mercoledì 9 gennaio 2019

La battaglia di Borodino; Scacco matto a Napoleone.

Scacco matto a Napoleone.

Alle porte di Mosca l’imperatore francese colse l’ennesimo successo della sua formidabile carriera, ma non fu il trionfo che cercava. Non servì a piegare la tenacia dello Zar e fu l’inizio della rovinosa conclusione della campagna di Russia.

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Battaglia di Borodino
parte della Campagna di Russia
Battle of Borodino.jpg
La battaglia di Borodino (o della Moscova)
Data7 settembre 1812
LuogoBorodinoRussia
EsitoVittoria francese non decisiva
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
130.000 uomini e 587 cannoni[1]125.000 uomini e 624 cannoni[2]
Perdite
35.000 morti, feriti, dispersi[3]45.000-50.000 morti, feriti, dispersi, prigionieri[4]
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La battaglia di Borodino, conosciuta nella storiografia francese come battaglia della Moscova (7 settembre 1812[5]), fu combattuta durante la campagna di Russia e fu una delle più grandi e sanguinose battaglie delle guerre napoleoniche; coinvolse oltre 250.000 soldati delle due parti, con la perdita, tra morti e feriti, di circa 80.000 uomini. Napoleone la definì "la più terribile delle mie battaglie"[3].


Il 7 settembre del 1812, nei pressi del villaggio russo di Borodino, a 125 chilometri da Mosca, si combatté, secondo la definizione che ne avrebbe dato lo stesso imperatore francese la più terribile delle battaglie napoleoniche. In effetti, fu uno dei più sanguinosi scontri della Storia: coinvolse oltre 250mila soldati e le perdite nei due fronti contrapposti, russo e francese, ammontarono a oltre 80mila uomini tra morti e feriti. Tecnicamente a vincerla furono i transalpini, ma la loro incapacità di sbaragliare completamente l’esercito avversario, soprattutto di fiaccarne la resistenza e lo spirito combattivo, la trasformarono in una vittoria mutilata, inutile al fine di sottomettere la Russia, obiettivo per raggiungere il quale Napoleone Bonaparte aveva mobilitato oltre 600mila uomini, una delle più grandi armate che si fossero mai viste sui campi di battaglia.
Francia e Russia erano ufficialmente alleate dal luglio del 1807, da quando le firme in calce agli accordi di Tilsit avevano chiuso la guerra della Quarta coalizione. Ma l’intesa tra Napoleone e lo zar Alessandro I risultò subito fragile, esposta com’era alle frequenti frizioni figlie degli opposti interessi politici ed economici dei due Paesi. Durante la guerra della Quinta coalizione (1809) lo zar non collaborò, come Napoleone si sarebbe atteso, per arginare il nemico austriaco, mentre contemporaneamente mieteva successi sul Danubio nel conflitto contro i turchi e sottraeva la Finlandia alla Svezia. E il successivo rifiuto di Alessandro di concedere all’imperatore francese la mano della sorella Anna suggellò, unitamente al fallimento delle trattative diplomatiche sul destino della Polonia, la definitiva frattura tra i due monarchi. Il conflitto fu reso inevitabile anche dal disimpegno russo dal Blocco Continentale, l’isolamento commerciale dell’Inghilterra imposto da Napoleone per fiaccare la resistenza di Londra: un embargo che si era dimostrato un salasso per le finanze russe e che lo zar decise infine di aggirare su pressione di aristocrazia e imprenditori.
Napoleone sperava di portare l’ex alleato a più miti consigli concentrando ai confini russi il più colossale esercito che si fosse mai visto prima di allora: la pressione psicologica della Grande armata avrebbe dovuto indurre lo zar a un gesto distensivo, in alternativa l’imperatore francese contava su una guerra lampo da risolversi con uno scontro risolutivo nell’arco di un mese. Ma Alessandro I coltivava altri progetti. In un primo tempo accarezzò l’idea di muovere lui stesso, e per primo, contro i francesi; per questo tentò segretamente di conquistare l’alleanza di Prussia e Austria, ma i due Paesi, apertamente minacciati da Napoleone, finirono per piegarsi al giogo francese e contribuire alla formazione dell’esercito d’invasione con alcuni contingenti. Informato dallo straordinario concentramento di truppe nemiche in Germania e Polonia, lo zar finì per ritagliarsi il ruolo che più gli si confaceva, quello di difensore dell’Europa dal dispotismo napoleonico; escluse quindi di muovere il primo passo e preparò l’esercito e il Paese all’imminente invasione, pronto ad applicare la strategia della terra bruciata e del ripiegamento strategico verso l’interno, così da attirare il nemico in trappola.


La Grande Armata attraversa il Niemen, dando inizio alla campagna di Russia.

UN AVVERSARIO SFUGGENTE. La Grande armata napoleonica, che tra il 23 e il 25 giugno 1812 varcò il fiume Niemen, contava oltre 600mila effettivi, metà dei quali di nazionalità francese, corroborati da 180mila tedeschi, 90mila polacchi e lituani, e infine 32mila soldati provenienti dal Regno d’Italia e di Napoli. Uno spiegamento di forze senza precedenti, che tuttavia rivelò bene presto il suo punto debole nella inadeguatezza dei comandanti: Napoleone aveva dovuto infatti rinunciare ai suoi veterani, impegnati nella penisola iberica in una guerra di logoramento imposta da spagnoli e portoghesi con il sostegno dell’odiata Inghilterra.
Di contro, l’esercito russo che affrontava l’avanzata napoleonica era affidato a due comandanti molto diversi tra loro: Michael Andreas Barklay de Tolly figlio dell’alta nobiltà prussiana seppur di origine scozzese, colto ed esperto stratega, era però inviso alla ristretta cerchia di corte perché non russo; viceversa il georgiano Peter Ivanovic Bagration, meno raffinato del collega, era l’alfiere dello spirito nazionale russo. I due generali potevano contare su un esercito superiore ai 400mila uomini, di cui oltre 200mila disponibili per la prima linea, 45mila schierati in seconda e 150mila dislocati nelle guarnigioni e nelle formazioni di riserva. Dopo la sconfitta del 1807, lo zar aveva promosso un profondo ammodernamento del suo esercito, sia dal punto di vista logistico e amministrativo sia da quello dell’equipaggiamento, ma la scarsa cultura e preparazione dei quadri intermedi, la pesante burocrazia che zavorrava lo Stato Maggiore e una certa confusione strategica dei comandante in capo – a cui contribuiva non poco la presenza intorno allo zar di uno stuolo di consiglieri militari stranieri – lo rendevano ancora incapace di reggere il confronto con l’armata francese.
Entrato in Russia, Napoleone vide materializzarsi proprio quello scenario che aveva inteso scongiurare. Di fronte alle sue armate in avanzamento si muoveva un nemico invisibile, sfuggente, impegnato soltanto a indietreggiare e per nulla disposto  - più per paura che per scelta – allo scontro in campo aperto. Cercando disperatamente la battaglia decisiva, ai napoleonici non restò che addentrarsi nella steppa infinita, costellata di villaggi distrutti e depositi di grano dati alle fiamme dagli stessi russi. L’inseguimento sfiancò l’armata che, giorno dopo giorno, vide assottigliarsi i rifornimenti e lasciò per strada uomini e cavalli, sfiniti dalla fatica e dalla fame, stremati dal caldo torrido alternato agli improvvisi acquazzoni. E quando finalmente l’avanguardia intravide la retroguardia nemica, l’insipienza dei comandanti rese vano ogni tentativo di attacco. Lo stesso fratello dell’imperatore, Girolamo, fu pesantemente redarguito da Napoleone e preferì lasciare l’impresa. Dopo scaramucce e scontri di poco conto, il 17 agosto l’imperatore vide a portata di mano la possibilità di bloccare i russi nell’antico villaggio di Smolensk. La manovra di aggiramento progettata dall’Aquila corsa riuscì però soltanto inizialmente, perché l’inadeguatezza tattica dei suoi subordinati e la strenua resistenza russa gli impedirono di cogliere il successo totale. Quando, il giorno dopo la battaglia, i primi napoleonici entrarono nella città distrutta dall’artiglieria e dal fuoco appiccato dai russi in fuga, trovarono solo cadaveri; del nemico, che era ripiegato per tempo evitando la disfatta, nemmeno l’ombra.
Napoleone valutò anche l’ipotesi di fermarsi per l’inverno e rinunciare al progetto di guerra lampo, ma lo sgomentava l’eventualità di una prolungata assenza dall’Europa e da Parigi, dove i suoi nemici avrebbero potuto rialzare la testa, soprattutto perché non era stato ancora in grado di cogliere quel trionfo che li avrebbe zittiti. Considerando l’insieme delle circostanze e delle possibilità e convinto che una marcia sulla città santa di Mosca, con conseguente conquista dell’antica capitale, avrebbe inferto un colpo decisivo alla capacità di resistenza dei russi e alla tenacia dello zar, dopo una settimana di sosta Bonaparte decise di lasciare Smolensk e il 25 agosto riprese l’avanzata verso  

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(Reindirizzamento da Michail Kutuzov)
Michail Illarionovič Goleniščev-Kutuzov
Михаил Илларионович Голенищев-Кутузов
Kutuzov1.jpg
16 settembre 1745 – 28 aprile 1813
(67 anni)
Nato aSan Pietroburgo
Morto aBolesławiec
Dati militari
Paese servitoRussia Impero russo
Forza armataEsercito imperiale russo
Anni di servizio1759 - 1813
GradoMaresciallo di campo
GuerreGuerra russo-turca (1768-1774)
Guerra russo-turca (1787-1792)
Guerra russo-turca (1806-1812)
Guerre napoleoniche
BattaglieBattaglia di Austerlitz
Battaglia di Borodino
Battaglia di Beresina
Nemici storiciNapoleone Bonaparte
Comandante diForze Austo-Russe nella Terza coalizione
Esercito imperiale russo
fonti nel corpo del testo
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Michail Illarionovič Goleniščev-Kutuzov, in russoМихаил Илларионович Голенищев-Кутузов?,[1] principe di Smolensk (San Pietroburgo16 settembre 1745 – Bolesławiec28 aprile1813), è stato un generale russ

Le fasi della battaglia.

Fase 1: attacco francese e risposta russa.
Alle sei del mattino del 7 settembre 1812 un forte bombardamento delle artiglierie francesi sulle posizioni russe segna l’inizio della battaglia. Gli uomini del principe Eugenio penetrano nel paese di Borodino. Al centro del fronte, i contingenti affidati al maresciallo Davout, lasciando molte vittime sul campo, prendono le fortificazioni in cui è attestato il generale russo Andrej Borozdin. A sud il generale Poniatowski ha la meglio sui contingenti russi schierati presso il villaggio di Utitsa. La reazione russa non si fa attendere: Kutuzov utilizza le riserve per rinforzare i settori più minacciati: Eugenio viene ricacciato da Borodino dopo aver provato  ad attaccare le posizioni nemiche di Gorkij; anche Davout è costretto a tornare indietro e l’avanzata a sud di Poniatowski viene arrestata da un fitto fuoco di sbarramento delle artiglierie.
Fase 2: Murat e il mancato impiego della guardia imperiale.
L’epicentro della battaglia si sposta intorno alla Grande ridotta, fortificazione russa armata di venti cannoni pesanti, e nei pressi della ridotta delle Tre frecce; qui Napoleone spedisce anche la cavalleria per provare la spallata decisiva. Alle 8,30 del mattino con l’imperatore è rimasta soltanto la Guardia imperiale. Alle dieci parte un largo attacco francese alle posizioni rette dal generale russo Bagration, sul centro-sud della linea del fronte. I francesi hanno la meglio, il generale russo viene ucciso durante l’azione e i suoi soldati arretrano abbandonando le posizioni. La cavalleria di Murat prova a dare il colpo di grazia al nemico, ma i russi resistono e si ricompattano. Servirebbe l’impiego dei veterani della Guardia imperiale francese che però Napoleone si rifiuta di gettare in campo.
Fase 3: la presa della grande ridotta.
Un contrattacco russo su Borodino viene rintuzzato, quindi alle due parte l’attacco decisivo contro la Grande ridotta condotto dal principe Eugenio, sostenuto nel suo sforzo da 400 cannoni e tre divisioni. Risulta decisivo l’aggiramento del nemico da parte della cavalleria francese che prende i russi alle spalle. A costo di gravi perdite la ridotta cade e tutti i resistenti russi vengono massacrati. Nel fronte nemico si è aperta una falla nella quale si infila Eugenio che, tuttavia, deve arrestare la penetrazione a circa un chilometro a est della postazione fortificata quando la cavalleria russa, più fresca e numerosa, gli impedisce il passo.
Fase 4: il riposizionamento russo e la ritirata.
dopo ulteriori scaramucce non decisive, alle cinque del pomeriggio il generale Kutuzov fa arretrare i suoi su posizioni più a est, meno difese di quelle precedenti ma pur sempre difficili da conquistare per gli esausti francesi. Il ripiegamento è il preludio al disimpegno russo. Nessuno sul fronte francese – a parte Murat  ha più intenzione di inseguire il nemico, nemmeno Napoleone che si accontenta di una vittoria tecnica. Kutozov, che ha salvato il suo esercito dalla disfatta, comincia la ritirata all’alba dell’8 settembre.

 L'imperatore Napoleone nel periodo della campagna di Russia.

STRATEGIE SUL CAMPO. Il destino sembrò finalmente arridergli quando, sul fronte russo, le proteste degli aristocratici e il malcontento popolare per quella tattica rinunciataria che aveva portato il nemico alle porte di Mosca convinsero lo zar ad affidare l’esercito all’esperto generale Michail Kutuzov. Consapevole della superiorità francese, il vecchio e autorevole uomo d’armi fece leva sul nazionalismo chiamando i russi alla resistenza contro l’esercito invasore, da lui descritto come ateo e diabolico, quindi, seppure a malincuore, si convinse ad accettare la battaglia: avrebbe preferito attendere un ulteriore logoramento del nemico, ma era impensabile perdere Mosca senza nemmeno combattere.
Kutuzov si prese il vantaggio di scegliere il terreno dello scontro e fece attestare il grosso dell’esercito nei dintorni del villaggio di Borodino, dove le truppe avrebbero goduto del doppio vantaggio di avere le estremità coperte, a destra dal fiume Koloka, a sinistra da un bosco dove difficilmente il nemico avrebbe potuto far manovrare grandi contingenti di uomini. Il settore centrale venne munito di nuove fortificazioni per agevolare la difesa in un terreno già ricco di ostacoli naturali (avvallamenti, ruscelli e boschi): la strada per Mosca fu così presidiata da due fortificazioni, quella di Shevardino e la Grande Ridotta; più a sud, tre terrapieni a forma triangolare, le cosiddette Tre Frecce, erano stati completati solo parzialmente e non offrivano una grande protezione a truppe e artiglieria. Il 5 settembre i francesi arrivarono a Borodino e già dal pomeriggio si scatenarono i primi combattimenti intorno alla ridotta di Shevardino. In serata la tenace resistenza russa dovette arrendersi all’impeto del nemico e la ridotta fu conquistata dai francesi, che poterono così attestarsi a sud del fiume Koloka. Nonostante la prima parziale sconfitta, i russi consolidarono le loro posizioni: potevano contare su 120mila unità, di cui 17mila di cavalleria regolare e 7mila cosacchi, 10mila combattenti della milizia, 640 cannoni con 14500 artiglieri e 72mila fanti, tutti schierati su un ampio fronte di otto chilometri al fine di scongiurare il pericolo di un aggiramento, tra il punto di confluenza della Koloka con la Moscova a nord e il villaggio di Utitsa a sud. Borodino funzionava da punto di congiunzione tra l’armata di Barclay, l’ala destra, e quella di Bagration, a sinistra. Il quartier generale di Kutuzov era in posizione appena arretrata rispetto alla prima linea, sulle alture di Gorkij. La lunga linea russa era disposta a semicerchio con fronte a nord-ovest; l’armata di Napoleone era posta di fronte a loro e poteva contare su cinque corpi d’armata di fanteria e la guardia, in tutto 103mila fanti, 28mila cavalieri e 587 cannoni. La sostanziale equivalenza delle forze convinse l’imperatore a scartare la tattica dell’aggiramento sul fianco del nemico – quello russo a sud risultava palesemente più fragile e poteva essere attaccato – per concentrarsi invece sulla posizione centrale e in particolare sulla Grande ridotta. Per questo motivo il 6 settembre, la vigilia della battaglia, l’imperatore fece approntare tre ponti sulla Koloka attraverso i quali passarono i 120 cannoni che avrebbero dovuto tambureggiare proprio la più importante delle fortificazioni nemiche. Tuttavia l’inadeguatezza di alcuni suoi subordinati, che posizionarono le artiglierie troppo lontano dall’obiettivo, la mattina del 7 settembre, all’inizio dello scontro, fece perdere ai francesi tempo prezioso per il riposizionamento delle bocche da fuoco.


L'artiglieria e la fanteria francesi si schierano per la battaglia.

COMINCIA LA CARNEFICINA. All’alba del 7 settembre il fitto cannoneggiamento francese sulle posizioni russe diede il via alla battaglia. le divisioni a cui era stato affidato il primo assalto, complice la nebbia che gravava sulla zona, poterono avvicinarsi al nemico e  sferrare un attacco di forza: gli uomini del principe Eugenio de Beauharnais si impadronirono del villaggio di Borodino, quelli al comando di Lous Nicolas Davout conquistarono le Tre frecce e, più a sud, il generale polacco Josepf Antoni Poniatowski spazzò via l’estremo fianco nemico presso il villaggio di Utitsa. La reazione russa non si fece attendere. Kutuzov scontò subito gli errori tattici commessi nella composizione della sua linea del fronte: troppo presidiato il fianco nord, dove l’anziano militare si attendeva l’attacco francese, e pericolosamente sguarniti il centro e il lato sud per rinforzare i quali dovettero scendere in campo le riserve. I soldati russi chiamati a quella che era a tutti gli effetti una guerra di liberazione dall’invasore, profusero nel combattimento uno sforzo tale da colmare le lacune dello stato maggiore e i francesi si trovarono di fronte a un muro invalicabile di uomini disposti a morire piuttosto che ad arretrare. Le posizioni conquistate dagli imperiali furono presto perdute. L’epicentro della battaglia si spostò dai fianchi alla Grande ridotta, inutilmente attaccata a più riprese  da Eugenio, e sulle Tre frecce, dove Napoleone spedì anche contingenti di cavalleria. A ogni spallata, i corpi francesi dovevano essere rinforzati da nuovi continenti, cosicché alle otto e mezzo del mattino con l’imperatore rimase soltanto la Guardia imperiale, l’élite dell’esercito transalpino. Alle dieci i francesi tentarono un nuovo assalto generale contro le posizioni difese da Bragation e questa volta, sostenuti da un intenso fuoco d’artiglieria, ruppero la linea nemica. Lo stesso generale georgiano cadde vittima dell’azione e lo scoramento che la sua morte indusse nella truppa obbligò i russi al ripiegamento. A quel punto la cavalleria di Gioacchino Murat si gettò nella bolgia per assestare il colpo di grazia, ma la fanteria nemica riuscì a retrocedere con ordine e resistere alla spallata, formando dei quadrati contro i quali i cavalleggeri francesi nulla poterono. Al re di Napoli mancavano infatti gli uomini necessari a coronare con successo l’attacco e gli unici rimasti
 ancora fuori dalla mischia erano quelli della Guardia, ai quali storicamente Napoleone era sempre stato restio a ricorrere. L’appello di Murat non smosse l’imperatore e quel copione dovette ripetersi altre volte lungo il corso della giornata, con Napoleone sempre sordo all’invocazione dei suoi marescialli.
Una fase dei violenti scontri di cavalleria a Borodino.



La tragica ritirata.
Napoleons retreat from moscow.jpg
La ritirata di Napoleone da Mosca
(dipinto del XIX secolo di Adolph Northen)
Data23 giugno - 14 dicembre 1812
LuogoImpero russo
EsitoDecisiva vittoria russa
Padrone di una città fantasma, Napoleone attese inutilmente  a Mosca che lo zar avanzasse proposte di pace – cosa che Alessandro I non fece perché aveva orma l’inerzia della guerra a proprio favore – sprecando così le ultime settimane disponibili prima dell’inverno. L’armata si mosse dall’antica capitale russa soltanto il 19 ottobre e subito cominciò a essere tormentata dalla guerriglia dei partigiani e dei reparti cosacchi. Decimato durante la lunghissima marcia, fiaccato dal freddo, dalla fame e in balia degli zaristi, l’esercito francese venne infine attaccato mentre tentava di attraversare il fiume Beresina, quando poteva ormai contare soltanto siu 50mila effettivi pronti al combattimento e 40mila uomini di retroguardia. La battaglia si svolse tra il 26 il 29 novembre del 1812 e si risolse in una vittoria strategica di Napoleone che, in condizioni al limite dell’impossibile, riuscì a forzare la linea russa, dovendo però pagare un prezzo altissimo: le perdite dei francesi furono superiori alle 20mila unità. Più del doppio di quelle russe. Lo scontro sulla Beresina non cambiò comunque l’esito e il giudizio storico sulla Campagna di Russia dell’imperatore francese, risoltasi in una disfatta militare e politica: i superstiti furono appena 100mila, a fronte degli oltre 600mila partiti a giugno.

Mappa della battaglia.

UN COSTO MOLTO ALTO. Alle due del pomeriggio partì l’ennesimo assalto del principe Eugenio contro la Grande ridotta, azione sostenuta dal fuoco di 400 cannoni e dall’impiego della cavalleria, che aggirò la roccaforte e prese i resistenti alle spalle. Il blitz valse ai francesi la rottura del fronte russo ed Eugenio si precipitò nella falla aperta ma dovette presto arrestare l’impeto dei suoi al sopraggiungere della cavalleria nemica, più fresca e numerosa. Anche in questo caso il mancato impiego della Guardia imperiale permise ai russi di evitare la disfatta.
Alle cinque del pomeriggio Borodino si era ormai trasformata in una battaglia di posizione, con cui i russi fatti ripiegare da Kutuzov su nuove linee di difesa, meno protette di quelle precedente, ma comunque non meno dure da espugnare per gli stremati francesi. L’ultimo a smettere di crederci fu Murat, che continuò inutilmente fino alle dieci di sera a pregare Napoleone di far intervenire l’unità dei suoi veterani così da cogliere la vittoria piena. La maggior parte dei comandanti su entrambi i fronti, tuttavia, non se la sentiva più di proseguire con quell’inutile massacro. Nonostante il dissenso di qualche generale, Kutuzov decise a quel punto per la ritirata, che cominciò all’alba dell’8 settembre. Napoleone, dal canto suo, parve accontentarsi di essersi aperto la strada per Mosca, un obiettivo minimo raggiunto a un costo sproporzionato: almeno 30mila uomini erano morti o feriti, tra  cui 14 generali di corpo d’armata, e i 100mila sopravvissuti erano stanchi e malati, con uniformi sporche e lacere, sperduti a 2mila chilometri dalla frontiera  in un paese ostile alle porte dell’inverno. A raggiungere Mosca ci misero una settimana. Alla mezzanotte del 14 settembre un Murat in alta uniforme entrò per primo nell’antica capitale senza colpo ferire, grazie a un accordo con i russi che l’avevano evacuata per tempo. Trovò una città spettrale, abbandonata non solo dalle truppe ma anche dalla popolazione. I pochi russi rimaste, la notte successivi appiccarono il fuoco al quartiere commerciale, rendendo ancora più lugubre il panorama che uno sfinito e deluso Napoleone poteva scrutare dalle finestre del Cremlino. Da lì a poco sarebbe cominciata per i resti dell’Armata francese la lunga ritirata di Russia.

Articolo in gran parte di Mario Galloni pubblicato storie di guerre e guerrieri del mese di agosto 2018 – altri testi e immagini da wikipedia. 

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