sabato 9 marzo 2019

L’assedio di Vienna 1683. Ombre turche sull’Europa.


L’assedio di Vienna 1683.
Ombre turche sull’Europa.
Nel 1863, un grandioso esercito ottomano muove all’assalto del Sacro Romano Impero. Il mondo cristiano si salva solo grazie a un frate veneto e un audace re polacco.



Una Vienna in cui svettano alti minareti e si parla la lingua turca può sembrarci così surreale da sconfinare nella fantastoria; eppure la città austriaca rischiò più di una volta di diventare islamica. Durante il Rinascimento, l’Impero Ottomano spadroneggiava per tutti i Balcani, ed è per questo che ancora oggi diverse aree della penisola, come la Bosnia, sono a maggioranza musulmana.
La prima vera puntata turca verso le mura di Vienna avvenne nel 1529, sotto la guida di Solimano il Magnifico, ma non ebbe fortuna. Un grande esercito islamico tentò ancora di risalire verso le Alpi nel 1664, ma venne sconfitto dal conte Raimondo Montecuccoli, nella battaglia di San Gottardo sul fiume Raba, fra Austria e Ungheria. Lo scontro si concluse con un trattato di pace ventennale tra l’Impero Ottomano e quello asburgico, ma senza per questo spegnere le ambizioni turche. Il Sultano impiegò la lunga tregua armata ai confini occidentali per concentrarsi su quelli orientali, dove perdurava un annoso conflitto con i Persiani. Poi, nel 1682, ottenuta la pacificazione a Oriente e senza attendere la scadenza del trattato, incominciarono i preparativi per un nuovo attacco a Vienna. Una buona causa per rilanciare il conflitto non mancava: a fare da cuscinetto tra Asburgo e Ottomani si stendeva l’Ungheria, per metà controllata dall’Austria e per il resto nella sfera d’influenza turca.

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La battaglia di Vienna di Józef BrandtData11 - 12 settembre 1683


Lo sconfinato impero della mezzaluna.
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Le mire turche divennero palesemente ambiziose sotto il sultano Selim I (1465-1520), il quale aveva stretto ottimi rapporti con i vicini occidentali, in particolare con Venezia e l’Ungheria, ma solo per espandersi verso Oriente e in Africa a scapito di altri Stati musulmani. Una volta sconfitti i Persiani sciiti nella battaglia di Chaldiran (1514), ed estesi i confini all’attuale Iraq, Selim attaccò il regno dei Mamelucchi, turchi anch’essi, conquistando Siria, Palestina, Egitto e le città sante di Mecca e Medina. In otto anni aveva triplicato i suoi domini, creando nel Mediterraneo un’area di conflitto con l’Occidente. Parallelamente la custodia dei luoghi santi imponeva anche il ruolo di Protettore dell’Islam, facendo della Turchia il Paese guida dell’intero universo musulmano. Ma fu Solimano il Magnifico (1494-1566) a trasformare l’impero in vera potenza militare, conquistando Budapest, Tripoli, la Mesopotamia e, soprattutto organizzando l’apparato statale in modo molto efficiente e moderno.


LA PAZIENZA DI UN FRATE. I protestanti e altri componenti antiasburgiche dell’Ungheria si erano coalizzate e, anche per mezzo di un sostanzioso aiuto ottomano, avevano da poco conquistato una precaria indipendenza, mal digerita dall’Austria. Il sultano Maometto IV ordinò la mobilitazione delle sue armate nel gennaio 1682, ma i preparativi andarono per le lunghe. Quando, il 6 agosto, dichiarò guerra, la stagione era ormai troppo avanzata e l’invasione venne rimandata alla primavera successiva. Le forze turche erano immense, fra i 100 e i 300mila uomini tenuti insieme da un massiccio apparato logistico.
Il ritardo si rivelò prezioso per l’imperatore Leopoldo I, che ebbe il tempo di guadagnare alleati alla sua causa. Venne sostenuto dall’infaticabile lavoro diplomati del frate cappuccino Marco d’Aviano, inviato di papa Innocenzo XI, che visitò le corti europee per formare una nuova Lega santa cristiana. Ricevette un pesante rifiuto dal sovrano di Francia, Luigi XIV, che aveva tutto da guadagnare da un indebolimento del Sacro Romano Impero, ostacolo principale alle sue mire espansionistiche in Germania. marco d’Aviano riuscì invece a ottenere l’appoggio del re di Polonia, Jan III Sobieski. L’impresa era di enorme significato per due ragioni: anzitutto perché tra i sovrani di Polonia e d’Austria non correva buon sangue, poi perché Sobieski poteva mettere in campo una delle maggiori potenze militari dell’epoca.
Il 1° aprile 1683, l’esercito ottomano iniziò finalmente la lenta marcia verso Vienna. Era preceduto da un’avanguardia di 40mila cavalieri tartari, con il compito di tenere sotto controllo le mosse dell’esercito asburgico e terrorizzare la popolazione locale; svolgevano l’incarico con particolare diligenza, essendo la loro paga esclusivamente legata ai saccheggi. L’armata cristiana, guidata dal duca Carlo V di Lorena, poté fare per contenere una forza che solo nell’avanguardia era già il doppio della sua, e si ritirò.
Vienna sarebbe stata difesa dal conte Ernst von Starhemberg, validamente assistito dal borgomastro Liebengerg: 11mila soldati e 5000 cittadini con 300 cannoni avrebbero dovuto resistere a ogni costo, per dare il tempo ai soccorsi di arrivare. Quel che i viennesi attendavano era un mosaico di forze che comprendeva, oltre alla cavalleria asburgica rimasta fuori dalle mura e al già citato esercito polacco, soldati dei maggiori Stati tedeschi e persino del Granducato di Toscana, oltre a numerosi volontari. Il 14 luglio, gli Ottomani furono in vista della città, o meglio di quello che ne rimaneva: il giorno prima i Viennesi avevano dato fuoco agli edifici esterni alla cinta muraria, per consentire un più ampio campo di fuoco alle loro artiglierie. Le difese cittadine, per quanto incomplete, erano moderne e ispirate alle nuove regole dettate dagli architetti militari italiani secondo i principi della "traccia bastionata”: un percorso murario irto di propaggini a punta di freccia, per favorire il tiro dei propri cannoni e rendere inefficace quello avversario. Il sultano si era fermato a Belgrado con tutto il suo enorme bagaglio (200 carri solo per l’harem), lasciando il comando assoluto nelle mani del gran visir Kara Mustafa. L’artiglieria al seguito dell’esercito ottomano era di tipo medio o leggero, insufficiente per demolire le mura viennesi. A Kara Mustafa fu subito chiaro che lo scontro sarebbe stato lungo e logorante, e che il ruolo principale l’avrebbero giocato i genieri. La sua armata aveva una lunga esperienza in fatto di assedi. Individuato il tratto più vulnerabile delle mura, i giannizzeri vi si accamparono dinnanzi e immediatamente iniziarono le opere di avvicinamento: una serie di trincee a serpentina, chiamate parallele, che avrebbero permesso l’assalto protetto alla città. In appena due settimane, i Turchi avevano raggiunto il fossato esterno, ma già da alcuni giorni erano pronte le loro mine, gallerie scavate per far brillare la polvere da sparo sotto le fondamenta delle mura.

Lapide commemorativa del contributo decisivo dell'Esercito polacco alla Battaglia di Vienna.

L’aquila a due teste.

Il simbolo imperiale dell’aquila a due teste, ereditato da Bisanzio, torna nello stemma di Vienna, anche se con i colori invertiti (oro su nero). Simboleggia un impero che guarda sia a Est che a Ovest e il suo significato non cessò mai di essere attuale: nel XVII secolo, accanto al pericolo ttomano, gli Asburgo dovettero anche fronteggiare quello rappresentato da Luigi XIV, il re Sole, e le sue mire sui territori tedeschi.
I giannizzeri ottomani: allevati per la guerra.

Il corpo dei giannizzeri fu creato dai sultani ottomani nel Trecento per dotare il proprio esercito, basato sulla cavalleria feudale, di un solido contingente di fanteria. Da subito costituirono il cuore delle armate turche riportando in grande stile una forza militare permanente. Il loro reclutamento avveniva arruolando forzosamente, ogni 5 anni, gli adolescenti più prestanti tra le famiglie cristiane delle province europee, ottenendo così anche lo scopo di privare delle energie migliori quelle aree infide. I giovani dovevano convertirsi all’Islam (solo ai mussulmani era concesso di possedere armi), quindi erano avviati in caserme nelle quali avrebbero vissuto lunga parte della loro vita, fino al raggiungimento della pensione.
Indossata l’uniforme e riuniti in compagnie di 200 uomini chiamate orta, le reclute venivano sottoposte a uno strenuo addestramento che le forgiava in una disciplinatissima forza militare di tiratori (prima con archi, poi con archibugi), e ancora più abile nell’uso di sciabole e asce. I giannizzeri godevano di una tale fama che vennero imitati da vari Paesi europei, lameno nell’uniforme e nel tipo di disciplina.
Gli ussari alati polacchi: la forza e il terrore.
Scontro tra ussari polacchi e cavalieri turchi - Józef Brandt.

L’élite dell’esercito polacco rappresentava, paradossalmente, un anacronismo. Gli ussari erano infatti una cavalleria nobile corazzata, simile a quella scomparsa da tempo in Europa occidentale, sostituita da cavalieri con pistola. Nonostante gli ussari polacchi non disprezzassero le armi da fuoco, la loro tipica tattica era ancora la carica a lance spiegate, condotta con impeto irresistibile.
Gli Svedesi per primi avevano provato a proprie spese l’effetto di una simile massa di uomini e cavalli, e il grande Gustavo Adolfo di Svezia ne aveva fatto tesoro, addestrando la sua cavalleria nell’assalto a sciabola sguainata. La lancia rimase a lungo la prerogativa della cavalleria polacca: l’arma era molto difficile da utilizzare efficacemente e richiedeva un intenso allenamento. All’epoca dell’assedio di Vienna, la lancia era divisa in due parti e cava all’interno, così da poter essere usata lunga o corta, per risultare più maneggevole. Non si conosce molto circa l’origine delle lunghe ali dotate di piume d’aquila degli ussari, ma il fragore sibilante che provocavano durante le cariche di cavalleria doveva essere terrificante.
    
Sobieski manda al Papa il messaggio della vittoria dipinto di Jan Matejko

UNA LENTA AGONIA. La prima esplosione avvenne il 23 luglio e altre seguirono giorno dopo giorno. In agosto, il combattimento assunse un ritmo spietatamente metodico: la mattina i cannoni turchi bombardavano, la sera venivano fatte brillare le mine e di notte partivano gli assalti.
Ma anche i difensori si erano organizzati in modo efficiente. A fianco dei militari operavano compagnie di cittadini divisi per corporazioni, e non mancava il contributo delle donne, che si distinsero nello scavo di trincee. Il prolungarsi dei combattimenti provava duramente i viennesi: i ranghi si assottigliavano e la dissenteria logorava le forze. Dopo una prima fase in cui vennero tentate delle sortite, anche i difensori cominciarono a seguire uno schema ripetitivo: le brecce venivano chiuse con barricate di fortuna, e li si attendeva l’attacco turco, che, pur venendo ogni volta respinto, causava un alto costo in vite umane. I primi frutti della metodica tattica di assedio si colsero a inizio settembre, quando mine più potenti del solito abbatterono ampie porzioni di bastioni, tra le cui rovine andarono a insediarsi i turchi. Con un piede già quasi in città la vittoria sembrava questione di giorni; ma anche nel campo ottomano si pagava il prezzo di un assedio sfinente. La prudenza di Kara Mustafa non era condivisa dai suoi, tanto più che celava una grande avventatezza: tutta la forza lavoro era impegnata per accelerare l’avanzamento delle opere  d’assedio, lasciando l’enorme accampamento praticamente indifeso. Il 7 settembre l’esercito della Lega santa erano ormai radunati a pochi chilometri dalla città, pronti ad intervenire per strapparla dall’assedio turco. Jan Sobesky aveva guidato i suoi uomini in una straordinaria marcia forzata, coprendo in soli 12 giorni i 320 km che lo separavano da Vienna. Inoltre, lo schermo offerto dai guerrieri tartari non funzionava più a dovere e la maggior parte di essi aveva abbandonato la guerra per gravi dissidi con Kara Mustafa.

LA PIU’ GRANDE CARICA DELLA STORIA. L’11 settembre, solo i boschi a nord di Vienna separavano l’accampamento turco dall’esercito di liberazione cristiano. Esperti cacciatori austriaci aiutarono le colonne della Lega santa ad avvicinarsi in buon ordine. il giorno successivo, al primo apparire dei nemici, Kara Mustafa radunò frettolosamente alcune migliaia di uomini e ordinò un attacco improvvisato, nella speranza di bloccare i cristiani sul posto. La battaglia si scatenò presso il Danubio prima che i due eserciti fossero completamente schierati. L’armata tedesca iniziò a respingere lentamente i Turchi, incontrando una tenace resistenza. Verso le 4 del pomeriggio, l’esercito polacco emerse finalmente dalla foresta. Kara Mustafa era finalmente riuscito a dispiegare tutte le forze in una linea continua di quasi 6 km, mentre solo i giannizzeri proseguivano un disperato assalto alla città. Jan Sobieski guidò personalmente i suoi 3000 “ussari alati” (chiamati così perché portavano sulla schiena due lunghe ali verticali piumate) e altri 20mila uomini in quella che venne ricordata come la più grande carica della cavalleria della Storia. L’impatto di una simile massa ebbe un effetto devastante sui Turchi, che provarono inutilmente a contrattaccare. Il fianco destro dello schieramento ottomano era stato logorato dai fanti tedeschi e la carica di uno squadrone di ussari alati polacchi vi aveva aperto una breccia, minacciando di aggirare l’intero schieramento musulmano. Kara Mustafa tentò di ricomporre lo schieramento, cercando inutilmente la morte alla testa della sua guardia del corpo. Venuta meno ogni ragionevole possibilità di resistenza, la sua armata andò in rotta. Alle 6 di sera la battaglia si spense intorno a Vienna, che mai più sarebbe stata minacciata dai Turchi. Fuggito a Belgrado, Kara Mustafa fu strangolato con corda di seta dai giannizzeri, che lo ritenevano responsabile del disastro. La sua testa fu inviata al sultano in una preziosa valigia di velluto.  

Articolo in gran parte di Nicola Zotti pubblicato su Conoscere la Storia n. 49 Sprea Edizioni. Altri testi e immagini da Wikipedia.

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