martedì 27 novembre 2018

Apoteosi del Cesare. Il divo Augusto.


Apoteosi del Cesare.
Il divo Augusto.
Mentre era ancora in vita, Augusto fu venerato in tutto l’impero. Alla sua morte fu divinizzato, inaugurando una consuetudine che proseguì coi suoi successi.


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Mausoleo di Augusto
Mausolée-d'Auguste.jpg
L'ingresso del Mausoleo di Augusto.
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneRoma
Amministrazione
PatrimonioCentro storico di Roma
EnteSovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale
VisitabileNo
Sito webwww.mausoleodiaugusto.it
Mappa di localizzazione

Il mausoleo di Augusto, anche noto come Augusteo, è un imponente monumento funerario del I secolo a.C., di pianta circolare, situato a Roma. Originariamente occupava parte dell'area nord della zona chiamata Campo Marzio. Questa la descrizione che ci fa Strabone:
«Il più notevole [tra i monumenti] è il cosiddetto Mausoleo, un grande tumulo di terra, innalzato presso al fiume [Tevere] sopra un'alta base rotonda di marmo bianco, tutto ombreggiato da alberi sempre verdi, fino alla cima, sulla quale era la statua di Cesare Augusto, in bronzo dorato. E sotto quel tumulo vi erano le celle sepolcrali di lui, dei suoi parenti e degli amici più intimi. Dietro c'è un grande bosco sacro che offre splendide passeggiate. Nel mezzo del campo c'è un recinto, sempre di marmo bianco, costruito intorno al crematorio di Augusto, che ha una balaustra circolare in ferro ed all'interno ci sono dei pioppi.»
(StraboneGeografia, V, 3,8.)

Quando il primo imperatore romano morì aveva quasi 77 anni e per circa mezzo secolo aveva regnato indiscusso. Il 19 agosto del 14 d.C., da Nola, vicino Napoli, il suo corpo fu portato a Roma a spalle dai notabili delle città situate lungo il cammino. Il viaggio si fece di notte per evitare che il corpo si decomponesse troppo rapidamente a causa dell’intenso calore estivo. Furono i cavalieri romani a incaricarsi di introdurre le spoglie dell’imperatore nella capitale, Tiberio figlio adottivo e successore designato, pronunciò l’elogio funebre durante una sessione del senato. Quindi la salma fu trasferita al Campo Marzio, dove Augusto si era costruito il suo mausoleo. La pila funeraria fu accesa da alcuni centurioni su ordine del senato. Mentre il rogo ardeva, un’aquila si alzò in volo dalle fiamme per trasportare in cielo l’anima del defunto imperatore. L’ex pretore Numerio Attico giurò davanti al senato di aver assistito all’evento miracoloso, facilitando in questo modo l’apoteosi di Augusto, che fu decretata il 17 settembre. A Roma era nato un nuovo dio.
Iniziò così un’usanza nuova, che rompeva con le antiche tradizioni politiche e religiose dell’Urbe. La repubblica romana si era sempre definita una città, una comunità di persone che condividevano la cittadinanza e veneravano gli dei locali, in particolare Giove Capitolino, divinità suprema connessa alla fondazione dello stato.

Roma rende divini.

Simulazione grafica dell'architettura originaria dell'Augusteo di Luigi Canina

44 a.C. Giulio Cesare viene divinizzato dopo il suo assassinio. Il nipote Ottaviano è proclamato figlio del Divino.
29 a.C. Ottaviano autorizza gli abitanti delle province orientali a venerarlo insieme alla dea Roma.
27 a.C. Il senato concede a Ottaviano il titolo di Augusto decretando così l’inizio dell’impero.
14 d.C. In seguito alla morte di Augusto il senato proclama la sua apoteosi.
cammeo di Augusto 


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Foro di Augusto
Forum Augustus.JPG
Vista del Tempio di Marte nel Foro di Augusto.
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneRoma
Dimensioni
Superficien,d, 
Amministrazione
EnteSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
ResponsabileClaudio Parisi Presicce
Sito webwww.sovraintendenzaroma.it
Mappa di localizzazione

Il Foro di Augusto è uno dei Fori Imperiali di Roma,[1] il secondo in ordine cronologico.
Disposto ortogonalmente rispetto al precedente Foro di Cesare, ne riprese l'impostazione formale, con una piazza porticata dove sul lato breve dominava il tempio dedicato a Marte Ultore, inaugurato nel 2 a.C.[2], che si appoggiava sul fondo all'altissimo muro perimetrale. Dietro ai portici laterali si aprivano ampie esedre, spazi semicircolari coperti. Alla testata del portico settentrionale un ambiente distinto ospitava una statua colossale dell'imperatore.
Anche in questo caso, come nell'opera cesariana, la costruzione del complesso era stata voluta per fini propagandistici e tutta la sua decorazione celebra la nuova età dell'oro che si inaugura con il principato di Augusto. Svetonio racconta che:
«La costruzione del nuovo foro fu dovuta sia alla moltitudine delle persone sia al numero di processi [da portare a termine], i due fori esistenti (il Foro Romano e quello di Cesare) non erano più sufficienti e c'era bisogno di un terzo; per questo si affrettò ad inaugurarlo, senza che fosse ancora completato il tempio di Marte e stabilì che in esso ci fossero i processi pubblici e fossero estratti a sorte i giudici.»
(SvetonioAugustus, 29.)
«Fece costruire un Foro più piccolo di quello che avrebbe voluto, perché non voleva espropriare i proprietari delle vicine abitazioni.»
(SvetonioAugustus, 56)

LA DIVINIZZAZIONE DI CESARE. Fin dalla nascita della repubblica, nel 509 a.C., i romani avevano rifiutato l’ordine monarchico e il concetto di origine divina della regalità, a differenza di quanto avveniva nell’Egitto dei faraoni o nelle monarchie ellenistiche eredi di Alessandro Magno. Di fronte alla grandezza delle sue stesse imprese, il conquistatore macedone non aveva resistito alla tentazione di farsi divinizzare in vita, e coloro che gli erano succeduti nei vari territori del suo impero avevano provato a imitarlo con esiti diversi.
La situazione a Roma cambiò nel I secolo a.C., un periodo caratterizzato dal susseguirsi di guerre civili. I generali dell’esercito accumularono nelle loro mani un potere sempre più grande, che metteva a repentaglio la sopravvivenza politica dello stato romano. I soldati venivano obbligati a pronunciare un giuramento di fedeltà personale al loro capo, che li vincolava all’obbedienza anche in caso di ordini in contrasto con la fedeltà dovuta alla repubblica. Si sviluppò la tendenza a ritenere che il potere dei generali avesse un fondamento religioso, tendenza che fu alimentata dall’influenza delle monarchie ellenistiche e, in particolare dal ricordo di Alessandro Magno. Nemmeno Giulio Cesare sfuggì alla tentazione di ritenersi in qualche modo un prescelto dagli dei. Nella sua aspirazione a dominare il mondo si convinse che il suo potere aveva origini divine, e riuscì a fare accettare questa visione al popolo romano. Alla sua morte un prodigio facilitò la divinizzazione dell’imperatore da parte del senato: per sette giorni brillò nei cieli di Roma una cometa, il sidus iulium. Quell’evento astronomico fu interpretato come il segno che l’anima del dittatore era stata accolta tra gli dei.


foro Augusto nella città di Pergamp

L’ascesa ai cieli.

Quando moriva un imperatore e il senato ne decretava l’apoteosi, veniva allestita una grande pira funeraria (rogus) di quattro piani a forma di piramide riempita di legna e ricoperta di arazzi intessuti d’oro, statuette d’avorio e dipinti. La bara veniva collocata al secondo piano e cosparsa di incensi e profumi pregiati. A quel punto si accendeva il fuoco e dal piano più alto della pira veniva liberata un’aquila, che si credeva portasse l’anima dei cieli.

AMANTI DAGLI DEI. Dopo la morte di Cesare, chiunque aspirasse al potere iniziò a presentarsi come un eletto divino. Marco Antonio si lasciò affascinare dalla credenza ellenistica nella divinità dei re in seguito alla sua appassionata relazione con la regina egizia Cleopatra VII. L’ex triumviro iniziò a considerarsi un discendente di Ercole, che aveva un figlio di nome Anteone. Proclamò anche di essere l’incarnato di Dionisio, il dio del vino – una passione che Marco Antonio coltivava con un certo trasporto – e il conquistatore dell’Oriente. Dal canto suo, il suo avversario Ottaviano si faceva chiamare figlio del Divo (Giulio), rivendicando in questo modo le sue origine divine. La lotta tra i due rivale si risolse nella battaglia di Azio (vedi l’articolo su questo blog), nel 31 a.C. Prima dello scontro entrambi si fecero giurare fedeltà dalle provincie sotto il rispettivo dominio – Ottaviano da quelle occidentali, Antonio da quelle orientali.
Azio diventò una specie di guerra sacra, che vedeva schierati da un lato il figlio del Divo con l’appoggio di Giove Capitolino, Marte Vendicatore e Apollo; dall’altro Marc’Antonio, discendete di Ercole, nuovo Dionisio e sposo di Cleopatra, a sua volta identificata con la dea egizia Iside. Insomma, sui ponti delle navi non era in corso solo uno scontro tra uomini, ma anche una battaglia tra gli dei.
Se fosse riuscito ad imporsi, Marc’Antonio avrebbe trasformato Roma in una monarchia di stampo orientale, governando come un sovrano di origine divina. Ottaviano invece aveva promesso che la sua vittoria avrebbe significato la restaurazione della repubblica e del potere senatoriale, e impedito la conversione dei domini dell’Urbe in un regno teocratico. Il successore di Cesare fu di parola e in una sessione del senato, tenutasi nel gennaio del 27 a.C., proclamò che il suo ruolo sarebbe stato quello di senatore, anche se primo fra tutti. Ciononostante, Ottaviano non rinunciò ad attribuirsi una posizione privilegiata nell’universo religioso romano. Quello stesso anno avrebbe voluto diventare pontefice massimo, la più importante dignità sacerdotale della città. Ma quella carica vitalizia era nelle mani di Lepido, che con Antonio e lo stesso Ottaviano aveva composto il triumvirato succeduto a Cesare nel governo di Roma. Il figlio del Divo dovette quindi attendere la morte di Lepido, avvenuta nel 12 a.C., per assumere la guida della religione romana. Nel frattempo occupò la presidenza degli altri collegi sacerdotali, svolgendo un ruolo di interlocutore tra il popolo romano e l’universo divino. Ma questo rapporto preferenziale con gli dei non gli bastava.

AUGUSTO E QUASI DIO. Ufficialmente Ottaviano era figlio del Divo Giulio, e la sua opera di restaurazione politica e sociale era considerata un riflesso diretto dalla volontà divina. Non poteva però essere divinizzato in vita, perché ciò avrebbe significato l’instaurazione di una teocrazia. Alcuni proposero allora di assegnarli il nome di Romolo, re fondatore di Roma, per riconoscergli un carattere sacro, ma l’ostilità popolare nei confronti della monarchia scoraggiò questa eventualità. La soluzione ideale venne da Lucio Munzio Planco, un sostenitore di Marco Antonio che aveva disertato alla vigilia della battaglia di Azio per passare tra le file di Ottaviano. Nel 27 a.C. Planco suggerì che si concedesse al successore di Cesare il nome di Augusto, un termine etimologicamente affine alla parola “auge” e che era normalmente utilizzato per riferirsi agli dei e alle loro prerogative.
E così Ottaviano divenne Augusto, non solamente per i suoi benefici effetti sulla rinascita di Roma, ma anche perché gli vennero attribuite alcune qualità divine, sena che però fosse considerato propriamente un dio in vita. Quest’ambiguità caratterizzò tutto il seguito del suo regno. L’idea di una natura divina si impose definitivamente solo alla sua morte. Durante i magnifici funerali svoltosi in suo onore, Augusto salì al cielo per unirsi agli dei e diventare uno dei numi protettori dell’impero romano.
Se a Roma la divinizzazione di Augusto avvenne solo alla morte del Divo, nelle province dell’impero il processo era iniziato molto prima. Molti abitanti delle regioni orientali avevano familiarità con l’idea di un dio-re, e Ottaviano decise di approfittare di quella circostanza per conquistarsi le loro simpatie. Fu nella provincia d’Asia, nell’attuale Turchia, che collaudò il modello del culto imperiale, prima ancora di potersi fregiare di qualche titolo. Innanzitutto ordinò di erigere nella capitale Efeso un tempio dedicato al Divo Giulio, dove i cittadini romani avrebbero dovuto svolgere le loro funzioni religiose. Quindi fece costruire un secondo tempio a Pergamo, dedicato a Roma e alla propria persona, in cui poteva assistere ai riti chi non godeva della cittadinanza romana.

Il tempio di Tarragona.
Nel 2010 alcuni scavi effettuati nella cattedrale di Tarragona hanno portato alla luce i resti dell’antico tempio dedicato ad Augusto. Fu il suo successore Tiberio ad autorizzarne la costruzione, su richiesta di un’ambasciata proveniente dalla capitale della provincia terraconense. I lavori iniziarono nel 15 d.C. all’interno del foro provinciale, una piazza porticata che si rifaceva al foro di Augusto a Roma. In base ai ritrovamenti si ritiene che il tempio avesse otto colonne sui lati corti e undici sui lati lunghi, tutte di circa 14 metri di altezza. La struttura di fondazione scoperta suggerisce che il tempio potesse raggiungere i 37 metri di altezza.

MaisonCarrée.jpeg

la Maison Carée destinato al culto dell'imperatore Augusto 

UN DIO NELLA VITA E NELLA MORTE. Augusto stabilì dunque uno schema per la venerazione dell’imperatore questi era un dio vivente per gli abitanti delle provincie, ma i romani potevano adorarlo solo dopo la morte nel caso in cui il senato ne avesse decretato l’apoteosi. Così riassumeva la situazione Cassio Dione: “A quegli stranieri che chiamava greci, concesse di erigere dei templi a lui stesso consacrati, agli abitanti a Pergamo, e ai bitini a Nicodemia. E questo costume, che ebbe qui il suo inizio, si mantenne in seguito per onorare anche gli altri imperatori, non solo nelle provincie greche, ma anche presso tutti gli altri popoli sudditi dei romani. E certo né a Roma, né in Italia, mai nessun uomo, per quanto degno d’onori, aveva osato tanto”.
Come lascia intravedere questo passo, a Roma la divinizzazione degli imperatori fu accolta con certa istintiva ostilità, a differenza di quanto avveniva nel resto dell’impero. Di fatto, alcuni sovrani si mostrarono riluttanti a essere divinizzati. È il caso del successore di Ottaviano, Tiberio. A soli otto giorni dalla morte di Augusto una delegazione di ispanici si recò a Roma per chiedere al nuovo imperatore e a sua madre il permesso di erigere un tempio in loro onore, come avevano fatto gli abitanti della provincia d’Asia. Ma in un discorso di fronte al senato Tiberio replicò che aveva accettato la proposta delle città asiatiche solo per seguire l’esempio di Augusto, e non voleva che quell’esempio si estendesse a tutto l’impero. “Che in tutte le provincie mi si consacrino delle immagini come se fossi un dio – dichiarò – implicherebbe un’attitudine vanagloriosa e superba (…). Io, senatori, voglio essere mortale, ricoprire cariche proprie degli uomini e accontentarmi di essere il primo tra loro (…). I miei templi sono quelli che avete edificato nei vostri cuori; sono quelle le mie statue più belle e durature”.

Articolo in gran parte di Juan Manuel Cortes Copete professore di storia antica università  Pablo de Olavide (Siviglia) pubblicato su Storica National Geographic del mese di settembre 2018. Altri testi e immagini da wikipedia.
  


 

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