domenica 26 agosto 2018

Siviglia, mostra permanente di arte e storia italiana

Siviglia, mostra permanente di arte e storia italiana.
Da Colombo a Vespucci, a Pigafetta; dal biancheire genovese Pinelo, allo scultore fiorentino Torrigiano. Sono molti i nostri connazionali che, all’epoca delle scoperte geografiche, si sono trasferiti nella capitale dell’Andalusia, contribuendo a trasformala nella città spagnola più ricca di storia e di arte italiana.

Se noi italiani vogliamo rendere omaggio alla tomba di Cristoforo Colombo, dobbiamo andare a Siviglia e sostare sotto le volte della splendida cattedrale gotica, in fondo alla navata di destra. È qui che si erge il monumentale mausoleo ottocentesco dedicato al grande navigatore genovese. Su un alto basamento di marmo, quattro statue riccamente addobbate e con la corona in testa portano sulle spalle il feretro, come in un mesto ma sontuosissimo corteo funebre. Le statue hanno i volti intagliati nell’alabastro e indossano i costumi degli antichi sovrani iberici. Rappresentano infatti i regni di Castiglia, Aragona, Navarra e Leon, che alla fine del Quattrocento, riuniti in un unico Stato, componevano la monarchia di Spagna, saldamente controllata da Ferdinando di Castiglia e Isabella d’Aragona, avviata a diventare, pochi decenni dopo, la superpotenza dell’epoca, quell’impero di Carlo V sul quale non tramonta mai il sole. I simboli degli antichi regni sono effigiati nell’atto di rendere omaggio all’uomo che alla monarchia iberica, unificata dopo secoli di lotte e la cacciata degli Arabi, donò i vasti territori al di là dell’oceano, consegnando un nuovo continente al mondo intero.

la tomba di Colombo


CRISTOFORO O CRISTOBAL, UN DILEMMA MAI RISOLTO.  Che Cristoforo Colombo, o Cristobal Colon – come lo chiamano gli spagnoli, che rivendicano il merito di avergli dato i natali oltre alla tre caravelle – sia qui considerato un eroe nazionale non sorprende. Né sorprende che i sivigliani abbiano difeso con le unghie e con i denti l’autenticità dei suoi resti, conservati nel ricco sepolcro della loro cattedrale. A mettere in dubbio questo privilegio, in una polemica che va avanti da secoli, sono gli abitanti di Santo Domingo, l’antica isola di Hispaniola dove Colombo approdò nel 1492 e dove chiese, lasciandolo scritto nel suo testamento di essere lì sepolto (vedi riquadro sotto). Ora invece ci chiediamo: perché proprio a Siviglia? Perché la tomba del grande navigatore è ospitata non in una città italiana e neppure in un’altra località spagnola, ma proprio nella capitale dell’Andalusia? La risposta va cercata nella carta geografica e nei libri di Storia.
Il territorio di Siviglia entra a far parte del mondo romano sul finire del III secolo a.C., quando Publio Cornelio Scipione, che sarà detto l’Africano, vi sconfigge il cartaginese Asdrubale e poi vi trattiene le sue legioni per prepararle per la battaglia decisiva contro Annibale a Zama. Il comandante romano fonda la città di Italica, le cui rovine si possono ancora vedere poco lontano da Siviglia. Questo insediamento avrà una storia gloriosa come capitale della Hispania Baetica, cioè la parte meridionale della penisola iberica, estrema propaggine dell’impero romano proprio di fronte l’Africa, allora controllata dalla rivale Cartagine. Era chiamata Baetica dal nome latino del fiume Betis, l’attuale Gualdaquivir (e Betis è oggi il nome di una delle due squadre di calcio della città).
Con l’arrivo degli Arabi, nell’VIII secolo, la sede del governo romano perde il suo ruolo di capitale a favore di Cordova, preferita dai nuovi conquistatori. Perde anche i nomi latini: la città viene chiamata Ishbiliya, diventato poi Sivigli, e il fiume Betis diventa Wadi al-kabir (Fiume grande), il Gualdaguivir di oggi. Certi richiami romani, però, permangono, oltre ai resti archeologici. Il popolare quartiere di Triana deve il nome all’imperatore Traiano, originario di questa terra, così come il suo successore Adriano (mentre Seneca e Lucano erano nati nella non lontana Cordova). La campagna tutto intorno alla città, con le colline cosparse di ulivi, evoca la Roma agricola dei Fabi, e gli orti di lenticchie richiamano i Lentuli che dalle lentejas (lents in latino) presero il nome. Ad ogni modo, la Reconquista dell’Andalusia da parte dei sovrani spagnoli , nel corso del XIII secolo, restituisce a Siviglia il ruolo di capitale e la prepara ad esercitare quel primato commerciale e finanziario che segnerà il secolo più glorioso della sua storia, dalla fine del Quattrocento alla fine del Cinquecento. Un secolo che coincide con il periodo delle grandi scoperte geografiche.


 Baetica SPQR.png
La provincia (in rosso cremisi) nell'anno 120
La Betica o Hispania Baetica fu una delle province romane in cui venne suddiviso il territorio della penisola iberica (Hispania) a partire dalla riforma augustea del 27 a.C.
Quei resti contesi.
A Cristoforo Colombo toccò la sorte di viaggiare quasi più da morto che da vivo. Deceduto in miseria e abbandonato da tutti nel 1506 a Valladolid, fu prima sepolto in questa città e poi traslato nel monastero de La Cartuja, cioè “La Certosa”, vicino a Siviglia. Soltanto nel 1537, per volontà del figlio Diego, i suoi resti furono trasferiti a Santo Domingo, come il grande navigatore aveva lasciato scritto nel suo testamento e che allora era una colonia spagnola. ma alla fine del Settecento, prima che i francesi di Napoleone occupassero l’isola dei Caraibi, gli spagnoli trasferirono le ossa del loro eroe a Cuba, che era ancora sotto il contro di Madrid. Passò quasi un secolo e, alla vigilia di un’altra guerra, stavolta con gli Stati Uniti che si impossessarono di Cuba, gli spagnoli si preoccuparono di recuperare quel che restava del povero Colombo. Fu così che nel 1877, le sue ossa tornarono in Spagna, nella cattedrale di Siviglia, dove gli fu innalzato il maestoso monumento funebre che possiamo ammirare oggi. Questo raccontano le cronache spagnole. Ma non quelle di Santo Domingo, secondo le quali le spoglie di Colombo non si sarebbero mai mosse dalla loro isola. e a conferma di ciò portano il ritrovamento di una cassa nella cattedrale della città, con una scritta che dice “Resti del glorioso ed eminente Cristobal Colon”. Per risolvere la questione una volta per tutte, gli spagnoli hanno effettuato di recente l’esame del DNA sulle ossa conservate a Siviglia. L’analisi avrebbe mostrato una buona corrispondenza con il patrimonio genetico del figlio Diego. Ma la Repubblica Domenicana, che intanto ha eretto in riva al mare un gigantesco mausoleo al navigatore genovese, non si è arresa. Ha risposto picche alla richiesta spagnola di permettere un analogo controllo genetico sui resti in suo possesso ed è rimasta ferma sulle proprie posizioni.   

La Cattedrale di Santa Maria Minore a Santo Domingo  


UN FIUME OBBLIGATO PER TUTTI I NAVIGATORI OCEANICI. I tanti intrepidi navigatori che, dopo Colombo si avventurarono sulle acque sconosciute dell’oceano, trovarono più comodo partire dalle coste atlantiche del Portogallo e della Spagna, collocate al di là dello stretto di Gibilterra, le invalicabili Colonne d’Ercole dell’antichità. Ed è proprio su queste coste che sfocia il Gualdaguivir: risalendo il suo corso si arriva comodamente a Siviglia, un’ottantina di chilometri all’interno. Per i galeoni che tornavano dall’America e dal lontano Oriente, carichi di merci esotiche e preziose, Siviglia risultava dunque il porto più prossimo e più comodo, dominato dalla severa struttura a pianta dodecagonale della Torre del Oro, oggi museo navale. Fu così che il quasi sconosciuto Gualdaguivir, poco più lungo del nostro Po, entrò nella storia del mondo.
La Torre del Oro, Sevilla.jpg
la Torre de Oro 
Per tutto il Cinquecento, fin da quando l’aumentato pescaggio delle navi non impedì loro la risalita del grande fiume, non vi era bene, ricchezza, merce, animale provenienti dall’altra parte del mondo che non dovessero passare al controllo doganale di Siviglia. E la città, prima ai margini dell’Europa, diventò il centro commerciale e finanziario più importante del nostro continente (addirittura “capitale del mondo” si disse con qualche esagerazione), soppiantando Venezia e Genova, tagliate così fuori dai traffici oceanici. Dalla foce del Gaudalquivir partì Colombo per il suo terzo viaggio in America. Dallo stesso porto salpò – l’anno prossimo si festeggeranno i 500 anni di quell’evento – Ferdinando Magellano per la prima circumnavigazione del globo. Fra i 230 marinai che componevano gli equipaggi delle sue cinque navi, c’era il vicentino Antonio Pigafetta, richiamato da Siviglia dalla fama crescente della città e dalla facile possibilità di trovare un ingaggio. Toccò a lui, dopo la morte di Magellano nelle Filippine, portare a compimento l’impresa, che si concluse con soli 17 sopravvissuti, e raccontarla poi nella sua “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”.
Ritratto di Magellano
 Anche il fiorentino Amerigo Vespucci, per completare il trio dei più grandi navigatori di quell’epoca, si stabilì a Siviglia, mandatovi da un banchiere della sua città che voleva aprire una sede nella nuova grande piazza finanziaria. Qui trovò fama e, al contrario di Colombo, ricchezza: fu lui a intuire che le terre scoperte da Colombo formavano un nuovo continente, cui sarà dato il suo nome, benché non avesse dato nessun contributo alla sua scoperta, nonostante fosse anch’egli un esperto navigatore. Fu anche il primo direttore della Casa de Contratacion, voluta dai sovrani per regolare il commercio con il nuovo mondo, insieme alla moglie (sposò infatti una spagnola).  nella Casa si può ancora visitare la cappella dove Colombo fu festeggiato da Ferdinando e Isabella al ritorno dal secondo viaggio, e si può ammirare il polittico della “Madonna dei navigatori”, sotto il cui ampio manto protettivo sono riuniti tutti i protagonisti delle scoperte geografiche, nonché i nativi d’America, che a dire il vero tanta protezione divina dai futuri conquistadores non ebbero.
Ma oltre ai più celebri marinai, Siviglia attirò dall’Italia banchieri (uno per tutti il genovese Francesco Pinelo, che nel 1492 ‘restò ai sovrani, lautamente ricambiato con cariche e onori, la somma di 8 milioni per la guerra di Granada, ultimo lembo di Spagna  in mano agli Arabi), mercanti, costruttori e soprattutto artisti.

 
Amerigo Vespucci 
UN PIANTAGRANE PROVENIENTE DALLA CORTE DEI MEDICI. Furono questi ultimi a introdurre la nuova arte rinascimentale, già fiorente in Italia m ancora ignota in Europa, i cui principali monumenti erano di origine araba, come l’Alcazar, cioè il palazzo reale, o del periodo gotico, come la cattedrale, edificata sulle rovine di una moschea (con accanto la superba Giralda, che della moschea era il minareto e della chiesa diventò la torre campanaria). Erano tutti artisti eccellenti, anche se i loro nomi dicono poco a noi italiani, avendo lavorato prevalentemente all’estero. È il caso del ceramista Francesco Niculoso, noto in Spagna come Niculoso Pisano. Il suo capolavoro, una coloratissima maiolica dedicata all’incoronazione della Madonna, domina la cappella reale dell’Alcazar, insiem ad altre scende della vita della Vergine.
Capilla del Alcázar de Sevillapintado por Niculoso en 1504

 Ma il più illustre artista italiano emigrato a Siviglia sul finire del Quattrocento fu uno scultore. Si chiamava Pietro Torreggiano e veniva da Firenze, dove faceva parte della cerchia di scrittori, pittori e personaggi della cultura che attorniava Lorenzo il Magnifico. Fin da giovane, Torreggiano rivelò un grande talento creativo e un’ineffabile abilità manuale, soprattutto nella lavorazione della terracotta. Aveva però un pessimo carattere, che gli rovinò la carriera e alla lungo lo portò alla morte. Il fatto è che alla corte dei Medici si trovò a lavorare fianco a fianco con Michelangelo, giovane come lui e come lui pronto ad accendersi per un niente. Un giorno, come racconta il Vasari nelle sue “Vite”, i due si esercitavano a copiare gli affreschi di Masaccio nella chiesa del Carmine quando, inalberatosi per una critica del compagno, il Torrigiano “gli percosse d’un pugno il naso, che rotto e schacciatolo di mala sorte lo segnò per sempre”, come del resto si può notare in tutti i ritratti di Michelangelo. Il signore di Firenze non perdonò quell’atto di violenza contro il suo artista prediletto e lo cacciò da Firenze. Pietro si trasferì prima in Inghilterra e poi a Siviglia, coprendosi di gloria dovunque andava. La sua opera più insigne è un San Girolamo di terracotta policroma che si può ammirare al Museo delle Belle Arti della città andalusa. Accanto a questa statua ve n’è un’altra, una Madonna con Bambino, che causò la rovina del Torregiano. Gliel’aveva commissionata il Duca d’Arcos, pagandola con una tale quantità di moneta locale che l’artista pensò di essere diventato ricchissimo e ingaggiò due uomini per farsi portare a casa quella montagna di denaro. Quando però lo fece valutare da un amico fiorentino, “vide che la somma non arrivava pure a trenta ducati. Perch’egli, tenendosi beffato, con grandissima collera andò dove era la figura sua e guastolla” come racconta il Vasari. Il nobiluomo spagnolo lo denunciò all’Inquisizione come eretico. Imprigionato e sottoposto a duri interrogatori, Torrigiano smise di mangiare e in pochi giorni morì, scarnito e rinsecchito come il suo San Girolamo.
il San Girlamo del Torregiano
Pietro Torrigiano, o Piero o Torrigiani (Firenze22 novembre 1472 – Sivigliaagosto 1528), è stato uno scultore emedaglista italiano.
Pietro di Torrigiano d'Antonio, fu uno scultore della Scuola fiorentina, di grande talento, ma più conosciuto per il suo carattere rissoso e violento.
È anche grazie all’ingegno, al denaro, al talento di questi italiani, da Scipione a Colombo, da Vespucci a Pigafetta, da Penelo a Torrigiano, che Siviglia può oggi vantare un centro storico così ricco di meraviglie, pari forse a quelli di Roma e Firenze. Si pensi che nell’area di un solo chilometro quadrato si contano ben tre edifici dichiarati patrimonio dell’umanità: la Cattedrale con la Giralda, l’Alcazar e l’Archivio Generale delle Indie. Lasciando ai visitatori il piacere di scoprire questi e gli altri insigni monumenti che fanno di Siviglia un vero gioiello di architettura araba e rinascimentale, ci limitiamo a entrare nella sede dell’Archivio. Qui, fra i quattro milio di atti legati all’amministrazione dei possedimenti coloniali, sono conservati alcuni tra i documenti più importanti della Storia moderna.
Ne segnaliamo tre. Il primo è una lettera di Cristoforo Colombo del 1486 indirizzati ai reali di Spagna per illustre il suo progetto di arrivare al Cipango e al Catai (secondo i nomi dell’epoca per Cina e Giappone)  navigando verso occidente e per sollecitare il finanziamento dell’impresa. Il piano, esaminato dagli esperi della corte, venne bocciato e solo sei anni dopo l’ammiragli otterà la somma richiesta, insieme alle tre caravelle. Il secondo documento è una bolla di papa Alessandro VI Borgia che nel 1494 spartiva tra Spagna e Portogallo il controllo delle terre coloniali. La linea di demarcazione territoriale veniva fissata a 370 leghe dalle isole di Capo Verde. Di là avrebbero comandato gli spagnoli, che con Colombo avevano occupato quelle terre. Di qua i portoghesi, che con Vasco de Gama avevano indirizzato le loro esplorazioni verso l’Oriente. Poi però si scoprì che una parte del Sudamerica, cosiddetta gobba del Brasile, oltrepassava quel limite e così i portoghesi si trovarono, in forza della bolla papale, a controllare il Brasile dove non avevano mai messo piede.
C’è infine un terzo documento che da solo merita una visita all’Archivio Generale. Un certo Miguel de Cervantes chiede licenza di trasferirsi nelle Indie per fare il governatore di La Paz. Ai margini della sua lettera un anonimo burocrate annota che la domanda va respinta. Sia pure inconsapevolmente, il rigido funzionario statale diventa un benemerito della letteratura. perché se  quel Cervantes fosse diventato governatore in Sudamerica si sarebbe forse arricchito, ma certo non avrebbe scritto il Don Chisciotte.
La Galleria dell'Archivio.

Articolo in gran parte di Giannni Bragato giornalista e scritto di Storia, pubblicato su BBC HISTORY del mese di agosto 2018. altri testi e foto da Wikipedia     


     

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