martedì 25 settembre 2018

Lo scandaloso amore fra la monaca Lucrezia Buti e il frate-pittore Filippo Lippi.


Lo scandaloso amore fra la monaca Lucrezia Buti e il frate-pittore Filippo Lippi.  
Insegnò a Botticelli, stupì signori e principi e fu ammirato dai Medici, Filippo Lippi insomma ebbe tante virtù, tranne quelle richieste dal saio col quale obtorto collo dovette fare i conti. Oggi lo ricordiamo per i suoi meriti artistici, ma nella Toscana del Quattrocento dove visse e lavorò lasciò il segno anche per i pasticci giudiziari e le numerose turbolenze sentimentali. Ma lo scandalo più gustoso di tutti fu anche quello che gli cambiò la vita ed ebbe, incredibilmente, un lieto fine: il suo amore (im)possibile per ima bellissima suora.


autoritratto Filippo Lippi

«Fu fra Philippo gratioso et ornato et artificioso sopra modo: valse molto nelle composizioni et varietà, nel colorire, nel rilievo, ne gli ornamenti d'ogni sorte, maxime o imitati dal vero o finti»
(Cristoforo Landino)
Fra Filippo di Tommaso Lippi (Firenze23 giugno 1406 – Spoleto9 ottobre 1469) è stato un pittore italiano.
Fu, con Beato Angelico e Domenico Veneziano, il principale pittore attivo a Firenze facente parte della generazione successiva a quella del Masaccio. Dopo un periodo iniziale, di stretta aderenza masaccesca, pur arricchita di spunti tratti dalla vita reale, come nelle opere coeve di Donatello e Luca della Robbia, Lippi si orientò gradualmente verso uno spettro più ampio di influenze, che comprendeva anche la pittura fiamminga.
In seguito il suo stile si sviluppò verso una predominanza della linea di contorno ritmica su tutti gli altri elementi, con figure snelle, in pose ricercate e dinamiche, su sfondi scorciati arditamente in profondità. Il suo stile, nell'età laurenziana, divenne predominante in area fiorentina, costituendo le basi su cui pittori come Botticelli cocrearono il proprio stile.
Santa maria del carmine side.JPG

La Basilica del Carmine a Firenze.

 INTRIGANTE.  Nato probabilmente a Firenze agli inizi del Quattrocento, Filippo proveniva da una famiglia senza fortuna. La madre Antonia. Vedova di un macellaio, era talmente povera da beneficiare di un’esenzione speciale delle tasse. Ancora bambino, entrò nel Convento del Carmine di Firenze e nel 1421 – aveva allora circa 14 anni – professò i voti. Che sia stato lui a fare questa scelta è improbabile. All’epoca erano i genitori a decidere la sorte dei figli: alcuni si destinavano al matrimonio, altri (soprattutto i cadetti di entrambi i sessi) a Dio.
Appena arrivato in convento Filippo si attaccò ai pennelli. Giorgio Vasari, nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550, ampliate nel 1568) lo descrive “fanciullo molto destro e ingenioso nelle azzioni di mano, ma nella erudizione delle lettere grosso e male atto ad imparare”. Insomma dato che lo studio proprio non gli andava giù, i frati lo istruirono al mestiere più pratico di pittore. I soggetti di Filippo erano soprattutto religiosi: dalle Madonne agli angeli, dai santi alle scene di Annunciazione, il prete dimostrava di avere del talento. Nel Convento del Carmine, in effetti, aveva incontrato Masaccio, il genio che aveva rivoluzionato la prospettiva pittorica con il suo ciclo di affreschi sula vita di san Pietro. Quello che mancava a Filippo, però, erano rigore e organizzazione nel lavoro: era svogliato, si distraeva facilmente e il più delle volte consegnava in ritardo le opere; spesso, inoltre, gli capitava di restare senza soldi. Nel 1439 scrisse direttamente a Piero, il figlio maggiore del signore di Firenze Cosimo de’ Medici, che era uno dei suoi protettori, per battere cassa. In quanto poi ai sotterfugi, Filippo ne sapeva una più del diavolo. Nel 1450, pur di non pagare il suo collaboratore Francesco del Cervelliera, mise in atto una truffa. Quest’ultimo, infatti, lo chiamò in giudizio perché non aveva ricevuto un compenso che gli spettava. Il monaco fece allora una lettera a nome di Francesco, falsificandone la firma, in cui dichiarava che il pagamento era già stato effettuato. L’affare finì male, poiché entra,bi furono torturati – com’era abitudine quando si voleva far parlare qualcuno – e, allo stremo delle forze, il Lippi confessò la sua bravata.


INNAMORATO. Filippo aveva anche un debole per le donne. E la cosa non era un segreto per nessuno. A tal proposito Vasari racconta un episodio divertente, anche se non sappiamo se degno di fede: “Una volta, fra le altre Cosimo de’ Medici, facendoli fare una opera, in casa sua lo rinchiuse perché fuori a perdere tempo non andasse; ma egli statoci già due giorni, spinto dal furore amoroso una sera con un paio di forbici fece alcune liste de’ lenzuoli del letto, e da una finestra calatosi attese per moti giorni a’ suoi piaceri”. Un bel giorno arrivò nella sua vita una donna che gli fece dimenticare tutte le altre. Si chiamava Lucrezia Buti ed era nata a Firenze in una famiglia rispettabile. La storia di Lucrezia non è molto diversa da quella di Filippo: probabilmente su decisione dei genitori, nel 1454, assieme alla sorella Spinetta, si fece monaca nel convento agostiniano di Santa Margherita a Prato. L’artista, che già lavorava a un circo di affreschi nel Duomo di Prato, era stato nominato cappellano di Santa Margherita. Quando nel 1456 ricevette l’incarico di dipingere una tavola per l’altare del convento  (la Madonna della Cintola, oggi al Museo civico di Prato), chiese alle monache di poter ritrarre il volto di Lucrezia nella figura di Santa Margherita, “La qual cosa con molta difficoltà gli concessero”, ricorda il Vasari. Tra una seduta di posa e l’altra, tra il maturo Filippo e la ragazza – avevano trent’anni di differenza – scoppiò la scintilla.


Salomè-Lucrezia Buti negli affreschi di Lippi a Prato

RIBELLE. I primi incontri furono segreti, ma ben presto Filippo fu stanco di nascondersi e convinse Lucrezia a scappare con lui. Durante la processione della Sacra Cintola (la cintura della Madonna, reliquia preziosissima per gli abitanti di Prato), Lucrezia si mischiò tra la folla e corse a casa dell’amato. Ma non rimasero soli a lungo: poco dopo furono raggiunti da Spinetta, la sorella di Lucrezia, e da altre tre monache, che ne avevano abbastanza della rigida vita del convento. Lo scandalo fu presto sulla bocca di tutti e “le monache molto per tal caso furono svergognate”, scrive ancora Vasari. Quel che è peggio è che Lucrezia rimase incinta: partorì un bambino, Filippo (detto Filippino) che come il padre diventerà pittore. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, episodi di questo genere non dovevano essere rari all’interno dei conventi, dato che spesso i giovani abbracciavano la carriera ecclesiastica solo perché obbligati.
Se per le suore di Santa Margherita la fuga delle consorelle fu uno shock, i grandi del tempo si fecero invece grosse risate. Giovanni, figlio di Cosimo de’ Medici, scrisse al suo rappresentante a Napoli: “Che dello errare di fra’ Filippo n’aviamo riso un pezzo”. Nel dicembre 1459, però Lucrezia e le suore fuggite, forse divorate dai sensi di colpa oppure vittime della pressione della comunità monastica, decisero di far ritorno in convento. L’inversione di marcia fu di breve durata; nel giro di qualche mese caddero di nuovo in tentazione e abbandonarono definitivamente il convento. Per Filippo e Lucrezia si prospettava il lieto fine. Cosimo de’ Medici chiese infatti al papa di proscioglierli dai voti, cosa che, sembra, fu concessa senza problemi. E a quel punto iniziarono a vivere come una normale coppia ed ebbero anche un’altra figlia, Alessandra.



La Sacra Cintola, chiamata anche Sacro Cingolo, è considerata la cintura della Madonna ed è la reliquia più preziosa di Prato, fulcro della religiosità cittadina. È custodita nell'omonima cappella del Duomo.
La Sacra Cintola è una sottile striscia (lunga 87 centimetri) di lana finissima di capra, di color verdolino, broccata in filo d'oro, gli estremi sono nascosti da una nappa su un lato e da una piegatura sul lato opposto (tenute da un nastrino in taffetà verde smeraldo), che la tradizione vuole che appartenesse alla Vergine Maria, che la diede a San Tommaso come prova della sua Assunzione in cielo.



Chiesa di Santa Margherita Prato

SCAPESTRATO. Malgrado ora avesse una famiglia sulle spalle, Filippo non cambiò le sue cattive abitudini: anche negli ultimi anni di vita ebbe fastidi con la giustizia per problemi di soldi. Morì nel 1469, lasciando Lucrezia da sola con due figli a carico. Fortunatamente per lei, Filippino riuscì a rendersi subito indipendente: grazie alle ottime lezioni del padre, fu accettato come apprendista nell’atelier di uno dei migliori allievi che Filippo aveva avuto, Sandro Botticelli, e divenne nel giro di poco tempo un grande artista. Sistemata anche la figlia con un matrimonio vantaggioso, Lucrezia trascorse la vecchiaia a Prato, in una casetta che il figlio le aveva comprato nella piazza principale. Fatto curioso, l’abitazione si trovava proprio di fronte al Convento di Santa Margherita, quel monastero in cui la sua vita, nel bene e nel male, era cambiata per sempre.


Autoritratto Filippino Lippi nell'affresco Disputa di Simon Mago e crocifissione di san Pietro



Articolo in gran parte di Simone Zimbarti pubblicato su Focus Storia n, 140. Altri testi e foto da Wikipedia.





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