domenica 12 maggio 2019

Legionari: lettere dal fronte


Lettere dal fronte.
Anche i soldati romani usavano scrivere lettere ai loro familiari. Che fossero stanziati in una lontana provincia stesero viaggiando non dimenticano i parenti e spesso invocavano gli dei per loro.
Legionario del I secolo. Molto ben corazzato, è armato di gladio e pugio. Indossa una lorica hamatacon pteruges e protezioni delle braccia tipiche della lorica manica, un elmo tipo Weisenau (imperiale gallico), cingulumschinieri e caligae, e si protegge con uno scutumrettangolare.
A molti di noi è capitato di trovare per caso, in soffitta o in un cassetto, una lettera spedita dal nonno o dal bisnonno dalla Russia, dal Grappa o dal Carso, durante una delle due guerre mondiali. Vi si leggono molte cose: la preoccupazione per i cari lontani, il timore per la battaglia incombente, l’orgoglio di combattere per la patria, insieme a sprazzi di vita quotidiana: tutte testimonianze preziose di quel periodo storico. Lettere simili, scritte su papiri, cocci di ceramica (ostraka) o tavolette di legno, venivano spedite alle famiglie anche dai legionari romani stanziati nelle parti più remote dell’impero. Non sono molte diverse di quelle dei nostri nonni: anche loro si preoccupavano per la salute di familiari ed amici, pregavano per loro, si scambiavano notizie sulla vita militare e organizzavano spedizioni di armi, vestiti o cibo. Inoltre, queste lettere ci permettono di conoscere ciò che la letteratura, i grandi monumenti, gli editti e le memorie degli imperatori non potranno mai rivelarci le emozioni, i sentimenti, le usanze, la vita quotidiana di persone qualunque che hanno camminato sui sentieri della Storia. Una testimonianza troppo spesso chiusa in archivi e biblioteche, che merita invece il giusto risalto e di cui mostriamo di seguito alcuni esempi.

Parole di Roma.
Ostrakon.


Sentendo la parola ostrakon, vengono subito in mente Atene, il V secolo a.C. e il sistema adottato per liberarsi delle persone indesiderate: l’ostracismo. La pratica consisteva nello scrivere su un coccio (ostrakon, in greco, significa conchiglia o guscio, ma indica anche i frammenti di ceramica che avevano una forma simile a quella delle conchiglie) il nome di chi si voleva condannare all’esilio e contare poi i “voti” del malcapitato.
Successivamente, soprattutto nelle provincie orientali, cocci di varie dimensioni, colori e fattezze furono utilizzati per scrivere missive, conti, contratti e persino esercizi di scolari. Si trattava del mezzo di comunicazione più economico in assoluto, spesso a costo zero, trattandosi di materiale riutilizzato e, per questo motivo, diffusissimo. Al contrario delle tavolette, che pure erano diffuse, gli ostroka sono di materiale durevole, il che ha permesso agli archeologi di ritrovarne a migliaia. Insieme ai papiri, costituiscono fonti documentarie preziose per ricostruire la vita quotidiana di quelle provincie durante l’epoca romana.
trireme romana

SU UNA NAVE PER LA SIRIA. “Claudio Terenziano saluta Claudio Tiberiano, suo maestro e padre. Prima di tutto, spero davvero che tu sia in forma, di buon umore e in buona salute, come tutti noi. Ogni volta che riceve tue notizie, mi sento felice. Sappi, padre, che ho ricevuto il mantello, la tunica e le camicie di Nepoziano. Sappi anche che mi sto imbarcando per la Siri, nella flotta Augusta di Alessandria.” “Ti chiedo e ti prego, padre – dopo gli dei, non ho nessuno che mi sia più caro di te – di mandarmi, tramite Valerio, un gladio, un’ascia, due punte di lancia della migliore qualità, un mantello con cappuccio e una tunica con le maniche, da mettere con le braghe perché ho usato la tunica che già avevo prima che mi unissi all’esercito, dove mi hanno dato dei calzoni nuovi. Se hai intenzione di mandarmi quanto detto, marca ogni cosa con il mio nome e indica bene come indirizzo: “sulla liburna di Nettuno”. “Sappi che a casa, grazie agli dei, tutto sta andando bene. Ti ho mandato due anfore di olive, una verde e una nera. Mia madre ti saluta, mio padre Tolomeo e tutti i miei fratelli. Salutami Afrodisia e Isitas e lo scriba Sereno, i vostri colleghi Marcello e Terenzio, e tutti i tuoi fratelli d’arme. Ti auguro buona fortuna per molti anni con tutti i tuoi. Arrivederci.”. Siamo ad Alessandria, nella provincia romana d’Egitto, tra il 112 e il 115 d.C., e Claudio Terenziano scrive “al suo maestro e padre”, Claudio Tiberiano, speculator (esploratore dell’esercito) residente a Nicopolis, per avvisarlo che si è imbarcato nella Classis Augusta Alexandrina, la flotta di stanza ad Alessandria, ed è in procinto di partire per la Siria. Si notino il tono affettuoso della lettera, quel ricordare al destinatario che nessuno gli è più caro di lui, il chiedere notizie sulla sua salute prima di inoltrare richieste sulla sua salute prima di inoltrare richieste. Per essere certo che il materiale non venga consegnato ad altri. Claudio Terenziano specifica di contrassegnare tutto con il suo nome, e di indicare la nave su cui si è imbarcato: liburna Neptuni. Poiché la lettera fa parte dell’archivio di Claudio Tiberiano, rinvenuto  Karankis in Egitto tra il 1924 e il 1935, conosciamo anche il seguito della vicenda: le merci che Claudio Terenziano ha chiesto sono arrivate a destinazione, il legionario spera di essere trasferito in una coorte, ma sa di non avere molte speranze. Sappiamo poi che sarà impegnato nella Seconda guerra giudaica, nel 115 d.C. La Storia, quindi, quella con la S maiuscola, irrompe prepotentemente nella vita del nostro soldato.

NESSUNA RISPOSTA. “Aurelio Polione, soldato della Legio II Adiutrix, a Heron suo fratello e Ploutou sua sorella, e a sua madre, Seinouphis, tanti cari saluti. Prego che siate in buona salute giorno e notte, e reco sempre omaggio a tutti gli dei per vostro conto. Non cesserò di scrivervi, anche se voi non pensate a me. Tuttavia, faccio la mia parte scrivendovi sempre, e non smetto di avervi nella mente e nel cuore. Ma voi non mi scrivete non mi scrivete mai sulla vostra salute, su come state”. “Sono preoccupato per voi, perché sebbene abbiate ricevuto lettere da me, non mi avete mai scritto in modo che io possa sapere come state. Mentre ero via, in Pannonia, vi ho inviato sei lettere, ma voi mi trattate come uno straniero. Otterrò un permesso dal comandante e verrò da voi, così che tu, Heron, possa sapere che sono tuo fratello. non vi ho chiesto nulla per l’esercito, ma capisco che vi ho deluso, perché anche se vi scrivo, nessuno di vuoi risponde né ha considerazione di me. Scrivimi anche tu, scrivimi in risposta, scrivimi. O chiunque di voi. Saluta mio padre Afrodisio e Atesio mio zio, sua figlia e suo marito, Orsinouphis e figli della sorella sua madre, Xenophon e Ouenophis, anche conosciuta come Protas. Da consegnare ad Acutoo Leon, veterano, da parte di Aurelio Polione, soldato della Legio II Adiutrix, affinché possa mandarla a casa.”. Questa, del II-III secolo d.C., è forse una delle lettere più struggenti inviate da un legionario alla sua famiglia lontana. Aurelio Polione, arruolato nella Legio II Adiutrix, è di stanza in Pannonia, molto lontano da quell’Egitto dove, presumibilmente, si trovano i suoi cari. Si percepisce l’angoscia del distacco, il tormento d’ignorare il motivo che spinte i familiare a un lungo silenzio: ha scritto loro spesso, senza mai ottenere risposta. Si sente abbandonato, pensa di averli delusi e assicura che farà di tutto per andarli a trovare: sentimenti che potrebbero appartenere a un qualsiasi fante della Prima Guerra mondiale, a un soldato di Napoleone o a un cavaliere in partenza alle Crociate. Non abbiamo altre notizie su questa vicenda: non sapremo mai (salvo nuovi ritrovamenti) se i familiari di Polione hanno risposto, né il motivo di un silenzio così inquietante. Le lettere non sono mai state recapitate? C’erano dissapori? Qualche calamità ha colpito la famiglia? Solo un nuovo ritrovamento potrà svelare questo mistero.

Festa di compleanno al Castrum.

Tavoletta 343: lettera di Octavius a Candidus relativa a una fornitura di grano, pelli e tendini
Il forte di Vindolanda, in Britannia, ci ha tramandato preziosissime testimonianze di vita militare, tra cui celebri tavolette su cui possiamo leggere ordini, notizie, corrispondenza. Una di queste è tanto interessante quanto rara. A scrivere non è un legionario ma una donna: Claudia Severa, moglie di Aelius Brocchis, comandante del forte di Briga. Claudia scrive alla sua amica carissima, Sulpicia Lepedina, moglie di Ceriale, per un’occasione decisamente speciale: il compleanno.
“Claudia Severa saluta la sua cara Lepedina. Ti invito, mia cara sorella, il terzo giorno prima delle idi di settembre, a venire a festeggiare il mio compleanno. Per favore, fammi il piacere di venire. Per me quella giornata sarà resa ancora più bella dalla tua presenza, se verrai. Saluta tuo marito Cerialie. Mio marito Aelius e mio figli ti salutano. Conto su di te, mia cara sorella,. Stammi bene, anima mia, mio cuore, e starò bene anch’io mia cara. Arrivederci.
A Sulpicia Lepedina, moglie di Ceriale, da Severa”.

UN NUOVO NOME PER ARPIONE. “Arpione ad Epimaco, signore e padre, molti saluti. Prima di tutto prego per te, per la tua saluta, perché tutto possa essere sempre forte e baciato dalla fortuna, insieme con mia sorella, sua figlia e mio fratello. Ringrazio Serpide, perché mentre ero in pericolo in mare, egli mi salvò immediatamente. Quando sono arrivato a Miseno ho ricevuto tre pezzi d’oro dall’imperatore come spese di viaggio. Va tutto bene, per me. Quindi ti chiedo, mio signore e mio padre, di scrivermi una lettera, riguardo prima di tutto la tua salute e in secondo luogo quella di mio fratello e mia sorella. Ti ho mandato il mio ritratto tramite Euctemon. Il mio nome, ora, è Antonio Massimo”.
Un altro marinaio del II secolo, Apione, imbarcatosi sempre ad Alessandria, ma stavolta per raggiungere la Classis Misenensis, la più importante flotta dell’impero, ancorata a Capo Miseno, in Campania. Questa lettera ci conferma l’esistenza di una pratica in uso all’epoca, quella del viaticum: un risarcimento di 3 pezzi d’oro pagati dallo Stato per le spese della traversata. Un viaggio che non deve essere stato affatto tranquillo, considerando che Apione ringrazia Serapide (divinità diffusissima nell’Impero romano) per averlo salvato da un grave pericolo in mare. Come gli altri legionari, anche lui si sincera della salute del padre, del fratello e della sorella.
Tuttavia, la cosa che più di tette rende questa lettera preziosa è l’ultima riga: “il mio nome ora è Antonio Massimo”. Non un nome qualunque, ma quello di un cittadino romano. La breve missiva  ci attesta, per voce di uno dei protagonisti della storia, ciò che conoscevamo solo dalle fonti ufficiali, ovvero che ai legionari peregrini veniva concessa la cittadinanza romana. Lo sapevamo già, ma detto da Antonio Massimo in persona ha tutto un altro sapore.

Articolo in gran parte di Elisa Filomena Croce pubblicato su Civiltà Romana n. 3 Sprea editori. Altri testi e immagini da Wiwipedia.   

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