domenica 30 settembre 2018

Plinio il Giovane racconta la distruzione di Pompei


Plinio il Giovane racconta la distruzione di Pompei.
79 d.C.
Mentre il Vesuvio scatenava il suo inferno di polveri incandescenti, fumi e fiamme, Plinio il Vecchio, naturalista e ammiraglio, si spingeva verso il disastro per studiarne la natura. Suo nipote, Plinio il Giovane, ne raccontò la morte in due lettere scritte a Tacito. (con i testi originali in latino).



Plinio il Vecchio
(Gaio Plinio Secondo)
Como - Dome - Facade - Plinius the Elder.jpg
Statua di Plinio il Vecchio sulla facciata della Cattedrale di Santa Maria Assunta (Duomo) a Como, in ItaliaNome originaleGaius Plinius Secundus[1]Nascita23[1][2]
Como[1][2] (Novum Comum)Morte25 agosto o 25 ottobre 79
Stabia[1][2] (vicino l'odierna Castellammare di Stabia)FigliPlinio il Giovane
(nipote, poi figlio adottivo)GensPliniaPadreGaio Plinio CelereMadreMarcellaPrefettoPraefectus classis Misenensis nel 79
Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio[1] (in latinoGaius Plinius Secundus[1]Como23[1][2] – Stabia25 agosto25 ottobre 79), è stato uno scrittorenaturalistafilosofo naturalistacomandante militare e governatore provinciale romano.
Plinio fu un uomo caratterizzato da un'insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti.[1] Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri, una biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; una storia, il Bellorum Germaniae libri XX; gli Studious, manuale in tre libri sulla formazione dell'oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli Afine Aufidii Bassi, 31 libri sulla storia dell'Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso.[1]
L'unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia;[1][2] una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografiaantropologiazoologiabotanicamedicinamineralogialavorazione dei metalli e storia dell'arte.[1][2] L'opera enciclopedica è il risultato di un'enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. [1] Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell'antichità.[1]
La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l'eruzione del Vesuvio del 79.[1] Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano.


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L’estate, per gli antichi Romani, entrava nel vivo solo alla fine di agosto. In quel periodo si celebravano alcune importanti festività agresti che riconducevano alcune importanti festività agresti che riconducevano al mondo contadino arcaico e alle potenze sotterranee che si riteneva governassero il mondo. Il 23 agosto toccava ai Volcanalia: uomini e donne si radunavano intorno al Volcanal, l’altare di Vulcano situato fuori dal recinto sacro del pomerio (il perimetro di Roma tracciato da Romolo), per onorare il dio del fuoco domestico (incarnato dalla rassicurante dea Vesta), se non è governato, arde e divora ogni cosa senza controllo. Nelle campagne, il rito continuava con i contadini che accendevano falò per celebrare l’inizio del raccolto, propiziato da Cerere, dea delle messi e della fecondità, presso il suo santuario, il giorno successivo, veniva aperto il mundi, la fossa circolare che si credeva mettesse in contatto il mondo dei vivi con quello dei morti, che rivelavano agli uomini i loro segreti. Così mundus patet, il mondo si spalancava, e i riti di purificazione che si celebravano e introducevano all’Opalia, la festa che metteva al riparo i raccolti e garantiva prosperità alla comunità e all’impero, preservandoli da fame e carestie.
Nell’agosto del 79 d.C., però, le divinità telluriche parvero più presenti del solito. Nell’aerea campana intorno al Vesuvio la terra tremava sempre più spesso e un flebile rumore, simile a un muggito, echeggiava a tratti in lontananza. Pochi anni prima, nel 62, alle pendici del monte un grosso terremoto aveva distrutto diverse case, ma i contadini non si erano perso d’animo e avevano prontamente rimesso in sesto i loro tuguri, volendo continuare a sfruttare il clima assolato e la fertilità dei campi. I ricchi patrizi, dal canto loro, avevano ricostruito ville più lussuose di quelle distrutte: Stabia, Pompei, Ercolano erano località esclusive e ambite, e non si poteva certo rinunciare con leggerezza agli ozi campani o al panorama mozzafiato che si godeva dalla costa, sul cui sfondo si stagliava il cono del vulcano ormai silente da secoli.


i luoghi interessati dall'eruzione

Il mistero della data: 24 agosto o 24 ottobre?
La data dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è attestata da una delle due lettere scritte da Plinio il Giovane a Tacito (vedi riquadro sotto). Nella variante del manoscritto ritenuta più attendibile si legge “nonum kal. Septembres”, cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, giorno che corrisponde al 24 agosto.
Tuttavia alcuni dati archeologici hanno fatto sollevare dei dubbi: la frutta secca carbonizzata e il mosto in fase d’invecchiamento, trovato sigillato nei contenitori, suggerirebbero che l’evento sia avvenuto in autunno, così come la presenza di bracieri, usati di solito per il riscaldamento. Inoltre, una moneta emersa a Pompei è datata alla quindicesima acclamazione di Tito a imperatore, avvenuto dopo l’8 settembre del 79. È quindi probabile che il giorno dell’eruzione sia stato il 24 ottobre, e che l’indicazione contenuta nel manoscritto sia frutto di un errore del copista.

Il Foro di Pompei dominato dal Vesuvio

UN POMERIGGIO TRAGICO. Il  24 agosto (ma sulla data c’è incertezza, come dal riquadro sopra), intorno all’una del pomeriggio, con un terribile boato il Vesuvio si svegliò all’improvviso. Il magma in risalita incontrò le falde acquifere innescando una serie di esplosioni a catena, e la pressione generata liberò nell’aria una gigantesca colonna di gas, ceneri, pomici e frammenti litici che, in poche ore, si alzò maestosa sul monte per oltre 20 km intorno. Uno dei primi a notarla fu Gaio Plinio Secondo, detto il Vecchio, che si trovava a Miseno (non lontano da Pompei) con il nipote Plinio il Giovane come comandante della flotta imperiale, istituita da Augusto per sorvegliare la parte occidentale del Mediterraneo.  Con l’occhio del naturalista (era autore della monumentale Naturalis historia, summa del sapere scientifico dell’epoca), Plinio capì che quell’enorme nuvola a forma di pino marittimo era parte di un fenomeno straordinario. Il suo istinto gli disse che doveva studiarla, così partì immediatamente per osservarla da vicino. Trent’anni più tardi, proprio Plinio il Giovane, scrivendo all’amico e storico Publio Cornelio Tacito avrebbe narrato con dovizia di particolari l’ansia febbrile provata dallo zio in quel momento: “Ordinò che gli si preparasse immediatamente una liburnica (una nave da guerra veloce, munita di sperone e con due ordini di remi) e mi offrì la possibilità di andare con lui, se solo lo avessi desiderato”. Ma il ragazzo, che a quell’epoca non aveva nemmeno diciotto anni, non si rese conto di quello che stava per succedere e preferì restare a Miseno, continuando a leggere gli scritti di Tito Livio, che lo stesso zio gli aveva raccomandato di studiare.
Mentre il naturalista usciva da casa, un inserviente gli andò incontro consegnandoli una lettera di Rectina, una matrona con cui aveva una relazione e la cui villa si trovava sulla spiaggia sotto il vulcano. Terrorizzata, la donna lo pregava di intervenire subito per portarla in salvo. A quel punto, Plinio cambiò il progetto e quella che era una missione scientifica si trasformò in un’impresa umanitaria. L’urgenza era di mettere  a disposizione le imbarcazioni e recarsi sul posto a soccorrere ed evacuare quanta più gente possibile. Mentre la flotta si avvicinava, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e densa. L’equipaggio era esposto a una sassaiola di pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco. Una frana della montagna impedì a Plinio di accostarsi al litorale, ma non bastò a scoraggiarlo: al pilota, che gli suggeriva di tornare indietro, intimò di dirigersi verso Stabia, dalla parte opposta del golfo, dove si trovava la casa dell’amico Componiamo.
“Fortuna Iuvat”, la fortuna aiuta gli audaci disse: lì avrebbe trovato un approdo e un riparo, e studiato la situazione con calma.
Pompei plan.svg

Pompei (in latinoPompeii) è una città dell'evo antico, corrispondente all'attuale Pompei, la cui storia ha origine dal IX secolo a.C. per terminare nel 79, quando, a seguito dell'eruzione del Vesuvio, viene ricoperta sotto una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri. Gli scavi della città, iniziati nel 1748, hanno riportato alla luce un sito archeologico entrato a far parte della lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1997, e che è il secondo monumento italiano per visite dopo il sistema museale del ColosseoForo Romano e Palatino[1].

PIOGGIA DI LAPILLI. Intanto, però, l’eruzione continuava e la pioggia di cenere e lapilli cadeva senza sosta. Nelle città alle pendici del Vesuvio regnava il panico e le strade brulicavano di gente terrorizzata che non sapeva che cosa fare. La terra a tratti tremava e il Vesuvio risplendeva delle larghe strisce di fuoco degli incendi che emettevano alte vampate. I bagliori e la luce aumentavano man mano che il sole si avviava al tramonto. Plinio giunse da Pompoiano e lo trovò spaventato, intento a fare i bagagli. Lo abbracciò e cercò di confortarlo. Pur di tranquillizzarlo fece un bagno, si sedette con lui a tavola e cenarono. Con il calare delle tenebre, l’attività del vulcano parve rallentare. A Pompei e Stabia cominciò a diffondersi la voce che il peggio era passato, gli dèi si erano quietati ed erano tornati propizi: il pericolo era orami cessato. Qualcuno era riuscito ad allontanarsi o a salpare, ma la gran parte degli abitanti era rimasta, perché esitava a lasciare la propria casa. Tranquillizzati, in molti rientrarono per recuperare denaro e oggetti preziosi, preparandosi comunque a trascorrere una notte che, nonostante la terra tremasse di continuo, speravano serena dopo gli affanni e il terrore provato durante il giorno appena terminato. Fu una trappola mortale. All’alba, l’attività del Vesuvio riprese  con eccezionale vigore e gli abitanti di Pompei e Stabia furono sorpresi, chi nel sonno e chi appena sveglio, da una nuova ondata di cenere e lapilli. Nella villa di Poponiano, Plinio si era coricato per la notte e si era addormentato profondamente, tanto che gli altri, non riuscendo a chiudere occhio, lo sentivano russare fino in cortile. Come neve sporca, la cenere mista a pomice aveva ricominciato a cadere e ricoprì tutto di una lugubre coltre grigia. La terra riprese a tremare e i palazzi a squassarsi. Plinio fu svegliato dalle urla: il cortile della villa era ormai ostruito dai detriti, e se si fosse indugiato ancora sarebbe stato impossibile fuggire. Che cosa fare? Restare al riparo in casa e attenderne l’ineluttabile crollo trovando la morte sotto le macerie, oppure uscire allo scoperto, sfidando il fumo e la tempesta di lapilli che schizzavano dal cielo come schegge impazzite?

Lo scheletro di Plinio

Destò grande scalpore, all’inizio Novecento, il ritrovamento, presso la foce del Sarno, di 73 scheletri che appartenevano a persone morte durante l’eruzione. Alcuni di loro avevano con sé piccole borse di monete, ma uno, isolato rispetto agli altri, indossava diversi gioielli, tra i quali un bracciale a forma di serpente, una collana d’oro e un anello con due teste di leone. Inoltre aveva un gladio dall’elsa d’avorio ornata di conchiglie dorate. Alcuni di questi attributi erano chiaramente di carattere militare, il che ha fatto supporre di trovarsi di fronte allo scheletro di Plinio il Vecchio, morto durante le operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dalla sciagura. Il presunte teschio di Plinio è oggi conservato nel Museo Storico dell’Arte sanitaria di Roma, in attesa di uno sponsor che gli permetta di essere studiato dalla stessa équipe che si è occupata di Otzi la celebre mummia del Similaun.


IN CERCA DI SALVEZZA. Gli uomini guardarono negli occhi, in silenzio, il terrore era palpabile. Qualcuno singhiozzava mestamente, chinando il capo. Alla fine si decise tutti fuori a sfidare la sorte. “Fortuna iuvat”, ripeté Plinio come un mantra. Si arraffarono cuscini e pezzi di stoffa, e con questi copricapo improvvisati si lasciò la villa, avventurandosi nella tormenta di cenere. Era l’alba, ma il sole si era rifiutato di sorgere: il cielo era buio e nero come la pece. Plinio, Pomponio e il loro gruppo si gettarono in strada, precedendo di un soffio la fiumana di gente che correva, come un torrente in piena, verso la spiaggia. Giunti sul posto, provarono a scrutare il mare, ma gli elementi l’avevano ingrossato al punto che da Stabia le navi della flotta non potevano più salpare. Tutto era perduto. Stremato, Plinio si lasciò cadere a terra. Chiese dell’acqua fresca, gliela portarono e la bevve. In quel momento un forte odore di zolfo invase l’aria, preannunciando le fiamme che, spinte dalla pioggia di lapilli ardenti, stavano ormai divorando ogni cosa. Al puzzo mefitico seguì una massa urlante e impazzita, che si accalcava sulla spiaggia alla ricerca di una via di fuga che, però, non esisteva più. Plinio si alzò in piedi, sorretto da due schiavi. Pareva imponente come una statua greca, ma poi stramazzò di nuovo a terra, stringendosi con le mani la gola otturata. Il suo cadavere, ci racconta il nipote, fu ritrovato il giorno seguente, quando riapparve la luce del sole: era intatto e rivestito degli stessi abiti che aveva indossato alla partenza. Sembrava dormisse ma, come decine di altre persone che giacevano un po’ più lontano, era morto. Intanto Plinio il Giovane se ne stava a Miseno con la madre. Dopo aver congedato lo zio, il ragazzo non si era messo in allarme, abituato com’era alle sue stranezze di scienziato. Aveva dunque ripreso in mano le storie di Livio e si era messo tranquillamente a leggere, senza badare più di tanto alle scosse di terremoto, che in Campania sono un fenomeno tutt’altro che raro: notò soltanto che erano diventate più frequenti e più forti. Arrivò un amico dello zio, dalla Spagna, e trovando il giovane la madre lì impalati si mise a gridare esortandoli a scappare subito. I due si scossero dal torpore. Usciti di casa, si trovarono inseguiti da un’enorme ressa che incalzava e spingeva nel tentativo di allontanarsi. Usciti, non si sa come, da Miseno, furono paralizzati da un tremendo spettacolo: i carri carichi di gente e masserizie sbandavano per ogni dove, squassati dalle continue scosse, e sulla spiaggia il mare si riavvolgeva su se stesso, quasi arretrasse spinto dalla forza tellurica. Dalla parte opposta, verso monte, una nube nera, lacerata da lampeggianti soffi di fuoco, incombeva sulla città come una gigantesca belva mostruosa, emettendo fiamme simili a fulmini. L’amico spagnolo, che fino a quel momento li aveva seguiti, li esortò di nuovo a fuggire, ma Plinio rispose di poterlo fare senza avere prima notizie dello zio. L’uomo, allora, li guardò in silenzio, e senza nemmeno salutarli, scuotendo il capo, volse le spalle e si dileguò.

Il dramma degli ultimi ritrovamenti.

La riscoperta di Pompei e delle altre città vittime dell’eruzione cominciò nel Settecento. Da allora numerose e ininterrotte campagne di scavo hanno riportato alla luce non solo gli abitanti, ma anche i dettagli del dramma.
Gli ultimi stanno emergendo nella Regio V di Pompei, finora mai toccata dalle indagini. Di recente sono stati ritrovati dapprima lo scheletro e poi il cranio di uno dei fuggiaschi: era un uomo di circa 35 anni e stava cercando di mettersi in salvo fuggendo, ma venne travolto e schiacciato da un grosso blocco di pietra, probabilmente smosso dalla furia della nube piroclastica. Con sé portava un piccolo tesoretto di monete che gli avrebbero consentito di continuare a vivere altrove. Un altro scheletro, stavolta di un bambino di età compresa tra i 7 e gli 8 anni, è stato rinvenuto nell’aerea delle Terme Centrali. I resti sono allo studio degli esperti e, si spera, riveleranno altri dettagli sulle ultime drammatiche ore delle città distrutte dall’eruzione,

LA MORTE DAL CIELO. Poco dopo, la nube infernale piombò sulla terra e ricoprì il mare. La madre di Plinio supplicò il figlio di mettersi in salvo, lasciandola al suo destino, ma il ragazzo non volle sentire ragioni e, presa la donna per mano, accelerò il passo, fuggendo con lei come animali braccati. Dietro, la nube di fumo li seguiva, impetuosa come un torrente. Giunse finalmente la notte. Un cielo basso, cupo di cenere e senza stelle, riecheggiava dei pianti disperati delle donne e dei bambini e trasmetteva come un’eco le imprecazioni degli uomini, che si univano alle voci di chi cercava i figli, il coniuge, i parenti. C’era chi si lamentava di aver perso tutto, chi si augurava la morte, chi, al contrario, la temeva. Molti alzavano le mani al cielo invocando gli dei, ma i più erano convinti di essere stati abbandonati. Correvano notizie spaventose, spesso inventate e false, ma la gente ci credeva e piangeva, scuotendosi attonita la cenere di dosso. Quella notte interminabile, per molti l’ultima, si risolse alla fine in un’alba livida. Quando apparve la luce, tutto aveva una forma nuova ed era coperto da una spessa coltre di cenere, che rendeva il panorama monotono e irreale. Gli abitanti di Miseno erano stati fortunati, perché la maggior parte di loro, pur nel terrore e nello sgomento, era scampata al dramma ed era lì, ora, a vagare inebetita. Nessuno sapeva che, poco lontano Pompei era stata cancellata dalla faccia della Terra, e né che Ercolano, rimasta defilata nelle prime fasi dell’eruzione, era stata investita, per effetto del vento, dalla gigantesca colonna di materiali che aveva iniziato a collassare. Una nube ardente di gas, ceneri e vapore acqueo si era abbattuta con violenza inaudita sulla città, vaporizzando all’istante quanti si erano riversati all’aperto nel disperato tentativo di mettersi in salvo. Chi era rimasto al riparo aveva trovato una morte diversa, lenta e ancora più atroce. Due giorni dopo, al tramonto, il Vesuvio tornò ad assopirsi e sul golfo di Napoli calò il silenzio. Pompei, Ercolano, Stabia Oplontis e le migliaia di anime che le abitavano non c’erano più, sepolte sotto un milione di metri cubi di cenere.

La morte di Plinio il Vecchio nelle lettere di Plinio il Giovane a Tacito.

Petits, ut tibi avunculi mei exitum scribam, quo verius tradere posteri possis. Gratias ago; nam video mortis eius, si celebretur a te, immortalem gloriam esse propositam.
Erat miseni classemque imperio praesens regebat. Nonum Kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie.
Nubes, incertum procul intuenti bus, ex quo monte (Vesuvium fuisse postea cognitum est), oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arbor quam pinus expresserit.
Magnum propriusque noscendum, ut eruditissimo viro, visum, lubet liburnicam aptari.
Properat illuc, unde alii fugiunt, rectumque cursum, recta gubernacula in periculum tenet adeo solutis metu, ut omnis illius mali motus, omni figuras, ut deorenderat oculis, dictaret enotaretque, lam navibus cinis incidebat, quo propius accederent, calidior et densior, iam pumices etiam nigrique et ambusti et fracti igne lapides, iam vadum subitum ruinaque montis litora obstantia.
Cunctatus paulum, an retro flecteret, max gubernatori, ut ita faceret, monenti “fortes”, inquit, “fortuna iuvat, Pomponianum pete!”
Interin e Vesuvio monte pluribus locis latissimae flammae altaque incendia relucebant, quorum fulgor et claritas tenebris noctis excitabatur.
Nam crebris vastique tremoribus tecta nutabant et quasui emota sedi bus suis nunc huc, nunc illuc abire aut referri videbantur. Sub dio cursus quamquam levium exesorumque pumicum casus metuebatur: quod tamen periculorum collatio elegit.
Iam dies alibi, illic nox omnibus noctibus nigrior densiorque, quam tamen faces multae variaque liumina solabantur. Placuit egredi in litus et ed proximo adspicere, ecquid iam mare admitteret, quod adhuc vastum et  adversum permanebat.
Ibi super abiectum linteum  recubans semel alque iterum frigidam doposci hausitque. Deinde flammae flammarumque praenuntius odor sulpuris alios in fugam vertunt, excitant illum.
Ubi dies redditus (is ab eo, quem novissime viderat, tertius), corpus inventum integrum, inlaesum opertumque, ut fuerat indutus: habitus corporis quiescenti quam defuncto similior.  

Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se verrà celebrata da te, la sua morte sarà destinata a gloria immortale.
Era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre lo informò che spuntava una nube fuori dell’ordinario sia per la grandezza sia per l’aspetto.
Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montava (si seppe poi che era il Vesuvio): nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma.
Nella sua profonda passione per la scienza, lo considerò un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino.
Si affrettò colà donde gli altri fuggivano e puntò la rotta e il timone proprio nel cuore del pericolo, così immune dalla paura da dettare e annotare tutte le evoluzioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come riusciva a coglierle successivamente con lo sguardo.
Oramai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso e una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale.
Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in molti luoghi larghissime strisce di fuoco e incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buoi della notte.
Infatti, sotto l’azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati barbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l’impressione di sbandare ora da una parte ora dall’altra e poi ritornare in sesto. D’altronde all’aperto cielo c’era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra questi due pericoli indusse a scegliere quest’ultimo.
Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia e osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto e intransitabile.
Colà, sdraiato su di un panno steso a terra, chiese a due riprese dell’acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme e un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spinsero gli altri in fuga e lo ridestarono.
Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo)  il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera in cui si presentava il corpo faceva più pensare a uno che dormisse che non a un morto.  

Articolo in gran parte di Elena Percivaldi pubblicato su Civiltà Romana, bimestrale di storia della Roma grandiosa, Sprea editori. Altri testi e immagini da wikipedia.

Il massacro dei cavalleggeri di Saluzzo


Il massacro dei cavalleggeri di Saluzzo.
L’Unità d’Italia, impopolare in molte contrade del Sud e non solo, diede al fenomeno del brigantaggio la dignità di una resistenza armata all’esercito di occupazione del governo sabaudo. Ecco la ricostruzione di un drammatico evento verificatosi in quel contesto di illegalità e di odio.


Elementi della banda del brigante Agostino Sacchitiello di Bisaccia, uno dei luogotenenti di Carmine Crocco (foto del 1862).Data1860 - 1870Luogoprovince continentali dell'ex Regno delle Due SicilieCausaribellione contro il governo italiano per cause economiche, sociali e politicheEsitovittoria del Regno d'Italia



«Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riuscite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. […] Come le cause non erano distrutte, né si poteva ogni repressione era vana.»
(Eroi e brigantiFrancesco Saverio Nitti, pagg. 9-33[9] · [10])
Per brigantaggio postunitario italiano, nel linguaggio storiografico, si identifica una forma di brigantaggio - spesso associato a fenomeni di banditismo armato ed organizzato - nell'Italia meridionale e nella Sicilia, già presente negli stati italiani preunitari, che assunse connotati tipici durante il Risorgimento, in special modo dopo la realizzazione dell'Unità d'Italia, assumendo spesso i caratteri di una rivolta popolare.
Va evidenziato che il brigantaggio postunitario, inteso come rivolta antisabauda e generalmente antiunitaria, interessò quasi esclusivamente i territori meridionali continentali ex-borbonici, mentre in pratica non si verificò nei territori di tutti gli altri Stati preunitari italiani annessi al Regno di Sardegna per formare l'Italia unita durante il Risorgimento; tale diversità di avvenimenti e comportamenti indica la profonda differenza, già esistente nel 1861, tra il nord ed il centro da un lato, ed il sud della penisola dall'altro, divario che sarà in seguito meglio noto con la locuzione questione meridionale, fonte di discussioni e di dibattito ancora oggi, né definita unanimemente nelle sue cause dagli storici e studiosi, nonché oggetto del dibattito nelle interpretazioni revisionistiche del Risorgimento.


Uno degli effetti collaterali più sgradevoli dell’Unità d’Italia fu senza dubbio la resistenza dei briganti, che agivano in odio al governo sabaudo,  il quale pretendeva di amministrare le loro terre. E l’opposizione ai Savoia divenne un buon pretesto per chi il brigantaggio lo esercitava come professione e lo avrebbe esercitato sotto qualunque governo, ma forse più volentieri se la repressione veniva da Torino.
Il 12 marzo 1863 avvenne uno degli episodi più emblematici delle difficoltà incontrate dal Regio Esercito nella lotta contro le bande criminali che facevano le loro scorrerie soprattutto nelle provincie del Sud, del Napoletano in particolare.
Ecco il resoconto dettagliato e inedito di un drammatico evento ricostruito attraverso le carte d’archivio, che rende appieno l’immagine del pantano in cui il governo di Torino si venne a trovare dopo essersi annesso le terre dei Borbone. Abusivamente, secondo l’opione di una parte degli italiani dell’epoca e in parte anche di oggi.
Nel primo pomeriggio del 12 marzo 1863 il prefetto di Potenza riceveva un telegramma da Melfi: all’alba di quel giorno, il capoluogo dell’omonimo circondario della provincia era stato colpito da un terremoto ondulatorio, senza causare gravi danni a cose o persone.: “Tranquillità pubblica inalterata”, riferiva laconicamente il dispaccio. Tranquillità che sarebbe durata solo poche ore, perché una notizia ben più grave giunta da Melfi avrebbe allarmato il signor prefetto, arrivando a destare seria preoccupazione persino nelle stanze del Palazzo delle segreterie a Torino, prima sede del ministero degli Interni del Regno d’Italia.



Carmine Crocco
Carmine Crocco, detto Donatello[1] o Donatelli[2] (Rionero in Vulture5 giugno 1830 – Portoferraio18 giugno 1905), è stato un brigante italiano, tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune dell'Irpinia e della Capitanata


TERRA DI PROTESTA E DI BRIGANTI. La presenza di folti boschi e montagne, il fatto che molti capi briganti famosi provenissero dai paesi di questo circondario, la sua posizione strategica – territorio a cavallo tra Campania, Basilicata e Puglia – avevano eletto il Melfese quale naturale centro delle operazioni di brigantaggio. Il circondario di Melfi era anche crocevia delle diverse zone militari del 6° Gran Comando di Napoli (il centro delle operazioni militari nel Sud d’Italia), istituite in maniera rigida dal generale Cialdini, nell’estate del 1861, per salvare le città più grandi dall’eventualità, non troppo remota, di un’insurrezione generale del Sud. Col tempo, le bande di briganti divennero sempre più abili nel muoversi ai limiti delle divisioni militari, sicuri che i comandanti non avrebbero operato oltre i confini delle zone di competenza. La capitale dei Normanni era stata il centro più importante conquistato dalle bande di Carmine Crocco, che il 15 aprile 1861 sbaragliò le guarnigioni sabaude in poco tempo e venne accolto trionfalmente dalla popolazione locale. Crocco era il capo riconosciuto di un esercito di ribelli, formato da contadini e pastori, che, spinti dalle persistenti ingiustizie sociali e incentivati dalla dinastia borbonica in esilio, avevano dichiarato guerra allo Stato unitario. Erano la vera resistenza all’Italia Unita, leggitimata dai plebisciti popolari.

Ma nel marzo 1863 le cose erano cambiate: per i briganti lucani erano tramontati i tempi delle campagne militari legittimiste della primavera e del’autunno del 1861, quando il generale dei briganti poteva permettersi scontri in campo aperto contro il Regio Esercito e l’occupazione di molti centri abitati. Nonostante la dura repressione contro interi centri abitati, si era bene lontani dallo scopo teorico di pacificare il Mezzogiorno, obbiettivo per il quale il nuovo governo unitario aveva Nazionale. Già nell’anno precedente, il 1862, si era assistito a un’evoluzione del modo di guerreggiare brigantesco. L’esperienza insegnava che le manovre congiunte di reparti diversi dell’esercito, in campo aperto equivalevano ad una carneficina per le forze irregolari. Le effimere conquiste dei paesi, poi, erano tanto più dispendiosi, dal momento che le posizioni non erano difendibili, attiravano l’arrivo di numerose truppe nel territorio di pertinenza dei briganti ed esponevano le popolazioni alla repressione dell’esercito. L’obiettivo dei briganti divenne quindi quello di arrecare il maggior danno possibile al nemico con il minor dispendio di risorse. Crocco suddivise la sua armata in 43 bande che si riunivano all’occorrenza con gruppi armati anche di altre regioni in caso di scontri: i capi briganti divennero campione nell’arte di fiaccare il nemico con mille piccole punture di spillo, come venne definita la guerriglia, un secolo più tardi da Mao Zedong.
Nel corso del 1863 le tecniche dell’agguato e le azioni di sorpresa inflissero reiterati rovesci a piccoli drappelli isolati del Regio Esercito. Gli agguati e i colpi di mano erano possibili solo grazie a una vasta rete di spionaggio popolare che, grazie ai segnali convenzionali di ogni tipo, permetteva ai briganti di conoscere i movimenti e la consistenza numerica delle truppe regolari di stanza nelle provincie dell’ex Regno delle Due Sicilie.


Lettera datata: Melfi, 6 marzo 1865, manoscritta dal generale Govone che termina col commento: "il brigantaggio nel Melfese è ora completamente distrutto" - Scritta su carta intestata "Comando generale delle zone riunite di Melfi, Lacedonia e Bovino

IL TERREMOTO, ANNUNCIO DI SCIAGURA. All’alba del 12 marzo del 1863, un terremoto aveva risvegliato gli abitanti di Melfi. Quel giovedì mattina sembrava non fosse sorto il sole, il cielo scuro, una pioggia ininterrotta cadeva dal giorno prima e continuava a mondare strade e campi. Nessun buon auspicio per il distaccamento di Cavalleggeri di Saluzzo di stanza nella piccola caserma della cittadina lucana, comandato dal luogotenente Giacomo Bianchi di Origgio (Va), che ad uscire per l’ennesima perlustrazione nei boschi del circondario. Il giorno prima, una sessantina di di pubblica sicurezza presso la masseria Spagnoletti di Gaudiano. In seguito a questa segnalazione, il colonnello Bendini, comandante delle forze regolari del circondario di Melfi, aveva disposto un movimento congiunto di truppe con l’intento di accerchiare i briganti. Le operazioni militari furono ostacolate dalla pioggia copiosa che rallentava il movimento delle truppe e la visibilità delle strade. Il comandante dei Cavalleggeri di Saluzzo, capitano Laiolo, era partito con la sua truppa da Melfi di buon mattino per ritornare entro sera a Venosa, dove lo squadrone era di stanza.
Sulla strada, avvertito della presenza di briganti, decise di rimandare indietro un soldato ad ordinare al suo sottoposto, luogotenente Bianchi, di raggiungerlo con dei rinforzi. Bianchi, radunati i suoi uomini, raggiunse lo squadrone e poche miglia dopo fatte di conserva (quando cioè due unità procedono tenendosi a vista per difendersi e soccorrersi reciprocamente) gli venne ordinato dal capitano di ritornare a Melfi. Non è dato sapere il motivo di questa decisione contraria a quella precedente. Dalle relazioni delle autorità civile si legge che il Bianchi “anziché prendere la via consolare che porta a Melfi, decise di fare delle perlustrazioni verso il fiume Ofanto, a nord di Melfi”. Non è chiaro il motivo che spinse l’ufficiale a disattendere la consegna del suo capitano: forse Bianchi credeva che i suoi superiori fossero troppo prudenti e statici, forse era stanco di una guerra dove quasi mai si vedeva il nemico, fatta di logoranti perlustrazioni e pochi combattimenti. Probabilmente, a condizionare le decisioni dell’ufficiale fu l’idea di riuscire in un colpo di mano sui briganti (la guerra al brigantaggio rappresentava un importante banco di prova per assicurarsi una carriera nel neonato esercito italiano). L’unità d’Italia si era compiuta due anni prima a corno manto dell’ubriacatura risorgimentale, e il futuro della nuova nazione era ancora tutto da inventare. Quando il volenteroso Bianchi giunse nei pressi della masseria denominata Catapano, a cinque miglia di distanza da Melfi, i capibanda Carmine Rocco, Agostino Sacchitiello, Giuseppe Caruso, Giovanni Coppa, Domenico Zappella detto Malacarne, Teodoro Gioseffi, soprannominato Caporal Teodoro, e Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco-Nanco, erano già pronti a tendere un’imboscata, avvertiti dalle loro sentinelle appostate nei posti più elevati di quella contrada, come era regola delle bande brigantesche. La compagine di settanta briganti si divise in due gruppi: una ventina di uomini appiedati, si nascose dietro le siepi dei giardini di Catapano, mentre il resto del piccolo esercito, a cavallo, si appostò nelle stalle della masseria. Quando giunsero a portata dei fucili briganteschi, i Cavalleggeri di Saluzzo furono accolti dal fuoco di moschetteria che proveniva dalle siepi della masseria, mentre i briganti a cavallo uscivano dalla stalla come tante furie e tra urla e imprecazioni caricarono il drappello sabaudo, che presto sbandò, nonostante i tentativi del luogotenente di tenre unito il gruppo per una ritirata ordinata. I soldati, scappando disordinatamente, si trovarono nel vallone di Camarda (che ancora oggi costeggia l’unica strada che porta alla Masseria Catapano), il cui torrente era ingrossato dalla forte pioggia, dovettero prendere un’altra direzione, verso i terreni detti di Celano, una terra argillosa, dove ancora oggi si coltiva grano. La forte pioggia di quel giorno di marzo aveva reso quel terreno un pantano dove si arenarono gli zoccoli dei cavalli del Regio Esercito. Raggiunti facilmente dai briganti, furono massacrati uno ad uno. Senza un vero scontro e senza onore morirono 17 cavalleggeri, in prevalenza toscani, piemontesi e lombardi.

 I) Provincia di Napoli, II) Terra di Lavoro, III) Principato Citra, IV) Principato Ultra, V) Basilicata, VI) Capitanata, VII) Terra di Bari, VIII) Terra d'Otranto, IX) Calabria Citeriore, X) Calabria Ulteriore Seconda, XI) Calabria Ulteriore Prima, XII) Contado di Molise, XIII) Abruzzo Citra, XIV) Abruzzo Ulteriore Secondo, XV) Abruzzo Ulteriore Primo e, da XVI a XXII le sette province siciliane. In giallo lo Stato Pontificio. Il tratteggio copre le aree inizialmente interessate dalla legge Pica


1863, l’anno nero della cavalleria.
I comandanti dei reparti militari del nuovo regno si resero ben presto conto che le tecniche tradizionali d’impiego delle truppe, ovvero le concezioni strategiche degli eserciti di caserma, che avevano dominato il XIX secolo, non erano adatte a contrastare la guerriglia nel M;mezzogiorno. Ma lo impararono a costo di lezioni molto amare. Il 1863 fu l’annus horribilis per la gloriosa cavalleria sabauda, che subì diverse imboscate. Il logoramento della guerra civile colpì i migliori reparti dell’appena istituito esercito italiano. Oltre alla strade dei Cavalleggeri di Saluzzo presso la masseria Catapano, bisogna ricordare che gli Ussari di Piacenza, l’8 maggio 1863, ebbero 8 morti e 4 feriti a Calitri e che, il 23 luglio 1863, in località Rendina a Rapolla (Pz) nel Melfese, il tenente Borromeo con 35 cavalleggeri cadde in un agguato ordito da 100 briganti, lasciando sul campo 22 cavalieri.

ALLA VENDETTA SEGUI’ LA REPRESSIONE SABAUDA. Dalla relazione del sottoprefetto di Melfi sul massacro scopriamo che: “Quattro soli soldati riuscirono a salvarsi, due in Melfi, uno in Lavello ed un altro ferito fu accolto nella masseria dei signori Aquilecchia. E una guida locale, requisita dal Bianchi in una masseria, venne pure trasportata a Melfi gravemente ferite da quattro proiettili”. Gli ultimi a morire furono il Luogotenente  Bianchi e un sergente polacco di 50 anni (reduce della Guerra di Crimea e delle Guerre d’Indipendenza italiane), giustiziati dal brigante Gioseffi sull’aia da masseria Carlo-Francesco dei signori Araneo, non molto distante da luogo dell’imboscata. Le teste recise dei due cadaveri furono esposte su di un albero insieme a un pezzo di legno dove si incise con un coltella la scritta “Vendicati i caduti di Rapolla”.
I militi uccisi appartenevano infatti allo stesso squadrone di Cavalleggeri di Saluzzo che quattro mesi prima a Rapolla (Pz), il 21 novembre 1862, aveva catturato e fucilato sul posto i briganti della banda Petrone dopo un conflitto a fuoco. La notizia del massacro allarmò per prime le autorità presenti a Melfi: il colonnello Bendini, comandante delle truppe del circondario di Melfi e il sottoprefetto Castaldi. Era difficile spiegare ai propri superiori a Torino come, pur disponendo di un ingente numero di truppe nel circondario (un reggimento intero, il 46° fanteria, un battaglione di bersaglieri e due squadroni di cavalleggeri di Saluzzo) ed essendo a conoscenza di 70 briganti nelle campagne circostanti, fosse stato comandato ad un piccolo drappello di cavalleggeri di uscire in perlustrazione senza l’ausilio di altra truppa. Le relazione militari e civili, quindi, misero subito l’accento sulla “imprudenza della cavalleria che si spinse in una masseria prossima al bosco”. Il colonnello Bendini spedì immediatamente altre forze verso la masseria Catapano, ma la pioggia e l’ora tarda non permisero di raggiungere quel luogo. Tanto era fitta l’oscurità, che si dovettero accendere dei fuochi sul castello della città, per permettere alla truppa di far ritorno a Melfi.
Silvio Spaventa, dal ministero dell’Interno, quando la notizia giunse a Torni, diramò l’ordine ai prefetti di disporre “I più energici provvedimenti a rialzare spirito popolazione ed operare un colpo di rivincita sui briganti”. Il sottoprefetto di Melfi, in una sua relazione del 18 marzo ammetteva che le popolazioni non hanno alcuna fiducia sul sistema tenuto finora per combattere il brigantaggio e l’agguato alla masseria Catapano lasciò una profonda impressione “negli animi delle truppe regolari da cui ora ci si aspetta un certa e sicura vendetta”. Passarono ancora molti mesi prima che avesse fine quella “guerra atroce e bassa, dove non si procede che per tradimenti e intrighi, dove spogliamo il carattere dei soldati per assumere quello di sbirri” (così si esprimeva in una lettera ai familiari il sottotenente Gaetano Negri, impegnato nella repressione in Irpinia). Il punto di svolta nella guerra al brigantaggio avvenne proprio quando le azioni di polizia divennero preponderanti. Le deportazione di massa della legge Pica, le rappresaglie, le fucilazioni arbitrarie, il sistema del tradimento remunerato dalle  autorità, valse ad assottigliare la base sociale che sosteneva i briganti, che divennero, in tal modo, più simili a delinquenti comuni. Era questo l’obiettivo primario del Governo. Dalla fine del 1863 si iniziò ad avvertire un certo distacco fra le bande e l popolazioni contadine. Un risultato che si era ottenuto con costi umani e sociali altissimi e ferite indelebili per le provincie napoletane.
Il brigantaggio rappresentò la manifestazione più evidente di uno scontento popolare per l’unità d’Italia così come era stata realizzata, che persistette a lungo in una parte della popolazione, soprattutto al Sud. Per i contestatori, il governo di Torino non era meglio di un oppressore straniero; aveva occupato con la forza il Mezzogiorno ed era interessato soprattutto a consolidare e ramificare sempre di più il suo potere.

Articolo in gran parte di Dario Marino (studioso e ricercatore di Storia e politica) pubblicato su BBC History edizioni Sprea del mese di agosto 2018. Altri testi e immagini da Wikipedia
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