domenica 31 marzo 2019

Ostaggi reali.


Ostaggi reali.
Nei giochi di potere del passato si ricorreva spesso al sequestro di principi o giovani rampolli della nobiltà. Che spesso finivano male.

Nei casi migliori espatriavano in corti sfarzose e vi trascorrevano un periodo “formativo” tra mille riguardi. In quelli peggiori venivano rinchiusi in buie prigioni e sotto posti a violenze fisiche e psicologiche. Queste le ambivalenti sorti di molti rampolli delle grandi famiglie del passato: parenti di re, sultani e imperatori spesso finivano invischiati in trame politiche più grandi di loro e diventavano preziose “merci di scambio”, ostaggi di corti nemiche e, talvolta, prigionieri nella loro stessa patria e della loro stessa famiglia.

Francesco I.
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Francesco I di Francia
Francis1-1.jpg
Re di Francia
Stemma
In carica1º gennaio 1515 - 31 marzo 1547
Incoronazione25 gennaio 1515Reims
PredecessoreLuigi XII
SuccessoreEnrico II
Duca di Milano
In carica11 ottobre 1515 –
24 febbraio 1525
PredecessoreMassimiliano Sforza
SuccessoreFrancesco II Sforza
Nome completoFrançois de Valois-Angoulême
NascitaCognac, 12 settembre1494
MorteRambouillet, 31 marzo 1547
Luogo di sepolturaBasilica di Saint-DenisFrancia.
Casa realeValois-Angoulême
DinastiaCapetingi
PadreCarlo di Valois-Angoulême
MadreLuisa di Savoia
ConiugiClaudia di Valois
Eleonora d'Asburgo
FigliFrancesco
Enrico II
Maddalena
Carlo
Margherita
Francesco I (nato François d'OrléansCognac12 settembre 1494 – Rambouillet31 marzo 1547) è stato re di Francia dal 1515 alla sua morte.
Era il figlio di Carlo di Valois-Angoulême (1459 - 1º gennaio 1496) e di Luisa di Savoia (11 settembre 1476 - 22 settembre 1531) e fu il primo della dinastia regale dei Valois-Angoulême, che si estinguerà con la morte del nipote Enrico III, avvenuta nel 1589.
Catturato nel corso della sanguinosa battaglia di Pavia nel 1525, il trentunenne re di Francia Francesco I finì nelle mani del suo acerrimo nemico, l’imperatore Carlo V, che lo trattò con magnanimità, in ossequio alle regole della cavalleria. Trattenuto nella rocca di Pizzighettone (Lombardia) e poi, per un breve periodo, nell’Abbazia della Cervara  (Liguria), fu infine trasferito in Spagna, trascorrendo undici mesi all’Alcazar (o palazzo reale) di Madrid. Qui godette di una prigionia più che “dorata”, potendo cacciare e cavalcare in relativa autonomi. Prima del rilascio fu però costretto a sottoscrivere il trattato di Madrid (14 gennaio del 1526), nettamente sfavorevole alla Francia.
PICCOLI OSTAGGI. Per garantire il rispetto dell’accordo, il re francese lasciò in ostaggio all’imperatore i suoi figlioletti: Francesco (di otto anni) ed Enrico (di sette), che rimasero in Spagna per più di quattro anni. Quella prigionia fu decisamente meno dorata di quella paterna e lasciò tracce indelebili nella psiche dei ragazzi, incupendone profondamente il carattere.


FUTURI ALLEATI. Secondo una delle interpretazioni più diffuse, il termine ostaggio deriverebbe dal latino hospes (ospite). Questa pratica era non a caso già diffusa nel mondo romano, e prima ancora in quello greco. “Alla corte degli imperatori furono spesso educati giovani principi di regni vassalli o rivali dell’Urbe, con la speranza che, rientrati in patria, si orientassero verso una convivenza pacifica con Roma”, conferma Giuseppe Zecchini, docente di Storia romana all’università Cattolica di Milano. Fu così per il principe giudeo Erode Agrippa II  (I secolo d.C.), talmente a suo agio tra i Romani da diventare amico fidato dell’impero e venendo perciò ricompensato con vari territori mediorientali. “Avveniva anche il contrario, che aristocratici e futuri regnanti romani finissero in corti barbare”, precisa lo storico. Nel V secolo, per esempio, quando era ancora ragazzino, il celebre generale Ezio fu ospite per tre anni della “selvaggia” corte unna, e lo stesso accadde a suo figlio. Tali scambi rimasero in auge, quale espediente diplomatico, fino alle soglie della modernità, anche se non sempre si riusciva a forgiare futuri alleati: il condottiero Giorgio Castriota Scanderger (1405-1468), istruito alla corte ottomana di Murad II, si rivelò fiero oppositore degli stessi turchi dopo l’uccisione dei fratelli, nonostante fosse stato tra i giovani più apprezzati del sultano.

Teodorico il Grande.
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Teodorico
Teodorico re dei Goti (493-526).png
Medaglione aureo con busto e nome di Teodorico. Si notano i baffi, secondo l'usanza gotica.[1]
Re degli Ostrogoti
In carica474 –
30 agosto 526
Incoronazione478
PredecessoreTeodemiro
SuccessoreAtalarico
Patrizio d'Italia
sottoposto formalmente all'Impero d'Oriente
In carica15 marzo 493 –
30 agosto 526 per cause sconosciute
PredecessoreOdoacre
SuccessoreAtalarico
NascitaPannonia, 12 maggio 454
MorteRavenna, 30 agosto 526
SepolturaRavenna
DinastiaAmali
PadreTeodemiro
MadreEreleuva
ConsorteRossana
FigliAmalasunta
ReligioneArianesimo
Teodorico, detto il Grande, più correttamente Teoderico, dal goto Þiudareiks (Pannonia12 maggio 454 – Ravenna30 agosto 526), è stato re degli Ostrogoti dal 474 e patrizio d'Italia dal 493 al 526, secondo dei re barbari di Roma.
«Teodorico era un uomo di grande distinzione e di buona volontà verso tutti e governò per trentatré anni. Per trent'anni l'Italia godette di tale buona fortuna che i suoi successori ereditarono la pace, poiché qualunque cosa facesse era buona. Egli governò così due stirpi, i Romani e i Goti, e -sebbene fosse un ariano- non attaccò mai la religione cattolica, organizzò giochi nel circo e nell'anfiteatro, sicché infine dai Romani fu chiamato Traiano o Valentiniano, i cui tempi prese a modello; e dai Goti, per il suo editto col quale stabiliva la giustizia, egli fu considerato sotto ogni punto di vista il loro re migliore»
(Uno storico latino)
Nato attorno al 454, a otto anni Teodorico fu inviato come ostaggio alla corte bizantina, in base a un trattato di pace tra suo padre, il re ostrogoto Teodomiro, e l’imperatore Leone I. il giovane principe rimase a Costantinopoli (allora capitale dell’impero d’Oriente) fino alle soglie dei diciott’anni, ricevendovi un’istruzione di prim’ordine e imparando tra l’altro il greco e il latino. Tornato tra la sua gente e succeduto a Teodomiro (474), si distinse quale fedele vassallo di Bisanzio.
PADRONE DI ROMA. Spalleggiato dall’imperatore Zenone, Teodorigo intraprese un’ambiziosa spedizione per conquistare l’Italia, finita nelle mani del re degli Eruli, Odoacre, dopo la caduta dell’impero d’Occidente (476). La campagna militare terminò con l’uccisione a tradimento del rivale, e per i successivi 35 anni, pur formalmente subordinato a Bisanzio,  Teodorico regnò sulla Penisola. Fu proprio la profonda conoscenza della cultura latina appresa da giovane a permettergli di governare in modo lungimirante, collaborando con gli amministratori romani e guadagnandosi l’epiteto di “Grande”.

  
PRIGIONIERI DI GUERRA. A volte nobili e regnanti, prigioni di sovrani reali, riguadagnavano la libertà dopo il pagamento di ingenti riscatti. Fu il caso di re Luigi IX di Francia, catturato insieme a migliaia di suoi soldati dopo essere stato sbaragliato nel 1250 dalle truppe mussulmane nel Nord Africa durante la settima crociata. Lo stesso avvenne due secoli dopo a un altro regnante francese, Francesco I. Le cifre richieste erano spesso proibitive: per liberare il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, la madre e il fratello Giovanni dovettero racimolare una cifra superiore agli incassi annui dell’intero regno inglese.
“Catturato dal duca Leopoldo d’Austria nel 1192, di ritorno dalla terza crociata, tredici mesi dopo Riccardo fu restituito alla madre, Eleonora d’Aquitania a nome dell’imperatore Enrico VI di Svevia, quale pedina di un complesso gioco internazione che coinvolse anche il papa e il re di Francia”, racconta lo storico Adam J. Kosto, autore del libro Hostages in the Middle Ages (Oxford University Press).

L’oro di Atahualpa.
Atabalipa.jpg
Dopo aver vinto una sanguinosa guerra civile e conquistato il trono inca, nel 1532 Atahualpa cadde in un’imboscata tesagli dallo spagnolo Francisco Pizarro a Cajamarca, nell’attuale Perù. Il sovrano si ritrovò così per nove mesi ostaggio dell’infido conquistador, e per salvarsi prov. A far leva sulla sua cupidigia: in cambio della liberazione, avrebbe riempito di oggetti preziosi una stanza di 100 metri quadrati (detta El Cuarto del Rescate e anvora oggi esistente).
INGANNATO. Il riscatto fu uno dei più ricchi di sempre. Nel complesso, la quantità d’oro e d’argento raccolta, una volta fusa in lingotti, risultò pari a 24 tonnellate. Ma Pizarro non intendeva rispettare la parola data. Incassati tali favolose ricchezze, ordinò infatti di mandare Atahualpa al rogo. Il supplizio fu poi commutato in strangolamento, avendo il condannato accettato di abbracciare in extremis la fede cristiana. La tragica morte di Atahualpa, poco più che trentenne, segnò il tramonto definitivo dell’impero inca.

ARMI DI RICATTO. Avere in custodia rampolli di stirpe nobile poteva ovviamente costituire una potente arma di ricatto. Popolare è al riguardo l’episodio che vide protagonista l’intrepida Caterina Sforza (1462-1509), la quale, durante i tumulti scoppiati dopo l’uccisione del marito, signore di Forlì, si asserragliò nella rocca di Ravaldino decisa a riprendere il potere, nonostante i figli fossero finiti nelle grinfie della famiglia degli Orsi, sua nemica. La minaccia era quella di uccidere i fanciulli se Caterina non si fosse arresa, ma la donna non cedette: alzando la gonna e mostrando il pube di fronte ai nemici, affermò di non curarsi della sorte dei pargoli, potendo generarne altri. Impressionati, gli Orsi desistettero da ogni ritorsione: Caterina l’ebbe così vinta, e salvò la prole. Ben più tragica fu la fine dello zar russo Nicola II, imprigionato nel 1918 dai bolscevici insieme alla moglie Alessandra e ai giovanissimi Alessio, Tatiana, Olga, Maria e Anastasia. All’inizio i bolscevichi nascosero la famiglia imperiale a Ekaterinburg, negli Urali, tentando invano di usarli come ostaggi politici. Ma dopo due mesi e mezzo d’isolamento, nella notte del 16 luglio 1918 fucilarono tutti i Romanov, finendoli a colpi di baionetta.
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Caterina Sforza


Giovanna la pazza.
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Giovanna di Castiglia
Johanna I van Castilië.JPG
Giovanna di Castiglia
Regina di Castiglia e León
Stemma
In carica26 novembre 1504 -
12 aprile 1555
PredecessoreIsabella di Castiglia e Ferdinando II di Aragona
SuccessoreCarlo V
Regina d'Aragona
In carica23 gennaio 1516 – 12 aprile 1555
PredecessoreFerdinando II di Aragona
SuccessoreCarlo IV
Altri titoliregina di Napoli (III), regina di Siciliaregina di Sardegnaregina delle Indieduchessa consorte di Borgogna e di Brabante
NascitaToledo, 6 novembre 1479
MorteTordesillas, 12 aprile 1555
SepolturaCattedrale di Granada
Casa realeTrastámara
PadreFerdinando II
MadreIsabella I la Cattolica
Consorte diFilippo d'Asburgo
FigliEleonora
Carlo
Isabella
Ferdinando
Maria
Caterina
Re d'Aragona
Casa di Trastámara
Escudo de Aragón-Sicilia.svg

Ferdinando I
mostra
Figli
Alfonso V
mostra
Figli
Giovanni II
mostra
Figli
Ferdinando II
mostra
Figli
Giovanna di Trastamara, o Giovanna di Aragona e Castiglia, conosciuta anche come Giovanna la Pazza (in castigliano Juana I de Trastámara, o Juana la Loca, in catalano Joana d'Aragó i de Castella o Joana la BojaToledo6 novembre 1479 – Tordesillas12 aprile 1555), è stata duchessa consorte di Borgogna, delle Fiandre e altri titoli dal 1496 al 1506principessadelle Asturie dal 1498 al 1504 e principessa di Girona dal 1498 al 1516regina di Castiglia e León dal 1504 al 1555, poi regina dell'Alta Navarra dal 1515 al 1555 e, infine, regina di AragonaValenciaSardegnaMaiorcaSicilia e Napoli e contessa di Barcellona e delle contee catalane dal 1516 al 1555.

Figlia dei re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, Giovanna fu vittima della sete di potere dei suoi stessi familiari. Dopo aver ricevuto un’educazione intrisa di fanatismo religioso, verso cui fu sempre piuttosto insofferente, a 17 anni sposò Filippo d’Asburgo il Bello, e con lui ebbe sei figli tra cui il futuro CarloV. Alla morte della madre (1504), fu estromessa dalla corona di Castiglia dal padre Ferdinando, che ottenne la reggenza accampando la scusa di una presunta follia di Giovanna. Dopodiché scomparso il consorte (1506), fu confinata insieme alla figlia Caterina nel castello di Tordesillas dove visse per 14 anni in una stanza priva di finestre.
DESTINO SEGNATO. Scavalcata sul trono anche dal figlio Carlo, che alimentò il mito della sua pazzia, fu liberata nel 1520, durante la rivolta dei comun eros contro il nuovo re. Una volta sconfitti i rivoltosi, però, Carlo la segregò nuovamente a Tordesillas, dove vivrà altri 25 anni in condizioni disumane, seviziata dai carcerieri e stavolta realmente destinata alal pazzia. Morì nel 1555.


VITTIME IN FAMIGLIA. Per ritrovarsi nel novero degli ostaggi non bisognava necessariamente cadere in mano ai nemici. Spesso la prigionia era un modo per estromettere familiari scomodi dalla successione, come avvenne a Giovanna di Castiglia o ai principini inglesi Edoardo e Riccardo, legittimi eredi alla corona che, in seguito alla morte del padre Edoardo IV (1483), furono dallo zio Riccardo nella Torre di Londra per poi sparire in circostanze misteriose.
Nell’impero ottomano, invece, i probabili eredi al trono venivano confinati e sorvegliati a vista in un’ala del palazzo reale chiamata Kafes (gabbia). L’ennesima prigione dorata, seppure alla lunga, causa di gravi disturbi psichici per molti coloro che vi transitarono. A dimostrazione di come il lignaggio non fosse sempre garanzia di felicità.

Articolo in gran parte di Massimo Manzo pubblicato su Focus Storia n. 145. Altri testi e immagini da wikipedia.

sabato 30 marzo 2019

La battaglia di Amiens 1918.


La battaglia di Amiens 1918.
 La battaglia che decise le sorti del conflitto.
Quando, cent’anni fa, gli Alleati lanciarono la loro offensiva ad Amiens, lo fecero con tale potenza e tale efficienza che in breve i soldati nemici si arresero a migliaia. Come mai la battaglia che disintegrò il morale tedesco oggi è quasi dimenticata?

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Battaglia di Amiens
parte del Fronte occidentale della prima guerra mondiale
Battle of Amiens Hundred Days Offensive.jpg
Linee dell'avanzata alleata durante la Battaglia di Amiens
Data8 - 12 agosto 1918
LuogoAmiens
EsitoVittoria decisiva alleata
Modifiche territorialiAvanzata alleata e conquista del saliente di Amiens
Schieramenti
Comandanti
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La battaglia di Amiens o terza battaglia di Piccardia ebbe inizio l'8 agosto 1918 e fu la fase di apertura dell'azione alleata nota come offensiva dei cento giorni, che pose fine alla prima guerra mondiale. Le forze alleate, tra cui la 4ª Armata inglese al comando di Henry Rawlinson, spostarono in avanti la linea del fronte di oltre sette miglia il primo giorno, realizzando una delle avanzate più cospicue del conflitto.
La battaglia è altresì degna di nota per i suoi effetti sul morale di ambo le parti, e per l'alto numero di soldati tedeschi fatti prigionieri. Per questo motivo, Erich Ludendorff definì il primo giorno di battaglia "giorno più nero per l'esercito tedesco". Amiens è stata infine una delle prime grandi battaglie tra mezzi corazzati, e segnò la fine della guerra di trincea sul fronte occidentale. A partire da essa, anche se per poco tempo, il conflitto ritornò ad essere una guerra di manovra che obbligò i tedeschi a ritirarsi lentamente da vari punti della linea Hindenburg fino all'armistizio con la Germania, firmato l'11 novembre 1918.


La sera del 7 agosto 1918 era tutto pronto. Migliaia e migliaia di soldati Alleati controllarono per l’ultima volta il proprio posizionamento e gli ordini ricevuti, e sul campo di battaglia scese un silenzio minaccioso, strano per orecchie ormai tanto abituate al suono delle artiglierie. Alle 4,20 del mattino, quando era ancora buio e una nebbia densa saturava l’aria, le batterie aprirono il fuoco. “Avrei potuto mettermi a leggere un giornale girato in qualunque direzione” tanto era intesa la luce degli spari, scrisse il soldato William Curtis del Decimo Battaglione Canadese. Era uno spettacolo terrificante a vedersi: più di duemila bocche da fuoco incendiavano l’aria con i loro lami mentre rovesciavano un vero e proprio inferno contro le linee tedesche. La battaglia di Amiens – un assalto così devastante che da quel momento in poi l’esercito tedesco scivolò senza scampo verso la sconfitta – era appena cominciata. Quando il soldato Curtis e i suoi compagni di lanciarono all’attacco quella mattina d’estate, la Prima Guerra infuriava ormai da quattro interminabili anni sui campi di battaglia d’Europa, Africa e Medio Oriente, con un conteggio di almeno nove milioni di morti e altri venti milioni tra feriti e dispersi.

IL DURO TRATTATO DI PACE CON I SOVIETICI. Le potenze centrali (Germania, Impero Austro-Ungarico, Impero Ottomano e Bulgaria) avevano siglato con i bolscevichi a Brest-Litovsk un durissimo trattato di pace che aveva privato della Russia di quasi il 30% della sua popolazione prebellica e rafforzato la posizione dominante tedesca nell’Europa centrale e orientale. Nel frattempo sul Fronte occidentale i combattimenti non si erano mai fermati. Il 21 marzo 1918 i tedeschi avevano lanciato una serie di pesanti offensiva che era riuscita a spezzare lo stallo mantenuto fino ad allora dalle trincee e a gettare gli Alleati nella crisi peggiore che avessero conosciuto all’inizio del conflitto.
Ma, a dispetto degli iniziali successi, l’Offensiva di primavera non raggiunse lo scopo di porre fine alla guerra: l’esercito tedesco guadagnò terreno e parve sul punto di spaccare in due il fronte Alleato, ma verso l’inizio dell’estate sembrò perdere il suo slancio. Gravi perdite nelle divisioni impegnate negli attacchi, problemi con il morale delle truppe e la necessità di mantenere intatte linee di rifornimento lunghe e vulnerabili finirono per rallentare l’avanzata dei tedeschi e per impedire loro di sfruttare al meglio le precedenti conquiste. Le settimane cominciarono a susseguirsi senza vittorie decisive, e intanto sempre più truppe americane si riversavano in Francia accompagnate da nuove armi e nuove munizioni prodotte a ritmo crescente nelle industrie Alleate. Il 18 luglio  divisioni francesi e americane lanciarono il loro contrattacco con la Seconda battaglia della Marna, riguadagnando l’iniziativa e dando inizio a un crollo sistematico del morale tedesco. Ormai sul Fronte occidentale lo scenario era pronto per la fase conclusiva della guerra: la campagna dei Cento giorni, di cui la battaglia di Amiens fu l’inizio.
Per il comandante supremo degli Alleati, il generale Ferdinand Foch, era imprescindibile cogliere l’occasione offerta dalla vittoria alla Marna: in una riunione tenutasi il 24 luglio insistette con gli altri comandanti – sir Douglas Haig (comandante della Forza di Spedizione Britannica), il generale Philippe Pétain (comandante dell’esercito francese) e il generale John Pershing (comandante della forza di Spedizione Americana) – sull’importanza di continuare a colpire duramente i tedeschi, giacché il vittorioso contrattacco rappresentava un punto di svolta “che si deve sfruttare al massimo sul campo di battaglia”.
Foch progettava ora di passare all’offensiva per sgomberare le linee di comunicazione Alleate e riprendere il controllo di alcuni fondamentali snodi ferroviari, il più importanti dei quali era Amiens, settore cruciale del Fronte occidentale e punto di incontro degli eserciti francese e britannico. L’obiettivo era dunque cacciare da lì i tedeschi e infliggere loro un colpo decisivo con un attacco combinato anglo-francese: anche il terreno – campagna ampia e pianeggiante, dal suolo solido e compatto – era perfetto per un attacco di massa con i carri armati. Haig accettò di organizzare l’operazione e incaricò il generale sir Henry Rawlinson della Quarta Armata di guidare l’attacco. Le truppe francesi, guidate dal generale Eugène Debeney della Prima Armata avrebbero esteso l’attacco a sud aggirando la città di Montdidier.


 Un cannone da campo tedesco 7.7 cm FK 96 n.A. catturato dal 33rd Australian Battalion durante la battaglia

ARRIVANO LE FORSE D’ASSALTO. La pianificazione procedette spedita e in pochi giorni le linee generali di quella che sarebbe diventata la battaglia di Amiens furono messe a punto. Rawlinson decise di posizionare in prima linea i Corpi Canadesi e Australiani, comandanti rispettivamente da sir Arthur Currie e John Monash: unità formate da soldati di grande esperienza e capacità, universalmente considerate “le devastanti forze d’assalto dell’Impero britannico”. L’attenzione ai dettegli che mettevano nel progettare le loro operazioni era ben riassunto dal motto di Arthur Currie: “non si trascura nulla”. Per suo conto Monahs, che vedeva le cose in maniera assai simile, aveva una filosofia molto semplice; “Avanzare con la massima protezione possibile da parte delle migliori risorse meccaniche a disposizione, nella forma di armi automatiche e non, carri armati, mortai e aerei”. L’impressionante arsenale che Currie e Monash potevano mettere in campo era il risultato di un lungo processo di sviluppo tecnologico per tentativi ed errori. Nell’estate del 1918 gli eserciti Alleati sul Fronte occidentale avevano ormai assimilato le lezioni di quattro anni di conflitto e sviluppato sistemi di combattimento di altissima efficienza. Oltre a poter dispiegare centinaia di aerei (per sorvegliare il campo di battaglia dall’alto, fermare le unità nemiche e paracadutare rifornimenti), avevano a loro disposizione anche una formidabile gamma di artiglierie diverse, munizioni virtualmente infinite e centinaia di carri armati (dai carri pesanti Mark V a modelli più leggeri e veloci come il Medium Mark A e l’eccezionale Renault FT). Anche le truppe di  fanteria erano molto più efficaci di prima: ora ogni sezione era autosufficiente e dotata di una specializzazione – dal cecchinaggio ai mortai, dalle mitragliatrici alle bombe – in modo da poter sopprimere autonomamente il fuoco nemico e proseguire nella propria avanzata. Insomma, dal disastro del 1916 alla Somme, in cui la fanteria britannica era stata massacrata mentre tentava di attraversare una terra di nessuno, si era fatta parecchia strada.
I preparativi per l’attacco furono davvero notevoli. La Gran Bretagna era ben consapevole che l’Alto Comando tedesco, vedendo arrivare al fronte gli uomini di Currie o di Monash, avrebbe subito sospettato un attacco imminente: serviva dunque un ottimo piano di occultamento. A tale scopo il quartier generale dei Corpi Canadesi venne trasferito a nord, presso il monte Kemmel, e da lì procedette a generare un ingente quantitativo di comunicazioni radio, sapendo che i tedeschi le avrebbero intercettate. Nello stesso tempo i canadesi iniziarono una lunga e spesso tortuosa marcia per raggiungere il settore di Amiens, spostando uomini e mezzi solo di notte e facendo manovrare gli aerei su e giù lungo la linea del fronte per coprire il rumore dei carri armati in movimento (430 dei quali sarebbero stati usati per l’attacco principale). Sempre per ridurre i suoni, le strade vennero lastricate di paglia, le ruote dei pezzi di artiglieria avvolte di corde e sul libretto paga di ogni soldato venne incollata un’etichetta che diceva: “Tenete la bocca chiusa. Il successo delle operazioni e la sopravvivenza dei vostri compagni dipendono dal vostro silenzio”.
L’ossessione per la segretezza investì anche i duemila pezzi di artiglieria messi in campo dagli Alleati, che vennero piazzati e registrati lungo il fronte nei giorni precedenti l’attacco. Nel 1918 le tattiche di artiglieria britanniche e francesi erano ormai all’avanguardia e coinvolgevano misurazioni costanti di pressione e temperatura dell’aria e della velocità del vento, nonché calibrazione di ogni pezzo per raggiungere la massima accuratezza possibile. In questo modo non serviva più sparare una grande quantità di colpi a lunga gittata per misurare la distanza dall’obiettivo, con il risultato di allertare il nemico: l’attacco poteva conservare l’elemento sorpresa.
E così, quando quell’artiglieria aprì il fuoco alle 4,20 del mattino segnando l’inizio della battaglia di Amiens, l’effetto sui tedeschi fu devastante. Di fronte al settore occupato dai britannici c’era la Seconda Armata del generale von der Marwitz, con pochi uomini a disposizione e alloggiata in trincee e rifugi troppo poco profondi. Per di più, per quanto i preparativi dall’altra parte del fronte non fossero passati inosservati, nessuno aveva fatto nulla a riguardo: le truppe tedesche sembravano immerse in un senso di letargia dilagante.
Allo scoccare dell’attacco l’8 agosto lo choc fu assoluto. Il maggiore Mende, comandante di un battaglione tedesco trincerato a nord della strada tra Amiens e Roye, così ricordava: “Quando il fuoco nemico ebbe inizio corsi al telefono per informare il reggimento, ma la linea si era già interrotta. Corsi di nuovo fuori per vedere cosa stava succedendo: c’era così tanta nebbia che non riuscivo a vedere a più di due passi di distanza”. Il maggiore tornò al suo quartier generale e aspettò notizie, ma non ne giunse nessuna: non si udiva altro che il rumore degli spari sempre più vicino. Poco dopo piovve dentro una granata, il maggiore fuggì all’esterno e fu fatto prigioniero.
Nascoste dalla nebbia, truppe di fanteria francesi, britanniche, canadesi e australiane uscirono dalle trincee, precedute dai carri armati e sovrastate dal fuoco dell’artiglieria. All’inizio la resistenza fu fiacca: gli Alleati incontrarono solo folle di soldati tedeschi storditi che si urlavano l’un l’altro “Kamerad” e si arrendevano facilmente.  Uno degli attaccanti ricorda: “La cosa che mi parve più divertente era il modo in cui i prigionieri si avviavano da soli alle celle che stavano circa un chilometro e mezzo di distanza, senza neanche bisogno di venir scortati … Ci ripulirono di quasi tutte le nostre sigarette e le nostre bottiglie d’acqua”.
Non tutti i tedeschi, però, erano così demoralizzati: alcune postazioni di artiglieri e mitragliatori opposero resistenza vera e in alcuni punti riuscirono ad arrestare l’avanzata Alleata per ore, ma alla fine dovettero capitolare anch’esse. Ecco cosa riferisce un rapporto steso dopo l’attacco: “L’estate precedente le nostre truppe si erano addestrate con cura ad attaccare in particolare modo i punti fortificati e le postazioni delle mitragliatrici, e gli effetti di tale addestramento si videro bene in azione”. Al sorgere del sole, attorno alle otto del mattino, le difese tedesche erano ormai sbaragliate e sul campo di battaglia si presentava alla vista uno spettacolo bizzarro: lunghe file di fanteria che marciavano in avanti con squadroni di cavalleria che trottavano loro a fianco tra nubi di polvere, sempre più in profondità nelle file nemiche.

8 agosto 1918 di Will Longstaff, in cui sono rappresentati prigionieri di guerra tedeschi portati verso Amiens

Perché non diamo ad Amiens la giusta importanza?
Secondo Nick Lloyd, autore di questo articolo, la battaglia di Amiens oggi è in larga parte dimenticata perché non aderisce allo stereotipo dei fallimenti militari tipici della Grande guerra. La memoria collettiva della Prima Guerra mondiale è dominata dai cupi e feroci scontri che caratterizzarono il biennio del 1916-1917, come la Somme e Passchemdaele presi a emblema dei terribili  e in ultima analisi inutili massacri della guerra.
Per contro Amiens è in larga parte dimenticata. Fu una battaglia molto più breve e molto meno cruenta di quelle della Somme o di Passchendaele, e fece parte di una serie di offensive nota come i Cento Giorni che portò a conclusione il conflitto sul Fronte occidentale. Queste sono verosimilmente due delle ragioni per le quali gli storici le hanno sempre tributato meno attenzione rispetto ad altre battaglie.
Il dato più importante, però, è che Amiens non si conforma all’immagine negativa della guerra che molti critici dell’Alto Comando britannico – da David Lloyd George al teorico militare Basil Liddell Hart – hanno voluto sottolineare. Per questi critici la Prima guerra mondiale fu un disastro senza possibilità di redenzione, con un aspetto fondamentale costituita dall’incapacità dei comandanti Alleati di imparare dai propri errori. In questa ottica, non c’era alcun motivo per analizzare in dettaglio Amiens. Quella battaglia fu, sotto molti aspetti, un vero e proprio modello di guerra di posizione, che mostrò non solo quanto fosse ormai superata la fase di stallo delle trincee, ma anche come la combinazione di fanteria, artiglieria, mezzi corazzati e aerei avesse dato una forma completamente nuova al conflitto e riportato sul campo di battaglia la manovrabilità delle truppe. Dopo la sconfitta il morale tedesco ne uscì devastato, e l’Alto Comando nemico si rese conto di non possedere una risposta né a quelle nuove tattiche né alle pure dimensioni della potenza militare che ora gli Alleati potevano mettere in campo sul Fronte occidentale. Fu altresì la prova definitiva che la guerra stava per finire. Insomma, per una certa visione della storia Amiens, non è soltanto una battaglia dimenticata: è un avvenimento scomodo.  



“CHE DIO CI AIUTI”. Quello dell’8 agosto fu un colpo tremendo. Solo quel giorno gli Alleati avanzarono di dieci-dodici chilometri, impadronendosi di oltre quattrocento pezzi d’artiglieria e infliggendo al nemico perdite devastanti. Con 36000 perdite, tra cui 27000 prigionieri, la Seconda Armata tedesca andò completamente distrutta, tanto che il generale von der Marwitz scrisse sul suo diario: “Che Dio ci aiuti”. Secondo lui la colpa fu dei carri armati emersi di sorpresa dalla nebbia, e nel diario li definì “armi diaboliche” che non avrebbero dovuto avere posto nell’arte della guerra. Dispiegò anche le sue tre divisioni di riserva e fece muovere verso la battaglia ogni singola unità disponibile, ma nulla poté impedire il collasso delle sue postazioni: non restò altro da fare che ammettere che l’esercito tedesco non aveva risposte adeguate contro un attacco del genere.
L’avanzata proseguì il giorno successivo, mentre i tedeschi si ritiravano più in fretta che potevano. Come ricordato dal colonnello D. Mason del Terzo Battaglio Canadese: “Faceva pensare alla guerra in capo aperto dei vecchi tempi, quella di cui avevamo letto sui libri. Gli ufficiali dei vari battaglioni raggiungevano al galoppo i loro uomini con l’ordine di conquistare quella o quell’altra area. Il campo di battaglia sembrava quasi un lago nordico punteggiato di isole”. Pian piano gli Alleati incontrarono resistenze sempre più feroci: essendo avanzati così tanto, spostare in avanti armi e rifornimenti era diventata una faccenda lenta, e nel frattempo erano cominciati ad arrivare anche i rinforzi tedeschi. andarono perduti i primi carri armati e, quando il tempo atmosferico migliorò, l’artiglieria tedesca ebbe visibilità libera per infliggere danni ingenti ai lenti Mark V. Il 15 agosto Haig ordinò di fermare l’offensiva.
La battaglia di Amiens era finita, ma le sue implicazioni erano ovvie. Il 13 agosto l’Alto Comando tedesco tenne una riunione top secret per cercare di capire che cosa era andato storto. Come riportato dal capo dello stato maggiore, il feldmaresciallo Paul von Hindenburg: “La pura mole di bottino che il nemico può mostrare al mondo parla chiaro: allo stato attuale del nostro esercito, se il nemico dovesse attaccare di nuovo con la medesima furia c’è la possibilità concreta che la nostra capacità di resistere venga gradualmente paralizzata”. E gli avvenimenti di Amiens si ripeterono per davvero: il 20 agosto gli Alleati lanciarono nuove offensiva a nord e a sud di Amiens, presso Noyon e Bapaume. Ai primi di settembre l’esercito tedesco era in piena ritirata dal Fronte occidentale: qualche unità resisteva ancora con fierezza, ma il resto dell’esercito si era ormai dato per vinto e le diserzioni dilagavano sena controllo. Entro l’11 novembre tutto sarebbe finito.

Articolo in gran parte di Nick Lloyd Docente di storia imperiale e militare presso il King’s College di Londra pubblicato su BBC History del mese di Ottobre 2018. Altri testi e foto da Wikipedia.  

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