venerdì 20 marzo 2020

Donne al lavoro nel Medioevo


Donne al lavoro nel Medioevo
Al contrario di quanto si potrebbe credere, nel Medioevo erano molte le donne che lavoravano.


Preparazione collettiva del formaggio in un casolare (XIV secolo). 
Non solo tessitrici e filatrici casalinghe o, al massimo, aiutanti nelle botteghe dei mariti. Nel Medioevo le donne venivano impiegate in tutti i possibili settori, compresi l’edilizia, le miniere e le saline. Vi erano imprenditrici che si autofinanziavano con propri capitali ottenuti dalla vendita di abiti e gioielli. Alcune donne col proprio col proprio lavoro riuscivano a mantenere sé stesse e i propri familiari in difficoltà, o a saldare i debiti dei mariti in un momento in cui le retribuzioni erano commisurate alle capacità e quindi non dipendenti dal genere. Dal canto loro le nobildonne erano impegnate nelle attività più varie: dall’organizzazione di laboratori per il ricamo, alla gestione di miniere, alla direzione di opere di bonifica, all’impianto di caseifici, fino alla gestione di miniere, alla direzione di opere di bonifica, all’impianto di caseifici, fino alla gestione di alberghi. Lucrezia Borgia, ad esempio, era un’abilissima imprenditrice agricola impegnata in lavori di bonifica e in svariate attività, tra cui la produzione di mozzarelle di bufala (di cui tra l’altro era golosa). Non raramente finanziava i suoi affari vendendo i propri gioielli: sacrificando una catena d’oro costruì l’argine di un fiume. Analogamente la madre di Lucrezia, Vanozza Cattanei, con la vendita dei propri monili sovvenzionò la ristrutturazione di un albergo nel centro di Roma, garantendosi in tal modo una cospicua rendita.

Battuta di caccia: le donne al centro stanno tirando una freccia con l'arco, quella a sinistra suona un olifante per guidare le cacciatrici verso la preda (1407-09 circa).

Salari personalizzati.
Nel Medioevo i salari erano determinati dalla resa, indipendentemente dal genere. Nei lavori di precisione in cui rendevano maggiormente, le donne prendevano più degli uomini, come in Francia nel ‘300 chi rivestiva l’interno delle armature, e nel ‘500 le fabbricanti di passamanerie d’oro.

Donne al lavoro dentro casa. Immagine tratta dai Tacuina sanitatis (XIV secolo).

Donne e corporazioni, un rapporto difficile.
Contrariamente a quanto si pensa, nel Medioevo erano le corporazioni a rifiutare l’accesso alle donne, ma succedeva il contrario. Motivi di carattere economico, o di tutela della collettività, portavano – solo quando strettamente necessario – le istituzioni cittadine e le associazioni professionali a esigere che anche le donne fossero sottoposte alla giurisdizione corporativa in cui esse non avevano alcun interesse a entrare. Preferivano infatti organizzarsi da sole, cosa che consentiva loro di lavorare in nero, evitando le tasse e di non avere obblighi di alcun tipo. Questo scatenava a volte liti feroci con la corporazione: ad esempio nel 1306 le autorità cittadine e corporative veneziane si misero a cercare casa per casa le sarte, per obbligarle a pagare le tasse e a lavorare nel rispetto dei regolamenti.

Una donna al lavoro in una piantagione insieme ad un uomo.

Settori femminilizzati. Nonostante la sua capillare diffusione c’erano settori, come quello tessile, in cui il lavoro femminile prevaleva, dando vita a manifatture ben organizzate gestite di donne. Persino per la filature della lana, ritenuta tradizionalmente un’occupazione di basso profilo svolta a domicilio, esistevano delle professioniste, proprietarie della materia prima, che agivano autonomamente: a Barcellona alla fine del trecento alcune di loro davano vita a piccole aziende in cui assumevano apprendiste e giungevano a commercializzare direttamente il prodotto, vendendolo al mercato settimanale sulla piazza cittadina.
Tre settori esclusivamente femminili erano caratterizzati da notevoli e autonome capacità organizzative: le fasi preliminari alla trattura (che include l’avvolgimento del filo sul rocchetto); la filatura dell’oro; la confezione di veli e cuffie o di acconciature di seta e di cotone. Articoli, questi ultimi, destinati alle donne e che richiedevano un gusto prettamente femminile nell’ideazione. Perciò in tutta Europa veniva lasciata loro la gestione dell’intero ciclo produttivo (dalla realizzazione dei modelli, alla tessitura e alla commercializzazione), compreso il conferimento del capitale necessario ad avviare l’attività. Donne imprenditrici dotate di propri capitali commissionavano ad altre donne che lavoravano a domicilio (spesso, a loro volta, con delle apprendiste), la tessitura dei manufatti. Nella maggior parte delle attività spicca il massiccio coinvolgimento delle nobildonne come finanziatrici e come imprenditrici: nella Venezia d’inizio cinquecento le aristocratiche avevano fatto un business persino di un’attività prettamente casalinga con la confezione dei merletti intuendo la possibilità di successo di un prodotto raffinato ma di semplice manutenzione.
Molte di loro, poi, come mercantesse pubbliche, controllavano tutto il ciclo di lavorazione dell’oro filato (durante il XIV e il XV secolo) è il caso della “mercantessa” Pasqua Zantani, in carriera per trent’anni all’inizio del quattrocento; oppure partecipavano in prima persona a società commerciali per l’esportazione dei tessuti in tutta Europa. Altre operavano nella nascente arte della stampa (fino al XV secolo) firmando come editrici le pubblicazioni, come la nobildonna greca Anna Notaras, che aprì una tipografia a Venezia all’inizio del cinquecento per diffondere nella città lagunare la cultura della madrepatria. Altre ancora, soprattutto a Roma (come Vanozza Cattanel), erano attivamente impegnate nella gestione di alberghi e locande, vere miniere d'oro negli anni santi, oppure armavano navi (a Marsiglia nel trecento e nel quattrocento) e assoldavano pescatori per cercare il corallo nel mare della Sardegna, che facevano poi lavorare in perle da manodopera femminile alle loro dipendenze.

Aspetti di vita quorìtidiana femminile; la lavorazione del lino (Tacuina sanitatis, XIV secolo).


Le vie di finanziamento.
Per le donne di ogni ceto sociale la prassi abituale per mettersi in affari era quella di autofinanziarsi con la propria dote, o con la vendita di abiti e monili preziosi. Talvolta le donne utilizzavano i propri capitali, anziché in prima persona, per finanziare operazioni di microcredito, soprattutto a favore di aziende femminili. L’usanza era tanto diffusa che, tra il trecento e il cinquecento ovunque (da Roma, alla Germania, alla Spagna) esistevano apposite figure professionali, le “imperatrici”, dotate delle competenze tecniche necessarie a valutare i preziosi che altre donne cedevano in pegno, per ottenere somme da investire in attività manifatturiere.

Edilizia e miniere. Le donne medievali erano attivissime anche in attività molto faticose, nell’edilizia e nelle miniere: a Siena e a Pavia scavavano acquedotti e canali (dei 640 lavoratori reclutati nel 1474 a Pavia 284 erano donne, tra cui anche alcune bambine). Nel XIV e XV secolo in Francia e in Spagna le donne partecipavano come manovalanza alla costruzione delle cattedrali mentre a Messina nel XIII secolo avevano costruito le mura cittadine.
In Francia le donne occupavano un ruolo importante soprattutto nelle miniere di sale. In quelle di Salins (Jura), tra il quattrocento e il seicento le operaie svolgevano compiti di primaria importanza come maestranze specializzate, occupando ruoli chiave all’interno del contesto produttivo, con incarichi di fiducia tramandati di madre in figlia. Nelle loro mani si trovava la maggior parte dell’attività, e godevano (alla pari degli uomini), di indennizzi in caso d’infortuni o di malattia, e di una pensione d’invalidità o di vecchia accordata dal consiglio direttivo della salina, su richiesta dell’interessata che avesse lavorato a lungo (38-40 anni) e fosse ormai troppo debole e anziana o impossibilitata a lavorare.
Così, nel 1476, un’operaia ormai attempata che lavorava da 38 anni chiese e ottenne la pensione settimanale che “era consuetudine assegnare ai lavoratori della salina”, come raccontano i documenti amministrative delle miniere. E come lei molte altre sessantenni che lavoravano da una ventina di anni. Non tutte chiedevano però la pensione: secondo gli stessi documenti alla fine del quattrocento un’operaia di 80 anni lavorava ancora insieme alla figlia. Sorprendente poi la longevità delle impiegate nelle saline: alcune raggiungevano i 110 anni, e non si trattava di casi isolati. Neppure in questo settore mancava l’imprenditoria femminile: a Milano, ai primi del cinquecento, alcune fornaci che rifornivano di laterizi i cantieri delle principali costruzioni civili e religiose erano di proprietà e gestite da donne; a Gaeta, tra il 1449 e il 1453, con le proprie imbarcazioni un’imprenditrice riforniva di materiale da costruzione il cantiere reale del castello, come rivelano i libri mastri. Nel Lazio, negli anni novanta del quattrocento la nobildonna romana Cristofora Margani, vedova del mercante pisano Alfonso Gaetani ed erede delle importantissime miniere di allume di Tolfa (Civitavecchia), gestiva in prima persona l’attività occupandosi delle relazioni con i minatori, dei rapporti con il mondo mercantile e della consegna dell’allume alla Camera apostolica. Era cioè il fulcro di un universo in cui confluivano forze ecnomico-sociali diverse. In tutta l’Europa medievale, insomma, i documenti dimostrano uno straordinario brulicare di attività femminili del tutto impensate.

Articolo in gran parte di Maria Paola Zanoboni pubblicato su Storica National Geographic di gennaio 2019

martedì 17 marzo 2020

Guerra del Vietnam. Nell’inferno di giungla e risaie


Guerra del Vietnam.
Nell’inferno di giungla e risaie.
A presidio della regione più esposta alle infiltrazioni nemiche in Vietnam i marines combatterono scontri duri e prolungati e subirono le perdite più gravi rispetto a tutti gli altri reparti americani.
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In alto a sinistra soldati nordvietnamiti si preparano all'attacco, a destra soldati americani si preparano a salire su elicotteri Bell UH-1 Iroquois; In basso a sinistra alcune vittime del tragico massacro di My Lai, a destra un'operazione di rastrellamento in un villaggio

Alle 8,45 dell’8 marzo 1965 gli uomini della 9a Marine Expeditionary Brigade sbarcarono in Vietnam e trasformarono l’impegno americano nel Paese, fino ad allora limitato alla presenza di consiglieri militari e ai pesanti bombardamenti nel Vietnam del Nord, in conflitto sul terreno; dieci anni dopo, alle 7,55 del 30 aprile 1975, l’ultimo elicottero dei marines decollò dal tetto dell’ambasciata americana di Saigon e chiuse una drammatica e confusa evacuazione di civili e militari. Tra queste due date si sviluppò la guerra più lunga del XX secolo, forse la più impopolare di sempre, il conflitto che sancì la prima e unica sconfitta degli USA, la potenza che vent’anni prima aveva spazzato via – con l’aiuto della Russia di Stalin – le forze dell’Asse Roma-Berlino-Tokio.

Il comandante in capo Viet MinhVõ Nguyên Giáp

La teoria e la pratica. Tutto era cominciato con ben altre aspettative: 13500 marines che la mattina dell’8 marzo 1965 sbarcarono sul litorale della città portuale di Da Nang, furono accolti da manifestazioni di giubilo della popolazione sud vietnamita. Erano accompagnati da elicotteri, mezzi da sbarco, autocarri e jeep, e al loro arrivo non ci fu opposizione da parte dei guerriglieri. Ufficialmente avrebbero dovuto presidiare l’importante base militare in città, in realtà fu l’inizio dell’escalation, la strategia di Washington per un progressivo incremento dell’impegno militare nel teatro bellico, volta non solo a contenere ma a debellare la minaccia comunista in Indocina.
Il comandante in capo del MACV (Military Assistance Command, Vietnam), il generale William Westmoreland, avrebbe poi utilizzato l’enorme massa di militari a disposizione per dare compimento alla cosiddetta tattica del “search and destroy” (cerca e distruggi) che per quattro anni, con scarsi risultati e a costo di ingenti perdite, impegnò i marines e le altre forze in campo a scovare i reparti nemici nella giungla e tra le risaie indocinesi, proprio dove era più facile per i Vietcong (forze guerrigliere comuniste) sopperire con la guerriglia e la perfetta conoscenza del territorio, allo strapotere americano in quanto a mezzi e uomini. Lo stato maggiore statunitense aveva diviso il territorio sud vietnamita in quattro regioni. Ai marines toccò operare principalmente nella I Tacps Tatcital Zone, quella che comprendeva la zona smilitarizzata sul confine del 17° parallelo, inquadrati nella III MAF (Marine Amphibious Force) irrobustita dall’arrivo della 3a divisione. Sarebbero poi approdate nel teatro di guerra anche la 1a divisione, nel 1966, e successivamente la
5a. Nei primi mesi del conflitto i marines adottarono con successo un approccio difensivo, tuttavia questo piano cambiò quando al III MAF giunsero informazioni riguardo la presenza in zona di un reggimento di Vietcong che stava spostando le sue forze a 30 chilometri a sud della base aerea di Cu Lai. Il piano d’attacco venne perfezionato nel giro di 24 ore e, a partire dal 18 agosto, 5mila marines, con l’appoggio dell’incrociatore lanciamissili Galveston e della nave USS Cabildo, si lanciarono in un attacco anfibio sulla costa sud della penisola di Van Tuong, mentre un altro battaglione venne trasportato sul terreno dagli elicotteri. L’operazione, denominata in codice Starlite, si concluse il 21 agosto l’annientamento della roccaforte nemica. I marines ebbero 45 morti e oltre 150 feriti i Vietcong contarono oltre 600 vittime. Il netto successo americano convinse i guerriglieri dell’impossibilità di accettare combattimenti in campo aperto contro la schiacciante superiorità tecnologica statunitense, lezione di cui fecero tesoro per tutto il resto della guerra.

Combattenti Viet Cong in una pausa dei combattimenti nella boscaglia vietnamita

Battaglia di Hue, la guerra in città.
Marines statunitensi feriti durante i combattimenti ad Huế


L’antica capitale imperiale Hue, città sacra al popolo vietnamita, cadde in mano all’esercito del Nord e ai Vietcong il 31 gennaio 1968 durante la grande offensiva del Tet. Mentre la cittadella imperiale era già controllata dai comunisti, resistevano agli occupanti il Quartier generale della Prima divisione dell’esercito vietnamita e la base americana. Altri marines, nel pomeriggio del 31 riuscirono a farsi strada, lasciando sul terreno 40 caduti, fino a raggiungere gli assediati all’interno della base. Nei giorni successivi cominciò la riscossa di americani e sud vietnamiti e lo scontro tra fanterie più lungo e sanguinoso di tutta la guerra. Inizialmente il comando americano decise di limitare l’artiglieria e le incursioni aeree per evitare di distruggere gli edifici dell’antica città, ma in breve l’ordine fu ritirato perché ci si rese conto che soltanto un fuoco continuo e pesante poteva stanare le postazioni nemiche annidate in tutta la città. i marines si trovarono a combattere casa per casa, una guerra urbana a cui non erano preparati, soprattutto non lo erano i rimpiazzi, spesso appena giungi da Camp Pendleton, in California, e scaraventati nell’inferno di Hue. Nel progredire della battaglia risultò decisivo l’impiego dei carri M48 e M50, che riuscivano ad aprire corridoi di passaggio nei muri. Tra nuvole basse, pioggia e incendi, infatti, artiglieria pesante e fuoco navale di supporto dimostravano scarsa efficacia; per identificare un gruppo di fuoco nemico era spesso necessario esporsi a micidiali scariche di mitragliatrici; l’assalto a una singola casa doveva essere attentamente pianificato ed eseguito da squadre di 8 uomini, con quattro di supporto alle spalle e altrettanti ai lati. Un salto di qualità nella conduzione della battaglia fu determinato dalla conquista di una stazione di rifornimento Texaco dove i marines si impossessarono di una serie di cartine della città più dettagliate, poi distribuite ai capicarro per coordinare le operazioni isolato dopo isolato. La mattina del 24 febbraio la bandiera vietcong venne ammainata dal pennone sul Palazzo Imperiale, dove aveva sventolato per 25 giorni, e sostituita da quella del Vietnam del Sud. La battaglia venne considerata chiusa soltanto il 3 marzo. L’antica Cittadella era quasi sbriciolata e circa 10mila edifici della città di Hue distrutti o danneggiati. Sotto le macerie erano rimasti non meno di 6mila civili, comprese le vittime delle purghe perpetrate dai Vietcong. I marines persero 147 uomini e più di 800 rimasero feriti, i vietnamiti del sud ebbero 452 caduti e 2123 feriti. Difficile stabilire le vittime sul fronte comunista, anche se una stima abbastanza veritiera si attesa sui 4mila caduti.
 

Ufficiali statunitensi della 101ª divisione aviotrasportata conferiscono durante un'operazione Search and Destroy nel 1966

Cerca e distruggi. Se nell’operazione Starlite i marines poterono in parte muoversi sul loro terreno preferito, sul finire del 1965 la volontà del presidente americano Lyndon Johnson di saggiare l’impiego di truppe terrestri, e la necessità dello Stato Maggiore di sottoporre a un test probante la tattica del “cerca e distruggi”, impose al Corpo di spostarsi in uno scenario per niente conosciuto: le risaie dell’interno del Paese, 37 chilometri a nord ovest di Cu Lai, dove da tempo era stata segnalata la presenza del 1° Battaglione Vietcong. L’operazione Harvest Moon si sviluppò tra il 8 e il 20 dicembre 1965 su un terreno acquitrinoso inadatto all’impiego dei blindati. I marines arrivarono a bordo degli elicotteri e presero il controllo di Quota 43, una collina poi difesa strenuamente durante tutta la notte. Il giorno dopo altre truppe chiusero l’unica via di fuga al nemico e il 18 dicembre lo scontro decisivo si risolse a favore degli statunitensi, dopo quattro ore di cruente schermaglie, grazie al massiccio intervento dell’artiglieria. I marines contarono 45 morti, almeno dieci volte superiori le vittime Vietcong. Harvest Moon inaugurò l’infinta teoria di vittorie tattiche delle truppe Usa in Vietnam, incapaci però di coglierne una decisiva che spezzasse la resistenza dei guerriglieri. Il nemico era sfuggente, preferiva l’imboscata allo scontro frontale e appariva indifferente all’enorme numero di vittime che lasciava sul campo.
Nel 1966 la tattiche del “search and destroy” entrò nel vivo e coinvolse in particolare l’aerea geografica affidata ai marines. Da subito emersero prepotenti i distinguo tattici che dall’inizio del conflitto avevano visto gli ufficiali dei marines mal sopportare le aggressive indicazioni di Westmoreland. Il Corpo era, infatti, poco interessato ad un approccio unicamente militare, preferendo invece procedere attraverso un’azione di coinvolgimento delle forze sud vietnamite e la progressiva pacificazione del territorio. Ma lo Stato Maggiore e la politica, esigevano invece azioni eclatanti e risolutive. Tra luglio e agosto durante l’operazione Hasting, combattuta per oltre un mese in un territorio brullo e inospitale, i marines liberarono il terreno da un’intera divisione nord vietnamita penetrata a sud dalla zona smilitarizzata.
L’azione costò 128 morti agli americano e oltre 800 alle truppe comuniste e permise agli statunitensi di approntare una serie di capisaldi sulle colline (quota 400 e 484), tra le quali la più importante, denominata Rockpile, divenne una base di fuoco dalla quale controllare i movimenti in un’ampia sezione della zona smilitarizzata. Ma i reparti del Nord non avevano smobilitato, erano semplicemente arretrati per riorganizzarsi, i primi di agosto tornarono all’assalto e la spallata fu tale da sottrarre agli americani quota 400 e 484, le due basi dominanti sulla più importante Rockpile. Nonostante le rinnovate perplessità degli ufficiali, lo Stato maggiore pretese che i marines uscissero allo scoperto e lanciassero l’operazione Prairie per la riconquista palmo a palmo dell’intera catena montuosa. Cominciata come un sistematico rastrellamento del territorio e pochi e sporadici scontri, la battaglia in quota fu uno dei momenti più cruenti dell’intero conflitto. Dietro ogni cespuglio o asperità del terreno poteva nascondersi un cecchino vietnamita; la giungla, che rallentava il passo verso la sommità delle colline, pullulava di trabocchetti e mine. Alla riconquista della strategica quota 400 si dedicarono gli uomini del tenente colonnello William Masterpool, comandante del battaglione del 4° Marines, che cominciarono l’ascesa il 27 settembre guidati dalla compagnia K del capitano James J. Caroll. I vietnamiti trincerati nei loro bunker martoriarono a più riprese i soldati americani costringendoli ad arretrare, alternando i colpi di mortaio alla ricerca dei sanguinosi combattimenti corpo a corpo. L’impasse si risolse con l’intervento massiccio delle forze aeree: bombardamenti a tappeto sulle postazioni nemiche – anche con ordini al napalm – permisero ai marines di riprendere l’avanzata. Il 28 settembre, quel che restava della Compagnia di Carrol, con un ultimo sforzo obbligò i vietnamiti alla ritirata e raggiunse la vetta. In un territorio ormai devastato dalle bombe, sempre supportati da aviazione e artiglieria, il 5 ottobre i marines si riportarono anche su quota 484, la collina poi ribattezzata Camp Carrol, in omaggio al valoroso capitano rimasto ucciso dal fuoco amico proprio all’ultima ascesa. Westmoreland, però, giudicò non ancora sufficiente lo sforzo compiuto e provvide ad alzare ulteriormente l’asticella della difficoltà ordinando ai marines di costruire una base nello sperduto avamposto di Khe Sanh, ai confini con il Laos.

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Il generale Westmoreland durante il suo comando in Vietnam

Assedi continui. La postazione di Rockpile si trovava al centro di un luogo e articolato sistema difensivo sotto il controllo dei marines, una serie di avamposti disseminati lungo il tracciato della Route 9, strada per larghi tratti impraticabile, che correva dalla costa fino al confine con il Laos. Basi come quella di Con Thien, al limite della zona demilitarizzata, la stessa Rockpile e successivamente quella di Khe Sanh, erano considerate da Westmoreland strategiche teste di ponte da cui far partire spedizioni contro guerriglieri e truppe regolari nord vietnamite che si infiltravano attraverso la zona demilitarizzata, oppure passando il confine dal Laos. Così, nella prima metà del 1967, il Corpo fu impegnato in continue offensive per impedire gli sconfinamenti, operazioni logoranti che seguendo il criterio di valutazione adottato dallo Stato maggiore, cioè la conta dei corpi al termine delle battaglie, si risolsero sempre con la vittoria tattica americana, ma non permisero di alleggerire la pressione sulle basi esposte agli attacchi.
Infatti, nella seconda metà dell’anno le forze vietnamite, tutt’altro che fiaccate dalle enormi perdite subite, si lanciarono in una temeraria offensiva su tutti i capisaldi statunitensi. Attorno a Con Thien l’attacco iniziò con un fitto tiro di cecchini contro una compagnia di marines e proseguì con il martellamento delle posizioni americane da parte dell’artiglieria. L’assedio si prolungò fino a settembre e il mantenimento delle posizioni costò ai marines – a corto di rifornimenti – gravissime perdite (1419 morti). Poi, complice il maltempo, l’azione si esaurì. In breve, tutte le basi Usa a sud della zona demilitarizzata subirono lo stesso destino di Con Thien. Il generale Westmoreland interpretò la controffensiva comunista come l’ultimo colpo di coda del nemico, il disperato tentativo di gettare il cuore oltre all’ostacolo, di sottrarsi alla sconfitta. Facendo seguito a questa convinzione, gli Usa concentrarono in zona ulteriori truppe, in questo modo cadendo nella trappola tesa dal generale Vo Ngyeyn Giap, comandante delle truppe del Nord, al quale premeva attirare più forze nemiche possibili intorno a un falso obiettivo e avere campo libero per la progettata offensiva del Tet, tutta mirata alla conquista dei grandi centri nel sud del Paese. westmoreland non fu l’unica vitta del boccone avvelenato servito da Giap: il comandante trascinò nell a sua disfatta il presidente Johnson e l’intero Paese, avviato a perdere la sua prima guerra. Emblematico dello stato di confusione americano fu l’inutile sacrificio dei marines nella battaglia di Khe Sanh, sperduto avamposto ai confini con il Laos dove il Corpo nel 1966 aveva trasformato la piccola base delle forze speciali Usa in una roccaforte militare, prima difesa a ogni costo e poi frettolosamente abbandonata. Quando sul finire del 1967 nei dintorni della base l’intellingence Usa cominciò a registrare imponenti manovre nemiche, Westmoreland si convinse di poter finalmente ingaggiare con il grosso del nemico uno scontro convenzionale dove gli Usa avrebbero potuto dispiegare tutta la loro potenza e superiorità tecnologica. Ma al primo facile entusiasmo fece seguito il comparire di uno spettro destinato ad agitare per mesi lo Stato Maggiore e la Casa Bianca: il timore che Khe Sanh potesse trasformarsi nella Dien Bien Phu americana, la clamorosa vittoria campale ottenuta da Giap contro i francesi, disfatta che chiuse la stagione dell’imperialismo d’Oltralpe.
Impedire che ciò si realizzasse fu l’imperativo categorico degli States nei mesi successivi, anche perché intorno alla sorte dei marines di Khe Sanh si era acceso l’interesse della stampa Usa e di un’opinione pubblica sempre più divisa sull’opportunità stessa della guerra. L’attacco vietnamita scattò poco dopo la mezzanotte del 21 gennaio 1968: la base americana fu scossa da una pioggia di razzi e missili che rase al suolo gran parte degli edifici e fece esplodere un deposito di munizioni. Sottoposti al continuo fuoco d’artiglieria e a sporadici attacchi di fanteria, concentrati soprattutto sulle alture introno alla base, gli assediati non poterono più essere approvvigionati via terra e anche la pista d’atterraggio, battuta incessantemente dai mortai dei nord vietnamiti, divenne inutilizzabile. Gli aerei preferivano evitare di scendere a terra e scaricavano il carico direttamente sulla pista utilizzando dei paracadute. A pochi metri dal perimetro della base le forze comuniste presero a scavare un complesso sistema di tunnel sotterranei per evitare i bombardamenti americani e dai quali colpire gli assediati e preparare l’assalto finale.

La battaglia di Khe Sanh

Nel villaggio di Khe Sanh, a soli 9 chilometri dal confine  con il Laos, gli americani erano arrivati una prima volta nel 1962, quando i Berretti Verdi (le forze speciali dell’esercito statunitense) avevano costruito una pista d’atterraggio sulle rovine di un vecchio forte francese. Quattro anni dopo, nel tentativo di interrompere il flusso di guerriglieri comunisti provenienti dal Laos, il generale Westmoreland ordinò di fare del piccolo avamposto una vera e propria base, la Khe Sanh Combat Base (KSBC), da quel momento presidiata da due reggimenti dei marines. Tra il 21 gennaio e il 9 luglio del 1968 (con un sanguinoso prologo tra aprile e maggio dell’anno precedente) nella zona si combatté una delle più cruente battaglie di tutta la guerra e la base dei marines subì un assedio che per oltre due mesi la isolò completamente dal resto dell’esercito americano. A difesa degli assediata fu scatenata una delle più importanti azioni di bombardamento aereo (operazione Niagara) sulle postazioni nord vietnamite e una spedizione di soccorso via terra che permise la rottura dell’assedio in aprile. Nella strenua difesa di Khe Sanh l’esercito americano perse oltre 1200 uomini, in gran parte componenti del Corpo dei marines, e quando finalmente le forze comuniste sembravano debellate, lo Stato Maggiore decise di abbandonare la base.

FASE 1: COMBATTIMENTI DI APRILE MAGGIO 1967
Il 24 aprile 1967 una pattuglia di marines entrò in contatto con il nemico intorno a Hill 861, una delle colline a nord della base. I combattimenti che seguirono rappresentarono il primo tentativo nord vietnamita di conquistare l’avamposto americano, le cui truppe furono irrobustite dall’arrivo del 2° e 3° Battaglione del 3° Reggimento marines. L’ordine per i marines era di conquistare tutte le alture intorno alla base (861, 881 nord e 881 sud) in modo che al nemico non rimanessero posti di osservazione e di tiro sul campo d’atterraggio. L’operazione fu portata a termine entro maggio, a conclusione di una sanguinosa battaglia che lasciò le colline prive di vegetazione, ricoperte di crateri e cosparse di macerie dei bunker dove erano ancora sepolti i corpi dei soldati nord vietnamiti. In agosto un’imboscata sulla Route 9 interruppe l’ultimo tentativo di fornire approvvigionamenti alla base americana via terra.
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Lancio con il paracadute di rifornimenti alle truppe americane assediate a Khe Sanh

FASE 2: BATTAGLIA E ASSEDIO ALLA BASE.

Marines caricano un obice M118 durante l'assedio di Khe Sanh.

Il 20 gennaio 1968, era da poco passata la mezzanotte, quando Hill 861, la base principale e il villaggio di Khe Sanh vennero contemporaneamente attaccate dalle truppe nord vietnamite che potevano contare su una forza stimata intorno alle 20mila unità. Nella base americana era arrivato anche il resto del 2° Battaglio, 26° Reggimento Marines: per la prima volta dalla battaglia di Iwo Jima (Seconda guerra mondiale) i tre battaglioni del 26° si ritrovarono a combattere insieme. Gli americani erano venuti a conoscenza del piano dettagliato dell’attacco grazie a un disertore vietnamita, ma la straordinaria potenza di fuoco del nemico – pezzi d’artiglieria con gittata maggiore rispetto a quelli in dotazione ai marines erano stati piazzati anche oltre il confine del Laos – rese impossibile ogni contrattacco. La base sopportò una pioggia incessante di colpi di artiglieria e di mortaio che fecero esplodere munizioni e un deposito di gas lacrimogeno. I marines asserragliati resistettero per oltre due mesi completamente isolati dal resto dell’esercito. La situazione più drammatica la vissero le compagnie distaccate sulle alture, difficili da raggiungere dai rifornimenti e dal personale medico. In soccorso ai marines di Khe Sanh, già alla fine di gennaio, venne lanciata l’operazione Niagara: durante tutto il tempo della battaglia sulle postazioni vietnamite ogni giorno vennero sganciate 1300 tonnellate di bombe.

FASE 3: ATTACCHI ALLA BASE E OPERAZIONE PEGASUS.

Uomini della 1ª Divisione di cavalleria aerea in azione durante l'operazione Pegasus, organizzata per sbloccare la guarnigione di Khe Sanh.

Nel febbraio del 1968 la base americana sopportò gli attacchi più intensi e sventò un tentativo di penetrare all’interno del perimetro difensivo. Il giorno 23 fu bersagliata da oltre 1300 proiettili, durante un attacco ininterrotto di 8 ore. Due giorni dopo furono individuate le trincee scavate dal nemico per portarsi a ridosso del perimetro senza essere centrato dai bombardieri. Il 1° aprile iniziò l’operazione Pegasus: due battaglioni di marines con l’appoggio di una Divisione di Cavalleria aerea partirono da Ca Lu (16 chilometri a est di Khe Sanh) forzando il blocco della Route 9 per raggiungere la base e rompere l’assedio. La marcia delle truppe americane non incontrò particolari resistenze e raggiunse la base la mattina dell’8 aprile. L’operazione scatenò numerose polemiche in seno all’esercito Usa: accusati di non aver difeso meglio la base, i marine sostennero a loro volta che Pegasus fosse stata organizzata soltanto per porli in cattiva luce e di non aver mai richiesto un soccorso via terra.
Il conflitto in Vietnam.
Soldati dell'esercito nordvietnamita pronti a passare all'attacco

Il Vietnam si affrancò dal protettorato francese al termine della Guerra d’Indocina (1946—1954). Nel 1954 la conferenza di Ginevra sancì l’abbandono del Paese da parte dei francesi e la temporanea suddivisione del Vietnam in due parti lungo il 17° parallelo: a nord la Repubblica comunista di Ho Chi Min, a sud uno stato legato all’occidente e agli aiuti americani, capeggiato dal presidente Ngo Dinh Diem. Al rifiuto di quest’ultimo di tenere le previste elezioni generali, a cominciare dal 1957 nel sud cominciò la guerriglia comunista che complice la corruzione e l’autoritarismo del governo, conobbe una crescita numerica e organizzativa. Nel 1963 un colpo di stato con il placet degli Usa depose e uccise Diem e nello stesso anno John F. Kennedy allargò il contingente di consiglieri militari nel Paese fino a 30000 uomini. Il pretesto che permise agli americani di entrare definitivamente in guerra fu il controverso attacco del Vietnam del Nord (agosto 1964) alla marina degli Stati Uniti, stanziata presso il Golfo di Tonchino. L’anno dopo, sotto la presidenza Johnson, le prime truppe sbarcarono nel Vietnam del Sud e cominciarono i bombardamenti contro il Vietnam del Nord. L’incremento progressivo di forze in campo si rivelò tuttavia insufficiente contro la resistenza dei Vietcong. Nel 1960 l’offensiva comunista del Tet dimostrò al mondo e in particolare all’Amercia, dove cresceva l’avversione popolare verso la guerra, quanto la vittoria in Vietnam fosse ben lontana dall’essere colta. Il successore di Johnson, Richard Nixon, cominciò a negoziare la pace e da allora la presenza americana nel Paese iniziò a ridursi, anche se Nixon diede avvio a contemporanee operazioni militari nei paesi confinanti, Laos e Cambogia. Nel 1973 gli Stati Uniti e il Vietnam del Nord firmarono un armistizio a Parigi, ma la guerra sarebbe finita soltanto due anni dopo, il 30 aprile del 1975, quando Vietcong e truppe nord vietnamite entrarono a Saigon. Nel 1976 i due stati si riunirono nella Repubblica Socialista del Vietnam.


Guerrigliero Viet Cong armato di AK-47 nel 1973 durante i lavori della Four Power Joint Military Commission.


Sacrifici e rabbia. Westmoreland prese in considerazione anche l’opzione di un bombardamento nucleare, poi scartata e sostituita dall’operazione Niagara, la più intensa dimostrazione di fuoco aereo di tutta la guerra: sulle postazioni nord vietnamite furono sganciate 100mila tonnellate di esplosivo. Per soccorrere i marines intrappolati a Khe Sanh, il primo aprile scattò l’operazione Pegasus, il tentativo di raggiungere la base via terra liberando la Route 9. Scarsamente ostacolate dai nord vietnamiti, le nuove truppe americane ruppero l’assedio e si riunirono ai marines la mattina dell’8 aprile. Lo stesso mese venne lanciata una nuova manovra di rastrellamento e inseguimento del nemico, ma a giugno la base così tenacemente difesa, la cui sopravvivenza era costata la vita di tanti soldati e un dispendio di mezzi colossale, benne abbandonata. Nella coscienza di molti americani diventò il simbolo di un sacrificio inutile, sull’altare di una strategia confusa e perdente.
Infatti, tra il 30 e il 31 gennaio, la notte del Capodanno vietnamita, mentre l’attenzione dell’America era ancora rivolta a Khe Sanh, nel sud del Paese era stata lanciata una formidabile offensiva contro tutti maggiori centri: l’attacco a sorpresa che Giap aveva dissimulato dietro la cortina fumogena delle operazioni lungo la linea demilitarizzata. L’offensiva del Tet colse impreparate le truppe americane e sudvietnamite e fu inizialmente un successo per i comunisti. Soltanto dopo violenti scontri e gravi perdite gli statunitensi riuscirono a riprendere il controllo della situazione. Dappertutto, ma non a Hué: nella vecchia città imperiale i combattimenti andarono avanti fino ai primi di marzo e i marines, giunti in soccorso del contingente sud vietnamita, dovettero ingaggiare una sanguinosa lotta strada per strada.
Nonostante la pronta reazione statunitense, l’offensiva del Tet impose al conflitto una nuova direzione: rese evidente quanto la sbandierata vittoria a portata di mano, di cui si era nutrita la propaganda occidentale, era ben lontana dal realizzarsi e lo choc scosse l’America, dove le manifestazioni contro la guerra si fecero sempre più frequenti e partecipate. Ulteriori richieste di nuove truppe, fatte recapitare a Washington dal generale Westmoreland, questa volta furono respinte e lo stesso Comandante in capo delle operazioni venne sostituito nel giugno del 1968. Il presidente Johnson, in un drammatico discorso alla nazione, nel marzo dello stesso anno aveva già annunciato la volontà di non ricandidarsi alla presidenza e l’adozione di una nuova strategia per uscire dalla trappola vietnamita: fermare l’escalation di truppe e mettere al lavoro la diplomazia. Il conflitto era però ben lontano dalla sua conclusione: si trascinò con nuovi scontri e ulteriori perdite su entrambi i fronti fino agli accordi di Parigi del gennaio 1973. Due anni dopo, con la cadute di Saigon e la riunificazione del Paese sotto l’egida dei comunisti, l’America vide realizzarsi lo scenario peggiore, per scongiurare il quale era scesa in guerra. Un conflitto che molti avevano giudicato sbagliato e che adesso, alla luce del fallimento, appariva soprattutto inutile. Gli ultimi marines che lasciarono Saigon riportarono in patria il ricordo indelebile di una nuova epopea del Corpo, lo strazio degli oltre 14mila caduti tra giungla e risaie, la rabbia e la consapevolezza che molti lutti si sarebbero potuti evitare – forse scrivere un altro finale al conflitto – se i dubbi strategici dei loro ufficiali avessero trovato qualcuno disposto ad ascoltarli.

Articolo in gran parte di Mario Galloni pubblicato su Storie di guerre e guerrieri n. 22 – altri testi e immagini da Wikipedia.

mercoledì 11 marzo 2020

Operazione Columba: guerra a Hitler con i piccioni.


Operazione Columba: guerra a Hitler con i piccioni.
Il racconto di una curiosa e ingegnosa operazione britannica escogitata per appoggiare lo sforzo bellico contro l’aggressione di Hitler. L’arma impiegata: i piccioni viaggiatori.




La notte dell’8 aprile 1941 un Whitley della RAF decollò dalla base di Newmarket, dove risiedeva lo squadrone “Special Duties” che aveva il compito di paracadutare agenti dei servizi segreti britannici al di là delle linee nemiche. Nei pressi di Zeebrugge l’aereo venne attaccato dalla contraerea, ma la sua mitragliatrice di coda riuscì a distruggere uno dei fari di ricerca nemici. Arrivato al confine tra Belgio e Francia, ricevette l’ordine di “dare inizio alle operazioni”. Ma quelli che emersero dal portellone per calare verso terra non erano commando in missione oltre le linee, bensì piccioni viaggiatori.
Si trattava della prima missione di una nuova operazione segreta, il cui nome in codice era “Columba”: un’operazione insolita, poiché si basava sull’aiuto degli addestratori amatoriali di piccioni viaggiatori, che donarono alla causa un gran numero dei loro uccelli preziosi. Chiusi in appositi contenitori, questi piccioni vennero paracadutati in tutta Europa: sull’esterno di ciascun contenitore c’era una busta con dentro un questionario e un appello ad aiutare la Gran Bretagna nel suo sforzo bellico. L’operazione che proseguì per tre anni e mezzo coinvolse 16554 uccelli, paracadutati in un’area che andava da Copenaghen in Danimarca a Bordeaux nella Francia del Sud, aveva lo scopo di raccogliere informazioni trami la gente normale che viveva nei territori sotto occupazione nazista.
In quell’aprile del 1941, la priorità assoluta dei servizi segreti Alleati era ottenere dettagli sul piano tedesco per invadere l’Inghilterra, e in secondo luogo sugli stanziamenti di truppe nella regione, sul morale del nemico, sui luoghi significativi frequentati dai tedeschi, sull’ubicazione degli aeroporti e sugli effetti delle bombe sganciate dagli Alleati. Inoltre, in una sorta di anticipazione dei sondaggi sull’audience, si voleva sapere fin dove arrivava nitido il segnale radio della BBC e che cosa ne pensava la gente che la ascoltava. Il questionario terminava con le parole: “Grazie. Conservate il coraggio. Non ci siamo dimenticati di voi”.
Seguivano istruzioni su come riagganciare correttamente il piccolo cilindro verde alla zampa del piccione una volta che il questionario era stato compilato: una volta liberato, l’uccello sarebbe tornato da solo a casa sua in Gran Bretagna e i suoi proprietari avrebbero trasmesso le informazioni alle autorità competenti e a una piccola misconosciuta ma importante sezione dei servizi segreti militari, l’M114D. nessuno sapeva dire con certezza se questa ingegnosa trova avrebbe funzionato davvero. Un ufficiale registrò che a suo avviso le sorti possibili per un piccioni erano quattro: morire ancora chiuso nel contenitore perché nessuno lo aveva rinvenuto, essere trovato da qualcuno del posto e tornare con le informazioni sperate (l’opzione in cui i britannici più speravano), essere trovato dai tedeschi e tornare con informazioni false (l’opzione che i britannici più temevano), essere trovato da un patriota molto affamato e finire in un pasticcio di carne.

Il primo ritorno. Due giorni dopo il primo lancio di piccioni nel War Office arrivarono buone notizie: il primo uccello aveva fatto ritorno a casa sua nel Kent. Alle 10,30 del mattino il primo messaggio dell’operazione Columba fu trasmesso per telefono all’M114D: veniva dal piccolo villaggio di Le Briel, nel comune di Herzeele, nella Francia settentrionale, non lontano dal confine con il Belgio, ed era piuttosto coinciso, ma conteneva informazioni reali.
Il testo diceva: “Piccione trovato mercoledì 9 alle otto del mattino. Le truppe tedesche si spostano sempre di notte. C’è un grosso deposito di munizioni a duecento metri dalla stazione ferroviaria a duecento metri dalla stazione ferroviaria di Herzeele. Ieri sono passati un convoglio di artiglieria a cavallo diretto a Dunkerque via Bambecque e un altro diretto a Hazebrouck. I crucci non hanno mai parlato di un’invasione dell’Inghilterra. La RAF non ha mai bombardato questa zona. Bisognerebbe bombardare la fabbrica di mattoni perché il proprietario è un…” . La parola seguente è indicata dal traduttore come “illeggibile”, ma c’è da domandarsi se piuttosto il traduttore non si vergognasse di pronunciare un qualche termine francese assai colorito per definire i collaborazionisti. Il messaggio si concludeva con: “Aspetto il vostro ritorno. Sono un francese e rimarrò tale per sempre” era firmato: “ABCD34”.
E questo fu solo l’inizio. Dall’operazione arrivarono informazioni a spettro molto ampio, che rivelarono l’esistenza di piccole reti di resistenza più che disposte a collaborare con la Gran Bretagna. In un caso, i dati riferiti da un gruppo di resistenza belga che aveva come nome in codice “Leopold Vindictive” furono giudicati abbastanza importanti da essere mostrati allo stesso Winston Churchill. Columba aprì anche spiragli sulla dura realtà della vita nelle aree occupate – i razionamenti, la paure, la rabbia – e occasionalmente riuscì a fornire informazioni essenziali su posizione tedesche che si poté trasformare in bersagli. Tra gli angenti dell’M16 c’era R.V. Jones, il cui compito era dare la caccia a qualunque possibile nuova arma o sistema difensivo del nemico: tra le sue priorità, in particolare, c’era da capire come facessero i caccia notturni tedeschi a risultare così efficaci nell’abbattere gli aerei britannici che sorvolavano il continente. Nessuna fonte era mai riuscita a gettare luce su questo enigma, finché il 5 giugno 1942 arrivò un messaggio Columba.
L’autore diceva di avere l’impressione che il piccione fosse destinato al Belgio e non ai Paesi Bassi, ma di aver comunque deciso di aiutare come poteva. Per la gioia dei britannici, il messaggio forniva informazioni su un campo tedesco presso Opperdoes, in cui si trovava “una gran quantità di materiale tecnico, apparati per intercettazioni, tecnologia anti-radar… E’ da lì che i caccia notturni ricevono istruzioni”. L’autore includeva anche una mappa con la posizione precisa, aggiungendo: “Venite qui e volate basso, così vedremo che siete inglesi”. Jones e il Ministero dell’Aria giudicarono di “primaria importanza” il messaggio. “I piccioni hanno sferrato il primo colpo contro tre stazioni di controllo dei caccia notturni”, scrive Jones. Di lì a poco, gli uccelli avrebbero riportati altri dati chiave sui siti di lancio delle VI.

Informazioni freschissime. Quel che rendeva così preziose le informazioni riportate dai piccioni era la loro incredibile freschezza. Il rapporto di un agente sotto copertura poteva impiegare mesi ad attraversare le linee nemiche, spesso passando attraverso la Spagna o prendendo qualche altra via indiretta, e una volta giunto in Gran Bretagna le informazioni che conteneva potevano essere ormai datate. Un messaggio Columba, invece, trovava la strada di casa in pochi giorni, qualche volta persino in poche ore. Com’era nelle intenzioni originarie, i piccioni fornirono anche alla BBC dato sulla portata e la ricezione delle trasmissioni radiofoniche britanniche nel continente: il direttore della sua sezione di intelligente in Europa arrivò a dire all’M114 che la rapidità dei messaggi rendeva Columba “una risorsa inestimabile”. Un ascoltatore della BBC nell’Europa occupata scrisse: “Tutto quel che trasmettete ci interessa, ma dovete parlare più forte e chiaro”. Un altro, da Pas-de-Calais in Francia, aggiunse: “Mia moglie vorrebbe baciare gli speaker più famose,tanto sono patriottici”. Un’altra moglie, in Bretagna, annunciò di aver sentito con immensa gioia la voce del marito ai microfoni della radio e di volere che lui lo sapesse.
Il valore di Columba per gli Alleati è dimostrato anche dal fatto che il sistema veniva ancora impiegato nell’estate del 1944 e giocò un ruolo nella preparazione del D-Day, soprattutto nell’identificare la disposizione delle forze tedesche. Molti di quei messaggi che arrivavano dall’Europa occupata erano non emotivamente facili da leggere, in particolare quelli che riferivano di vittime civile nei bombardamenti Alleati. “Vorrei chiedervi, amici miei, di avvisare la popolazione qualche minuto prima di un bombardamento, perché facendo come fate uccidete molti civili che sono vostri amici, e uccidete pochi tedeschi. da un vostro bombardamento sono quasi sempre i civili che ricevono i maggiori danni. Se faceste un giro in aria prima di sganciare le bombe, la gente avrebbe il tempo di allontanarsi dal paese, e ci sarebbero molte meno vittime francesi. Dovete risparmiare i vostri amici e uccidere i tedeschi”: era un messaggio scritto da un contadino della Mayenne che aveva trovato un piccione nel suo campo di barbabietole. Il messaggio si concludeva poi con un‘accorata preghiera per la liberazione della Francia il più in fretta in possibile, dato che tutti gli amici dello scrivente erano stati portati via dalla Gestapo. “Vi prego, mandateci armi. Paracadutateci fucili, pistole, munizioni”. Uno dei messaggi più impressionanti giunse il 13 luglio 1944 da un gruppo di resistenza in Bretagna: “Poiché sospettiamo che questo piccione venga dai tedeschi, vi mandiamo alcune informazioni che troverete interessati”. Il gruppo proseguiva di essere stato ben rifornito dagli Alleati e di essere in procinto di “impartirvi la lezione che meritate. Alla fine pagherete il vostro debito nei confronti dei prigionieri, delle famiglie che avete fucilato e delle vittime delle vostre torture”. Il messaggio conteneva un altro avvertimento: “A partire da oggi, ci prenderemo fuori dieci crucci per ogni francese. Dolore per dolore, occhio per occhio, dente per dente… Abbiamo già fatto secchi parecchi crucchi e, adesso che abbiamo le armi che ci servivano, imparerete ad avere paura molto in fretta”. Ovviamente i singoli messaggi raramente riportavano informazioni capitali. Il loro valore stava piuttosto nel contribuire al quadro più vasto della situazione, e in questo l’esercito segreto dei piccioni fece egregiamente il prprio lavoro. L’ingegnoso sistema, inoltre, non permise solo di raccogliere dati sulle fabbriche di armi tedesche e sui movimenti delle truppe, ma anche di aprire un canale di comunicazione tra chi si trovava in Gran Bretagna – agenti dei servizi segreti e addestratori di piccioni – e le popolazioni sotto occupazione nel continente. Una comunicazione che ebbe l’effetto di rassicurare entrambe le parti: nessuno ebbe più l’impressione di trovarsi a combattere i nazisti da solo. Certo, non furono gli uccelli ma gli esseri umani a vincere la guerra: tuttavia i piccioni dell’operazione Columba non mancarono di far la loro parte.

Articolo in gran parte di Gordon Corera, corrispondente della BBC pubblicato su BBC History Sprea editori del mese di ottobre 2018 immagini e altri testi da Wikipedia

domenica 8 marzo 2020

Roma Caput vini

Roma Caput vini
Dalla parsimonia dell’età monarchica ai raffinati convivi di quella imperiale, il nettare di Bacco domina il desco romano. Dapprima l’Urbe ruba i segreti della viticoltura a Etruschi, Greci e Fenici, ma poi supera i maestri e la trasforma in una scienza, facendo del commercio del vino un lucroso business internazionale.
 
Iniziazione bacchica in un affresco nella Villa dei misteri a Pompei antica

L’iscrizione bene in vista sul muro della taverna pompeiana di Edoné, parlava chiaro: “qui si beve per un asse. Se ne paghi 2, berrai un vino migliore. Con 4, avrai vino Falerno”. Un vero prezzario della mescita, che conteneva un’offerta da non perdere, se si pensa che il ll Falerno era considerata il “grand cru” (il vigneto più pregiato) del mondo latino. La scritta, oggi purtroppo scomparsa, testimonia il forte rapporto dei Romani antichi con la bevanda regina del desco, consumata non soo nelle domus private, ma anche nelle osterie frequentate dalle classe più umili (le popinae) e nei locali che offrivano cibi caldi (thermopolia). Ci dice anche che il vino era, prima ancora che un alimento, una questione di socialità, e che la produzione vinicola aveva raggiunto, sia per varietà che per quantità, uno sviluppo tale da permettere all’avventore di scegliere in base alle tasche e al palato.

Un bacio d’assaggio. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) scrive, nella Naturalis histoira, che almeno due terzi della produzione vinicola totale proveniva dall’Impero, ed elenca 91 vitigni diversi con 195 specie di vini. Tra questi, 50 li definisce “generosi”, 38 “oltremarini”, 18 “dolci”, 64 “contraffatti” e 12 addirittura “prodigiosi”. Catone afferma di conoscere otto qualità di vino. Varrone 10, Virgilio 15, Columella ben 58. A Roma, nel periodo tra Repubblica e Principato (I secolo a.C.), vennero consumati in un solo anno quasi 2 milioni di ettolitri di vino: erano lontani i tempi della morigeratezza di costume dell’Urbe monarchica, che aveva in uggia i costumi ritenuti viziosi (vino compreso) importati da società liberali come quella greca. Era stato un periodo, quello di rigido patriarcato, e se i maschi avevano goduto con parsimonia del nettare di Bacco (e soltanto superati i trent’anni), alle donne era addirittura vietato, pena la morte. Per evitare violazioni della legge era stato istituito la ius osculi, che dava facoltà ai congiunti maschi di baciare le donne della famiglia per verificare che non avessero bevuto vino, bevanda che induceva a liberalità e lussuria, e il cui consumo era tollerato solo per attrici e prostitute.
Nelle ultime fasi della Repubblica scomparve anche lo ius osculi, l’espansione dei confini del Principato produsse un ulteriore allentamento dei rigidi costumi dei primi secoli, in ragione delle maggiori disponibilità economiche che orientavano gusti e consumi verso il lusso. Se ne giovarono le matrone e tutte le donne del ceto medio e alto, che poterono cominciare a godersi una coppa ogni tanto, il vino s’impose, inoltre, come la bevanda più importante sulle tavole di ogni cittadino romano. La differenza la faceva il ceto di appartenenza e, come ci ricorda l’iscrizione pompe3iana, la disponibilità economica. Si passava da un vinello come la lora (surrogato dal basso contenuto alcolico e destinato al consumo di schiavi, contadini e operai, ottenuto aggiungendo acqua alle vinacce già pressate o ai grappoli poco maturi o alterati) ai grandi vini adatti all’invecchiamento (dai 5 ai 25 anni e oltre): nettari di pregio, che potevano costare anche ottanta volte il prezzo del vino comune. Dopo la pigiatura, la pressatura e una filtrazione molto grossolana, il mosto veniva messo a fermentare in recipienti di terracotta di forma sferica, i dolia (i più grandi raggiungevano la capacità di circa mille litri), dentro i quali il vino veniva anche invecchiato e trasportato. In altri casi si preferiva travasarlo in anfore a doppia ansa, le seriae, di capienza dai 180 ai 300 litri, impermeabili e dotate di una punta che si conficcava nel terreno. Prima del III secolo d.C., le anfore di terracotta erano i contenitori principali per il traffico marittimo, con una capacità di una ventina di litri, chiuse ermeticamente con tappi di sughero e sigillate con pece, che consentiva l’invecchiamento; su di esse veniva impressa un’etichetta, il pittacium, che recava il luogo di provenienza del vino, il nome del produttore e quello del console in carica. Verso la fine del I secolo d.C., l’anfora per il trasporto vinario venne gradualmente sostituita dalla botte, di origine celtica. Per il commercio via mare, i Romani utilizzavano le naves vinarie: piccole, veloci e resistenti alle tempeste, capace di trasportare circa trecento anfore.

Trasporto di vino nella Gallia Aquitania romana: le anfore (sulla sommità) rimasero i tradizionali contenitori mediterranei, ma i Galli introdussero l'uso di barilotti

Il mitico falerno .
Lo offrì Cleopatra a Cesare e della sua straordinaria longevità ed eccellenza si ha testimonianza nel Satyricon di Petronio, quando si racconta che Trimalcione ne offrì uno invecchiato cent’anni. Si tratta del celebrato Falerno, il mito enologico dell’antichità, un “grand cru” di culto, venduto in tutto il mondo conosciuto, da Cartagine alla Britannia, dalla Gallia all’Egitto. Era prodotta nellìAger Falernus, sulle pendici del monte Massico (oggi in provincia di Caserta). Di colore giallo, migliorava con l’invecchiamento e verso i 15 anni risultava perfetto per essere degustato, come diceva il poeta Marziale, diventava fuscus, cioè “bruno”.

La più antica bottiglia di vino romano è stata rinvenuta a Spira

Resina, pece e acqua di mare. Nel dolia, il vino nuovo rimaneva fino al 23 aprile: soltanto dopo le Vinalia urbana (festività in onore del raccolto dell’uva) lo si poteva assaggiare. Era il momento in cui entravano in scena gli haustores, appartenenti alla corporazione dei pregustatores, assaggiatori patentati, che classificavano con appropriata terminologia i vini, distinguendoli per colore, corpo e struttura. Usando il poculum, una piccola coppa ombelicata che prelevava una modesta quantità di vino, ne misuravano qualità, gradazione, acidità e stabilivano i vari tagli e trattamenti di affinamento e invecchiamento cui sarebbe stato destinato. I vini migliori venivano trattati e arricchiti con l’aggiunta del defrutum, un mosto particolarmente concentrato che alzava la gradazione di 1 o 2 gradi alcolici. Allora come oggi, quelli più pregiati erano adatti all’invecchiamento: un vino come il Falerno non si beveva prima dei 10 anni, quelli di Sorrento non prima dei 25, e non era difficile veder consumare vini con più di cent’anni. Durante l’invecchiamento i vini erano tenuti nel fumarium, dentro l’apoteca, il locale che fungeva da magazzino e si trovava nella parte alta della casa; qui giungevano i fiumi degli usi domestici, che favorivano il processo di affumicamento. Le limitate capacità conservative del vino e la forza dle prodotto bevuto “liscio” imposero ai Romani la necessità di dolcificarlo, diluirlo e miscelarlo con resine, pece e acqua di mare concentrata. Il bevitore di merum, cioè vino puro, era considerato un ubriacone, e durante i banchetti la misura dell’annacquamento (che poteva arrivare fino a quattro parti di acqua e una di vino) era affidata a un arbiter bibendi, sorteggiato spesso con i dadi. All’inizio di banchetti sontuosi si beveva il mulsum, una specie di miscuglio composto da tre parti di vino e una di miele, lasciato riposare per circa un mese in anfore di terracotta, filtrato, e poi messo di nuovo a riposo. Venivano poi serviti vini elaborati con diverse ricette, a seconda delle occasioni. Si realizzavano anche miscele a base di vino diluito con acqua e aromatizzato con pepe, spezie, petali di rosa e viola, pece, mirra, menta assenzio, cumino, coriandolo, timo, aglio, cipolla e persino trito di pigne. Le lastre di piombo (velenoso) erano impiegate per addolcire il sapore del vino.

Sull’Appia enoteca del III secolo d.C.
A Roma, sull’Appia Antica, gli archeologi hanno scoperto un impianto perla produzione, conservazione e degustazione del vino, databile al III secolo d.C. Si trovava all’interno della villa dei Quintili, sopra il circo di Commodo, in corrispondenza delle torrette dei carceres, le gabbie da dove partivano i carri per le corse. L’impianto, che misurava in tutto oltre 800 mq. Comprendeva due ambienti per la lavorazione e due stanze per la raffinazione.
Il vino era prodotto con le uve del vigneto del circo. Accanto si trovava il “ninfeo del vino”, dove il liquido prodotto dal mosto dell’uva, dopo essere passato attraverso vaschette di decantazione, fluiva attraverso fontanelle: erano situate all’interno delle nicchie, in canali di marmo che portavano ai dolia, i grandi contenitori di terracotta interrati, nei quali il vino veniva conservato e miscelato con le essenze.
Parole di Roma: Vinum.
L’origine della parola vinum è stata oggetto di lunghe discussioni fra gli studiosi. Deriverebbe dal sanscrito vena, formato sulla radice ven, che significa “amare” (dalla stessa radice devia Venus, Venere). Altri sostengono una derivazione dall’antico ebraico lin attraverso il greco oinos; altri ancora partono a loro volta dal sanscrito, ma dal termine vi, ovvero l’attorcigliarsi, il vino sarebbe dunque il frutto della pianta che si attorciglia. Cicerone attribuisce alla parola una curiosa etimologia latina, facendola derivare da vir (uomo) e vis (forza).
Si è anche ipotizzato che vinum derivi, si, dal greco, ma non dal termine attico oinos (da cui deriva eno, sempre indicante il vino ma usato come prefisso in altre parole), bensì dall’eolico (il dialetto in uso sull’isola di Lesbo) foinos. Tale vocabolo si distingue proprio per la presenza, all’inizio, del digamma “F” ereditato dall’etrusco “V” e poi passato al latino.

Meglio dei maestri greci. Se ai Greci va riconosciuto il merito di aver diffuso la coltivazione della vite nell’intero bacino mediterraneo, ai Romani, che a Etruschi, Greci e Fenici carpirono i segreti della viticoltura se ne de ve la diffusione in Italia e in Europa. Come accade per altre pratiche, i Romani non si limitarono a copiare, ma, da impareggiabili organizzatori e affaristi, impressero al vino una potente accelerazione produttiva e commerciale. Piantagioni specializzate nacquero inizialmente in Campania, alle pendici dei monti Petrino e Massico, da cui proveniva il Falerno. Gli autori contemporanei riconoscevano alla Campania una superiorità qualitativa, eredità della colonizzazione greca, che aveva lasciato in retaggio le migliori tecniche di coltivazione.
Il vino romano fu protagonista di una generalizzata crescita, sia in termini qualitativi che quantitativi. Il massiccio arrivo di schiavi permise l’espansione delle villae rusticae, strutture che arrivarono a coltivare 2000 ettari di appezzamenti e dove si diffuse una razionale organizzazione del lavoro, tale da conseguire un’efficienza produttiva paragonabile a quella moderna. I grandi raccolti dell’Italia meridionale e della Sicilia ben presto determinarono una caduta delle importazioni dalla Grecia. Dal III secolo a.C., l’Italia non si limitò più a produrre per i fabbisogni interni, ma fu in grado di promuovere l’esportazione dei suoi prodotti, sviluppo che continuò anche nella prima metà del secolo successivo. Fece passi da gigante anche la tecnica agricola, come testimoniato dallo straordinario tratto dello scrittore e agronomo Columella (4-70 d.C.), giunto integro fino a noi. Nel suo De re rustica, egli descrive vigneti con distanza di circa 3 m tra un filare e l’altro, altri maritati ad alberi o sostenuti da pali in legno. Con il tempo, l’alberata etrusca venne poi sostituita da filari con intrecciata di canne, fino ad arrivare a impianti a cordone. Un ettaro di vigneto arrivò a produrre più di 150 quintali di uva, di tipo non dissimile da quello odierno.
A partire dal III secolo d.C., le pressioni militari ai confini germanici determinarono un rallentamento dell’espansione territoriale e una riduzione della massa di schiavi diretta a Roma. Ciò influì sull’economia delle villae e dell’agricoltura generale, che tornò a forme meno ottimizzate. Anche la diffusione dei beni di lusso rallentò la propria corsa e i commerci cominciarono a stagnare. Infine, l’affermarsi del cristianesimo, che pure utilizzò la bevanda durante l’eucarestia, impose costumi più morigerati. Il vino non scomparve dalle tavole, ma chiuse temporaneamente la sua età dell’oro, che era coincisa con gli splendori imperiali. Ai posteri, Roma consegnò comunque un tesoro di progressi in viticoltura destinati a rimanere insuperati fino al Settecento e insieme a essi una straordinaria varietà di superbi vigneti.

Articolo in gran parte di Mario Galloni pubblicato su Civiltà Romana n. 2  Sprea editori, altri testi e immagini da Wikipedia

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...