobili conoscere l’onta del fallimento e della caduta. Ma qual’era il primo passo per elevarsi? Innanzitutto accrescere la propria ricchezza e trasformarla in riconoscimento sociale. “Aumentare la terra coltivabile era il principale canale di ascesa dei contadini, che investivano le loro forze nella ricerca di nuovi terreni concessi dai signori, di cui riuscivano a diventare clienti e protetti. Dopo il XII secolo, invece, divenne frequente anche il successo di chi accumulava il denaro attraverso il credito, il commercio, la manifattura: l’ascesa si consolidava se si riusciva a ottenere potere politico nella città”, prosegue l’esperto. In quest’ultimo caso gli step intermedi prevedevano di investire i capitali nella casa di famiglia e nell’acquisto di terra, per assicurarsi prestigio e solidità. Subito dopo, legarsi all’élite cittadina con un bel matrimonio discendente era comunqui interesse era la strada migliore per accaparrarsi anche un carica pubblica, definitivo coronamento di un viaggio senza intoppi sull’ascensore sociale del condominio Medioevo. Aveva ottenuto tutto questo Francesco Coppola (1420-1487), il più grande armatore e mercante del Regno di Napoli, quando, arrivato all’ultimo piano, il cavo del montacarichi si spezzò. Ultimo di varie generazioni di mercanti-appaltatori di gabelle di origine amalfitana, tentò la scalata: con l’appoggio politico del re Ferrane d’Aragona (1424-1494) e quello finanziario della potente famiglia fiorentina degli Strozzi, in pochi anni diventò il maggior commerciante e imprenditore tessile del Regno, acquistò o acquisì in cambio di debiti non assolti numerosi possedimenti feudali e nel 1480, per l’aiuto dato nella battaglia di Otranto, ricevette dal re le terre e il titolo di conte di Sarno. Ma sei anni dopo. Ormai  grande ammiraglio del Regno e proprietario di residenze, feudi, industrie, miniere, titoli e immensi capitali compì un passo falso: per non rischiare di perdere i propri beni, appoggiò i ribelli nella fallimentare rivolta dei baroni contro il re. Quando lo scoprì, Ferrante fu diabolico: gli lasciò sentire il profumo del successo e lo fece arrestare durante le nozze tra la propria nipote e suo figlio. Poi gli requisì tutti i beni e lo fece decapitare l’11 maggio 1487.

Dal re al servo, ecco una piramide ideale.
La principale ricchezza dell’Alto Medioevo era la terra, che sotto Carlo Magno, prese il nome di feudo e caratterizzò la struttura sociale. La terra apparteneva al re, che poteva distribuirne una parte (il beneficio) a chi gli giurava fedeltà (atto di omaggio) diventando suo vassallo.
Il feudatario era il più importante dei vassalli del re, colui che otteneva il feudo attraverso la cerimonia dell’investitura e si vedeva assegnare dal sovrano le immunità (esenzioni). Il beneficio era vitalizio, personale e inalienabile, quindi alla morte del vassallo tornava al potere centrale. In cambio il feudatario doveva prestare al sovrano assistenza militare e pagargli piccoli tributi.
Nuovi benefici. Dopo la morte di Carlo Magno, quando lo stato unitario si disgregò, i signori del feudo iniziarono ad assumere nuove immunità (esenzione dai tributi ed esonero del servizio militare, diritto di battere moneta, potere fiscale, potestà giudiziaria), e a trasmettere ai loro eredi i beni ricevuti.
Il frazionamento. I grandi feudatari suddivisero il loro territori in feudi più piccoli , dandoli in beneficio ai vassalli, che a loro volta frazionavano l’area in altri spicchi concessi ai valvassori, che facevano la stessa cosa con benefici ancora più piccoli dati in mano ai valvassini, tutti legati al feudatario da un vincolo di fedeltà. La piramide feudale aveva poi alla base uomini liberi (artigiani, piccoli proprietari e preti) e servi della gleba, contadini legati al fondo da loro coltivato (gleba) dal fitto che dovevano pagare ai proprietari. Sotto di loro c’erano solo gli schiavi.





TEMPI DURI PER I CADETTI. “La disgrazia politica per la perdita del favore dei potenti o per la sconfitta della propria parte nei conflitti fra fazioni diverse, l’esito negativo di una faida privata così come una congiuntura economica negativa potevano certo rovinare individui e famiglie, ma la tendenza alla mobilità discendete era comunque strutturale: più si saliva nella scala sociale, più numerosi erano i figli ai quali assicurare patrimonio e tenore di vita elevati. Se, come capitava normalmente, da una generazione all’altra non crescevano di pari passi gli impieghi disponibili e le opportunità la discesa diveniva obbligata”, sostiene Petralia. Accadeva soprattutto ai cosiddetti cadetti, i non primogeniti delle famiglie nobili: se al primo figlio maschio spettava tutta l’eredità paterna, agli altri non rimaneva che scegliere la carriera ecclesiastica o tentare la fortuna come cavaliere di fortuna. Dopo il Mille, però, l’economia più viva moltiplicò le opportunità di successo. Come dimostra la folgorante ascesa di Guglielmo il Maresciallo (1145-1219), il miglior cavaliere del mondo secondo i suoi contemporanei. Figlio cadetto di un nobile inglese, combattendo sempre con coraggio si trasformò, da povero scudiero, in uno degli uomini più potenti d’Inghilterra, tutore del re Enrico III e reggente del regno (1216).

MIGRANTI IN ASCESA. La condizione peggiore era nascere in una famiglia numerosa in una situazione di scarsità: di nuove terre da coltivare per un contadino, di possessi fondiari ereditati o di signori cui offrire i propri servigi per un aristocratico per un mercante o un artigiano, di opportunità di investimento e di traffici per un mercante o un artigiano. In questi casi, come oggi, l’azzardo di una migrazione a lunga distanza era l’unica soluzione” , nota Petralia. Alla famiglia Riccardi andò bene: i suoi membri erano discendenti di un sarto tedesco, un certo Anichino, immigrato da Colonia a Firenze nel Trecento. Nei due secoli seguenti avevano acquisito potenza economica riciclandosi come mercanti e banchieri e nel Seicento l’ambito titolo nobiliare: marchesi di Chianti e Rivalto, peri servigi politici resi al granduca Ferdinando II de’ Medici. Migranti anche se di più corto raggio furono persino il poeta Giovanni Boccaccio (1313-1375), il pittore Masaccio (1401-1428)  e il poliedrico Leonardo da Vinci (1452-1519), geniali menti giunte dalle città minori e dalle campagne toscane a Firenze per colmare i vuoti che la crisi economica e demografica del Trecento aveva creato tra le file degli artigiani, dei notai e dei burocrati.  “Ma già nel XII secolo la rinascita culturale e il rafforzarsi dei poteri monarchici e pubblici o degli Stati cittadini nell’Italia comunale avevano aperto spazi nuovi ai dotti, agli intellettuali, ai giuristi nelle curie e nelle istituzioni civili ed ecclesiastiche”, conferma l’esperto. Tra tutti i travet del sapere, il notaio era quello con le migliori chance: poteva contare infatti sulla rete di conoscenze intessuta grazie alla sua professione. Così facendo, ser Ristoro di Jacopo, il discendente di un omonimo modesto notaio di Figline Valdarno, riuscì a ricoprire l’illustre incarico di notaio della Signoria di Firenze, nel 1383. Gonfaloniere prima, priore poi, aprì alla sua famiglia, i Serristori, la strada del successo politico, della ricchezza e degli onori nobiliari. Come fece a ottenerli? Tenendo in bilico i sogni e la ricotta.

Testo in gran parte di Maria Leonarda Leone, pubblicato su Focus Storia n. 139 altri testi e immagini da Wikipedia.
QUALCUNO DICEVA… “NO”.
  Movimenti studenteschi, ribellioni di contadini e operai: anche nel Medioevo non mancarono le proteste di piazza.

Parigi: una rivolta di studenti viene sedata con la violenza dalle forze dell’ordine. Per reazione studenti e professori universitari indicono uno sciopero che li porterà a ottenere alcune rilevanti concessioni. Non stiamo parlando del “maggio francese” di 50 anni fa, ma di una manifestazione avvenuta sette secoli prima del movimento del Sessantotto, nel 1229, cioè nel cuore di quelli che sono spesso definiti, non senza pregiudizi, secoli bui. Tra i vari luoghi comuni del Medioevo c’è anche quello che fosse un’epoca il cui popolo, timorato da Dio, non si battesse per i propri diritti. Si tratta però di un altro mito da sfatare, furono molte le occasioni in cui l’uomo medioevale diceva di “no”, ribellandosi con vigore alle autorità.


 
Bianca di Castiglia (Palencia4 marzo 1188 – Parigi27 novembre 1252) era figlia del re di Castiglia Alfonso VIII e di Eleonora Plantageneta e fu regina di Francia in virtù del suo matrimonio con Luigi VIII. Fu reggente, dal 1226 al 1234 e dal 1248 al 1252, in nome del figlio Luigi IX.

FUORISEDE. Lo sciopero di Parigi fu la conseguenza di un doppio stato di tensione: studenti e docenti rivendicavano maggiore autonomia dalle istituzioni ecclesiastiche e, nello stesso tempo, erano ai ferri corti con la cittadinanza. L’università parigina (poi nota come Sorbona) aveva iniziato le attività intorno al 1170, imponendosi come la migliore su piazza per lo studio della teologia. Ospitava in gran parte studenti fuorisede, provenienti dalle élites di mezza Europa, ed era sottoposta all’autorità della Chiesa. I suoi iscritti rispondevano quindi al diritto canonico anziché ai tribunali del regno, dettaglio che li faceva percepire dai cittadini come degli insopportabili privilegiati.
Un giorno di carnevale del 1229, alcuni studenti litigarono con l’oste di una taverna, reo di aver imposto loro un conto troppo salato (era prassi scucire più denari possibile  alle migliaia di fuorisede). I giovani furono picchiati e allontanati, ma il giorno dopo tornarono alla carica danneggiando l’esterno della taverna e altri negozi, dando avvio a una sommossa a cui si unirono poi anche altri studenti. Bianca di Castiglia, reggente di Francia per conto del figlio Luigi IX, fece reprimere con la forza i disordini, e negli scontri le guardie uccisero alcuni fuorisede. In risposta i studenti e i docenti abbandonarono la città, per trasferirsi in altre università (Tolosa o Oxford). Senza i ricavi di affitti, tasse e altre spese sostenute dagli universitari, l’economia locale subì un durissimo colpo e Bianca di Castiglia si vide costretta a fare marcia indietro: istituì indennizzi per le vittime dei tumulti e regolò i prezzi degli alloggi in città. Nel frattempo si era mossa anche la Chiesa: Gregorio IX, ex studente dell’università parigina, nell’aprile 1231, con la bolla papale Parens Scientiarum, garantì la piena indipendenza dell’università parigina da ogni autorità locali, laica o ecclesiastica. Ottenuto il risultato, terminarono le agitazioni e finì il boicottaggio: gli studenti tornarono a Parigi.

PROTESTE A OXFORD. Il remake dei fatti della Sorbona si verificò un secolo più tardi a Oxford, in Inghilterra. Anche qui la fazione accademica si scontrò con la gente del posto, ai cui occhi, come nel caso di Parigi, gli studenti costituivano una casta di privilegiati, dal momento che i re inglesi garantivano alle università sovvenzioni ed esenzioni fiscali. A far scattare la scintilla della rivolta, il 10 febbraio 1355, giorno di Santa scolastica, un’altra rissa, l’ennesima, in una taverna tra alcuni studenti e l’oste. Gli universitari inscenarono proteste seguiti dalla popolazione locale. Nei tumulti si registrarono oltre 90 morti, in gran parte studenti. Tuttavia l’esito della rivolta di santa Scolastica si concluse con la vittoria degli studenti, che ottennero risarcimenti e nuove garanzie, mentre il consiglio cittadino fu obbligato a sfilare per le strade di Oxford facendo pubblica penitenza.

RELIGIOSI CONTRO.
Tra i ribelli del Medioevo vi furono anche uomini di fede, pronti a sfidare le politiche di una Chiesa allontanatasi dal messaggio di Gesù e gestita da un clero opulento. In molti promossero un ritorno all’umiltà del primo cristianesimo, e se taluni furono tollerati, altri vennero attaccati senza pietà (i catari per esempio).


Perseguitati. Tra le voci eretiche che più infastidivano la Chiesa di Roma, spiccarono quelle di Valdo di Lione (o Pietro Valdo) e Dolcino di Novara. Il primo era un mercante che rinunciò a ogni bene per abbracciare la povertà evangelica, formando il movimento dei “poveri di Lione”, poi detti valdesi. Le critiche alle politiche romane costarono ai valdesi due scomuniche per eresia: nel 1184 e poi nel 1215, Valdo era già morto e culminarono con il massacro dei valdesi di Merindol nel 1545 (foto sopra). La chiesa valdese abbracciò allora il protestantesimo e ancora oggi conta migliaia di fedeli ed è riconosciuta dallo Stato italiano. Uguale scandalo destò la predica sul ritorno alla povertà di fra Dolcino e Margherita Boninsegna, sua compagna di vita. Braccati dall’inquisizione nel 1307 finirono al rogo, insieme a moti dolciniani colpevoli di aver invocato una Chiesa e una società più egualitarie.

SECOLI CALDI. In Europa stava prendendo forma una combattiva classe studentesca (in Italia nell’università di Bologna), ma anche altre categorie sociali stavano avviando le loro battaglie. Si aprì una stagione di rivolte e proteste che si dipanerà dal XIII al XV secolo. Le sommosse coinvolsero aree urbane e rurali ed ebbero una forte impronta sociale. La ragione? L’affacciarsi di una nuova classe borghese legata allo sviluppo della civiltà comunale (mercanti e banchieri), che metteva in crisi i vecchi equilibri feudali.

CON I FORCONI. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare i disordini non furono quasi mai dettati dalla fame, bensì dalla volontà di ottenere diritti e tutele. “Fino all’inizio dell’età moderna le ‘rivolte del pane’ furono rare, nonostante il gran numero di carestie e avversità atmosferiche. A scatenare le sommosse popolari furono semmai motivi di natura fiscale, politica e sociale”, afferma la storica Maria Paola Zamboni autrice del saggio Scioperi e rivolte nel Medioevo. Le città italiane ed europee nei secoli XIII-XV (Jouvence).
E proprio una questione di tasse agitò le campagne francesi del 1358, durante la Guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra. In primavera, a nord di Parigi, i contadini diedero vita a una sollevazione antifeudale detta jacquerie (i nobili usavano chiamare i lavoratori dei campi Jacques, che era il nome più diffuso nelle campagne). Gli abitanti delle campagne si scagliarono contro i castelli dei signori locali e gli uffici tributari, dando sfogo al dilagante malcontento dovuto alle nuove imposte. I balzelli erano stati introdotti per finanziare il conflitto in corso e sopperire ai devastanti effetti della Peste nera che 10 anni prima aveva sconquassato il Paese. La rivolta fu repressa nel sangue, ma data la virulenza e la massa di contadini coinvolti (oltre 5mila), l’espressione jacquerie p rimasta poi a indicare ogni tumulto rurale.
Un episodio analogo avvenne nella Valle del Tamigi, in Inghilterra nel 1381. “Il motore scatenante fu nuovamente di natura fiscale, e nella rivolta svolsero un ruolo di rilievo anche le donne, a capo di interi drappelli di sediziosi”, racconta l’esperta. Anche in questo caso i tumulti vennero duramente repressi, come da copione.



Giuseppe Lorenzo Gatteri, Tumulto dei Ciompi, 1877, Civici Musei di Storia ed Arte diTrieste
Il Tumulto dei Ciompi fu una rivolta popolare avvenuta a Firenze tra il giugno e l'agosto del 1378. Si tratta di uno dei primi esempi di sollevazione per scopi economico-politici della storia europea.

SOMMOSSE OPERAIE. Oltre ai moti studenteschi e alle ribellioni contadine, a rendere caldi quei secoli contribuirono infine i lavoratori salariati, la classe operaia di allora. “Il tema del lavoro salariato in epoca medievale presenta molti elementi di straordinaria attualità, con problematiche moderne come quelle legate agli scioperi, al lavoro nero, agli infortuni e al precariato”  prosegue Zanaboni. A chiedere condizioni migliori furono soprattutto gli operai del settore tessile, protagonisti di due celebri rivolte: quella dei ciompi fiorentini del 1378 e quella dei tessitori di Gand, nelle Fiandre, dell’anno seguente. I primi erano lavoratori della lana, la cui categoria era esclusa dalla vita pubblica e, per importanza, venivano dopo le arti maggiori (giudici, medici, commercianti, imprenditori9 e quelle minori (fabbri, calzolai, spadai, tintori). I ciompi guidati dal capopopolo Michele di Kando, nell’estate del 1378 iniziarono una sommossa che stravolse, almeno per qualche tempo, la città di Firenze. Nelle Fiandre del 1379, sempre in opposizione ai privilegi dei nobili, i lavoratori di Gand avviarono una sommossa che si estese al resto della regione fiamminga prima di essere sedata nel 1382. la scintilla delle rivolte, tuttavia, non si spense. Le tensioni economiche, sociali e religiose in un’epoca di mutamenti lenti ma inesorabili, continuarono ad alimentare lo spirito ribelle di chi era senza privilegi. Più che secoli bui furono dunque secoli inquieti.

Testo in gran parte di Matteo Liberti pubblicato su Focus Storia 139 immagini e altri testi da Wikipedia.





                                                       
DIAVOLO DI UN PAPA.
Silvestro II strinse un patto demoniaco per diventare pontefice? La fama di mago, in realtà , fu colpa della sua erudizione.


Silvestro II, nato Gerberto di Aurillac (Aurillac, 940-950 circa – Roma, 12 maggio 1003), è stato il 139º papa dellaChiesa cattolica dal 999 alla morte, il primo di nazionalità francese.
Alla morte nessuno può scappare nemmeno il pontefice e neppure un mago. E infatti mentre cantava messa nella chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme, papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, venne colto da un malore e spirò poco giorni dopo, il 12 maggio 1003. fu allora che, sulle sue spoglie ancora calde, cominciarono a fiorire terribili voci oscure leggende. E per secoli quello zelante pontefice, amante degli studi e dell’astronomia, definito dal predecessore Giovanni XIII (965-972) “l’uomo più dotto del suo secolo”, diventò per tutti il papa mago, possessore di un magico servitore, il golem, e firmatario di un ferreo patto col diavolo “affinché ogni cosa gli riuscisse proprio come desiderava”. Alcuni guardandolo, vedevano in lui un sorriso luciferino, altri un viso rassicurante: ma chi fu Gerberto? Ci fu davvero qualcosa di diabolico nella sua ascesa al pontificato? “Data la condizione generale dei tempi in cui Gerberto ebbe a vivere, date le qualità dell’ingegno e del suo animo, dato il favore di cui gli furono larghi gli Ottoni, questa fortuna appare a noi naturale e spiegabilissima. Ma tale non doveva facilmente apparire agli uomini che la videro, o a quelli che, per più secoli di poi, ne udirono il racconto”, ha scritto il critico letterario ottocentesco Arturo Grafi, nel saggio Miti, leggende e superstizioni del Medioevo.


Gerberto d'Aurillac, De geometria, fol 12v, Baviera, copia manoscrittodel XII secolo. Le conoscenze di Gerberto gli facilitarono la carriera ecclesiastica e la stima di pontefici e imperatori.


AL CONTRARIO. Per i suoi contemporanei, sia gli ignoranti superstiziosi sia gli invidiosi a lui ostili, era impensabile che un ex monaco benedettino fosse capace, grazie alla sua non convenzionale cultura, di usare l’abaco e l’astrolabio, di costruire, almeno così si dice, un orologio e un organo a vapore o di diventare il primo papa francese. e siccome, diceva la poetessa Ada Merini, “la gente quando non capisce inventa”, su Gerberto fioccarono le calunnie: d’altra parte era stato eletto papa nel 999. provate a leggere questa data a testa in giù: non sembra ovvio anche a voi che il nuovo pontefice fosse in combutta con l’Anticristo?
Uno dei primi a dirlo chiaramente fu il cardinale tedesco Bennone di Osnabruck, che alla fine del secolo XI nel suo Gesta Romanae Ecclesiae contro Hinldebrandrum descrisse Silvestro II come il capostipite di una serie di presunti e calunniati papi-maghi. Da allora, per oltre tre secoli, la sua leggenda sii arricchì di innumerevoli particolari. Nel XII secolo, il povero orfano di Belliac (Francia meridionale), accolto e istruito attorno al 950 nel vicino monastero di San Geraldo d’Aurillac, si trasformò grazie alla penna del monaco inglese Guillaume de Malmesbury, diventò un adolescente inquieto che, ansioso di diventare un negromante, lasciò di notte il monastero per recarsi in Spagna “a studiare presso gli arabi l’astrologia e altre scienze di questa natura”.



Gerberto d'Aurillac maestro degli ancora fanciulli san Fulberto e Roberto il Pio a Reims, dal Codice Manesse delXIV secolo



Incoronazione di Stefano quale re d'Ungheria, particolare estratto dacodice miniato del XIV secolo (ilChronicon de Gestis Hungarorum oChronica Picta).



Un esempio di abaco, datato intorno al 1340. I calcoli medievali dell'aritmetica aumentarono la velocità di misurazione attraverso le colonne e le prove. Quest'abaco è un esempio di quelli usati per l'insegnamento da Gerberto di Aurillac e da Bernellino di Parigi (d. 1003).


IN CARRIERA.  In realtà nella terra dei maghi, Gerberto ci arrivò nel 967, con la benedizione dei confratelli, su proposta del duca Borrel di Barcellona. Il duca era un potente feudatario ispanico di religione cristiana che, in visita ad Aurliac, si era reso conto del potenziale intellettivo e della fame di conoscenza del giovane. Giunti    in Catalogna, il duca raccomandò il ragazzo all’erudito Attone, il vescovo della diocesi di Vic, perché gli facesse conoscere l’aritmetica, la musica, la geometria e l’astronomia, materie scientifiche per i mussulmani, che all’epoca, occupavano buona parte della Spagna Gerberto era scappato a gambe levate, invocando il diavolo in aiuto, dopo aver rubato un libro di negromanzia al suo maestro arabo. E che tornato in Francia si era fabbricato un Golem: una testa d’oro magica, abitata da un demone, che gli prediceva il futuro e rispondeva si o no alle sue domande. Quella testa lo avrebbe accompagnato nel 972, anche la cattedrale di Reims, sede della famosa scuola gestita dall’arcivescovo Adalberone, dove Gerberto diede inizio alla carriera di docente. “Insegnava tutte le arti liberali e con l’aritmetica e le diverse applicazioni della geometria esponeva al trigonometria e l’algebra che allora erano conosciute solo dagli arabi. Dalla Germania e dall’Italia andavano alla sua scuola le migliori menti dell’epoca. E a Reims, come nell’abbazia di Bobbio (Pc), dove fu abate tra il 982 e il 984, Gerberto mise a punto una biblioteca incomparabile per quel tempo”, scrive lo storico delle religioni Mario Bacchiega.

Come (forse) ti uccido il pontefice.
Alla magia nera credevano davvero i sette frati guidati da Giacinto Centini, nipote del cardinale Felice, aspirante pontefice, che nel ‘600 tentarono fuori papa Urbana VIII con un rito negromantico.
Bersaglio sbagliato. Il gruppo scelse di affidarsi a due libri proibiti: le profezie di Gioacchino da Fiore e la Clavicola di Salomone. Quindi il 5 aprile 1634, torturarono con delle spille una statuetta di cerca con indosso gli abiti pontificali e poi la fecero sciogliere su un braciere. Dovevano aver seguito male le istruzioni, però: a dover morire infatti non fu Urbano VIII (che visse per altri 10 anni), ma tre congiurati condannati a morte dall’inquisizione.

COLLEZIONISTA. La verità è che il futuro pontefice era un bibliofilo accanito: varie lettere testimoniano la sua forsennata ricerca di codici e la richiesta a vari monasteri d’Europa di copie o traduzioni di testi arabi, greci, scientifici e non. Quando diventò arcivescovo a Reims (991), spese in manoscritti tutto il denaro donato alla cattedrale dall’imperatore e dagli studenti. Forse da questa sua passione nacque, nel XIII secolo, la storia secondo cui a Reims Gerberto finì sul lastrico: a causa del gioco d’azzardo o per un amore non corrisposto. A salvarlo sarebbe intervenuta Meridiana, un’adepta di riti esoterici, che, dopo avergli dato conoscenza e potere in cambio d’amore, gli pronosticò la sua elezione a papa. La storia però dimostra che a fare Gerberto un pontefice non fu una fata, ma il nuovo imperatore Ottone III. In quegli anni politicamente travagliati, l’ex monaco aveva sempre appoggiato la famiglia degli imperatori tedeschi. Se nel breve termine questa lealtà gli aveva procurato una carriera a singhiozzo e due scomuniche più politiche che religiose, alla lunga lo premiò: poco dopo che Gerberto era stato promosso arcivesco di Ravenna (998), l’imperatore lo nominò pontefice.

Bonifacio VIII: un altro papa sospetto.
Dal processo (1310-1313) intentatogli per motivi politici dal re di Francia Filippo IV il Bello, papa Bonifacio VIII, che era passato a miglior vita nel 1303, uscì pulito. Fin da prima della sua morte, però, fu accusato, oltre che di essere eretico, anche di usare la magia e idolatrare il demonio.
TALISMANI. I suoi nemici mormoravano che possedesse un demone personale, a cui chiedeva consiglio su tutto, e un anello magico. Molti cardinali confermavano di averlo visto: la leggenda voleva che il papa lo avesse strappato personalmente al cadavere di re Manfredi di Svevia e che al suo interno vi fosse intrappolato uno spirito.

ALLA POLVERE. La morte prematura di Ottone (1002) mandò in frantumi il sogno di entrambi di istituire un nuovo pacifico regno cristiano, guidato in modo concorde dalle due massime cariche laiche e religiose. Solo e odiato dai romani, Silvestro seguì l’amico nella tomba poco più di un anno dopo. Alcuni contemporanei dicevano che il suo corpo fu smembrato, su richiesta del pontefice stesso, desideroso di punire i propri empi comportamenti, e dato in pasto a cani e corvi oppure consegnato ai diavoli. Altri cronisti invece sostenevano che, quando un papa stava per morire, le ossa di Gerberto sbatacchiassero all’interno del suo sepolcro, nella chiesa di San Giovanni in Laterano, o che dal sarcofago uscisse acqua senza motivo. Le chiacchiere si spensero nel 1684, in un clima di riabilitazione storica dell’ex papa-mago: durante i lavori di ricostruzione della basilica di San Giovanni, l’arca marmorea in cui era stato deposto Silvestro II venne aperta. Testimoni giurarono che il pontefice giaceva perfettamente conservato, con i suoi paramenti, le mani incrociate sul petto e tiara sul capo. Poi, appena l’aria penetrò nel sepolcro, si polverizzò e scomparve. Quasi come per magia .
Così riporta il canonico Cesare Rasponi:
« Quando si scavò sotto il portico, il corpo di Silvestro II fu trovato intatto, sdraiato in un sepolcro di marmo a una profondità di dodici palmi. Era rivestito degli ornamenti pontificali, le braccia incrociate sul petto, la testa coperta dalla sacra tiara; la croce pastorale pendeva ancora dal suo collo e l'anulare della mano destra portava l'anello papale. Ma in un momento quel corpo si dissolse nell'aria, che ancora restò impregnata dei soavi profumi posti nell'urna; nient'altro rimase che la croce d'argento e l'anello pastorale. »

Gerberto scrisse una serie di opere, che trattavano principalmente questioni di filosofia e le materie del quadrivio. Di lui ci restano parecchie lettere, una Vita di Sant'Adalberto, vescovo di Praga, che però si tende a ritenere spuria[89], ed alcune opere di matematica. Gli scritti di Gerberto furono stampati nel volume 139 dellaPatrologia Latina[90].

Scritti matematici

·                    Libellus de numerorum divisione;
·                    De geometria;
·                    Epistola ad Adelbodum;
·                    De sphaerae constructione;
·                    Libellus de rationali et ratione uti;
·                    Regula de abaco computi;
·                    Liber abaci;
·                    De commensuralitate fistularum et monocordi cur non conveniant[91].

Scritti ecclesiastici

·                    Sermo de informatione episcoporum;
·                    De corpore et sanguine Domini;
·                    Selecta e conciliis Basolensi, Remensi, Mosomensi, etc.

Lettere

·                    Epistolae ante summum pontificatum scriptae;
·                                218 lettere, che includono missive all'imperatore, al papa e vescovi vari.
·                    Epistolae et decreta pontificia;
·                                15 lettere a vari vescovi, fra cui Arnolfo, e abati, e una lettera a Stefano I d'Ungheria[92];
·                                una lettera -di dubbia attribuzione- a Ottone III;
·                                5 brevi poesie.

Altro[

·                    Acta concilii Remensis ad S. Basolum;
·                    Leonis legati epistola ad Hugonem et Robertum reges.


Testo in gran parte di Maria Leonarda Leone su Focus Storia 139, immagini e altri testi da Wikipedia.




































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