venerdì 17 agosto 2018

Tsushima (1905) l'alba dei samurai

L’alba dei samurai del mare Tsushima (1905)
Durante la guerra russo-giapponese la flotta zarista, inviata in soccorso alla piazzaforte orientale di Port Arthur, venne annientata dalla marina imperiale nipponica in un epico scontro, perdendo i due terzi delle navi.



video della battaglia di Tsushima

MIKASAPAINTING.jpg
L'ammiraglio Tōgō sul ponte del Mikasa all'inizio della Battaglia di Tsushima nel 1905. La bandiera da segnalazioni innalzata è la lettera "Z", un'istruzione speciale per la flotta


C’era grande agitazione, il 15 ottobre 1904, alle basi navali russe di Libau (oggi Liepaja, in Lettonia) e di Reval vicino a Tallin (in Estonia). Dai due porti baltici, allora compresi nell’impero dello zar Nicola II, s’apprestava infatti a salpare la squadra navale guidata dall’ammiraglio Zinovy Rozhestvensky, composta da 42 navi, fra cui 11 corazzate, per un’epica crociera verso l’altra parte del mondo, dove la Russia affrontava il piccolo ma tenace Giappone. Da mesi la flotta russa del Pacifico era tartassata dal nemico, intrappolata nella maggior piazzaforte zarista in Manciuria,  la fortezza costiera di Port Arthur. Urgevano rinforzi, e ad essere mobilitata allo scopo fu proprio la flotta del Baltico. Oscuri presagi, però, adombravano il brindisi organizzato dagli ufficiali russi poco prima della partenza. Il capitano Nikolaj Bukhvostov, comandante della corazzata Imperator Alexander III, disse alzando il suo calice: “Andremo incontro a morte certa, ma ci batteremo fino all’ultimo”. La sua sfiducia suscitò scalpore, ma era motivata. Bukhvostov sapeva, come tutti gli altri ufficiali, che per arrivare a destinazione occorreva affrontare il logorante periplo dell’Africa, poi attraversare l’Oceano Indiano, entrare nel Pacifico dallo Stretto della Malacca e infine nel Mar giallo: una massacrante crociera di 30mila km circa resa obbligata dal fatto che la rota artica, che si conduceva cabotando la Siberia e scendendo dallo Stretto di Bering, era impraticabile a causa dei ghiacci, mentre la scorciatoia del Canale di Suez, che dal Mediterraneo tagliava verso il Mar Rosso, era consentita solo alle navi russe di minor pescaggio.

corsa degli stretti
prima battaglia

MISSIONE DI SOCCORSO. Quella di Rozhestvensky era una disperata missione di soccorso. A Port Arthur era scattato l’attacco a sorpresa nipponico che aveva aperto il conflitto. La notte tra l’8 e il 9 febbraio 1904, il comandante supremo della Rengo Kantai, la Flotta Combinata nipponica, l’ammiraglio Heihachiro Togo aveva inviato una veloce squadra di torpediniere a silurare le unità della flotta russa del Pacifico, di stanza nella base. Le navi giapponesi colpirono le corazzate in una Tsesarebvich e Retvisan, e l’incrociatore protetto Pallada, danneggiandoli gravemente e facendoli arenare nella baia. Era il regolamento finale di conti tra Russia e Giappone, da anni in lite per la Manciuria, quella regione settentrionale di una Cina imperiale in disfacimento, che faceva gola a entrambe le potenze per la sua ricchezza di carbone e ferro. La flotta di Togo iniziò ad assediare Port Arthur dal mare, imbottigliando la squadra russa del Pacifico, mentre da terra la fortezza venne circondata dai soldati del generale Maresuke Nogi. Più volte le navi russe tentarono di uscire da Port Arthur e guadagnare il mare aperto, ma subirono forti perdite. La notte tra il 12 e il 13 aprile 1904, ad esempio, l’ammiraglio Stepan Makarov guidò una sortita con la sua corazzata Petropavlovsk, ma incappò in una mina subacquea che lo fece saltare in aria con tutti i suoi uomini. il 10 agosto, invece l’ammiraglio Wilgelm Vitgeft tentò di forzare il blocco e salpò da Port Arthur a tutta velocità, guidando una flotta incentrata su ben 6 corazzate, fra cui la riparata Tsesarevitch, mentre Togo in quel momento aveva molti incrociatori, ma solo 4 corazzate disponibili. Le navi giapponesi i lanciarono all’inseguimento dei russi e le pedinarono sparando coi calibri pesanti da 305 mm da una distanza di 6 km. Ma sebbene i russi avessero risposto al fuco, danneggiando la corazzata Mikasa agli ordini dello stesso Togo, la battaglia fu vinta dai nipponici quando la corazzata Asahi piazzò un paio di cannonate sulla torre di plancia della Tsesarebitch, devastandola e uccidendo sul colpo Vitgeft e i suoi ufficiali. Morto il comandate, i russi invertirono la rota e si rintanarono di nuovo a Port Arthur: toccava quindi all’ammiraglio Rozhestvensky accorrere dall’altro capo del mondo per tentare di liberare i commilitoni dall’assedio.

Zinovi Petrovich Rozhestvenski.jpg

                                                           Rozhestvensky 
   

Scontro tra due mondi.
La guerra del 1904-1905 tra russi e giapponesi stupì i contemporanei per il suo carattere di scontro fra popoli e civiltà così diverse, all’epoca mondi alieni l’uno rispetto all’altro. Il giornalista italiani Luigi Barzini, allora inviato speciale su quel remoto fronte, scriveva sul Corriere della sera: “Non si potevano trovare due popoli così diversi e farli combattere. Da una parte scendono in campo gli uomini più grossi del mondo, dall’altra i più piccoli. Da una porta una forza immensa ma lenta, una volontà superba ma cieca e dall’altra un’audacia sorridente, una risolutezza geniale, una chiara e ordinata visione del momento e una decisione fulminea nel profittarne. Uomini che adorano il cielo contro uomini che adorano la terra. Uomini melanconici contro uomini lieti. Biondi contro bruni. Villosi contro imberbi. Alle spalle degli uni uno sterminato continente piano, grigio, freddo, spopolato selvaggio. Alle spalle degli altri un gruppo di montagne emergenti dall’infinito azzurro dell’Oceano, tiepide, fiorite, gaie, gremite di un popolo industre e artista che le rende più belle”. Pochi anni dopo il generale Nogi, espugnatore di Port Arthur, divenne precettore del giovanissimo principe Hiroito, futuro imperatore del Giappone, e così ammonì il ragazzino: “Russia, Inghilterra, America tutte le nazioni più forti appartengono al gruppo ariano, mentre la Cina è decaduta. Perciò il Giappone da solo dovrà opporsi al gruppo ariano”.  

OTTO MESI DI STENTI. Fin dai primi giorni, la crociera circumglobale dei russi si rivelò disgraziata. Appena usciti dal Baltico, nel Mare del Nord, confuse nella nebbia, avvistarono alcune navi che credettero torpediniere giapponesi arrivate, chissà come fino all’Europa. Spararono, ma si accorsero che erano pesche reggi inglesi. L’incidente per un soffio non causò una guerra tra Russia e Gran Bretagna: il peggio fu evitato solo grazie alle scuse formali della zar e all’offerta, per le navi colpite, di un risarcimento di denaro. Dopo questo incidente, la squadra russa arrivò a Tangeri, in Marocco, dove venne suddivisa in due: una parte della flotta, comandata dal viceammiraglio Dimitri von Folkersam, fu mandata nel Mediterraneo perché raggiungesse l’Oceano Indiano passando da Suez, mentre lo stesso Rozhestvensky proseguì con il grosso delle navi nel periplo africano, sulle orme degli antichi esploratori Bartolomeo Dias e Vasco de Gama. Furono mesi faticosi per il clima equatoriale a cui i russi non erano abituati e per la difficoltà di rifornirsi di carbone. Solo le colonie francesi offrivano loro scalo, in ossequi all’alleanza franco-russa stipulata fin dal 1894, mentre la Gran Bretagna, inviperita per l’infortunio dei pescherecci, parteggiava apertamente per il Giappone, a cui era legata da un patto stipulato nel 1902. Il 27 dicembre 1904 Rozhestvensky in vista del Madagascar, ancorandosi nella baia di Nosy Be e attendendo le altre navi da Suez. Una volta pronto a ripartire, ricevette l’ordine da Pietroburgo di aspettare una formazione raccogliticcia di vecchie navi di rinforzo salpate a loro volto dal Baltico il 15 febbraio 1905, al comando del contrammiraglio Nikolaj Nebogatov. Rozhestvensky sapeva che il tempo era tiranno, perché intanto la fortezza di Port Arthur, presa a tenaglia da Nogi e da Togo, si era arresa fin dal 2 gennaio. Dato che ormai non c’era più nessuno da soccorrere, la nuova missione era quella di raggiungere Vladivostok e ricostruirvi quasi da zero la nuova flotta del Pacifico con cui tentare la riscossa. Il 16 marzo Rozhestvensky salpò finalmente dal Madagascar, passando la Malacca il 6 aprile e congiungendosi con Nebogatov il 6 maggio in Vietnam, allora colonia francese, nella cui baia di Cam Rahn fecero un ultimo rifornimento di carbone.
L’ammiraglio russo optò di proseguire il viaggio per la via che transitava dallo stretto di Tsushima, fra Corea e Giappone, la rota più breve per Vladivostock sebbene la più rischiosa. Gli equipaggi erano stanchi per gli otto, durissimi mesi di navigazione condotta in climi avversi e la loro prontezza e disciplina erano via via scemate. Di più, la lunga permanenza in acque tropicali, senza possibilità di ripulire e riparare gli scafi in bacini di carenaggio adeguati, aveva fatto pesantemente incrostare le chiglie di alghe, molluschi, cirripedi e tutta una serie di organismi bentonici, sicché l’attrito generato rallentava non poco le navi.

Le fasi della battaglia.
FASE 1 – L’INTERCETTAZIONE.
Avvertita via radio dalle navi picchetto che sorvegliavano la zona, la flotta giapponese guidata dall’ammiraglio Heihachiro Togo intercetta la flotta russa dell’ammiraglio Zinovy  Rozhestvensky piombandole addosso da nord-est. le due formazioni distano tra loro suppergiù 10 km.

FASE 2 – IL TAGLIO DELLA T.
Togo ordina la conversione a sinistra della sua colonna per sfilare davanti al nemico e sbarrargli la strada con la tattica del taglio della T. Può usare la maggioranza dei cannoni brandeggiati di fianco, mentre i russi oppongono solo i cannoni di prua delle unità più avanzate.

FASE 3 – TIRO AL BERSAGLIO.
Le navi russe si vedono tagliata la rotta e quando la distanza si riduce a 7,8 km Rozhestvensky per primo fa fuoco dalla sua nave. Togo reagisce subito ed è tiro al bersaglio. I cannonieri nipponici piazzano micidiali granate con maggior precisione e più rapida cadenza di tiro.
Le navi della battaglia.
1. Giappone           
2. Russia
MIKASA
TIPO: CORAZZATA
ENTRATA IN SERVIZIO:1902
DISLOCAMENTO A PIENO CARICO: 15.380 TONNELLATE
VELOCITA’ MASSIMA: 18 NODI
LUNGHEZZA: 131,7 metri
LARGHEZZA: 23,2 metri
ARMAMENTO: 4 cannoni da 305 mm, 14 da 152 mm, 4 tubi lanciasiluri
CORAZZATURA: 102-229 mm. (murata); 203-356  mm (Torri e barbette)     
    
FUJI
TIPO: CORAZZATA
ENTRATA IN SERVIZIO: 1897
DISLOCAMENTO A PIENO CARICO: 12.430 TONNELLATE
VELOCITA’ MASSIMA: 18 NODI
LUNGHEZZA: 125,6 metri
LARGHEZZA: 22,2 metri
ARMAMENTO: 4 cannoni da 305 mm, 10 da 152 mm, 5 tubi lanciasiluri
CORAZZATURA: 357- 456  mm (murata); 152  mm (Torri)
         Battleship Fuji.jpg
YAKUMO
TIPO: INCROCIATORE CORAZZATO
ENTRATA IN SERVIZIO: 1900
DISLOCAMENTO A PIENO CARICO: 96436 TONNELLATE
VELOCITA’ MASSIMA: 20 NODI
LUNGHEZZA: 132,3 metri
LARGHEZZA: 19,5 metri
ARMAMENTO: : 4 cannoni da 203 mm, 12 da 152 mm, 5 tubi lanciasiluri
CORAZZATURA:89-178   mm (murata); 160  mm (Torri e barbette)        
         
BORODINO
TIPO: CORAZZATA
ENTRATA IN SERVIZIO: 1904
DISLOCAMENTO A PIENO CARICO: 14317 TONNELLATE
VELOCITA’ MASSIMA: 18 NODI
LUNGHEZZA: 121 METRI
LARGHEZZA: 23,2 METRI
ARMAMENTO: 4 cannoni da 305 mm, 12 da 152 mm, 4 tubi lanciasiluri
CORAZZATURA: 145-144 mm. (murata); 254  mm (Torri)    
              Borodino1904Kronshtadt.jpg
NAVARIN
TIPO: CORAZZATA
ENTRATA IN SERVIZIO: 1896
DISLOCAMENTO A PIENO CARICO: 10370 TONNELLATE
VELOCITA’ MASSIMA: 15 NODI
LUNGHEZZA: 107 METRI
LARGHEZZA: 20,4
ARMAMENTO: 4 cannoni da 305 mm, 8 da 152 mm, 6 tubi lanciasiluri
CORAZZATURA: 305-406 mm. (murata); 305  mm (Torri)                           

IZUMRUD
TIPO: INCROCIATORE LEGGERO
ENTRATA IN SERVIZIO: 1904
DISLOCAMENTO A PIENO CARICO: 3153 TONNELLATE
VELOCITA’ MASSIMA: 24 NODI
LUNGHEZZA: 111 metri
LARGHEZZA: 12,2 metri
ARMAMENTO: 8 cannoni da 120 mm, 4 da 47 mm, 4 tubi lanciasiluri
CORAZZATURA: 32 mm (murata) 32-76 mm (ponte)    
   

SFIDA ALLA FORTUNA. Lo stesso Rozhestvensky era fortemente provato. Come ha descritto lo storico navale Giuliano Da Fré: “L’ammiraglio russo attraversò un autentico calvario personale. Sconfortato dalla situazione, depresso dal mediocre esito delle esercitazione effettuate, nel malsano clima tropicale subì un collasso fisico e nervoso che lo depresse, tanto da presentare le proprie dimissioni, subito respinte”. Ridotto in tale stato, l’ammiraglio voleva evitare di dover affrontare una grande battaglia, rimandando lo scontro a dopo la riorganizzazione e il ristoro previsti a Vladivostok. Rozhestvensky sapeva che le navi Togo erano in agguato, ma confidava nelle frequenti nebbie della regione per eludere la vigilanza giapponese attorno all’isola di Tsushima e passare indenne. Invece le cose andarono diversamente.
Il 24 maggio per i russi fu la volta di un nuovo triste presagio: Folkersam, malato di cancro, morì. Per non abbattere ulteriormente il morale dei suoi uomini, Rozhestvensky ordinò che il decesso fosse tenuto segreto e il corpo nascosto nella cella frigorifera della corazzata Oslyabya, l’unità comandata dal defunto ammiraglio. Quando salpò, due giorni dopo, dall’ultimo scalo di Shangai, la flotta russa contava, fra le unità principali, 11 corazzate, 9 incrociatori, 10 cacciatorpediniere, mentre Togo disponeva di 4 corazzate, 24 incrociatori e ben 60 unità minori, fra cacciatorpediniere e torpediniere. Il grosso delle unità nipponiche si teneva inoltre pronto nella baia di Mesampo, in Corea, contando sulla sorveglianza di navi picchetto, che Togo aveva scaglionato nello stretto di Tsushima, efficacemente collegate con le prime emittenti radio. La battaglia iniziò prima dell’alba, alle 2,45 del 27 maggio 1905, quando l’incrociatore ausiliario nipponico Shinano Maru avvistò le luci di una nave russa e poi il resto della flotta. Ricevute le prime informazioni, Togo, comunicò via radio il governo di Tokyo: “La nostra flotta prenderà immediatamente il mare per attaccare il nemico e distruggerlo. Bel tempo, ma alte onde”. Trascorsero però alcune ore prima che Togo arrivasse in forze a sbarrare il passo ai nemici.
La flotta russa navigava su due file parallele e quando, a partire dalle 7:00, Rozhestvensky iniziò ad avvistare i primi incrociatori nemici, pensò di manovrare a formare un’unica fila, specie per proteggere le unità più lente e vecchie. Ma il mancato coordinamento tra le unità impedì tale mossa, mentre Togo si faceva sempre più vicino. Verso le 13,40 l’ammiraglio samurai issò sul pennone della Mikasa la proverbiale bandiera Z e trasmise alle sue navi l’esortazione di prassi: “La gloria o la caduta dell’impero dipendono da questa giornata. Che ognuno faccia del suo meglio”. Togo intendeva sfilare davanti alle file russe effettuando quello che nella strategia navale di allora veniva definito il taglia della T, perpendicolarmente rispetto alla colonna nemica rappresentante la gamba della stessa lettera. Ciò avrebbe permesso di sparare con la maggior parte dei propri pezzi, brandeggiati su un fianco, mentre il nemico poteva solo rispondere con i pezzi di prua delle navi più avanzate.

MASSACRO FRA LE ONDE. La flotta di Togo, che contava su una divisione di corazzate sotto il suo comando e una divisione di incrociatori guidata dall’ammiraglio Hokonojo Kamimura, provenendo da nordest effettuò un largo giro in senso antiorario, descrivendo una sorta di ‘alfa’, per invertire la rotta e porsi davanti alle file nemiche. Alle 14:08 i russi aprirono per primi il fuoco, da 7 km. di distanza, coi cannoni della corazzata Suvorov, su cui si trovava Rozhestvensky; i nipponici risposero subito, avvantaggiati da migliori munizioni che adottavano una particolare miscela esplosiva, detta Shimose, devastante e avente anche effetti tossici. La superiorità del tiro nipponico, in precisione e velocità fu subito evidente. E se è vero che nella prima mezz’ora di combattimento, le navi russe danneggiarono varie unità nemiche, come la stessa Mikasa e gli incrociatori Asama, Yakumo e Nisshin, in seguito non ci fu storia. La Suvorv subì vasti incendi a bordo, tanto che Rozhestvensky, ferito, dovette trasferirsi su un cacciatorpediniere. Intanto la Oslyabya veniva bersagliata in modo così sostenuto che, alle 15:00, fu la prima unità russa ad affondare.
A questo punto il capitano Bukhvostov tentò un azzardo virando a sinistra e uscendo dalla formazione con la sua Imperator Alexander III allo scopo di tagliare la coda della fila giapponese. Togo intuì il suo piano e fece virare a sua volta a U tutta la formazione di corazzate, tagliando ancora la strada ai  russi ma in direzione opposta: nel contempo bersagliò di granate la nave di Bukhvostov. Squarciata in più punti, la Imperator Alexander III dovette ripararsi dietro la Borodino, fronte zarista stava scattando il panico, perché le navi riuscivano a difendersi bene solo dalle piccole torpediniere. Togo rincorse le navi fuggiasche e, giunto intorno alle 18:00 a 6 km di distanza , riprese a bombardarle. Un’ora dopo, la già compromessa nave di Bukhvostov, di nuovo colpita, si inabissò con tutto l’equipaggio. Ancora più drammatica fu, alle 19:20, la fine della Borodino, che venne centrata da una cannonata sparata dalla corazzata Fuji proprio nel deposito munizioni: la nave russa saltò letteralmente in aria e tutti i 900 uomini, salvo uno, morirono. Intanto affondava anche la Suvorov, finita a colpi di siluro. Al calar della notte, i giapponesi incalzarono con le torpediniere e affondarono la Navarin, poi nella giornata del 28 maggio l’azione nipponica proseguì con obiettivo la formazione Nebogatov, fino a quel momento poco impegnata negli scontri. Dapprima le navi russe superstiti furono assalite dall’ammiraglio Shichiro Katoaka, poi arrivò anche Togo con le sue corazzate. Vistosi soprafatto, Nebogatov a quel punto ordinò la resa.
Tsushima fu fra i peggiori disastri militari della storia russa. La flotta zarista soffrì perdite di 4380 uomini e la cattura di altri 5917, l’affondamento di 7 corazzate, 4 incrociatori, 5 cacciatorpediniere e altre unità minore, nonché la cattura di 4 corazzate e altre navi. Ai giapponesi lo scontro causò solo 117 morti e tre torpediniere affondate. Mai battaglia navale fu dunque più sbilanciata tra vincitori e vinti. La vittoria del Sol Levante, venne sancita, il 5 settembre 1905, dalla pace di Portsmouth, stipulata grazie alla mediazione degli Stati Uniti d’America.

L’ultimo samurai.
Tōgō Heihachirō.jpg
https://it.wikipedia.org/wiki/Tōgō_Heihachirō
Tōgō Heihachirō[1] (東郷 平八郎?Kagoshima27 gennaio 1848 – Tokyo30 maggio 1934) è stato un ammiragliogiapponese, attivo negli ultimi decenni del XIX secolo e all'inizio del XX secolo, famoso per la clamorosa vittoria che ottenne nella battaglia di Tsushima.

L’ammiraglio Heihachiro Togo aveva 57 anni al tempo di Tsushima, ed essendo nato nel 1848, agli sgoccioli dell’epoca degli shogun, aveva fatto in tempo a ricevere da ragazzo un’istruzione da samurai. Suo padre stesso era un samurai di rango nel feudo di Satsuma. Già a 8 anni iniziò a esercitarsi con la spada, ma divenne ufficialmente un novizio samurai a 12, quando ricevette le sue prime katane, nonché la rasatura di prassi e un salario di 14 kg di riso al mese. Capì però che quell’epoca stava finendo quando, fra il 15 e il 17 agosto del 1863, una moderna squadra navale di vascelli europei devastò a cannonate la città do Kagoshima,  capoluogo dei Satsuma. Il quindicenne Togo non poté che urlare dalla spiaggia e agitare inutilmente la sua spada contro i cannoni a lunga gittata; decise così di arruolarsi in marina, studiando all’estero, in un collegio navale di Londra, dal 1871 al  1878 e partecipando in prima persona al lungo processo che avrebbe dotato il Giappone, entro la fine dell’ottocento, di una flotta pari a quelle straniere.



Articolo in gran parte di Mirko Molteni, pubblicato su le Grandi Battaglie navali edizione Sprea. Altri testi e immagini da wikipedia

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