giovedì 5 luglio 2018

Il marmo di Michelangelo.

IL MARMO DI MICHELANGELO


Il Buonarroti aveva un forte legame con questa pietra, che andava a scegliere di persona nelle Alpi Apuane. Ma non sempre gli è andata bene. 
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Michelangelo Buonarroti è stato uno scultore, pittore, architetto e poeta italiano. Protagonista del Rinascimento italiano, fu riconosciuto già al suo tempo come uno dei maggiori artisti di sempre. Wikipedia
Nascita6 marzo 1475, Caprese Michelangelo
Decesso18 febbraio 1564, Roma
Nome completoMichelangelo di Lodovico Buonarroti Simoni



Bellezza restaurata la foto del David di Michelangelo dopo il restauro a Firenze in alto un ritratto dello scultore.
L’aveva scoperto lui quel marmo, nel 1517: il più candido che avesse mai visto “di grana unita, omogenea, cristallina, che ricorda lo zucchero”. Quando lo aveva individuato, durante il primo sopralluogo del Monte Altissimo (una delle colline più basse delle Alpi Apuane, ma anche una miniera d’oro bianco per i cavatori di Seravezza), Michelangelo aveva pensato che fosse migliore persino del Marmo di Carrara. Eppure non riuscì mai a scolpirlo: colpa di una strada inesistente. Uno smacco per il Maestro dei marmi, una delle tragedie lavorative che segnarono la vita del grande scultore rinascimentale. E dire che, all’inizio, neanche ci voleva andare nelle cave di Seravezza, preferiva la vicina Carrata, dove da anni sceglieva personalmente la materia prima per le sue opere. Che cosa gli aveva fatto cambiare idea allora? Di sicuro, tra le altre cose, l’insistenza di papa Leone X, alias Giovanni de’ Medici, alla cui prestigiosa famiglia quelle cave appartenevano


Ritratto di papa Leone X



MEGLIO VERIFICARE. Michelangelo mise piede per la prima volta in una casa nel novembre 1497: ventidue anni appena, in groppa al suo cavallo grigio e con meno di venti ducati in tasca, giunse a Carrata, il più grande “supermercato di marmi” dell’epoca, perché doveva scolpire la famosa Pietà vaticana,la sua prima commessa importante “è facile supporre che si fosse presentato personalmente, come poi avrebbe fatto tante altre volte, perché, dopo aver scolpito varie opere, si era reso conto che il marmo non è affatto uniforme e che non tutti i blocchi sono adatti per essere trasformati in statue”, spiega la storica dell’arte Caterina Rapetti.



Immagini delle cave del Monte Altissimo

CLIENTE ESIGENTE. Proprio pochi mesi prima, lo scultore era stato costretto a spendere parecchio denaro per rimpiazzare un blocco di marmo acquistato a Firenze, rivelatosi poi inutilizzabile. E così cominciò ad aggirarsi per le cave carraresi in cerca di marmi perfetti. L’avrete capito: Michelangelo non era un cliente facile. Insofferente, perfezionista al limite del maniacale (e, pare, pure avaro), diventò anche l’unico compratore a lasciare agli scalpellini i disegni dei blocchi di cui aveva bisogno, perché le consegne fossero il più possibile rispondenti alle sue richieste. Non voleva certo rivivere l’incubo del David: nel 1501, aveva dovuto faticare parecchio per scolpire la statua simbolo di Firenze su un blocco di scarsa qualità e di forma non adatta, abbozzato e poi abbandonato da altri due artisti prima di lui.
Ma ancora più delle dimensioni, per il Maestro contavano l’aspetto e la struttura dei pezzi: i marmi per le sue statue dovevano essere, dicono i contratti “bianchi, netti e belli, senza peli(in gergo microfratture) senza macchi e neppure venature”. “La sua insistenza potrebbe sembrarci eccessiva, ma basta pensare alla statua del Cristo porta croce, con il suo vistoso ‘pelo’ nero (un segno che gli solca verticalmente il viso), per ricordare i danni irreparabili causati dalle imperfezioni del marmo. L’opera venne infatti abbandonata da Michelangelo e poi terminata da uno scultore del seicento” racconta Rapetti. E come dimenticare il Mosè scolpito per il mausoleo di Giulio II? Secondo un famoso aneddoto il suo ginocchio destro venne lesionato con un mazzuolo da Michelangelo stesso: “Perché non parli?”, gli avrebbe urlato lo scrittore qualche attimo prima di colpirlo. Ma, molto più probabilmente la microfrattura era già presente nel marmo originale.


Il Mosè è una scultura marmorea (altezza 235 cm) di Michelangelo, databile al 1513-1515 circa, ritoccata nel 1542 e conservata nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, nel complesso statuario concepito quale Tomba di Giulio II (in effetti il papa è sepolto in San Pietro insieme allo zio Sisto IV). Tra le prime scolpite per il progetto del mausoleo del papa, fu anche l'unica tra quelle pensate fin dall'inizio ad essere usata nel ridimensionato risultato finale, che vide la luce solo dopo quarant'anni di tormentate vicende.


MEGA TOMBA. La verità è che scovare certi difetti non è sempre possibile, oggi come allora, nonostante la pignoleria dell’artista toscano che nel 1505 aveva impiegato ben otto mesi per scegliere tutti i marmi destinati alla tomba di Giulio II. “L’opera in origine era stata pensata oer essere molto grande e complessa: quando i pezzi giunsero a Roma, riempirono a metà la piazza dove furono sistemati suscitando meraviglia e ammirazione” ricorda l’esperta. Carico di materiali e aspettative Michelangelo fu accolto però da una brutta sorpresa: mentre era occupato in clava, gli invidiosi artisti della cerchia papale gli avevano fatto le scarpe, convincendo il pontefice ad abbandonare il progetto della sua sepoltura che consideravano di pessimo auspicio.
Così quando Giulio II si rifiutò di dargli udienza, Michelangelo offeso e ferito si ritirò a Firenze. Permaloso com’era fece passare quasi un anno prima di riconciliarsi con il papa, che comunque nel 1508 lo mise a dipingere la cappella sistina. Buona rotti terminò il lavoro alla fine del 1512, pochi mesi prima della morte del suo committente: adesso si la famosa tomba sarebbe servita. Invece fu allora che iniziò quella che l’artista definì “la tragedia della sepoltura terminata solo nel 1545 dopo ben sei variazioni del progetto originale”.


Tomba di Giulio II

Ricostruzione ipotetica del progetto del 1505


 OPERA INFINITA. Avete presente quel rubinetto gocciolante che aspetta una vita di essere sistemato? Quando decidete di tirar fuori gli attrezzi, spunta sempre qualcosa di più urgente da fare. Così accadde a Michelangelo: ogni volta che metteva mano al mausoleo, il papa di turno gli chiedeva di fare qualcos’altro. Nel 1516 fu la volta del nuovo pontefice Leone X: ed è con lui che cominciò la seconda tragedia artistica del Maestro, quella di cui parlavamo all’inizio. Il papa gli affidò infatti una commessa importante: la decorazione della facciata della chiesa di San Lorenzo a Firenze. Ma pose una condizione.




Chiesa di San Lorenzo: La facciata della chiesa era rimasta incompiuta: papa Leone X, Medici, dopo un concorso a cui parteciparono grandissimi artisti come Raffaello e Giuliano da Sangallo, diede a Michelangelo il compito di progettarne una nel 1518[2]. L'artista fece un modello ligneo di una facciata classica e proporzionata, ma l'opera non fu ugualmente portata a termine, per problemi tecnici e finanziari insorti già dall'approvvigionamento dei materiali. Pochi anni dopo, il progetto michelangiolesco per San Lorenzo venne utilizzato nella realizzazione della facciata della basilica di San Bernardino all'Aquila ad opera di Cola dell'Amatrice.

GIOIE E DOLORI. Vista la gran quantità di materia prima necessaria, Michelangelo avrebbe dovuto ordinare i marmi di cui aveva bisogno non a Carrara, ma nelle cave della famiglia de’ Medici a Seravezza, nella cosi detta Versilia medicea (oggi provincia di Lucca). Già che c’era, sarebbe stato suo anche il compito di avviare le escavazioni nel giacimento vergine che lui stesso aveva individuato sul Monte Altissimo. Più facile a dirsi che a farsi: nel tentativo di non far torto a nessuno, prima di tutto a se stesso e ai guadagni della società che aveva creato con alcuni cavatori carraresi, l’artista-imprenditore finì per trovarsi tra l’incudine e il martello. Da una parte il committente, che lo accusava di non voler avviare le cave di Seravezza per “per sua comodità”, dall’’altra i suoi fornitori di fiducia che lo incolpavano di fare il doppio gioco e di creare concorrenza. Come stavano davvero le cose? Di preciso non lo sappiamo. Di certo però, forse per insistenze di Leone X, forse per i ritardi delle consegne, nel marzo del 1518 il Maestro si trasferì nelle nuove cave di Seravezza.

GIACIMENTO. I cavatori carraresi lo presero come un tradimento e il loro rapporto con Michelangelo si incrinò. Ma anche in Versilia le cose non andavano bene: abituato alle esperte maestranze di Carrara, lo scultore non poteva nascondere la delusione per il lavoro degli operai. “Questi scalpellini non s’intendono di nieite al mondo né delle cave né dei marmi. Costonmi più di cento trenta ducati e non m’ànno ancora cavato una scaglia di marmo che buona sia”, scrisse sconsolato, logorato anche dalle difficoltà incontrate per la realizzazione della lunga strada sulla quale i blocchi estratti dal Monte Altissimo avrebbero dovuto raggiungere il mare.
Fu uno dei periodi più difficili e tormentati della sua vita. “Ve n’è da cavare fino al giorno del Giudizio” aveva annotato solo l’anno prima, durante l’inbriante spedizione al Monte Altissimo.
Di fatto però non ebbe mai il piacere di scolpire quella pietra: nel 1520 infatti, Leone X, probabilmente a corto di fondi lo sollevò dall’incarico. “Al posto della facciata il pontefice gli commissionò le Cappelle medicee, lasciandolo libero, stavolta, di rifornirsi, a Carrara. Da allora il marmo per Michelangelo rimase quello, non tanto per la qualità quanto per la grande professionalità dei cavatore”, nota Rapetti.
La famosa strada venne completata solo 47 anni dopo, grazie all’intervento del Duca di Firenze, Cosimo I Dé Medici. Ma all’epoca Buonarotti era già morto tre anni prima. Per il resto della sua lunga vita fra tutte la scultura era rimasta sempre l’attività più amata da lui. “Il marmo era la materia prima che più di tutte gli permetteva di manifestare il suo stato d’animo: sicuramente nessuno come Michelangelo ha avuto con le cave e con questo materiale un rapporto altrettanto intenso”. Concludeva l’esperta.
L’artista sosteneva “che ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprila”. Non gli bastò il tempo, però, per liberare un’ultima anima, un’idea che gli era balenata mentre osservava il mare dalle Alpi Apuane: scolpire su una parete nuda della sua amata montagna un colosso. Grande al punto che anche i naviganti avrebbero potuto vederlo.

Testo in gran parte di Maria Leonarda Leone pubblicato su Focus n. 305, foto e altri testi da Wikipedia





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