lunedì 28 gennaio 2019

L’arte di braccare.


L’arte di braccare.
Lungi dall’essere una semplice attività di sussistenza, la caccia divenne il mezzo con cui i nobili si esercitavano alla guerra mantenevano il potere e dominavano il paesaggio. Un miscuglio di amore e di violenza che rispecchiava quello tra l’uomo e la foresta.



 

Guglielmo I ed Aroldo II d'Inghilterraa caccia insieme con cani e falconi – Arazzo di Bayeux (post 1066).
Per caccia medievale s'intende quell'insieme di pratiche, rituali e simbolismo che, sommati l'uno all'altro, concorsero a fare, nel corso del Medioevo, della pratica venatoria non più una semplice ricerca di cibo ma un hobby, uno status symbol delle più alte classi sociali che persistette nell'immaginario collettivo europeo sino alla Rivoluzione francese. La caccia divenne un evento d'interazione sociale esclusivo della nobiltà, garante di fruttifiche relazioni tra singoli e consorterie, nonché esercizio propedeutico alla pratica marziale fondamentale per la formazione della castaguerriera dominante, i milites. Come tale, essa diede origine a una considerevole produzione letteraria, sia tramite poemi che attraverso una vera e propria trattatistica, ed artistica

L’alba del Medioevo fu un’epoca piena di insidie, dominata da preoccupazioni costanti: prima fa tutte, la lotta per la sopravvivenza. Dal 568 d.C., l’arrivo dei Longobardi (uno dei più feroci tra i popoli barbarici, calato in Italia dalle Alpi nordorientali) si presentò agli italici come quello di tribù animate da un’etica fondata sul coraggio e su un’esaltazione della forza quasi ferina. Se nell’Italia costiera, occupata dai Bizantini dediti all’allevamento intensivo e alla pesca, l’interesse per la caccia era pressoché inesistente, nell’entroterra germanizzato l’attività venatoria divenne parte integrante di una quotidianità fondata su riti tribali volti a esaltare gli anti dèi della guerra: la sua centralità nella formazione dei giovani nobili (arimanni), affonda le radici nei primordi della tradizione indoeuropea.
Lo spazio consacrato alla caccia era la foresta: luogo di tenebra materiale e simbolica, rifugio di belve e paure inconsce, riservato all’avventura e al superamento dei riti iniziatici di passaggio. Chi ne usciva trionfante diventava guerriero, oppure riacquistava l’onore che per qualche motivo aveva perduto. Chi, invece, pur sopravvivendo ai tranelli del bosco, vi soggiornava troppo a lungo, rischiava di perdere la sua umanità. L’anonimo autore del Beowulf, famoso poema sassone del VII secolo, riferendosi al destino dell’eroe, narrava: “Ora lotta con i draghi e con i lupi, ora con gli orchi che stan tra le rocce, ora con gli orsi, cinghiali e giganti che dagli alti dirupi lo inseguono”. Tutto ciò significava che, a forza di inseguire belve, prima o poi il guerriero avrebbe rischiato di tramutarsi a propria volta in “orso della sera o lupo mannaro”, ossia in qualcosa di incontrollabile e animalesco. Il rapporto complesso e ambivalente, quando non addirittura simbolico, con la bestia selvaggia è descritto in maniera efficace nella Volsunga Saga, dove il rito iniziatico consisteva nell’impadronirsi di pellicce che, una volta indossate, permettevano agli ero di trasformarsi in lupi mannari. Anche lo storico longobardo Paolo Diacono narrò dei cinocefali, guerrieri dalla testa di lupo che bevevano sangue umano, invincibili quanto temuti, e perciò emarginati dalla società civile. La stima nutrita dai barbi verso il lupo e l’orso era tale da farli comparire spessissimo nei nomi di persona: l’appellativo totemico di ‘Beowulf’, per esempio, era destinato ad attirare sul nascituro le qualità delle due belve (Beo, orso e Wulf, lupo) nonché il favore dei loro spiriti tutelari.

Scena di idillio e falconeria di ambiente normanno-svevoBianca Lancia e Federico II - Codex Manesse(copia 1304).

Le armi della caccia.
à
Caccia al cinghiale con lancia e cani da caccia - Miniatura medievaleTacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo). 
Dagli albori dell’età del Ferro, l’arma da duello per eccellenza è stata la spada, che rifletteva le virtù tipiche del guerriero: coraggio, nobiltà, virilità. Tuttavia, altre armi da mischia e da getto, come zagaglie, asce e lance, garantivano maggior successo nella caccia. Il rapporto con l’arco, invece, rimase ambiguo per secoli.
Se presso i popoli orientali e delle steppe rappresentava l’arma della caccia eroica, in Europa l’arco ottenne tale riconoscimento molto tardi e in misura solo parziale: i barbari, ritenendolo un’arma da vigliacchi, preferivano delegarne l’uso ai seguaci. Solo nel basso Medioevo fu finalmente rivalutato: tanto nella pratica, quanto dal punto di vista simbolico. Esso divenne l’embelma dell’astuzia, a discapito della forza bruta.


Federico II in trono con il falco - De arte venandi cum avibus (ca. 1260).

ESERCITARSI ALLA GUERRA. Il rapporto tra caccia e guerra nel Medioevo risulta chiaro: l’una è sorella dell’altra. Soprattutto in tempo di pace, la caccia funge da palestra in attesa di battaglie imminenti: il suo esercizio costante è finalizzato al farsi trovare preparati nel giorno in cui i corni da guerra richiameranno le schiere in rassegna davanti al sovrano. Cavalieri uniti in consorterie armate stringevano sodalizi rinsaldati da imprese condivise, cacce e banchetti, scalpitando in attesa di un buon destriero per ripartire al più presto al galoppo verso l’ignoto. La necessità di ostentare il proprio valore li spingeva talvolta a disdegnare la caccia estiva, quando la selvaggina è stanca e più facile da abbattere, preferendo quella invernale. Con il favore di un terreno reso insidioso dalle nevi e dal fango, le bestie, feroci e affamate, avrebbero opposto una resistenza più tenace, tale da consentire ai più temerari di identificarsi con gli eroi dei temi antichi, capaci di forgiare il proprio destino attraverso le prove della “caccia eroica”. La ricerca esasperata dello scontro fisico in circostanze proibitive coinvolgeva perfino i re, desiderosi di confermare periodicamente, sotto lo guardo dei sudditi, la loro leadership: documenti del IX secolo testimoniano l’abitudine dell’imperatore Carlo Magno di ingaggiare scontri “extracta spada” ossia corpo a corpo, nientemeno con i bisonti. Sulla scorta di questa e di altre testimonianze del tempo, è facile intuire perché la percentuale di decessi durante le battute di caccia fosse tanto elevata. In genere si trattava di caccia a cavallo. Il più fidato compagno dei barbari era stato il destriero: la cultura del guerriero a cavallo, poco sviluppata in età romana, si era consolidata con l’irruzione nell’Europa del V secolo, di implacabili predoni nomadi, originari delle steppe centroasiatiche, ricordati dai posteri con il temuto nome di Unni. Cosiddetta orda era costituita da guerrieri instancabili e arcieri infallibili: esperti allevatori che vivevano a stretto contatto con i loro cavalli per tutta la vita. Ogni uomo libero, proprietario di almeno sette animali, raggiungeva una simbiosi tale con le sue bestie da non scendere quasi mai di sella e da farsi addirittura seppellire in loro compagnia. Durante la cerimonia dell’ultimo addio ai guerrieri, quando i loro tesori più prestigiosi erano stati gettati sulle pire infuocate e i membri del clan bollivano le carni del banchetto nei calderoni, si brindava ai morti: si svuotavano coppe ricolme di latte di giumenta fermentato, pregando che i fidati destrieri, sacrificati insieme ai defunti, li portassero sani e salvi nell’aldilà. Fu così che, al tramonto dell’impero Romano, mentre i purosangue nati dall’incrocio di razze selezionate si estinguevano proprio come i loro raffinati padroni, i tenaci Unni, seguiti dagli Avari (VII.X secolo), si erano lanciati a più riprese alla conquista dell’Europa in sella ad agili cavalli semiselvaggi, portando con sé tecniche di equitazione ed equipaggiamenti sempre più sofisticati. Le prime preziose novità introdotte dai popoli delle steppe, ossia la staffa e vari tipi di briglie avevano trovato i più grandi estimatori nei popoli germanici. Ben presto, perfino i capiclan goti, franchi, gepidi e si sarebbero fatti seppellire in compagnia dei propri destrieri.

Caccia al cervo con cani e cavalli - miniatura medievale da Le Livre de chasse de Gaston Phébus (XV secolo).


Il falcone, signore del cielo.
Dal IX secolo in poi si diffuse la caccia con il falco, importata dall’Oriente dove era largamente praticata dalle popolazioni nomadi delle steppe euroasiatiche. La falconeria ebbe un ulteriore momento di sviluppo nel Mezzogiorno conquistato dai mussulmani, che a loro volta avevano appreso quest’arte dagli Arabi della Persia sassanide, e si diffuse ancora di più con le Crociate, raggiungendo l’eccellenza con l’ordine monastico-militare degli Ospitalieri. A praticare la falconeria erano perlopiù principi e regnanti, come Enrico I di Germania (876-936) detto proprio per questo l’Uccellatore. Il campione assoluto fu però l’imperatore Federico II, autore di un trattato sul tema che per secoli fece testo in materia. La falconeria era un divertimento per ricchi: addestrare e allevare i rapaci, infatti, era un procedimento molto lungo e costoso. La falconeria è ancor oggi particolarmente diffusa tra i milionari della penisola arabica.

SELVE DELLA PERDIZIONE. Lo stesso Carlo Magno, imperatore dei Franchi, issavi i figli in sella con le armi in pugno e, così facendo, trasmetteva ai posteri un legame antico con il cavallo, così tramandato da un proverbio carolingio: “Chi sena montare a cavallo è restato a scuola fino a dodici anni, non è più buono ad altro che a fare il prete”. Eppure, con l’avvento dei sovrani carolingi, qualcosa cambiò radicalmente. All’alba della conquista dei regni barbarici, le necessità di riordino amministrativo portò alla creazione di grandi riserve curtensi e parchi recintati e provocarono una mutazione profonda: sia nella gestione fondiaria, sia nel modo di vivere e di intendere l’attività venatoria. Se nell’alto Medioevo la caccia grossa non era ancora preclusa alle popolazioni rurali, ora a cacciare nel bosco di un feudatario non era considerato come un semplice furto, ma addirittura un gesto di sfida nei confronti di un’autorità superiore e della sua proprietà.
Se è vero che la caccia, in quanto prodotto culturale, si è sempre resa portatrice degli aspetti militari, rituali, didattici e agonistici della sua epoca, è altrettanto fondato sostenere che, al sopraggiungere del basso Medioevo, una società più laica e meno legata ai riti pagani del passato, fece emergere aspetti prima trascurati: ludici, aristocratici, profani. Fu così che le scenografiche cacce regali presero l’aspetto di lussuose escursioni cortesi nel cuore di grandi riserve, accompagnate da superbe mute di cani di razza e da cacciatori esperti, pronti a compiacere e impressionare ospiti di alto rango. Esiste anche un rapporto tra attività venatoria e Chiesa. Nella caccia, il clero scorgeva l’esercizio di una violenza fine a se stessa, priva di ogni nesso con la morale cristiana. Ma la regola di san Benedetto, che vietò addirittura ai suoi monaci di mangiare carni di quadrupede, non ebbe fortuna al di fuori dai monasteri. Per di più, quando il cavalier cortese entrava nella foresta, si gettava alle spalle la morale cristiana per riavvicinarsi più o meno inconsciamente, a quella dimensione precristiana che la Chiesa aveva combattuto per secoli. Il morboso appagamento degli istinti sanguinari compiuta nel segreto della foresta poteva perfino accompagnarsi ad altre forme di piacere nascoste, sospese tra magia ed erotismo. Ecco perché il bosco, pur avendo perduto la sacralità di un tempo, si era tramutato in una specie di territorio fuori dalla legge, perfetto per i signori feudali più violenti e libertini. Ciò si manifesta anche attraverso i personaggi letterari dei poemi del ciclo arturiano: i nobili Lancillotto e Yvan, vittime di amori proibiti e distruttivi, che li avevano portati sull’orlo della follia, scelsero proprio il bosco come luogo di espiazione. Nel suo sonetto Sonar Bracchetti, scritto a fine Duecento, Dante Alighieri rivela di non apprezzare l’eccessivo entusiasmo per la caccia, da sempre appannaggio della nobiltà del contado, in quanto la “selvaggia dilettanza”, incompatibile con la “leggiadra di gentil core”.
In Italia, un ruolo rivoluzionario nella pratica della caccia interessò prima i Normanni del Sud e poi gli Svevi. Nella prima metà del Duecento, durante la permanenza siciliana dell’imperatore Federico II di Svevia, massimo fautore dell’evoluzione ludica dell’attività venatoria, si affermò la tendenza a contrapporre alla guerra la nuova moda del plausir, o piacere della caccia, intesa come svago mondano riservato esclusivamente alle élite regali e aristocratiche.
Si inaugurò così, la grande stagione dei manuali e dei trattati venatori, spesso riccamente illustrati. Giordano Ruffo, uomo della corte di Federico II e patrocinatore di scuderie costosissime, compilò l’opera intitolata De cura equorum dietro suggerimento del sovrano.
Anche i cani adatti alla caccia mutarono radicalmente. Dopo secoli di citazioni occasionali di molossi e mastini impiegati dai barbari per la guardia o per la caccia al lupo, la trattatistica basso medievale incensò il levriero, o veltro, come il più nobile e veloce tra i cani. Federuci II si uniformò al parere del domenicano Vincenzo di Beauvais, che lo considerava indispensabile: non a caso, la società cavalleresca dedicò a questo leggiadro cane emblemi araldici e ritratti tombali ai piedi delle statue funebri dei grandi nobili, di cui il levriero incarnava la virtù cavalleresca dell’assoluta fedeltà feudale.

La caccia selvaggia.

Fra i più paurosi racconti diffusi tra le Alpi aleggiava la credenza di un possente cacciatore selvaggio e del suo spaventoso corteo infernale: tra Natale e Capodanno, il dio germanico Odino si dava ciclicamente ritrovo sulla terra con gli spiriti inquieti di eroi del passato, come i re Teodorico e Artù, presso tombe profanate dagli elfi oscuri. In quelle notti, creature risorte dal mito pagano ingrossavano le file di un esercito di orchi e dannati che, spinto dai soffi del Fohn (il vento alpino) e dal suono agghiacciante dei corni da caccia, turbinava sotto la luce della luna sulla scia di una muta di segugi fantasma.
“La corsa e la caccia fanno impazzire il cuore dell’uomo” ricordava un detto orientale, indicando il nemico peggiore proprio nelle pulsioni dell’inconscio. 


IL FALCONE RISERVATO AI RICCHISSIMI. Anche la caccia con il falcone, attività complessa, che richiedeva grande passione nell’addestrare i rapaci alla cattura di altri volatili, con il tempo diventò esclusiva dell’immaginario tardo medievale cortese. Questa pratica era stata introdotta in Europa dagli Ostrogoti attraverso il loro sodalizio con i popoli delle steppe. In seguito alla trasformazione della caccia in privilegio, anche i rapaci, da sempre simbolo sacro e totemico, finirono con l’incarnare nuove allegorie araldiche: in virtù della raffinata complessità delle tecniche di allevamento e di caccia che la caratterizzano, la falconeria fu ritenuta la forma di caccia più idonea a rappresentare la superiorità della classe nobiliare sopra tutte le altre. Dopo essere stato educato alla falconeria dagli arabi, l’imperatore Federico II di Svevia se ne entusiasmò tanto da far stilare il suo capolavoro, De arte venandi cum avibus “Sull’arte di cacciare con gli uccelli”: il più importante trattato di arte venatoria della Storia, le cui pagine miniate illustrano la differenza tra falconeria di “alto” e “basso” volo, a seconda del tipo di rapace impiegato e dell’ambiente di caccia. L’imperatore, convinto che la falconeria fosse la più nobile tra le venationes, vi impiegò capitali e studi talmente approfonditi da tramutare tale pratica in un connubio tra attività venatoria e studio della moderna “etologia” (la disciplina che si occupa del comportamento animale nel suo ambiente naturale). Il trattato di Federico II rimase non solo incompleto ma anche incompreso, perché troppo innovativo. Nel suo insuccesso, qualcuno vuole scorgere il riflesso dell’intera politica del sovrano, detto Stupor Mundi: talmente geniale e lungimirante da risultare estraneo ai suoi tempi, perfino nelle questioni tecniche, come appunto l’arte della caccia.
Particolare del f. 16r del trattato "De arte venandi cum avibus"

e arte venandi cum avibus ("Sull'arte di cacciare con gli uccelli") è un trattato dell'imperatore Federico II di Svevia sull'attività venatoria. Il manoscritto conservato alla Biblioteca Vaticana(codice Pal. Lat. 1071) è la redazione più nota per le illustrazioni, ma contiene solo i primi due libri: si tratta di un codice di 111 fogli di pergamena di dimensioni pari approssimativamente a cm. 24,5x36, commissionata a Napoli dal figlio di Federico, Manfredi re di Sicilia, intorno al 1260. Un altro manoscritto, redatto a cura di un altro figlio dell'imperatore, re Enzio, durante la sua detenzione a Bologna, si conserva nella Biblioteca Universitaria di Bologna (Lat. 717) e contiene sei libri, quindi un'edizione più estesa, ma non necessariamente completa del trattato.

Articolo in gran parte di Marco Corrias pubblicato su Medioevo misterioso extra n. 7 Sprea editori, altri testi e immagini da Wikipedia.      

Nessun commento:

Posta un commento

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...