lunedì 6 maggio 2019

Madame de Pompadour. Regina senza corona.


Madame de Pompadour.
Regina senza corona.
Bella e scaltra, colta e affascinante, opportunista e fedele: erano queste le doti di Jeanne-Antoinette Poisson, nata borghese e morta duchessa, amante del re Luigi XV e autentica padrona di Versailles.


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Jeanne Antoinette Poisson
Madame de Pompadour.jpg
Madame de Pompadour ritratta da François Boucher nel 1756, Alte Pinakothek-Monaco di Baviera
Marchesa di Pompadour
Stemma
NascitaParigiFrancia, 29 dicembre 1721
MorteCastello di VersaillesFrancia, 15 aprile 1764
Luogo di sepolturaConvento dei Cappuccini, Parigi
PadreFrançois Poisson
MadreMadeleine de La Motte
ConsorteCharles Guillaume Le Normant d'Étiolles
Religionecattolica romana
«La ragazza era ben educata, saggia, amabile, piena di grazia e di talento, nata con del buon senso e del buon cuore. Io la conoscevo bene; fui anche confidente dei suoi amori. Mi confessò di aver sempre avuto il segreto presentimento che sarebbe stata amata dal re e che, senza rendersene conto, si era sentita crescere dentro una violenta passione per lui»
(Voltaire, Mémoires)


Dal balcone del suo appartamento, in una grigia giornata dell’aprile 1764, il re di Francia Luigi XV restò lungamente a osservare un corteo funebre che procedeva mesto sotto la pioggia. Il feretro conteneva le spoglie dell’unica donna che avesse mai contato davvero qualcosa per lui, ma che le convenienze gli avevano imposto di ignorare negli estremi momenti del trapasso: la grande favorita del re, la marchesa di Pompadour.
Si chiamava Jeanne-Antoniette Poisson, e non era nata nobile. Era venuta al mondo il 29 dicembre 1721, a Parigi, in una famiglia borghese di origini provinciali che godeva tuttavia di una certa notorietà. La madre, tuttavia di una certa notorietà. La madre, Louise-Maddeleine de la Motte, era figlia del fornitore ufficiale di viveri per l’Hotel des Invalides, la struttura istituita dal Re Sole a beneficio dei soldati anziani o invalidi delle sue armate. Ma a renderla famosa nella capitale erano l’avvenenza e la disinvoltura con cui elargiva le sue grazie al di fuori delle mura domestiche, approfittando delle frequenti assenze del marito, Francois Poisson, scudiero del duca d’Orléans e fornitore di viveri per l’esercito. Del padre naturale di Jeanne non si sa molto: si dice che fosse Charles-Francois-Paul Le Normant de Tournehem, intendente generale delle imposte, con il quale Louise-Madeleine intratteneva una relazione.
Nel 1726, uno scandalo travolse la famiglia Poisson. In seguito a un rimpasto di governo che comportò il cambiamento di appalti e fornitori, Francois Poisson fu riconosciuto colpevole di abusi e appropriazione indebita e per questo condannato all’impiccagione; riuscito a fuggire in Germania, ad Amburgo, rimase in contatto con la famiglia ma non poté più occuparsene. L’anno dopo, Louise-Madeleine si separò dal marito, e fu proprio de Tournehem a farsi carico della donna e dei suoi figli, la piccola Jeanne e il fratellino minore Abel-Francois.

Charles François Paul Le Normant de Tournehem, probabilmente il vero padre della futura Madame de Pompadour.
Dipinto di Louis Tocqué, 1750
                             
Affascinante come una dea.

Il ballo in maschera per le nozze del Delfino, di Charles-Nicolas Cochin
Il fascino intenso e irresistibile della marchesa di Pompadour era leggendario. Così la descrive un contemporaneo, Charles-Georges Leroy, luogotenente di caccia e amministratore dei boschi di Versailles.
“La marchesa di Pompadour era di una statura al di sopra dell’ordinario, svelta, spigliata, agile, elegante; il suo viso si combinava bene con l’altezza, un ovale perfetto, dei bei capelli castano chiaro piuttosto che biondi, degli occhi abbastanza grandi, ornati da belle sopracciglia dello stesso colore, il naso perfettamente formato, la bocca affascinante, i bellissimi denti, e il più delizioso sorriso; la più pelle del mondo donava a tutti i lineamenti grande freschezza. I suoi occhi avevano
 un fascino particolare, dovuto forse all’incertezza del colore; non avevano fatto la vivida lucentezza degli occhi neri, il tenero languore degli occhi azzurri, la finezza particolare di quelli grigi; il loro colore indeterminato sembrava renderli adatta a ogni genere di seduzione e a esprimere tutte le impressioni di un animo nobile. Anche il gioco della fisionomia era infinitamente vario, ma senza mai lasciare trasparire disarmonia nei tratti del volto. Ogni cosa contribuiva allo stesso obiettivo, il che lascia supporre un’anima abbastanza padrona di sé; i movimenti erano in accordo con il resto, e l’insieme della persona sembrava una sfumatura tra l’ultimo livello dell’eleganza e il primo della nobiltà”



LA CARRIERA DELLA REGINETTA. La bambina ricevette un’educazione di prim’ordine nel prestigioso convento delle Orsoline di Poissy, da cui uscì nel 1730 per essere seguita da precettori privati che le impartirono un’istruzione marcatamente artistica, insegnandole dizione, recitazione, canto, musica, danza e disegno. La sua bellezza, la sua grazia e la sua amabilità le avevano già valso il soprannome di Reinette, reginetta, e la deliziosa adolescente s’impose ben presto all’attenzione dei salotti parigini, facendo strage di cuori. Di lei s’invaghì il giovane Charles-Guillame Le Normant d’Etiolles, nipote di Le Normant de Tournehem, che la sposò nel 1741. Il giovanotto era di bassa statura, brutto di viso e sgraziato nella persona: ma a Jeanne-Antoniette non importava, poiché aveva appreso dalla madre a sfruttare i suoi doni per arrivare sempre più in alto, e nel povero d’Etoiles, innamorato non corrisposto, vedeva un utile trampolino. Cancellato per sempre il disonore di essere la figlia di un ex ricercato, e ora ammirata moglie di un giovane destinato ad ereditare un capitale immenso, la signora d’Etoiles salì di gradino in gradino la scala sociale, passando da un salotto all’altro fino ad arrivare nei palazzi del potere. intanto il marito, uomo mite e prudente, attaccato più alle rendite dei propri affari che all’orgoglio del talamo, e soprattutto già pago di aver potuto impalmare quella bellezza contesa da molti, stava a guardare.
Ancora oggi, il modo in cui Jeanne arrivò ai piedi del trono resta un mistero: forse fu l’intrigante valletto di camera del Delfino e parente della stessa Jeanne, Georges-René Binet de Marchais, a buttarla tra le braccia del re. L’occasione fu il gran ballo in maschera della domenica di carnevale, il 28 febbraio 1745, organizzato per festeggiare il matrimonio dell’erede al trono con l’Infantoa di Spagna, celebrato il 23 febbraio.
Durante la serata, Madame d’Etoilles, travestita da Diana cacciatrice, fu vista intrattenersi con uomo bizzarramente camuffato da cespuglio di tasso, e monopolizzarne la compagnia: era Luigi XV. Prima incuriosito e poi affascinato, il sovrano volle rivederla, e il 22 aprile 1745 ebbe luogo un secondo incontro. La cena si protrasse fino alle cinque del mattino una  e la “divina Etiolles”, come l’aveva già soprannominata Voltaire, non tornò più a casa. Jeanne chiese e ottenne la separazione dal marito, presto ricompensato da molti vantaggi economici che trasformarono in proficua una situazione imbarazzante; e nell’estate di quell’anno fu insignita del titolo di marchesa di Pompadour, che le dava diritto a un feudo con castello annesso e una rendita annua di duecentoquarantamila lire. Il 14 settembre, fu presentata ufficialmente a corte.
La nuova favorita del re non fu subito ben accettata a Versailles: tradizionalmente, le amanti dei sovrani venivano scelte tra la migliore nobiltà di Francia, mentre Jeanne era di origini borghese, per di più figlia di genitori alquanto chiacchierati. La dichiarata ostilità dei cortigiani indusse a credere, per qualche tempo, che il nuovo capriccio del sovrano avrebbe avuto vita breve. Ma la marchesa de Pompadour era scaltra, oltre che bella. Seppe lasciare da parte alterigia e arroganza, mettendosi devotamente al servizio del suo re, facendogli compagnia, divertendolo, rispettandolo e soprattutto amandolo teneramente. Sapeva che il suo destino a corte dipendeva quasi esclusivamente dall’umore del sovrano più lunato d’Europa. Luigi XV era infatti un uomo dal carattere difficile, instabile, spesso preda di crisi depressive, che l’arguta Madame de Pompadour sapeva dissolvere con battute di spirito, giochi avvincenti e spettacoli grandiosi. Appassionata di canto e recitazione , la marchesa fece costruire  due sale teatrali a i lati della Cappella reale di Versailles, dove esibirsi lei stessa insieme agli artisti più popolari del momento, e divenne ben presto l’artefice incontrastata delle feste più divertenti del regno, a cui tutti, detrattori compresi, ambivano partecipare.

Madame de Pompadour rappresentata come Diana cacciatrice. Dipinto di Jean-Marc Nattier (1746).



Il gusto della marchesa.
Madame de Pompadour ritratta da François Boucher nel 1759, Londra, Wallace Collection.

Dotata di grande gusto artistico e di uno spiccato senso estetico, Madame de Pompadour fu una squisita collezionista d’arte, una protettrice d’artisti, un’ispiratrice di mode. Fu lei a spingere il sovrano a incentivare, nel 1753, le manifatture di porcellana di Sèvres, che si rivelarono una vera fortuna commerciale per la Francia. Brevettò addirittura una particolare sfumatura di rosa che prese il suo nome: “rosa Pompadour”. E fu sempre lei a sostenere un’altra fabbrica destinata al successo internazionale, quella dei pregiatissimi arazzi Gobelins. Ma alla marchesa si deve anche la diffusione di un’altra deliziosa novità, introdotta a corte e subito apprezzata: lo champagne, “l’unico vino che rende le donne belle anche dopo averlo bevuto”, amava dire. Il primo fornitore di champagne fu la ditta Moet & Chandon, che proprio nel 2018 ha creato uno speciale champagne rosé per rendere omaggio al gusto squisito di questa donna straordinaria.  

Suo ritratto commemorativo finito nel 1764, dopo la sua morte, ma cominciato, quando era ancora viva, dal suo pittore preferito François-Hubert Drouais.

INTRIGHI INTERNAZIONALI. Tuttavia, si mormorava che al letto Madame non fosse tanto brillante quanto sul palcoscenico; ma Luigi XV, lungi dall’essere l’amante instancabile che voleva far credere, non sembrava curarsene. Per lui, Jeanne era anche e forse soprattutto un’amica fidata, una compagnia fedele e una confidente leale. Probabilmente già nel 1751 i due non erano più amanti di fatto, ma solo ottimi amici. Astuta e comprensiva, la Pompadour installò nel Parco dei cervi, l’antica riserva reale di caccia, un padiglione in cui alloggiavano giovani bellezze senza cervello, da lei accuratamente selezionate, in grado di garantire al sovrano gli svaghi carnali che lei non era più in grado di offrigli. Con la stessa astuzia, Jeanne aveva anche evitato scrupolosamente di mettersi in urto con la regina, la pia e devotissima Maria Leszczynska, con la quale riuscì a instaurare un delicato rapporto di pubblico rispetto, benché venato di reciproca diffidenza. Ma Jeanne seppe conquistarsi un ruolo anche in politica, spronata dall’indolenza cronica di Luigi XV. Con lo stesso impegno profuso nell’arredamento dei suoi lussuosi appartamenti e con la stessa tenacia con cui animava la vita culturale della corte (pur restando sempre dietro le quinte), fu lei a imporre la sfortunata alleanza con l’Austria, storico nemico della Francia, contro la Prussia, guadagnandosi un posto di spicco nella vita politica di quegli anni, e, al tempo stesso, la diffidenza di molti.
Giunta al culmine del potere, Madame de Pompadour aveva sotto controllo la vita della corte, godendo in modo sempre più conclamato dei favori del re. Il quale, nel 1752, non sapendo più come omaggiare l’amica, le regolò un tabouret, ossia uno sgabello: una sciocchezza, se non fosse che solo alle duchesse era permesso sedersi in presenza della regina della regina durante il pranzo regale. Lo sgabello implicava dunque la promozione di Madame a duchessa. Cominciarono a circolare contro di lei feroci libelli che l’attaccavano senza pietà, accusandola di essere al centro di forze occulte che si agitavano dietro il trono. A confermare, in apparenza, questa impressione contribuì la grande benevolenza che Madame accordava agli enciclopedisti; suoi ospiti abituali erano infatti Diderot, d’Alembert e Voltaire, che non facevano mistero delle loro posizioni a dir poco critiche nei confronti della monarchia. Di sicuro, però, nessuno poteva ancora immaginare che, proprio grazie a questi raffinati intellettuali, un quarto di secolo dopo sarebbe scoccata. Nel 1763, Madame de Pompadour volle farsi ritrarre da Francois-Hubert Drouasi: la ragazza fresca di un tempo aveva lasciato il posto a una donna di 43 anni precocemente invecchiata. Malata, affranta dalla perdita della figlia Alexandrine e ancora traumatizzata dell’attentato che aveva messo in serio pericolo la vita del sovrano, lei era sempre vicina al suo Luigi, che la chiamava affettuosamente “amica necessaria”. Il 15 aprile 1764, prima che il ritratto fosse finito, Jeanne si spense a Versailles, dove soltanto ai membri della famiglia reale era concesso morire. Ma lei ne era stata per un ventennio la vera regina: e fu questo, commentò amaramente Luigi XV, “l’unico omaggio che io abbia potuto renderle”.

Dopo vent'anni di vita e d'intrighi a corte, la sua salute vacilla: a Versailles, si lamentava costantemente dell'aria fredda e umida dei suoi grandi appartamenti, rimpiangendo il piccolo attico del lato nord - più facile a riscaldarsi - che aveva occupato nei primi cinque anni della sua permanenza.

Morì di edema polmonare acuto, all'età di 43 anni, il 15 aprile 1764 a Versailles, ultimo privilegio accordatole, visto che era severamente vietato ai cortigiani di morire nel luogo in cui risiedeva il re e la sua corte.
Si narra che, considerato il maltempo al momento della partenza della salma per Parigi, Luigi XV abbia commentato: «La marchesa non avrà bel tempo per il suo viaggio» e vedendo il corteo allontanarsi senza aver potuto rendere ufficialmente omaggio a colei che così a lungo era stata la sua confidente, abbia mestamente dichiarato: «Ecco l'unico omaggio che ho potuto renderle».[19]
Jeanne-Antoinette fu sepolta a Parigi, nella cappella del convento dei Cappuccini.

Madame de Pompadour in letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Madame de Pompadour è oggetto di versetti satirici che Thomas Mann fa recitare al poeta di Lubecca, Jacques Hoffstede, uno dei personaggi del suo primo romanzo, I Buddenbrooks:
(DE)
«Als Sachsens Marschall einst die stolze Pompadour
Im goldnen Phaeton – vergnügt spazierei fuhr,
Sah Frelon dieses Paar -
o, rief er, seht die beyde!
Des Köenigs Schwerdt – und seine Scheide!»
(IT)
«Quando una volta il Maresciallo di Sassonia,[20] la fiera Pompadour
conduceva a spasso divertita su una dorata Phaeton[21] -
Frelon vide questa coppia
- oh, esclamò, guardali entrambi!
La spada del Re – e il suo fodero!»
(Thomas MannI Buddenbrooks, Parte Prima, cap. 8)
L'ironia dei versetti non è percepibile in lingua italiana, poiché si basa sul doppio senso del termine tedesco Scheide, che in quella lingua ha il significato di "fodera" o "guaina", ma anche, volgarmente, di "vagina".


Articolo in gran parte di Enrico Ercole pubblicato su Conoscere la Storia n. 49 – altri testi e immagini da wikipedia.  

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