lunedì 31 agosto 2020

La guerra dei contadini.

 

La guerra dei contadini.

Agli inizi del ‘500, i braccianti tedeschi ne ebbero abbastanza di sfruttamento e soprusi.

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Nel giugno 1524, Helena von Rappolisten, contessa di Lupien, aveva fini i gusci di lumaca, li usava per ricamare, avvolgendovi i gomitoli per i suoi raffinati tessuti. Ordinò così a più di mille contadini delle sue terre, situate a Stuhlingen, nel Sud ovest della Germania, di raccoglierli abbandonando i propri campi. In altri tempi, i braccianti avrebbero obbedito. Quella volta però, le cose andarono diversamente: i contadini incrociarono le braccia. Quel gesto di ribellione diede vita a una delle più grandi rivolte di massa che l’Europa abbia conosciuto prima della Rivoluzione francese. Il capriccio della contessa fu infatti la scintilla da cui divamparono le fiamme, alimentate da ragioni economiche, sociali e religiose. All’alba del XVI secolo, se le grandi città tedesche fiorivano sotto l’impulso di commerci, le campagne versavano in grave crisi. Favoriti dalla debolezza del potere imperiale, principi e grandi prelati facevano il bello e il cattivo tempo. La piccola nobiltà era stata intanto scalzata da un nuovo ceto sociale di borghesi e banchieri cittadini, mentre i contadini subivano un inasprimento del vecchio regime feudale, tra gravosi tributi e prestazioni di lavoro obbligatori (corvée) da offrire ai grandi signori. A scuotere le loro coscienze giunse poi la riforma luterana, che con la sua feroce critica della corruzione e dei privilegi della Chiesa ammantò la protesta di un forte fervore religioso. “Negli Anni ’20 del Cinquecento, i sostenitori di Martin Lutero convinsero molti chierici e religiose a ripensare le proprie convinzioni religiose e a riformare le proprie comunità, le agitazioni dei contadini furono in scoraggiate proprio da questo nuovo clima religioso”, scrive lo storico John Merriman nel volume History of Modern Europe.

 

Franz von Sickingen

Voglie di riforme. Prima di quel fatidico 1524, le avvisaglie del malcontento non erano mancate: i contadini si erano riuniti nella cosiddetta “lega dello scarpone”, ma ogni loro tentativo di rivolta era stato soffocato. Nel 1522, anche i cavalieri si scaglieranno con i rivoltosi e sotto la guida di Franz von Sickengen si scagliarono contro Treviri, sede del potente arcivescovo Riccardo di Greiffenklau, venendo peraltro sconfitti l’anno seguente da una coalizione di principi. La nuova ribellione stava a ogni modo per assumere proporzioni gigantesche. Capitanati da un ex mercenario di nome Hans Muller, quell’estate i rivoltosi partirono da Stuhlingen dirigendosi a Waldshut, dove gli abitanti passarono in massa dalla loro parte. “I contadini chiedevano soprattutto il ritorno di alcuni diritti usurpati dai signori (caccia, pesca e pascolo nelle proprietà comuni) nonché l’abolizione della servitù della gleba, ritenuta contraria alla volontà di Dio”, scrive lo storico. Tra febbraio e marzo 1525, a Memmingen (Svevia), oltre 50 rappresentanti dei contadini della regione misero nero su bianco le loro rimostranze in 12 articoli, presentati dinanzi alla Lega Sveva (l’alleanza dei grandi nobili della regione). Infarcito di riferimenti biblici, il documento minava le fondamento dell’ordine sociale, reclamando, tra l’altro, il diritto delle comunità di eleggere i propri parroci, la riduzione delle decime, la regolamentazione delle corvée, l’abolizione della tassa di successione e la restituzione alla collettività dei terreni comuni di cui i signori si erano appropriati. In poco, i 12 articoli divennero una sorta di “manifesto” comune, diffuso ovunque grazie alla neonata stampa a caratteri nobili.

 

Thomas Müntzer

Comunisti ante litteram? Alle bande di braccianti dei villaggi si unirono migliaia di artigiani di città, ma anche minatori, predicatori, membri del basso clero ed esponenti della piccola nobiltà guerriera, che tentarono di dare un inquadramento militare alla ribellione. Uno di questi fu il cavaliere Florian Geyer, fondatore del celebre ‘battaglione nero’, la cui fama si diffuse presto in tutto il Paese. I ribelli assaltarono castelli e monasteri in molte regioni: oltre Svevia, Franconia, Alsazia e Assia, le sollevazioni coinvolsero il nord, fino alla Sassonia e alla Turingia, e il sud fino al Tirolo. Proprio in Turingia, un teologo di nome Thomas Muntzer aveva iniziato a tuonare ovunque contro lo strapotere dei principi, predicando riforme sociali imperniate sui valori evangelici e comunitaristici. “Muntzer aveva legato la riforma religiosa a una rivoluzione sociale, criticando con uguali forza Lutero e la Chiesa di Roma, che secondo lui si erano piegati ai potenti”, afferma Merriman. Sintetizzato nel motto omnia sunt communia (tutto in comune), tale “comunismo religioso” prese vita nella primavera del 1525. Durò poco. Le idee di Muntzer preoccupavano i principi, ma nel girono di qualche mese la situazione si ribaltò. Lo stesso Lutero, che nell’aprile 1525 aveva reso noto un documento in cui auspicava una mediazione tra le parti, in seguito esortò i nobili a schiacciare senza pietà i rivoltosi. Colpito dalle violenze perpetrate dai ribelli a Weinsberg, dove avevano massacrato brutalmente i nobili della città, nel maggio dello stesso anno il padre della Riforma arrivò a pubblicare un testo intitolato ‘Contro le banda dei contadini saccheggiatori e assassini’, nel quale si esprimeva, senza mezzi termini: “Chiunque può … ammazzare, strozzare, infliggere … e, facendolo, pensare che non c’è niente di più velenoso, pericoloso e diabolico di un ribelle”. Parole durissime, vissute dai rivoltosi come un tradimento e dai principi come un via libera alla repressione indiscriminata.

 

Le Jacqueries.

soppressione di una rivolta popolare 

La rivolta dei contadini tedeschi non fu la prima sollevazione del genere degna di nota: in epoca medievale, le campagne furono scosse spesso da violenti tumulti contro i feudatari. Una delle ribellioni più celebri fu la cosiddetta ‘jacquerie’ (da Jacques soprannome sprezzante che gli aristocratici davano ai contadini) e scoppiò in Francia nel 1358, nel pieno della Guerra dei Cent’anni. Oppressi dalle tasse per finanziare il conflitto, i contadini francesi assaltarono i castelli dei feudatari dell’Oise (regione situata a nord del Paese) e le proteste si diffusero poi nei territori circostanti. I disordini durarono però poco: dopo appena dodici giorni, i nobili avevano già soffocato la rivolta nel sangue massacrando oltre 5000 ribelli.

IN INGHILTERRA. Ragioni simili furono alla base della Jacquerie (espressione presto usata per indicare ogni ribellione contadina) che nel 1381 infiammò le campagne intorno a Londra, dove si protestò tra l’altro contro la recente riforma agraria e dove i rivoltosi arrivarono a rapire e a uccidere l’arcivescovo di Canterbury. Simon Sudbury. Non ebbero però un destino diverso dai loro omologhi francesi.


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Contadini ribelli circondano un cavaliere


La sconfitta. Nonostante gli sforzi di Muntzer e di altri leader, i contadini non riuscirono a compattare il movimento, mentre i signori, cattolici e protestanti, unirono le forze arruolando schiere di mercenari. Tra aprile e maggio gli insorti furono sconfitti a Leipheim dagli eserciti della Lega Sveva guidati dallo spietato Georg von Waldburg, che spensero uno dopo l’altro i focolai di rivolta sia in Svevia sia in Franconia. In Assia e Turingia ci pensarono invece il langravio Filippo d’Assia e il duca Giorgio di Sassonia: il 14 maggio le loro armate schiacciarono 8000 contadini nella piana di Frankenhausen, spegnendo le ultime speranze dei rivoltosi. Sopravvissuto alla battaglia, Muntzer fu imprigionato, torturato e decapitato, mentre Geyer cadde vittima di un agguato tesogli dal cognato nei pressi di Wurzburg, nella sua Franconia. L’ultimo baluardo di resistenza fu il Tirolo, dove l’rodine fu ristabilito nel 1526. Le ritorsioni dei principi furono brutali: tra stragi di civili, villaggi dati alle fiamme e pesanti sanzioni alle città ribelli. più di 100mila contadini persero la vita, e coloro che sopravvissero non videro migliorare la propria condizione. Nell’immaginario collettivo, però, l’immane massacro lasciò un ricordo indelebile; tanto che, trecento anni dopo, uno dei padri del comunismo, Friedrich Engels, lo considerò “il più grande tentativo rivoluzionario mai azzardato dal popolo tedesco”.

 

Articolo di Massimo Manzo pubblicato su Focus Storia n. 150 – altri testi e immagini da Wikipedia  

venerdì 28 agosto 2020

Vilcamba, il regno perduto degli Inca.

 Vilcamba, il regno perduto degli Inca.

La conquista di Cuzco da parte degli spagnoli non portò alla fine della resistenza inca, che rimase viva per ben quarant’anni nel cuore delle Ande.

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L'impero inca al massimo della sua espansione
Le date sono indicative e sono desunte dalla cronologia proposta da del Busto Duthurburu. Nella sua ricostruzione il punto di partenza è determinato dall'arrivo dei Chanca che è fissato nel 1438. Altri studiosi hanno ricostruito l'epoca di espansione inca con diversi riferimenti storici. Tra di loro si segnalano Rowe e Means che hanno indicato la data di invasione dei Chanca nel 1400, con conseguente anticipazione di quelle successive e ampliamento dei regni di Tupac Yupanqui e di Huayna Capac. Alla loro cronologia si rifà in parte anche la storica contemporanea Maria Rowstorowski.


Sin dai tempi antichi, nei territori andini vivevano diverse etnie. Alcune di queste erano molto potenti, ma non riuscirono a evitare che, nella seconda parte del XIII secolo, si stabilissero nel loro territorio gli Inca, un popolo proveniente da Taipicala, nell’odierna Bolivia, e che in una delle valli fondassero un nuovo insediamento: Q’osqo, ‘l’Ombelico’. Il nome sarà poi trasformato in Cusco co Cusco: lì Manco Capac proclamò re sé stesso e i suoi discendenti stabilì le prime leggi di governo e si dichiarò rappresentante del dio Sole sulla terra. Erano gli inizi del Tahuantinsuyo: questo il nome, in lingua quechua antica, del territorio governato dagli inca. A partire dal nono monarca, Pachacuti Yupanqui, e del figlio Tùpac Yapanqui, gli inca ebbero nell’America meridionale un ruolo simili a quello che ebbe Roma per l’Europa, sia per la grande espansione sia per l’unità culturale che imposero alle regioni sottomesse. Il loro regno, o impero, si estendeva dal fiume Ancasmayo, in Colombia, al fiume Bio-Bio, in Cile, e comprendeva le attuali repubbliche di Equador, Perù, Cile, nonché territori dell’Argentina nord-occidentale. Gli inca riuscirono a sorvegliare e a garantire l’ordine grazie al controllo di un esercito potentissimo, severo e disciplinato. Tuttavia, nel 1534, furono sufficienti 168 uomini stranieri per abbattere il grande stato e prendere possesso, con scarsa resistenza, dei suoi estesi territori.

Nel crollo del popolo inca giocò un ruolo fondamentale lo scontro per il trono, che dal 1527 vide contrapposti Huàscar e Atahualpa, i due figli del grande monarca Huayna Càpac. Tale lotta aveva fatto parecchie vittime, tra cui membri delle panaca, o famiglie reali, governatori delle città e perfino lo stesso Huàscar, l’erede designato. Il popolo era quindi rimasto orfano del suo re e alla mercé del vincitore Atahualpa, che era considerato uno straniero. Difatti, aveva trascorso buona parte della sua vita a Quito, al nord del Tahauntinsuyo. Alla confusione che regnava tra gli inca si aggiunse poi un altro fattore decisivo: appena videro quegli uomini stranieri in sella ad animali sconosciuti li scambiarono per viracocha, gli dei bianchi con la barba. La resistenza fu perciò quasi nulla quando, il 16 novembre 1532, Atahualpa venne fatto prigioniero dallo spagnolo Francisco Pizzarro e dai soldati che lo accompagnavano.


 

Dimensioni approssimative del regno degli Inca di Vilcabamba, confrontate con l'intero territorio peruviano.

Ultimi inca ribelli.

1532

Atahualpa, l’ultimo imperatore inca e i suoi vengono sconfitti da Franciso Pizarro. Nel 1529 il territorio aveva preso il nome di Nuova Castiglia, e poi di vicereame del Perù-

1536

Gli inca si ribellano, assediano per più di una anno Cuzco e Ciudad de los Royes (Lima). Non riuscendo a vincere gli spagnoli, nel 1537 si ritirano a Vilcamba e fondano un altro regno.

1572

Il viceré Toledo manda un esercito che fa prigioniero Tùpac Amaru. L’inca è giustiziato a Cuzco, e da allora le tracce del regno ribelle si perdono tra le brume di Vilcamba.

1911

Iniziano le prime spedizioni per trovare la capitale ribelle, Vilcamba la Vieja o la Grande. Si studiano i resti di Espiritu Pampa. Nel 2016 Luganìrgrande è proposta come sua possibile ubicazione.

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Il sito di Machu Picchu

Nasce la resistenza. Una volta superato lo sconcerto iniziale, gli abitanti andini cominciarono a ribellarsi agli invasori. Poiché la situazione stava diventando particolarmente tesa, l’astuto Francisco Pizarro, che governava in nome dell’imperatore Carlo V, nominò sovrano Tùpac Huallpa o Toparpa, un principe di Cuzco figlio di Huayna Càpac, perché facesse da intermediario tra lui e i molti popoli del Tahuantinsuyo. Pensò che questi si sarebbero rabboniti, ma non fu così. Ben presto, poi, il nuovo sovrano fece avvelenare il generale di Atahualpa, Chalcochima. Morti e saccheggi generarono un forte clima d’insicurezza nella Nuova Castiglia, come venne chiamato il Tahuantinsuyo, e nel 1533 Pizarro provò a placare gli animi eleggendo re un altro fratello del defunto Atahualpa. Il principe prese il nome di Manco Capac II e nei primi tempi lottò a favore degli spagnoli contro le armate di Quito. Tuttavia, dopo aver assunto il potere cambiò opinione, ma scelse comunque di nascondere il suo obiettivo: restaurare il regno degli avi. Nel frattempo gli stranieri avevano fondato diverse città in stile spagnolo, in cui le classi indigene ricoprivano un ruolo importante perché lavoravano per loro; Manco Capac II intuiva quindi che sarebbe stato molto difficile cacciare gli invasori, anche perché il suo potere come inca non era effettivo, bensì fittizio, e dipendente da Francisco Pizarro. Un giorno si allontanò da Cuzco con il pretesto di portare una statua in oro massiccio a Hernando Pizarro, fratello del più noto Francisco, ma non fece ritorno. Attaccò e uccise gli spagnoli residenti negli avamposti vicini e poi convocò 200mila indigeni per schierarli vicino a Cuzco. Correva l’anno 1516. L’assedio durò tredici o quattordici mesi. Le truppe di Manco stavano per annientare gli invasori, che però ebbero la meglio. La ribellione inca non andò a buon fine neppure quando, nello stesso periodo, il generale Quiso Yupanqui cinse d’assedio Ciudad de los Reyes, l’attuale capitale del Perù, Lima.

 

L’assassinio di Manco Capac II.

Manco II, in un disegno di Huaman Poma de Ayala.

Manco Capac II, il primo inca di Vilcabamba, aveva qui accolto sette spagnoli appartenenti alla fazione di Diego de Almagro; i sette avevano già assassinato Francisco Pizarro ed erano fuggiti temendo una possibile vendetta. Manco si fidava talmente di loro che gli affidò le delle donne perché li servissero e condivideva con loro la tavola e i momenti di svago. Un giorno arrivò da Cuzco un meticcio con un messaggio per i sette ospiti, con ogni probabilità una promessa di perdono se avessero ucciso Manco. Una servitrice sentì quanto stavano tramando e lo riferì ai capi inca, che denunciarono il complotta. Manco non gli diede retta e, inganna nato dal meticcio, mandò i suoi uomini a Cuzco credendola indifesa. Mentre giocavano al lancio del ferro di cavallo, gli spagnoli accoltellarono Manco con le armi che nascondevano negli stivali e provarono a uccidere pure Titu Cusi che, a soli 10 anni, dovette assistere alla morte del padre. Gli assassini furono presi e uccisi, alcuni arsi vivi.

L’esecuzione di Tupac Amaru.

Il 21 settembre 1572 Tupac Amaru, l’ultimo monarca di Vilcabamba, entrò a Cuzco. Gli spagnoli lo avevano fatto prigioniero il mese prima, e ora lo portavano legato con una catena d’oro. Lo seguivano la famiglia e i capitani e infine le mummie di Manco Capac e Titu Cusi, il primo e il terzo sovrano di Vilcabamba. Tra i tesori che gli avevano sottratto vi era una figura d’oro, il Punchao nella quale era conservata la polvere dei cuori dei re inca. Il prigioniero si convertì al cattolicesimo per evitare di essere arso vivo. Salì sul patibolo indossando sul capo la mascapaicha, la corona che ù

il potere reale. Fu decapitato, e dopo di lui morirono i comandanti. La testa rimase esposta nella plaza de Armas per il pubblico dileggio ma, poiché la gente si inchinava davanti, il viceré Toledo la fece rinchiudere nella cripta della chiesa idi Santo Domingo, dove era stato sepolto il corpo.

L'esecuzione di Túpac Amaru secondo Felipe Guaman Poma de Ayala

 

Il regno della selva. Manco Capac II non si diede per vinto. Riunì i sudditi e gli comunicò che aveva deciso di intraprendere una nuova guerra dalla selva di Vilcabamba. Si trattava di una zona dall’orografia molto complessa situata a 175 chilometri da Cuzco e colonizzata dai suoi avi fin dal regno del decimo sovrano Tupac Yupanqui. Manco partì quindi verso Vilcabamba in compagnia di un nutrito seguito, si stabilì nella città di Vitcos e iniziò un’attività di guerriglia: l’esercito di fedeli attaccava i passanti e distruggeva le case dei contadini. Gli spagnoli erano determinati a eliminare i focolai di rivolta. Nel 1539 Gonzalo Pizarro, altro fratello di Francisco, attaccò Vitcos, sterminò molti uomini di Manco e, anche se questi riuscì a scappare, ne fece prigioniero il figlio, il piccolo Titu Cusi Yupanqui. Da allora il sovrano inca non si sentì più al sicuro e, assieme alla sua gente, si diresse verso Quito. Tuttavia, giunto a Huamanga, l’attuale Ayacucho, si rese conto che gli spagnoli erano ovunque e tornò nella zona di Vilcabamba, dove fondò alcune città, tra cui Vilcambaba stessa, che designò capitale del regno. Manco Capac II governò fino al 1544, quando fu assassinato da alcuni spagnoli e un meticcio cui aveva dato asilo. Lasciò tre figli: due legittimi, Sayri Tupac e Tuac Amaru, e uno illegittimo, Titu Cusi Yupanqui. Sin da subito il successore, Sayri Tupac, iniziò a lottare contro gli spagnoli, ma il viceré Andrés Hurtado de Mendoza si adoperò perché abbandonasse la selva, si trasferisse nella Valle sacra degli inca e a Vilcabamba tornasse la pace. Pace che non durò molto, perché Titu Cusi Yupanqui si proclamò nuovo sovrano e riprese la guerra. Gli spagnoli avviarono nuove trattative e nel 1568 ottennero che i missionari potessero recarsi nella zona a predicare il Vangelo.

Alla ricerca di Vilcabamba la Vieja.

Edmundo Guillen e Elżbieta Dzikowska nelle rovine di Vilcabamba, foto presa da Tony Halik nel 1976.

A metà del XIX secolo nacque l’interesse per la capitale perduta degli inca. Dopo la visita a Choquequirao del francese conte di Sartigni, l’italiano Antonio Raimondi pensò che le rovine di quella città corrispondessero a Vilcabamba la Vieja. Nel 1911 lo statunitense Hiram Bingham III intraprese nuove ricerca nella stessa zona. Arrivò a Rosaspata e ipotizzò che corrispondesse a Vitcos, altra città inca ribelle. Visitò pure Espiritu Pampa e affermò che le sue rovine non appartenevano alla capitale di Vilcabamba, ma si convinse di averla trovata non molto lontano, a Machu Picchu. Nel 1943 il nativo di Cuzco Luis Angele Aragon tornò a interessarsi ai resti Espiritu Pampa, e circa vent’anni dopo gli esploratori Antonio Santander Caselli e Gustavo Alencastre credettero che potessero appartenere a Vilcabamba. Inoltre gli esploratori Gene Savoy e John Hemming pubblicarono alcuni lavori che fecero conoscere l’importanza di Espiritu Pampa. Dopo due spedizioni del 1976, pure il professor Edmundo Guillién pensò che si trattasse della capitale dell’impero inca. Infine l’architetto Vincent R. Lee, dopo ulteriori spedizioni, effettuò dei prospetti topografici e ricostruì i resti archeologici.


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Hiram Bingham III (1875-1956). Nativo delle Hawaii, figlio di missionari laureato all’Università di Yale, Bingham arrivò a Machu Picchu il 24 luglio 1911, durante le ricerche di Vilcabamba la Vieha. Avrebbe proposto diverse spiegazioni per l’insediamento: sia che fosse la capitale originale degli inca sia che fosse un rifugio delle mamacunas, le vergini del Sole, dopo la morte di Tupac Amaru nel 1572.

 

Gene Savoy (1927-2007). L’esploratore e archeologo dilettante statunitense Douglas Eugene Gene Savoy scoprì più di quaranta siti incaici e preincaici in Perù, dove effettuò la sua prima spedizione nel 1957. Savoy visitò Espiritu Pampa e si convinse che le sue rovine corrispondevano a Vilcabamba la Vieja. Tuttavia si è poi scoperto che la strada per la città seguiva il corso del fiume Pampaconas, diretto verso ovest, mentre Epiritu Pampa si trova vicino a un altro fiume, il Concebidaioc, che scorre verso nord-ovest. Inoltre, accedere a Espiritu Pampa è facile, mentre le cronache affermano che Vilcamba si trovava in un luogo quasi inaccessibile.  

 

La fine di Vilcabamba. Molti abitanti di Vilcamba furono battezzati, tra cui lo stesso Titu Cusi Yupanqui, che nel 1570 scrisse al re Filippo II un documento in cui giustificava la ribellione del suo popolo e reclamava diritti in quanto discendente del Tahuantinsuyo. Titu Cusi Yupanqui si ammalò d’improvviso, per spegnersi poi nell’arco di sole ventiquattr’ore. Alcuni cronisti raccontano che morì per una polmonite; altri che fu avvelenato dai suoi capitani, contrari all’idea di abbandonare la selva e cadere in mano agli spagnoli. Gli successe sul trono Tùpac Amaru, l’erede legittimo che Titu Cusi Yupanqui aveva tenuto rinchiuso nella casa delle Vergini del Sole, una sorta di comunità monastica per le donne consacrate alle divinità. A quei tempi il viceré del Perù era Francisco de Toledo, cui Filippo II aveva intimato di porre fine all’insurrezione. Il viceré mandò un messaggero a Vilcabamba al fine d’intavolare trattative trattative, ma i guerrieri inca lo uccisero prima che potesse parlare. Quando Toledo lo seppe, armò un esercito di 250 uomini e alla fine del maggio 1572 lo inviò nella selva al comando di Martin Hurtado de Arbieto. Il 24 giugno, uno dei suoi capitani, Martin Garcia Onez de Loyola prese possesso della capitale e catturò Tupac Amaru, che vedendosi accerchiato diede l’ordine di incendiare la città. il sovrano inca fu portato a Cuzco dove, in seguito a un processo fu decapitato nella plaza de Armas. Il viceré ordinò poi di fondare un governatorato e di stabilire a Vilcabamba una nuova capitale: San Francisco de la Victoria. Tuttavia, poiché gli autoctoni credevano che fosse un luogo insalubre e che si trovasse troppo lontano dalla zona delle miniere, la spostarono in un altro posto, dove esiste ancora oggi con il  nome di Vilcabamba la Nueva, che dopo l’indipendenza del Perù venne annessa alla provincia di La Convenciòn. A quell’epoca il regno inca ribelle era già caduto nell’oblio perché, con il passare del tempo, la selva si era impadronita delle strade e delle città che gli ultimi signori del Tahuantinsuyo avevano fatto costruire nel cuore delle Ande.

 

Articolo di Maria del Carmen Martin Rubio curatrice di somma e narrazione degli inca di Juan de Betanzos, direttrice scientifica della spedizione “Juan de Betanzos Vilcabamba 97” pubblicato su Storica National Geographic del mese di febbraio 2009 – altri testi e immagini da Wikipedia 

domenica 23 agosto 2020

Saturnalia il natale romano.

 Saturnalia il natale romano.

Una settimana di gioia e godimento, tra cibo e divertimenti, chiudeva il calendario romano e prometteva prosperità per l’arrivo dell’anno nuovo, in una frenesia quasi carnascialesca.

 

Saturnus con il capo coperto dal mantello invernale mentre impugna la falce. Dipinto di epoca romana (I secolo d.C.), conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli. La presenza della falce[1] ricorda che gli uomini debbono al dio Saturnus la conoscenza dell'arte dell'agricoltura[2]; da tener presente, quindi, che la connessione con l'agricoltura di Saturnus è di esclusivo ambito culturale, poiché le potenze agricole sono infatti relative solo al numen di Tellus e a quello di Cerere[3].

Orge, banchetti, gozzoviglie. Schiavi che si comportavano come padroni e viceversa. Un re fasullo eletto per durare pochi giorni. Doni e scambi di burle. Sfrenato gioco d’azzardo (proibito negli altri periodi dell’anno). Era ciò che accadeva durante i Saturnalia, le feste in onore del dio Saturno, celebrate a Roma tra il 17 e il 23 dicembre. Si trattava di celebrazioni arcaiche, che prendevano origine da antichi riti di rigenerazione legati al ciclo del Sole, in particolare alla sua ‘morte’ e ‘rinascita’, quando, nel periodo del solstizio d’inverno, l’astro della luce sembrava interrompere la sua corsa (la parola latina solstitium è composta da sol, ‘Sole’, e sistere, ‘fermarsi’) per morire dietro l’orizzonte. In realtà, la corsa del Sole riprende quasi subito e si assiste alla rinascita del mondo (non a caso, negli stessi giorni, il cristianesimo festeggia la nascita di Gesù). Questo evento viene celebrato richiamandosi al mito di Saturn, antico dio italico e sovrano del Lazio: durante il suo regno si viveva nella cosiddetta “età dell’oro”, un’epoca di ricchezza e opulenza in cui la terra regalava doni in abbondanza (ecco perché si celebravano le festività con banchetti opulenti e sfarzosi) e non esistevano classi sociali né suddivisione fra liberi e schiavi.

La pacchia finì quando il dio scomparve improvvisamente. Per continuare a ricordarlo, i primi abitanti di Roma, eressero in suo onore un tempio sul Campidoglio. Al suo interno si trovava una statua della divinità, incatenata affinché non abbandonasse più la città e le garantisse prosperità. Solo durante il periodo dei Saturnali la statua veniva “liberata”, per far sì che la divinità girasse per l’Urbe restituendole forza vitale. Saturno, infatti, era anche il dio delle messi (veniva rappresentato con un falcetto in mano), che aveva insegnato all’uomo le tecniche agricole e portato la civiltà, la “luce”; per questo, durante la festività si accendevano ceri in suo onore.

 

a destra dell'immagine i resti del tempio di Saturnus (Saturno) a Roma, rappresentati dalle otto colonne in granito che si innalzano su un basamento in travertino. Il tempio di Saturnus era collocato ai piedi del Campidoglio, accolto nella parte occidentale del Foro romano dove aveva sostituito l'antichissimo altare a Hercules[4]. Tale tempio era secondo in antichità solo a quello innalzato a Iupiter (Giove) sul Campidoglio. La dedica del tempio a Saturnus la si deve al console Tito Larcio nel 498 a. C., il tempio venne poi restaurato dal console Lucio Munazio Planco nel 42 a. C., mentre l'attuale portico è frutto di un restauro compiuto nel IV secolo a seguito di un incendio. A Lucio Munazio Planco si deve anche l'erezione di un monumento in travertino, il cui ingresso però era sul lato opposto, diviso all'interno in più celle, allo scopo di raccogliere l'erario dello stato (aerarium Saturni, cfr. Varrone, De lingua latina, V, 183)[5], nonché le insegne delle legioni in tempo di pace[6]. La parte interna del tempio ospitava la statua del dio la quale era legata con bende (compedes) di lana, questi lacci si scioglievano nei giorni dei Saturnali.

Sacrifici umani al dio.

In epoca storica, i Saturnali venivano celebrati pacificamente, ma non è escluso che in età arcaica richiedessero riti cruenti. Secondo Macrobio (390-430 d.C.), autore dell’opera Saturnalia, i primi abitanti del Lazio avrebbero consacrato l’altare di Saturno con una vittima umana. La tradizione d’immolare vittime sacrificali sopravvisse in zone periferiche. Pare che i legionari di stanza a Durostum (Bulgaria) ogni anno, durante i Saturnali, eleggessero un re, che per il periodo dei festeggiamenti aveva totale libertà di comportamento, salvo poi doversi immolare alla fine delle celebrazioni.

 

Giocatori di dadi su una tabula lusoria. Affresco romano dall'Osteria della Via di Mercurio a Pompei (VI 10, 1.19, stanza b)

Il tempo che rinasce. I Saturnali erano un periodo di rigenerazione, che poteva avere luogo solo se si poneva fine a un ciclo (anche attraverso l’annullamento delle regole e delle norme vigenti) e si tornava al “caos” iniziale, da cui tutto poteva rinascere e rinnovarsi, per poi tornare a prosperare. Ecco perché, abolendo le leggi, gli schiavi prendevano il posto dei loro padroni, facendosi servire e dando ordini burleschi (come accade a Carnevale), e tra loro veniva eletto un “re”, o “padrone” della casa. Al fine di auspicare la prosperità, che sarebbe tornata con la nuova stagione, ci si facevano regalia vicenda, le cosiddette strenae, parola di origine sabina che significa “doni di buon augurio”. Come scrive il grande studioso romeno Mircea Eliade (1907-1986) nel Trattato di storia delle religioni, i Saturnali indicano “il desiderio di abolire il tempo profano già trascorso e di instaurare un tempo nuovo. In altri termini, le feste periodiche che chiudono un ciclo temporaneo e ne aprono uno nuovo, intraprendono una rigenerazione del tempo”.

Anche il fatto che durante i Saturnali fosse pubblicamente consentito il gioco d’azzardo aveva forse, in età arcaica, un significato rituale. In molti miti antichi (per esempio quelli norreni) una forma du gioco che unisse il tiro dei dai e un tavoliere con pedine simboleggiava la palingenesi, ossia la rigenerazione del cosmo in seguito a una catastrofe.

 

Articolo di Edwar Foster pubblicato su Civiltà Roma n. 3 – altri testi e immagini da Wikipedia

giovedì 20 agosto 2020

L’epoca dei siluri: colpito e affondato.

 

L’epoca dei siluri: colpito e affondato.

Furono i turchi ad accorgersi per primi, e a loro spese, che aveva fatto la propria comparsa sul palcoscenico della storia un’arma micidiali da lì a poco la guerra sul mare sarebbe cambiata per sempre.

  primo attacco riuscito di siluri semoventi La nave turca Intibah è distrutto da torpediniere da Velikiy Knyaz Konstantin siluro tenera barca. Un dipinto di Lev Lagorio .

Velikiy Knyaz Konstantin , il primo tender storico della torpediniera

Sul Mar Nero è una notte buia; è il 25 gennaio 1878. La guerra russo turca imperversa dal 24 aprile dell’anno precedente. All’improvviso una luce accecante squarcia le tenebre. All’equipaggio della nave turca Intibah, colpita da due siluri, resta solo il tempo di pregare prima di finire inghiottiti dalle acque. Una catastrofe che segna però il primo successo di un’arma nuova e ancora sconosciuta.

Il progetto del siluro (o torpedine) si dovette a Giovanni Luppis, che realizza un prototipo nel 1860, che poi verrà completamente rivisto grazie alla società fatta nel 1864 con il vulcanico Robert Whitehead, un ingegnere e imprenditore britannico, direttore dello Stabilimento Tecnico Fiumano. I due riescono a rendere efficiente il prototipo, tanto che la Commissione Navale Imperiale Asburgica lo approva nel 1866 con il nome di Mineschiff, mine antinave. I due ingegneri fondano così a Fiuma la prima fabbrica di siluri al mondo, nel 1870 realizzarono un ordigno ad aria compressa con 900 metri di raggio operativo, velocità di sei nodi ed esplosivo al fulmicotone. Molto presto 10 marine militari di vari paesi del mondo acquisteranno, a caro prezzo, i siluri Whitehead. È l’inizio di una nuova era nella guerra sul mare: presto arriveranno le siluranti, i cacciatorpediniere, i sommergibili dotati di siluri, e gli agguati al traffico commerciale del nemico, per bloccare i rifornimenti e affamare l’avversario.

 

Partendo dall'alto: vista superiore, laterale sinistra e laterale destra di un siluro a lenta corsa

Partendo dall'alto: vista superiore, laterale sinistra e laterale destra di un siluro a lenta corsa

Partendo dall'alto: vista superiore, laterale sinistra e laterale destra di un siluro a lenta corsa

Partendo dall'alto: vista superiore, laterale sinistra e laterale destra di un siluro a lenta corsa

Robert Whitehead.

L’ingegnere Robert Whitehead, nato nel 1823 a Bolton, in Inghilterra, fece diverse esperienze in Francia e Italia, approdando nel 1856 nell’Impero Austro-Ungarico per dirigere la fabbrica che due anni dopo venne chiamata Stabilimento tecnico di Fiume, dove si producevano caldaie e motori a vapore per la Marina. Qui conobbe Giovanni Luppis e insieme riuscirono a progettare i primi siluri davvero efficaci. Nel 1873 lo Stabilimento dichiarò fallimento e venne rilevato due anni dopo da Whitehead. Nacque così la prima fabbrica di siluri al mondo, grazie al contributo economico della Marina Imperiale Tedesca e alle vendite poi effettuate alle maggiore Marine del mondo. Nello stabilimento erano impegnati a tempo pieno oltre 500 dipendenti. Quando nel 1905 Whitehead scomparve, si trasformò in una società per azioni. Durante la Grande Guerra l’azienda lavorò in esclusiva per gli Imperi Centrali, poi divenne italiana dopo il primo conflitto. Nel 1937 venne deciso di aprire una succursale a Livorno. Questa entrò nel Gruppo Fiat fino alla cessione a Finmeccanica della parte militare nel 1995. Il termine Whitehead scomparirà solo nel 2016, inglobato in Leonardo Finmeccanica.

La fabbrica di siluri Whitehead a Fiume, nel 1910

Il congresso di Berlino.

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Tra il 13 giugno e il 13 luglio 1878 si svolse il Congresso di Berlino. Nato per iniziativa Austro-Ungarica, vide la partecipazione di Russia, Inghilterra, Germania, Francia, Austria e Italia, allo scopo di rettificare le condizioni della pace di Santo Stefano che sanciva la fine del conflitto tra Russia e Impero Ottomano. La conferenza vide il ridimensionamento dei territori guadagnati dall’Impero Zarista che perdeva l’accesso diretto al Mediterraneo e, soprattutto, segnò il successo di Bismarck e della Germania, unitamente a quello dell’Inghilterra. La Turchia, invece, perse i territori europei e i Balcani assistettero alla nascita di nuove nazioni. In seguito, la Germania si avvicinò all’Austria (tanto che nel 1879 nascerà la Duplice Alleanza) in contrapposizione alla Russia, nella quale nascerà un forte sentimento antigermanico causato dalla perdita di prestigio e dei territori conquistati. Cominciavano i prodomi della situazione politica che porterà alla Grande Guerra.

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Stepan Osipovič Makarov

Il geniale ammiraglio russo. Certo, tutto ciò, in quella notte del 1878 era ancora ignoto, ma probabilmente la potenzialità dei siluri era già ben chiara nella mente di Stepan Osipovic Makarov, tenente della flotta imperiale russa, comandante della Veliky Knyaz Konstantin, un battello che lui stesso aveva trasformato motosiluranti. Makarov, sconosciuto ancora oggi in Occidente è un genio. Nato vicino a Kiev nel 1848, si arruola giovanissimo in Marina, divenendo ufficiale nel 1872. Le sue idee innovative si fanno presto strada nell’Ammiraglio e gli viene permesso di utilizzare la Konstantin per la guerra russo-turca. Dopo un tentativo infruttuoso di affondare una nave nemica alla fine di dicembre, il comandante della flotta del Mar Nero si rifiuta di fargli utilizzare i due siluri Whitehead ancora a disposizione, visto l’enorme costo di quelle armi, ma Makarov ha agganci importanti a San Pietroburgo e gli viene concesso un secondo tentativo. La nave, partita da Sebastopoli in Crimea il 22 gennaio 1878, arriva a cinque miglia dalla radi di Batumi, ora in Georgia, la sera del 25. Makarov provvede a calare due siluranti: la Sinop e la Chesma, al comando del tenente Zacarennyy, entrambe armate di siluro. La notte è buia, e la neve riflette la poca luce, ingannando la vista degli incursori, ma anche delle guardie a protezione del porto. I turchi non si aspettano un attacco nella baia protetta e i valorosi uomini di Makarov riescono a entrare ed ad avvicinarsi alla cannoniera Intibah, che, a causa della neve, scambiano per una corazzata. Le due piccole motosiluranti, arrivate a circa 60 metri dalla nave, lanciano i loro siluri. Entrambi vanno a segno, e presto la Intibah affonda, portando con sé i suoi 23 uomini di equipaggio.

Le due siluranti vengono reimbarcate sulla Kostanti e la piccola nave rientra vittoriosa il 28 gennaio a Sebastopoli. La notizia impressiona gli ammiragli delle marine del mondo, e il siluro diventerà un’arma micidiale durante la Prima guerra mondiale.

La Marina Turca non si capacita di ciò che è successo e teme nuovi attacchi. Il conflitto ormai ha preso una svolta decisiva e termina il 3 marzo 1878 con la sconfitta dell’Impero Ottomano.

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La Petropavlovsk a Kronštadt1899

La nascita di un mito. Nel frattempo Makarov continua la sua fulgida carriera, inventando nuove tattiche navali (tra cui le metodologie di utilizzo di piccole siluranti contro grandi navi), sviluppando un cappuccio balistico per la penetrazione delle corazze e il progetto della prima nave rompighiaccio, la Ermakl, nel 1898. Nel 1904 scoppia la guerra russo-giapponese in Estremo Oriente, perché l’impero nipponico è ansioso di conquistare nuovi territori e scacciare i Russi dalla sua nuova sfera d’influenza. Port Arthur, la Manciuria, è il punto focale dello scontro, perché la base è in una posizione strategica per il controllo dei mari d’Oriente. I giapponesi incaricarono l’ammiraglio Togo Heihachiro della conquista della piazzaforte russa: questi è un attento seguace delle nuove teorie navali inventate da Makarov, e non si separa mai dal manuale scritto dall’avversario zarista. L’ufficiale russo, ormai divenuto viceammiraglio, viene inviato dal comando a Port Arthur con il compito di spezzare l’assedio nemico. Giunto nella piazzaforte, Makarov assume un atteggiamento molto audace, sfidando spesso il comandante nemico e creandogli grandi difficoltà. Il 31 marzo 1904, di ritorno da un’offensiva contro i giapponesi, è a bordo della corazzata Petrovlosk che stari entrando in porto dopo una vittoriosa sortita contro i giapponesi, ma la nave urta una mina nemica e affonda, portando l’ammiraglio con sé. la tragedia avvenne in pochi minuti e muoiono 26 ufficiali e 652 marinai; solo 80 marinai riusciranno a salvarsi. Il comando russo non riuscirà a sostituire in maniera adeguata l’ammiraglio e prima Port Arthur, poi la guerra saranno perdute. In mezzo ci sarà anche la disastrosa battaglia navale di Tsushima. Alcuni sommozzatori giapponesi riusciranno alcuni anni dopo a identificare i resti dell’ammiraglio all’interno del relitto, e la marina giapponese gli darà una degna sepoltura in mare. Makarov verrà considerato un eroe dai russi zaristi, ma anche dai sovietici, che gli intitoleranno diverse navi militari e addirittura una città, sull’isola di Sachalin. Fu eretta una magnifica statua in suo onore a Kronstadt, nella Piazza dell’Ancora, di fronte alla Cattedrale Navale di St. Nicholas e al quartier generale della flotta Imperiale Russa. Sulla base del monumento si può leggere la scritta: “Ricorda la guerra”, il motto di Makarov, che ammoniva l’Ammiragliato Russo secondo l’usanza romana: ‘Si vis pacem, para bellum’, se vuoi la pace prepara la guerra.

 

Articolo di Paolo Ponga pubblicato su Storie di guerre e guerrieri n. 22 – altri testi e immagini da Wikipedia

sabato 15 agosto 2020

La strada Francigena, Le meraviglie e le inside di una strada millenaria.

 

 

 

La strada Francigena, Le meraviglie e le inside di una strada millenaria.

L’itinerario che dal Nord della Francia portava a Roma era il percorso abituale dei pellegrini verso la città santa e dei mercanti verso le fiere della Champagne. Un tragitto di quasi 1600 km che nella parte italiana ricalcava le antiche strade romane e si collegava al cammino di Santiago de Compostela.

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Il tratto Canterbury-Roma dell'itinerario di Sigerico, uno dei tragitti che componevano la via Francigena

A ridosso dell’anno mille, il monaco inglese Sigerico, appena nominato arcivescovo di Canterbury, prese il bordone, la borraccia, la sacca da viandante e, come un pellegrino qualsiasi, si mise in viaggio per Roma, dove avrebbe ricevuto dalle mani di papa Giovanni XV il pallio, simbolo della sua nuova dignità. Attraversata la Manica, imboccò a Calais la via Francigena, cioè il percorso che dalla Francia portava in Italia, superando le Alpi al colle del Gran San Bernardo e scendendo in Val D’Aosta. Era un tragitto già noto da secoli. Ad Abbadia San salvatore, sul monte Amiata, nella biblioteca dell’antica abbazia, si conserva una pergamena risalente a oltre 100 anni prima che il nostro monaco si mettesse in viaggio e in cui compare il nome di Francigena. Era detta così, come è facile da capire, perché aveva origine in Francia ed era percorsa, oltre che dai pellegrini diretti a Roma provenienti da quel Paese e dall’Inghilterra, dai mercanti che viaggiavano tra le due regioni più ricche d’Europa, cioè le Fiandre e il Nord Italia, e andava a vendere le loro merci nella Champagne, dove si tenevano le fiere più frequentate. Fra i tanti viandanti che si misero in cammino lungo la Francigena, prima e dopo il monaco inglese, perché dunque la strada più battuta del Medioevo è stata chiamata “L’itinerario di Sigerico”? perché lui fu il solo che, oltre a percorrerla, l’abbia anche raccontata. Non durante il viaggio di andata, ma al ritorno. Una volta esauriti gli impegni che lo avevano portato a Roma, ricevuto il pallio dal papa e fatto il giro delle sette grandi basiliche come ogni bravo pellegrino, si rimise in cammino verso l’Inghilterra. Ma stavolta tenne un diario in cui segnò in maniera dettagliata tutte le località che attraversava e in cui faceva sosta. Ne risultò una sorta di guida che fu di grande aiuto a chi si mise in viaggio dopo di lui e che ancora oggi ci permette di individualmente con precisione l’esatto tragitto compiuto del neoarcivescovo.

 

Il guado del Po presso Soprarivo di Calendasco: pellegrini in costume d'epoca.

Quante Francigene?

Il nome di Francigene si applicava a tutte le strade che venivano dal Nord e portavano a Roma. Se quella più frequentata era come si è detto, quella descritta da Sigerico, cioè la via della Fiandra, un altro percorso usato soprattutto dalle popolazioni germaniche, seguiva il corso del Reno fino a Basilea, scendeva in Italia per il passo del San Gottardo e a Piacenza in prossimità del guado del Po, si ritrovavano anche i viandanti che venivano dalla Francia atlantica e che, dopo aver raggiunto Lione, valicavano le Alpi per il colle del Moncenisio o del Monginevro, percorrevano la Val di Susa e raggiungevano il Po a Torino. I pellegrini provenienti dai Paesi dell’Est Europa preferivano invece il valico del Brennero, da dove per Verona e Bologna scendevano a Rimini e di qui raggiungevano Roma percorrendo l’antica via Flaminia. Va pure ricordato che i principali comuni italiani, sempre più ricchi e fiorenti, diventarono presto centri di grande richiamo non solo per i mercanti ma anche per i pellegrini. Così nei primi secoli dopo il Mille buona parte dei viandanti diretti a Roma, una volta giunti a Piacenza, deviavano per Pavia e andavano a Milano, che si stava imponendo come il centro più importante del Nord Italia. Allo stesso modo, da Lucca, invece di proseguire verso Siena lungo il tragitto tradizionale, prendevano la direzione di Firenze, che da città mercantile qual era fece di tutto per attrarre i pellegrini e godere degli stessi vantaggi economici che avevano regalato il benessere alla sua rivale toscana.

La folla del Giubileo.

Se il pellegrinaggio a Roma era già una diffusa pratica religiosa nei secolo dell’Alto Medioevo, contribuendo alla popolarità della via Francigena, nel 1300 diventò per milioni di credenti un’occasione quasi obbligata per visitare la città eterna. In quell’anno papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della Storia cristiana, riprendendo una tradizione di perdono e di preghiera che proveniva dalla religione ebraica. Tutti coloro che nel corso di quell’anno avessero visitato per 15 giorni di seguito le basiliche romane dei santi Pietro e Paolo avrebbero ottenuto il perdono dei peccati e l’indulgenza plenaria. Così lo descrive nella sua ‘Nuova Cronica’ il fiorentino Giovanni Villani “Per la qualcosa gran parte de’ Cristiani ch’allora vivevano feciono il detto pellegrinaggio, così femmine come uomini, di lontani e diversi Paesi, e di lungi e d’apresso. E fue la più mirabile cosa che mai si vedesse, ch’al continuo in tutto l’anno durante avea in Roma oltre al popolo romano 200mila pellegrini, senza quegli ch’erano per gli cammini andando a comando”. La Francigena con le sue varianti, resse benissimo la prova di quello straordinario flusso di pellegrini diretti a Roma. Più difficoltoso risultò regolare il traffico in città. Dante, nella Divina Commedia, ricorda quello che vide con i suoi occhi, e cioè che per la grande ressa si dovette istituire il doppio senso di marcia sul ponte di Castel Sant’Angelo: da una parte camminavano i pellegrini che andavano a San Pietro, dall’altra quelli che tornavano.

 

La via Francigena sui monti della Daunia; sullo sfondo l'altura su cui sorgeva il castello di Crepacuore, il forte di valico dei cavalieri Gerosolimitani.

Siena, tappa obbligata. Sigerico ha diviso il suo cammini in 80 tappe che, secondo la tradizione, avrebbe percorso in 80 giorni. Se questo fosse vero, avrebbe dovuto fare 20 km al giorno senza interruzioni per completare i quasi 1600 km che, separavano Roma da Calais: un vero record anche per un atleta di oggi se si tiene conti dei lunghi tratti in salita, dell’attraversamento dei fiumi, delle infinite difficoltà che i viandanti dovevano affrontare in quei tempi remoti. Ad ogni modo, stando al suo diario, Sigerico uscì da Roma e fece la prima sosta nell’attuale località La Storta, per giungere con la decima tappa, dopo aver superato Sutri, Viterbo, Montefiascone, ad Acquapendente. Come si può notare il percorso dei pellegrini coincideva con quello della Cassia, l’antica via consolare che univa Roma a Firenze, e lo seguiva pari pari fini a Siena. Alla Francigena, che la attraversava da Nord a Sud, Siena doveva infatti la sua origine, tanto che questa bellissima città veniva chiama ‘la figlia della strada’.

Ma le doveva anche il grande benessere, grazie alle gabelle, ai pedaggi, alle elemosine che un tale andirivieni portava nelle casse del comune. E non è un caso che qui sia sorto, proprio intorno all’anno Mille il primo vero ospedale della Storia, il Santa Maria della Scala, dove una sala, poi stupendamente affrescata, si chiama ancora oggi il Pellegrinaio perché serviva appunto ad accogliere i pellegrini.

Superata Siena, il percorso abbandonava il tracciato della Cassia e piegava a Ovest, lungo la Val d’Elsa, fino ad arrivare a Lucca di qui a Luni, antica città romana al confine tra Toscana e Liguria, in prossimità dell’attuale Sarzana. Di quella storica località restano solo le rovine, ma nell’Alto Medioevo aveva un porto molto attivo soprattutto per il commercio del marmo delle Apuane, una sede vescovile e la giurisdizione sulla valle che da essa prese il nome, la Lunigiana.

 

In onore di San Michele.

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L'arcangelo Michele schiaccia SatanaGuido Reni1636

Un’altra frequentata via dei pellegrini, che per la parte centrale ricalcava la Francigena ma se ne differenziava nel primo tratto e con l’ultimo proseguiva oltre Roma fino al promontorio del Gargano, era quella che collegava i tre principali santuari europei dedicatati a San Michele arcangelo, molto venerato in quei tempi di guerra e violenze. Partiva  da Mont-Saint-Michel, lo spettacolare isolotto sulla costa della Normandia su cui sorge un’antica abbazia dedicata a San Michele, e scendendo per Rouen arrivava a Parigi, da dove andava a incrociare la Francigena nella Champagne, oppure scendendo verso Lione, puntava al passo del Moncenisio e sbucava in Val di Susa. Qui, a una quarantina di chilometri da Torino, si incontrava il secondo santuario, forse meno noto ma altrettanto suggestivo di quello francese, costruito intorno all’anno Mille. È il convento al quale si ispirò Umberto Eco per ambientarvi ‘Il nome della Rosa’. Il pellegrinaggio proseguiva poi sullo stesso tracciato della Francigena fino a Roma. Quindi si dirigeva verso l’Abruzzo per scendere in Puglia e puntare su Gargano. A Monte Sant’Angelo si trovava l’ultimo dei santuari dedicati a San Michele, ma il primo ad essere costruito, in ricordo di un antico prodigio. Qui infatti, nel 490, l’arcangelo era apparso dentro una grotta scava nella roccia, a san Lorenzo Maiorano. Quel luogo e quell’evento diventarono subito oggetto di una vasta e intensa devozione, grazie all’opera dei Longobardi, appena convertiti al cristianesimo, che dell’arcangelo Michele fecero quasi un eroe nazionale. Proprio a cavallo dell’anno Mille, pochi anni dopo la morte di Sigerico, al santuario sul Gargano si presentò un illustre pellegrino, l’imperatore Ottone III di Sassonia, sceso dal Brennero e da Rimini. Era venuto a chiedere l’aiuto del santo prima di andare a Roma per imporvi il suo contributo con la forza di un potente esercito. Il santuario di monte Sant’Angelo era, infine, una tappa obbligata dei ‘palmieri’, cioè dei pellegrini che, provenendo da Roma o da Rimini, scendevano in Puglia e arrivavano fino a Brindisi per imbarcarsi alla volta di Gerusalemme.

Palmieri o Romei?

Non tutti i pellegrini erano uguali. C’erano quelli ricchi, che andavano a cavallo ed erano accompagnati da una schiera di servitori, e quelli poveri, che potevano contare solo sulle loro gambe e sulla carità della gente. C’erano i grandi prelati che viaggiavano con apparati principeschi e i poveri monaci che trovavano ospitalità in eremi sperduti. Ma la differenza, oltre che nella condizione sociale, stava anche nel loro nome, che cambiava a seconda della destinazione. A dircelo è Dante, niente di meno, che nella sua ‘Vita Nova’ racconta di avere incontrato alcuni pellegrini e spiega perché era improprio chiamarli genericamente così. “Ché peregrini si possono intendere in due modi, uno in largo e un stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque e fuori della sua patria, in modo stretto non s’intende peregrino se non chi va a la casa di san Iacopo (di Compostela) o riede. È però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamarsi palmieri in quanto vanno oltremare (cioè a Gerusalemme), in onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vano a la casa di Galizia, però che la sepoltura di san Jacopo fue più lontana de la sua patria che d’alcuno altro apostolo; chiamansi romei quelli che vanno a Roma”.

Dunque, Sigerico, come tutti coloro che percorrevano la via Francigena per andare a Roma, era, in modo stretto per dirla con Dante, un ‘romeo’.

 

 

 La via Francigena presso Ariano Irpino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La Sacra di S. Michele (TO), tappa della Via in Valsusa, con lo sfondo delle Alpi e del Colle del Moncenisio 

Attraverso monti e valli. A Luni, la Francigena incrociava un altro grande itinerario dei pellegrinaggi medievali, la strada che percorreva tutta la Liguria ricalcando l’antica via Aurelia, attraversava la Provenza e andava a congiungersi prima dei Pirenei con il cammino di Santiago de Compostela.

L’Aurelia arrivava a Luni da Roma attraversando la “Marittima”, come si diceva allora, cioè la Maremma, con un tragitto più breve di quello che passava per Siena. Ma quel percorso lungo loa costa era ampiamente coperto da paludi e infestato dalla malaria, per cui si preferiva evitarlo per percorrere la più lunga e agevole via Francigena. L’arcivescovo Sigerico proseguì il suo cammino risalendo la Lunigiana lungo il Magra fino al valico della Cisa. Allora si chiamava monte Bardone, contrazione del nome latino Mons Longobardum, cioè monte dei Longobardi, che di qui transitavano per passare nella Tuscia. Dal valico Sigerico scese seguendo il corso del Taro, attraversò Fornovo, raggiunse Fidenza per arrivare a Piacenza. Pochi chilometri a monte della città emiliana, in una località che oggi si chiama Calnendasco, guadò il Po con una barca per puntare poi su Pavia, Vercelli, Ivrea e finalmente Aosta. Ad Aosta cominciava il tratto più duro del viaggio, con la salita al Gran San Bernardo e la lunga discesa che passando per la valle del Rodano arrivava a Losanna, sul lago di Ginevra. Va detto che il valico del Gran San Bernardo non era il solo. C’era già chi allora, soprattutto chi veniva dalla Francia occidentale, preferiva superare le Alpi passando per il colle del Moncenisio, scendendo poi per la Val di Susa verso Torino e andando a incrociare la Francigena a Vercelli, o più giù a Piacenza. Anzi, con l’andar del tempo, diventerà questo l’itinerario più battuto, non solo dai pellegrini ma anche dagli eserciti. È da qui che, alla fine del Quattrocento, scenderà in Italia il re di Francia Carlo VIII, aprendo la strada alle conquiste straniere (e a Fornovo, sempre sulla Francigena, sarà sconfitto dalla tardiva reazione delle signorie italiane mentre tornava da Napoli, diretto al suo Paese). Va aggiunto che tutta questa regione a cavallo delle Alpi faceva parte del ducato di Savoia, i cui signori, futuri re d’Italia, dovevano proprio al controllo dei passi alpini la loro potenza e ricchezza. A Losanna cominciava l’ultimo tratto della Francigena, lungo ma più agevole della parte italiana lasciando il lago di Ginevra, Sigerico risalì la cosiddetta via della Fiandra, scavalcò i monti del Giura, superò la Franca Contea con Besançon, la Borgogna con la grande abbazia benedettina di Cluny edificata neanche un secolo prima (neanche un secolo dopo avrebbe avuto come abate Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII, proveniente dalla Toscana pure attraversata dalla Francigena) la Champagne con Reims, l’Artois con Arras e finalmente giunse il canale della Manica, in prossimità di Calais. Dalla riva, mentre aspettava di imbarcarsi, poteva vedere le bianche scogliere di Dover e la sospirata Inghilterra, dove lo aspettava la prestigiosa sede arcivescovile di Cantembury. L’avrebbe occupata  per  non più di 4 anni – giusto il tempo per riposarsi dal lungo viaggio – quanti ne passarono dal suo ritorno in patria alla morte, avvenuta il 28 ottobre del 994, a neppure 45 anni di età.

 

Ghino di Tacco, il brigante terapeuta.

Ghino di Tacco davanti a Bonifacio VIII Boccaccio, in una immagine contenuta in un'edizione francese del Decameron risalente al XV secolo

Il rilievo collinare che separa la Val d’Orcia dalla Valle del Pagli, nel sud della Toscana, viene adesso facilmente superato grazie a una comoda galleria stradale sulla Cassia. Nel Medioevo, invece, il tracciato dell’antica via romana saliva sulla sommità dello spartiacque, dove, a 800 m sul livello del mar, sorge il borgo di Radicofani, dominando dalla mole imponente di una fortezza sulla quale svetta un’alta ed elegante torre merlata. Verso la fine del Duecento, questo castello fu il dominio e il rifugio del brigante Ghino di Tacco, un bandito di strada diventato presto popolare come una sorte di Robin Hood nostrano, Ghino apparteneva ad una famiglia della piccola nobiltà di campagna che, in mancanza di altre risorse, aveva pensato bene di procacciarsi da vivere rubando e rapinando. Catturato insieme al padre e allo zio, lui venne risparmiato per la giovane età mentre i suoi due parenti furono condannati a morte e giustiziati in piazza del Campo a Siena. Nel 1290 Ghino decise di riprendere la lucrosa attività di fuorilegge e, messa insieme una brigata di gente come lui, si impossessò della fortezza di Radiconfani, che faceva parte dello Stato pontificio, ma era al confine con la repubblica senese. Da lassù poteva controllare il tratto sottostante della Francigena e catturare i ricchi viandante, i mercanti o pellegrini, che poi tratteneva prigionieri nella torre fino a quando avessero pagato un buon riscatto. Stanarlo era praticamente impossibile: Siena non poteva farlo perché il castello era fuori del suo territorio, il papa non voleva farlo perché aveva ben altri grattacapi. Sicuro della sua impunità, Ghino arrivò al punto di andare a Roma con qualche centinaio di uomini, salire al Campidoglio, entrare nella sala dove si amministrava la giustizia e, come ricorda Dante, decapitare il giudice Benincansa da Laterina, che quando stava a Siena aveva condannato a morte suo padre e suo zio. Poi, infilzata la testa sulla punta di una picca, se ne tornò a Radicofani, senza che nessuno potesse fermarlo. Il macabro trofeo rimase esposto molti giorni sulla torre del castello, a feroce ammonimento di podestà e giudici temerari. In una novella del Decamerone si racconta che l’abate di Cluny, mentre tornava da Roma sofferente di lancinanti dolori allo stomaco, pensò di andarsi a curare alle vicine terme di San Casicano. Ma, sequestrato da Ghino di Tacco, guarì del suo male grazie alla dieta impostagli dal bandito durante la prigionia, che era composta di pane, fave secche e Vernaccia di San Gimignano. L’abate fu così soddisfatto che chiese e ottenne il perdono per il brigante terapeuta.  

Fortezza di Radicofani, 02.jpg

L'entrata e il dongione

 

Articolo di Marcello Riccardi, giornalista e ricercatore storico, pubblicato su BBC History del mese di maggio 2019. Altri testi e immagini da Wikipedia.

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...