martedì 28 maggio 2019

Ipazia martire pagana.


Ipazia martire pagana.
Filosofa, matematica, astronoma, con un’unica colpa: quella di essere donna in una società in cui il cristianesimo aveva confermato la preponderanza del ruolo maschile.
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Ipazia di Alessandria, illustrazione del 1908
Ipàzia (in greco anticoὙπατίαHypatía, in latinoHypatiaAlessandria d'Egitto350/370 – Alessandria d'Egittomarzo 415[1]) è stata una matematicaastronoma e filosofa greca antica. Rappresentante della filosofia neo-platonica,[2] la sua uccisione da parte di una folla di cristiani in tumulto,[3] per alcuni autori composta di monaci detti parabolani,[4] l'ha resa secondo il teosofo Augusto Agabiti una «martire della libertà di pensiero».[5]


Moderna icona del pensiero razionale, femminista, illuminista ante litteram. Ipazia, la filosofa alessandrina vissuta a cavallo tra il IV e il V secolo d.C., è stata esaltata, soprattutto negli ultimi anni, come la campionessa di una femminilità libera e moderna, repressa in maniera violenta dalla retrograda cultura maschile, veicolata dal cristianesimo. La sua figura è diventata un simbolo, fino a tramutarsi (in un film di successo come Agora, diretto nel 2009 da Alejandro Amenabar), in un’anticipatrice di Keplero e Galileo, un’eroina della libera scienza invisa al potere.

UNA VITA IGNOTA. Ma, come spesso accade con le trasposizioni cinematografiche, si tratta di una ricostruzione fantasiosa. La verità è che della vita di Ipazia, nata ad Alessandria d’Egitto tra il 360 e il 370 d.C. e morta nel 415, poco si sa con certezza. Nella sua “Vita di Isidoro”, dedicata al filosofo neoplatonico Isidoro di Alessandria, il filosofo bizantino Damascio (vissuto a cavallo fra V e VI secolo) ne parla così: “Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti s’innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l’aiuto della musica è inventata: in realtà, ella raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo periodo mestruale e glieli mostrò dicendo: ‘Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello’. Alla brutta vista, il discepolo fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che sperimentò un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore”.
Donna austera, dunque, e poco incline a farsi travolgere dai sentimenti. Nella “Suda”, enciclopedia bizantina del X secolo, si dice che fu moglie del filosofo Isidoro: impossibile per ragioni cronologiche (il filosofo nacque più di trent’anni dopo l’uccisione della donna), ma indicativo del prestigio di cui Ipazia ancora godeva molti secoli dopo la sua scomparsa. Suo padre, Teone (335-405 ca.), era matematico, astronomo, filosofo e custode del Mouseion, identificato a volte con il Serapeo (tempio dedicato al culto di Serapide, divinità dell’Egitto ellenistico che mescolava elementi greci ed egizi) e altre con il celeberrimo Museo di Alessandria, a cui era annessa la celebre biblioteca distrutta dal fuoco. Teone aveva curato le edizioni di varie opere matematiche, fra cui l’Almagesto di Tolomeo e gli Elementi di Euclide, in questo aiutato anche da Ipazia. Scrisse, inoltre, un saggio sull’astrolabio, lo strumento ottico che permette di calcolare la posizione geografica basandosi sull’osservazione dei copri celesti. Non si sa chi fosse la madre di Ipazia, mai citata in alcuna fonte, mentre è certo che ella ebbe un fratello, Epifanio, a cui il padre dedicò un paio di opere. Altrettanto ignota la sua educazione e la gran parte della sua vita: ma è certo che, seguente le orme del genitore, divenne essa stessa una valentissima matematica.

Astrolabio d'argento dell'XI secolo

LA GRANDE ERUDITA. Filostorgio (368-439), autore di una Historia Ecclesiastica, arriva al punto di affermare: “Divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia, e fu ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche”. Del resto, lo stesso Damascio ricorda che “poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienza matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia”. Sono frasi che ci restituiscono l’ampiezza di un ingegno di cui, tuttavia, non possiamo valutare completamente la portata, dato che di Ipazia non ci è rimasta alcuna opera. È giunta notizia di alcuni suoi lavori (Un commentario a Diofanto, il Canonone astronomico e un commentario alle Coniche di Apollonio, come si trova scritto nella “Suda”), ma non siamo in grado di valutarne la portata, qualità e originalità rispetto a opere anteriori. I cosiddetti “commentari”, infatti, pensati per divulgare opere di autori precedenti con lo scopo di renderle più accessibili ai lettori, erano lavori eruditi, ma a volte anche poco originali. La carenza di fonti, insomma, impedisce di farsi un’idea di circa la reale importanza della figura di Ipazia nel dibattito scientifico della sua epoca. Qualche informazione la recuperiamo, però. Da testimonianze di seconda o terza mano.
Sinesio di Cirene, filosofo, scrittore e vescovo di Tolemaide di Libia (fu eletto per volontà popolare quando non era ancora battezzato), fu suo discepolo e le scrisse diverse lettere. In una di esse la chiama “madre, sorella e maestra” e, parlando del lavoro di astronomi celeberrimi come Tolomeo dichiara: “Lavorarono su mere ipotesi, perché le più importanti questioni non erano state risolte e la geometria era ancora ai suoi primi vagiti”, lasciando intendere che gli studi di Ipazia e della sua scuola avevano portato al perfezionamento del sistema, così come avevano sostanzialmente migliorato l’astrolabio. Sempre da Sinesio sappiamo che Ipazia costruì un “idoscopio”, strumento per misurare il peso dei liquidi. La scienziata, dunque, doveva unire allo studio teorico anche quello pratico. Come i filosofi dell’antica Grecia, Ipazia teneva lezioni pubbliche che, a quanto pare, attiravano una moltitudine di persone attente e desiderose di ascoltarla. Ricorda il teologo Socrate Scolastico (380-440 circa) che “aveva una tale cultura da superare tutti i filosofi del suo tempo nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e spiegava a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. E stando alle parola di Damascio, ella “era solita indossare il mantello del filosofo e andare al centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell’insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica.”. Ipazia si era costruita, dunque, anche un ruolo “politico”, e probabilmente fu proprio questo uno dei motivi della sua drammatica fine.

Rovine di Alessandria

VITTIMA DELLA POLITICA? La vicenda di Ipazia cade in un momento particolare per la storia di Alessandria e dell’Impero Romano. Il potere politico dell’Urbe era ormai in decadenza: l’autorità dei prefetti si era ormai in decadenza: l’autorità dei prefetti si era fortemente ridotta di fronte a quella acquisita dai rappresentanti del potere religioso, cioè i vescovi della Chiesa cristiana, che tendevano gradualmente a sostituirsi ai magistrati imperiali. Ciò accadeva anche ad Alessandria, dove il patriarca (prima Teofilo, poi Cirillo) aveva assunto un potere sostanzialmente incontrastato, a discapito delle autorità civili.
La cosa si rifletteva anche nei rapporti fra le comunità che abitavano la metropoli. Alessandria, che nei primi secoli dell’Impero era stata simbolo di convivenza pacifica e integrazione fra pagani, ebrei e cristiani, aveva subito un profondo mutamento. In particolar modo, quando il cristianesimo era divenuto religione di Stato, e ancora di più dopo l’emissione, da parte dell’imperatore Teodosio I, nel 391, dei decreti che di fatto proibivano ogni tipo di culto pagano, vietando anche l’ingresso ai santuari.
In un mondo ancora largamente non cristiano, la cosa non poteva che provocare conflitti, come accadde proprio ad Alessandria. Teofilo ottenne da Teodosio il permesso di trasformare il tempio di Dionisio in chiesa cristiana. I pagani si ribellarono e si scontrarono violentemente con i cristiani dopo che questi ultimi avevano ucciso i sacerdoti del tempio. Gli scontri proseguirono e costrinsero i pagani a rifugiarsi nel Serapeo, dove furono comunque raggiunte e massacrati dalla guardia imperiale e dai cristiani. Oltre che di una lotta religiosa, si trattava di un contrasto per il controllo politico della città. lo scontro proseguì anche dopo la morte di Teofilo, sostituito dal suo successore Cirillo. Il nuovo vescovo, come scrive Socrate Scolastico, “si accinse a rendere l’episcopato più simile a un principato di quanto non fosse stato prima; la carica episcopale prese a dominare la cosa pubblica oltre il limito consentito all’ordine”. Ciò pose Cirillo in aperto contrasto con il prefetto Oreste, anch’egli cristiano, ma tollerante nei confronti dei pagani. Quando il vescovo entrò in conflitto anche con la comunità ebraica della città, provocando una persecuzione che portò alla distruzione delle sinagoghe, alla requisizione da parte cristiana dei beni dei cittadini ebrei e alal fuga di costoro dalla città, Oreste prese una posizione contro Cirillo. Per volontà di quest’ultimo, o forse di propria iniziativa, alcuni fanatici cristiani (i cosiddetti “paraboloni”, provenienti dai monti della Nitria) assalirono il prefetto, ferendolo alla testa. Il dissidio divenne insanabile e in mezzo al contrasto si ritrovò anche Ipazia. La filosofa era molto apprezzata da Oreste. A quanto pare, era anche sua consigliera, sebbene avesse rifiutato il battesimo e restasse fedele al paganesimo. Tale rapporto generò sospetti nel patriarca Cirillo, il qual cominciò a temere un avvicinamento fra la parte pagana della città e quella cristiana moderata, fedele al prefetto. La donna, scrive Socrate Scolastico, “fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano, che pensò fosse lei a impedire a Oreste di riconciliarsi con il vescovo”. Damascio aggiunge che “la città intera l’amò e l’adorò in modo straordinario, ma i potenti del luogo la invidiarono”. Se fossero le sue lezioni pubbliche, la sua sapienza, il suo presunto influsso politico o il suo essere donna e sapiente a provocarne la fine, questo è impossibile da dire. Forse la colpa fu di tutti questi motivi messi insieme, uniti alla calunnia, che in una storia d’intrighi come questa non poteva mancare.
 Scrive Giovanni di Nikiu, nel X secolo: “Apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica che ingannò molte persone con stratagemmi satanici. Il governatore della città l’onorò esageratamente, perché lei l’aveva sedotto con le sue arti magiche, e cessò di frequentare la chiesa. E non solo fece queLsto, ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli a casa sua”.
Il vescovo Teofilo                 Il vescovo di Alessandria Cirillo.


«Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale»
(Socrate Scolastico, cit., VII, 15)
Quasi un secolo dopo, anche il filosofo Damascio riprende le sue considerazioni:
«era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei, come continuava ad avvenire anche ad Atene. Infatti, se lo stato reale della filosofia era in completa rovina, invece il suo nome sembrava ancora essere magnifico e degno di ammirazione per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo»
(Damascio, cit., 102)


LA MORTE ATROCE. Seppure indipendenti dalla magia, l’autorità, il prestigio e l’influenza di Ipazia dovevano essere notevoli. Scrive Damascio: “Un giorno Cirillo passò presso la casa di Ipazia e vide una grande folla di persone davanti alla porta. Quando chiese il motivo di tutto quel clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia e vide una grande fola di persone davanti alla porta. Quando Cirillo seppe questo, fu così morso da invidia che cominciò a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di omicidio che potesse immaginare”. Forse no fu il vescovo il diretto mandante dell’assassinio, probabilmente progettato da suoi sottoposti. Ma racconta Socrate Scolastico che un gruppo di fanatici cristiani “spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore (grado precedente a quello che dicono) chiamato Pietro, le tesero un’imboscata mentre tornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e l’assassinarono usando dei cocci. Dopo aver fatto a pezzi il suo corpo, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e li bruciarono”. Giovanni di Nikiu, pur disprezzando Ipazia, conferma: “Una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato e si mise alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone e il prefetto con i suoi incantesimi. La trovarono seduta su un’alta sedia. Avendola fatta scender, la trascinarono e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum. Le lacerarono i vestiti, la trascinarono attraverso le strade della città finché non morì, poi ne bruciarono il corpo. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono ‘il nuovo Teofilo’, perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria nella città”. Era il mese di marzo del 415, Ipazia aveva circa 50 anni. L’inchiesta fu presto archiviata, pare su pressioni politiche.
Come scrisse il grande Edwardd Gibbon nella ‘Storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano’ “l’assassinio di Ipazia ha impresso una macchia indelebile sul carattere e sulla religione di Cirillo Alessandrino”. Cosa che non ha impoedito alla Chiesa di onorarlo come santo. 

La matematica e filosofa pagana Ipazia mentre subisce il linciaggio per opera di fanatici cristiani ad Alessandria d'Egitto nel 415

 


 C. W. MitchellLa morte di Ipazia

 




Articolo in gran parte di Enrica Berardi pubblicato su Civiltà Romana n. 3 altri testi e immagini da Wikipedia.

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