martedì 14 agosto 2018

La battaglia di Lepanto

Quando i cristiani fermarono i turchi.
L’epico scontro navale avvenuto nel 1571 vide fronteggiarsi le flotte mussulmane dell’impero ottomano con quelle cristiane della Lega santa. La vittoria di quest’ultima entrò nella storia.

 

Il 7 ottobre 1571, presso Punta Scropha, all’ingresso del golfo di Patrasso, non lontano da Corfù, si combatté una delle più imponenti battaglie navali della storia. A fronteggiarsi furono la flotta dell’impero ottomano di Selim II e quello della Lega Santa, la coalizione che comprendeva, radunate attorno a papa PioV le maggiori potenze dell’Europa: Filippo II di Spagna, le Repubbliche di Venezia e di Genova, Lucca, i Cavalieri di Malta, il Granducato di Toscana e i ducati di Urbino, Parma, Ferrara, Mantova e Savoia. A determinare la creazione della Lega e a gettare i presupposti dello scontro, erano stati gli ultimi sviluppi del plurisecolare conflitto che aveva opposto Venezia ai turchi ottomani nel contendersi l’egemonia del Mediterraneo. Decisivo fu il sanguinoso scontro consumatosi a Cipro, baluardo orientale di Venezia, importante scalo commerciale e strategico nonché ultimo avamposto cristiano in un mare ormai in massima parte ottomano. Dopo la caduta di Nicosia nel 1571 il governatore veneziano Marcantonio Bragadin resisteva ormai da mesi a Famagosta con soli 6mila uomini contro i 200mila ottomani comandanti da Lala Kara Mustafa Pascià. Il papa l’ascetico domenicano Antonio Michele Ghisleri eletto sul soglio di Pietro con il nome di Pio V, decise allora di intervenire e si fece promotore una Lega Santa che riunisse sotto il segno della Croce tutte le principiali potenze cristiane d’Europa nel tentativo estremo di bloccare l’avanzata turca. La Lega venne ratificata a Roma il 25 maggio. Poco dopo salpò dal porto di Messina, al comando generale del giovane ma già valoroso don Giovanni d’Austria (figlio naturale dell’imperatore Carlo V d’Asburgo e fratellastro del re di Spagna Filippo II), una flotta destinata a un’impresa che avrebbe cambiato la storia.

Preti, donne e scrittori combattenti.
ritratto di Cervantes

Durante il combattimento persino gli uomini di chiesa, come un tal frate Anselmo di Pietramolara, abbandonarono le benedizioni e le estreme unzioni per impugnare le armi e menar fendenti. Partecipò alla battaglia anche una donna, una certa Maria detta ‘La Bailadora’ una danzatrice andalusa che aveva seguito il suo amante e si era imbarcata travestita da uomo, che combatté con un archibugio e una spada. Su un’altra galea spagnola fu inoltre ferito un personaggio d’eccezione, ma all’epoca sconosciuto: Miguel de Cervantes. Colpito da un’archibugiata alla mano sinistra, il futuro autore del Don Chisiotte perse l’uso dellarto ma non la sua prontezza di spirito perché quando a battaglia terminata Don Giovanni chiese di potergli stringere la mano per congratularsi del suo operato, lui gli rispose di avergliela già data.
 The Battle of Lepanto by Paolo Veronese.jpeg


A GONFIE VELE. Quel 7 ottobre del 1571 cadeva di domenica. Le navi cristiane, che pochi giorni prima si erano mosse da Corfù alla volta di Lepanto contro la grande flotta turca, giunsero all’alba nel golfo di Patrasso. Gli uomini dell’equipaggio erano ancora scossi dalla notizia, appresa solo tre giorni prima, dell’orribile fine del Bragadin. Dopo dieci mesi di assedio, il nobile veneziano  si era arresa ed era stato sottoposto a un orrendo supplizio: torturato, condotto a bastonate sulla piazza principale di Famagosta, incatenato a una colonna e scuoiato vivo. Ora le milizie cristiane ardevano dal desiderio di vendicarsi. Si può soltanto immaginare lo stato d’animo con cui assistessero alla messa e ricevettero l’assoluzione con la plenaria indulgenza di colpa e di pena. Che era stata riservata loro dal papa sapendo che di lì a poco sarebbero andati a cozzare contro un nemico spietato che riservava simili agghiaccianti trattamenti agli sconfitti. Nemmeno le condizioni del mare sembravano favorevoli, sicché oltre alla paura i cristiani dovevano affrontare anche il vento contrario, che li obbligava a dar forza ai remi. In un silenzio spettrale, alle 8 del mattino, la vedetta sulla coffa della Real, l’ammiraglia spagnola al comando di don Giovanni d’Austria, vide profilarsi all’orizzonte, a circa 15 miglia di distanza, le prime navi nemiche, dietro le quali si distendevano centinaia di altre imbarcazioni fino a riempire l’imboccature del golfo. Fu dato l’allarme. Don Giovanni convocò subito il consiglio di guerra e ordinò di ammainare tutte le bandiere in modo che solo una, lo Stendardo con il Redentore Crocifisso, simbolo della Lega, svettasse visibile sulla Real. In vista dell’ormai imminente scontro, l’ammiraglio fece liberare dai ceppi i galeotti cristiani in modo che, all’occorrenza, potessero abbandonare i remi e combattere; viceversa i prigionieri musulmani furono legati ancora più stretti in modo da costringerli a collaborare per tenere a galla le navi, o in caso contrario affondare con esse. Fu poi distribuito il rancio, condito da un’abbondante libagione; al termine don Giovanni, indossata l’armatura dorata, passò in rassegna per l’ultima volta i suoi comandanti chiamandoli uno ad uno per nome ed esortandoli a dare il meglio di sé nell’ormai imminente battaglia. Infine prese posto nella Real. Mentre in nemici giungevano a tiro di cannone, forse per esorcizzare la paura o forse per sfogare l’adrenalina montante e la giovanile esuberanza, il comandante improvvisò sul ponte l’indiavolata danza spagnola della gagliarda, subito imitato dall’equipaggio in un delirio di tamburi e di trombe dal forte sapore apotropaico. E proprio allora avvenne un fatto che giudicato miracoloso. Il vento, come si è visto, fino a quel momento contrario, cambiò all’improvviso direzione sicché le vele ottomane si afflosciarono, mentre viceversa quelle cristiane si gonfiarono. Pochi istanti dopo Muezzinzade Alì Pascià sparava dalla Sultana un colpo di cannone al quale don Giovanni rispondeva con ancora più veemenza: la sfida era accettata e poco prima del mezzogiorno iniziava lo scontro.

La battaglia di Lepanto, nella Galleria delle carte geograficheMusei Vaticani.

FORZE IMPONENTI. La flotta in mare della Lega era davvero impressionante: 204 galee e ben 6 galeazze, sorta di fortezze galleggianti in grado di ospitare le bocche di fuoco di più di 200 cannoni. Si schierò, disponendosi da nord a sud, in tre divisioni. La più settentrionale  e vicina alla costa era quella veneziana: al comando dell’ammiraglio Agostino Barbarigo coadiuvato da Marco Querini e Antonio da Canale, c’erano 53 galee e 2 galeazze. La divisione centrale, con un totale di 62 galee e 2 galeazze, comprendeva imbarcazioni veneziane, spagnole e napoletane, genovesi e una sabauda. Il comando era affidato a don Giovanni, che occupava la Real spagnolo affiancato dalle capitane del veneziano Sebastiano Venier, del romano Marcantonio Colonna, del genovese Ettore Spinola, del piemontese Andrea Provana di Leinì e dalla Vittoria del priore Piero Giustiniani, capitano generale dei Cavalieri di Malta. Sulla Real erano imbarcati anche duemila soldati urbinati al comando di Francesco Maria II della Rovere, che si erano arruolati volontari. La terza divisione, posta a Mezzogiorno, contava 53 galee e 2 galeazze ed era comandata dal genovese Gianandrea Doria, pronipote del celebre ammiraglio Andrea. Di fronte era infine collocata l’avanguardia di galee, in totale 8, agli ordini di Giovanni de Cardona; chiudeva la retroguardia con la riserva di 30 galee guidate da Alvaro de Bazan, marchese di Santa Cruz. A queste forze la flotta ottomana opponeva un totale di circa 170 galee e 25 galeotti: il comando supremo era affidato a Muezzinzade Alì Pascià a bordo della Sultana, il corno destro a Mehmed Shoraq detto “Scirocco”, quello sinistro a Uluç Alì Pascià detto Occhiali, un calabrese rinnegato e convertito all’Islam. Dietro lo schieramento centrale si trovava una riserva di 8 galee, 22 galeotte e 64 fuste al comando di Murad Dragu, figlio del terribile pirata la cui fama aveva terrorizzato fino a pochi anni prima il Mediterraneo. In totale, la Lega annoverava oltre 36mila combattenti muniti di archibugio cui si aggiungevano i rematori sferrati (almeno 30mila) che in caso di mischia erano in grado di difendersi grazie a una dotazione minima di spada e corazza; in mare turco, invece, i soldati erano tra i 20 e i 25mila uomini di cui circa 4mila giannizzeri, che costituivano la fanteria scelta ed erano i soli armati di archibugio: tutti gli altri potevano infatti contare soltanto sull’arco e sulle frecce. I turchi erano in evidente inferiorità non solo di numero ma anche in quanto a dotazioni di artiglieria: avevano infatti a disposizione meno della metà dei pezzi e anche dal punto di vista tecnico il distacco era enorme, visto che i cannoni europei, di fabbricazione tedesca, non solo erano moltissimi, ma soprattutto, pare non sbagliassero un colpo.
 Don Juan d'Austria 1.JPG
Ritratto di don Giovanni d'Austria attribuito aJuan Pantoja de la Cruz
L'infante don Juan de Austriaitalianizzato in don Giovanni d'Austria (Ratisbona24 febbraio 1545 – Bouges1º ottobre 1578), è stato un condottieroammiraglio ediplomatico spagnolo. Figlio naturale dell'imperatore Carlo V d'Asburgo, don Giovanni è ricordato per la sua carriera militare che lo vide al comando della flotta della Lega Santa, con cui sconfisse gli Ottomani nella battaglia di Lepanto del 1571
Le fasi della battaglia di Lepanto.
Schieramento: le flotte cristiana e turca si schierano una di fronte all’altra nel golfo di Patrasso, il fronte cristiano vede Don Giovanni d’Austria sulla Real al centro contornato da Sebastiano Venier, Marcantonio Colonna e altri comandanti, al corno sinistro le navi di Agostino Barbarigo e al destro quelle di Gianandrea Doria. Dietro è collocata la retroguardia del marchese di Santa Cruz. La flotta turca schiera invece in mezzo il comandante supremo Muezzinzade Alì Pascià a bordo della Sultana, alla sua destra Mehmed Shoraq detto “Scirocco”, a sinistra Uluç Alì Pascià detto Occhiali. Dietro la riserva al comando di Murad Dragut.
la Real
FASE 2 Nel corno sinistro, Agostino Barbarigo si scontra con Mehmed Scirocco e viene messo fuori combattimento da un colpo di freccia nell’occhio. Durante il furioso scontro ingaggiato dai veneziani gli schiavi cristiani si liberano e attaccano i turchi; Scirocco viene decapitato e la sua testa issata su una picca. I turchi si perdono d’animo e vengono annientati a colpi di archibugio.
FASE 3 Al centro dello schieramento la battaglia infuria ancora con il Colonna e il Venier che riescono a ricacciare indietro il nemico pur con grande difficoltà. Don Giovanni, ferito, viene attaccato senza successo da Alì Pascià che è atterrato da un colpo di archibugio e decapitato. Mentre arrivano i rinforzi cristiani, i giannizzeri privi di munizioni cedono e le ultime resistenze turche sono fiaccate. Alle quattro del pomeriggio dopo cinque ore di mischia, la battaglia è vinta dai cristiani.
Dotazione degli schieramenti.
CRISTIANI                                                                          TURCHI
NAVI:                                                                                    NAVI:
204 GALEE E 6 GALEAZZE                                            170 GALEE E 25 GALEOTTE E UN 
                                                                                               NUMERO IMPRECISATO DI 
                                                                                               FUSTE


UOMINI:                                                                             UOMINI:
36MILA COMBATTENTI MUNITI DI                          20-25MILA COMBATTENTI
ARCHIBUGIO                                                                    DI CUI CIRCA 4MILA
                                                                                              GIANNIZZERI.  
30MILA REMATORI SFERRATI


ARTIGLIERIA:                                                                   ARTIGLIERIA:   
PEZZI DI GROSSO E MEDIO CALIBRO                      PEZZI DI GROSSO E MEDIO
DA 14 A 120 LIBBRE: 350                                                  CALIBRO  DA 14 A 120 LIBBRE:
PEZZI DI PICCOLO CALIBRO                                       180
DA 12 LIBBRE IN GIU’ 2750                                             PEZZI DI PICCOLO CALIBRO               
                                                                                                DA  12 LIBBRE IN GIU’: CIRCA
                                                                                                1200

Agostino Barbarigo by Paolo Veronese, Cleveland Museum of Art.JPG
Agostino Barbarigo
Pio V
Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione MicheleGhislieri (Bosco Marengo17 gennaio 1504 – Roma1º maggio 1572), è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, oltre agli altri titoli propri del romano pontefice, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Teologo ed inquisitore domenicano, operò per la riforma della Chiesa secondo i dettami del Concilio di Trento. Con san Carlo Borromeo e sant'Ignazio di Loyola è considerato tra i principali artefici e promotori della Controriforma. Durante il suo pontificato furono pubblicati il nuovoMessale romano, il Breviario e il Catechismo, furono intraprese le revisioni della Vulgata e del Corpus Iuris Canonici.
Alì Pascià 

TEMPESTA DI FERRO. Lo scontro fu preceduto dal lancio di 6 galeazze veneziane, mandate avanti circa mezzo miglio rispetto al resto della flotta. Muezzinzade Alì nel vedere queste enormi navi così isolate le scambiò per mercantili, e comunque le ritenne troppo goffe e pesanti per costituire un pericolo di cui preoccuparsi. Non le attaccò ma cercò di aggirarle e fu un grave errore: da questi veri e propri castelli in mare, infatti, si scatenò un’inaspettata pioggia di proiettili sparati in ogni direzione dagli oltre 200 cannoni in funzione. La tempesta di ferro provocò l’affondamentoo il danneggiamento irreparabile di circa 70 imbarcazioni turche. L’azione delle galeazze, per quanto non risolutiva, spezzò già lo schieramento ponendo un’ipoteca sull’esito finale dello scontro, anche se si era soltanto all’inizio. Muezzinzade Alì riuscì ad ogni modo a parre e, issato sulla sua Sultana, si portò di fronte alla Real tentando di abbordarla. Mentre gli archibugieri cristiani erano impegnati a respingere l’assalto dei giannizzeri, sul corno destro si andava consumando un episodio destinato a far discutere: Gianandrea Doria aveva infatti deciso, in maniera apparentemente inspiegabile, di abbandonare già alle prime avvisaglie dello scontro lo schieramento allargandosi con le sue navi verso sud. Il perché non è chiaro: forse temeva che Occhiali volesse accerchiarlo proprio da Mezzogiorno, o forse intendeva fingere una ritirata in modo da costringere il nemico a seguirlo per poi attaccare in mare aperto. Comunque sia, la manovra si rivelò azzardata perché creò un’enorme varco fra il centro dello schieramento stesso e il corno destro della flotta cristiana. Mentre don Giovanni, accortosi dello strano movimento, inviava al Doria via fregata l’ordine (ignorato) di non allontanarsi troppo, la sua retroguardia di 16 galee virava improvvisamente: non avendo compreso il senso della manovra, e temendo forse un tradimento, il suo comandante preferì tornare indietro puntando diritto contro Occhiali che, a questo punto ne approfittò abbandonando l’inseguimento per gettarsi con tutta sua forza contro la piccola flotta. Lo scontro, impari, si consumò rapidamente e vide soccombere varie navi tra cui la Vittoria, la Capitana dei Cavalieri di Malta, che venne circondata da sette galee e catturata con il suo comandante, il priore Pietro Giustiniani. Insieme alla Vittoria caddero in mano turca le toscane Firenze e San Giovanni, che facevano parte della flotta del papa, e la sabauda Piemontesa. Per quest’azione il Doria fu in seguito accusato di aver voluto disertare lo scontro o, peggio ancora, di aver tramato segretamente con Occhiali per evitare perdite alla flotta genovese. Lo stesso Pio V lo avrebbe accusato di essere “corsaro et non soldato” facendo sapere che era molto meglio per lui se non avesse più osato farsi vedere a Roma. Ancora oggi il giudizio degli storici resta problematico perché le circostanze dell’azione non sono affatto chiare. Qualunque fossero i motivi che lo spinsero al gesto, una volta accortosi dello sfondamento il Doria tornò indietro ma era troppo tardi: Occhiali si era ritirato abbandonando tutte le prede. Quando più tardi sopraggiunse la Guzmana, una delle navi inviate in soccorso dal Colonna, la Vittoria fu trovata colma di cadaveri: si era salvato però il Giustiniani il qual, pur gravemente ferito, era incatenato ma ancora vivo. Occhiali tornò a Instambul accontentandosi di portare al sultano, degli odiatissimi soldati maltesi, la sola bandiera.

Le navi di Lepanto.
GALEA.
La classica galea da guerra (o galea sottile) è lunga circa 45 metri e larga 5. Presenta due file di circa 25 banchi a due rematori con due alberi a vela latina, ossia triangolari. È armata di archibugi e di pezzi d’artiglieria e porta con sé oltre all’equipaggio di marinai e galeotti addetti ai remi (liberi, coscritti o prigionieri), i soldati armati. 
Modello in legno di una galea veneziana (Museo storico navale di Venezia)
Al tempo della battaglia di Lepanto, l'equipaggio della galea sottile era costituito da un comandante, detto sopracomito, dal comito, dagli ufficiali militari e di manovra, dal cambusiere, dal barbiere-medico, dalla ciurma di marinai e galeotti (più di 200), e dai soldati imbarcati a bordo, per un totale che poteva arrivare a 400-500 uomini; la nave era lunga in media sui 40 metri. L'ammiraglia di don Giovanni d'Austria era lunga 60 metri; una sua riproduzione in grandezza naturale si può ammirare nel Museo navale di Barcellona.
FUSTA.
Tipo di galea leggermente più grande della galeotta, è lunga circa 35 metri e presenta 18 banchi per lato a uno o due rematori. Ha un solo albero, è manegevvole e veloce ed è usata soprattutto contro i pirati lungo le coste.
Veduta di Venezia del Canaletto: si noti la fusta da guerra Locanda del Redentore ormeggiata di fronte a piazza San Marco per la sorveglianza del Palazzo Ducale.

GALEOTTA.
Tipo di galea leggera e veloce a un solo albero, la galeotta ha minor pescaggio rispetto alla grande galea da guerra. È lunga circa 25 metri ed è dotata di  12 rematori per lato (uno per banco). Non ha soldati ma sono gli stessi rematori a fungere da combattenti all’occorenza.

GALEAZZA.
La galeazza, tipica di Venezia, e cruciale a Lepanto, è una nave molto grande (un vero e proprio castello in mare) dotata di un gran numero di artiglierie (anche una trentina di grossi cannoni più altri di minore dimensione) che possono tirare anche di lato. Ha tre o persino quattro alberi a vele quadre, un castello di prua e uno di poppa, a differenza di tutte le altre, ha due ponti. Presenta dai 32 ai 46 banchi di rematori e imbarca oltre l’equipaggio anche i soldati.
 
galeazza spagnola


A COLPI D’ARCHIBUGIO. Intanto sul fronte settentrionale la battaglia infuriava. Don Giovanni sul ponte della Real tentava di difendersi dall’abbordaggio della Sultana; mentre il giovane ammiraglio faceva del suo meglio per contenere il furore dei turchi, le navi di Agostino Barbarigo dovettero vedersela con la flotta guidata da Mehmed Shoraq, il temibile “Scirocco”, che era in superiorità numerica. La capitana veneziana fu aggirata da alcune agili imbarcazioni turche, le feluche, e si trovò presto stretta tra due fuochi. Abbordato da sei galee, Barbarigo tentò disperatamente di farsi sentire dai suoi uomini in mezzo al fragore delle armi, alzando la visiera dell’elmo ma proprio in quel preciso istante fu colpito da una freccia all’occhio destro e stramazzò al suolo (sarebbe morto dopo tre giorni). Pur sbandando, i veneziano riuscirono a tenere la posizione fino all’arrivo della galeazza dei fratelli Bragadin; poi, per loro fortuna, gli schivi cristiani al remo della nave di Scirocco riuscirono a liberarsi dai ceppi e presero anch’essi le armi contro i turchi, ribaltando gli equilibri numerici. Nel furioso corpo a corpo che seguì sui ponti, lo stesso Scirocco rimase ferito e vene poi decapitato. La sua testa mozzata fu issata su una picca. I turchi nel vedere l’atroce spettacolo si persero d’animo; molti di loro tentarono la fuga ma furono presi senza pietà a colpi d’archibugio dai veneziani desiderosi di vendicare gli orribili fatti di Famagosta. Alì Pascià stava ancora dando battaglia a don Giovanni sul ponte della Real, che ormai era un tutt’uno con la Sultana in un unico enorme castello di legno fumante. Intorno combattevano, su altrettante navi incalzate da Pertev Pascià, il Colonna e il Venier, ques’ultimo issato come un leone a scoccar colpi di balestra con la sua infallibile mira. A un certo punto, il vecchio guerriero (aveva 75 anni) venne ferito da una freccia al piede destro e fu salvato solo dall’intervento di due giovani e valorosi comandanti veneziani, Giovanni Loredano e Catterin Malipiero, i quali prima di cadere riuscirono a ricacciare indietro il Pertev facendogli perdere anche la nave. Don Giovanni, intanto, pur lievemente ferito a una gamba, con l’aiuto del marchese di Santa Cruz si era messo in posizione. Arrivavano, però i rinforzi dagli scontri risolti e la situazione volgeva ora rapidamente a vantaggio dei cristiani, con i giannizzeri in inferiorità numerica e a corto di munizioni. Alì Pascià si decise allora a tentare il tutto per tutto e puntò verso Don Giovanni deciso a colpirlo, ma prima di raggiungerlo fu atterrato da un colpo secco di archibugio. Un cristiano gli troncò la testa con la spada e il capo mozzato, come già quello di Scirocco, fu issato su una picca. A quella vista, il morale dei turchi crollò definitivamente. A nulla valse l’estremo sforzo dei giannizzeri che, esauriti i proiettili, si misero grottescamente a lanciare contro i nemici ortaggi e agrumi, suscitando il dileggio degli avversari. Alle quattro del pomeriggio, dopo quasi cinque ore di mischia, la battaglia  era vinta e la bandiera di Allah veniva ammainata dall’ammiraglia turca.
Il bilancio era apocalittico: gli ottomani avevano perso 210 navi e di queste ben 117 galee, 10 galeotte e 3 fuste, tutte in ottime condizioni, finirono spartite tra i vincitori. Decisamente più contenuti i danni della flotta cristiana: 20 galee e un’altra trentina affondate in quanto irrecuperabili. Per la lega il conto finale ammontò a circa 8000 morti e altrettanti feriti, mentre 30mila furono le perdite degli ottomano e 8000 prigionieri. Il doppio, 15 o forse più, i cristiani liberati dalla schiavitù ai remi. Uno di essi, il fiorentino Aurelio Scetti, descrisse così il mare al termine della battaglia:”per i tanti corpi che galleggiavano le galee potevano appena passare (…) da ogni parte gridi, da tutte le bande compassionevoli voci si sentivano e quanto più l’aere si oscurava tanto maggiore e più orrendo spettacolo pareva”. I cristiani ancora vivi furono soccorsi, i turchi invece lasciati in balia delle onde e dei saccomanni, i predoni che, finite le battaglie navali, accorrevano sulle loro barche per far piazza pulita di ogni cosa che si potesse arraffare. Per evitare un’imminente tempesta che si addensava sul mare, don Giovanni e i suoi si diressero a vele spiegate verso il porto di Petala, ad appena sei miglia dal luogo dello scontro. Non appena giunti sul posto, mentre gli equipaggi festeggiavano sulla spiaggia, il Venier faceva salpare la galea Arcangelo Gabriele agli ordini di Onfredo Giustinian per annunciare in patria la lieta novella. La notizia fu accolta con eccezionali manifestazioni di giubilo. Mentre gli ex prigionieri sbarcavano a Porto Recanati e da lì si recavano in processione a Loreto per offrire le loro catene come ex voto alla Vergine, Pio  V apprendeva del trionfo dai messaggeri inviati da Marcantonio Colonna. Leggenda vuole che ne fu lieto ma non stupito: a battaglia ancora in corso, allo scoccar del mezzogiorno, il papa aveva infatti già avuto la visione della vittoria concessa ai cristiani grazie all’intercessione della Vergine. Per questo non esitò a proclamare il 7 ottobre la festa di Nostra Signora della Vittoria (poi trasformata da Gregorio XIII in Nostra Signora del Rosario) ma non sarebbe riuscito a coronare il suo sogno di cacciare via i turchi dalla Terra Santa: morì infatti sette mesi dopo, il  7 maggio 1572, con gli ottomani ancora padroni del Mediterraneo. La vittoria di Lepanto, divenuta subito leggendaria,  si rivestì di un forte significato religiose e venne interpretata come il trionfo autentico della Provvidenza. Ma se fu sicuramente importante sul piano strategico, perché rappresentò una battuta d’arresto all’espansione ottomana nel Mediterraneo, non fu in grado di fermarla del tutto. Le condizioni del mare all’indomani del trionfo si volsero in effetti al brutto e non permisero, data la stagione in fase avanzata, di inseguire i turchi al largo e sbaragliarli definitivamente. Solo un anno dopo Lepanto, gli ottomani avevano già riarmato un’imponente flotta, e sebbene fossero navi non ancora in grado di competere con quelle veneziane, riuscirono comunque a dar filo da torcere alla Serenissima aprendo una nuova stagione di scontri. Né le discordie esistenti fra le varie potenze, in primis tra Filippo II e la stessa Venezia, permisero di sfruttare pienamente il successo ottenuto. Due anni dopo Lepanto, fu firmato il tratto di pace tra la Serenissima e l’impero ottomano che sanciva per la Serenissima la perdita di Cipro. La Lega Santa cessava formalmente di esistere. Cent’anni ancora e nel 1683 i Turchi arrivarono addirittura sotto le mura di Vienna.



Articolo di Elena Percivaldi pubblicato su Le grandi battaglie navali edizioni sprea. Altri testi e immagini da Wikipedia     

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