mercoledì 6 febbraio 2019

La terra promessa.


La terra promessa.
Contagiato dal colonialismo imperante, nel 1911 il Regno d’Italia si lanciò alla conquista della Libia. Un’impresa ben più ardua del previsto.

Guerra italo-turca
Italian battery near Tripoli.jpg
Batteria di cannoni da 149/23 in azione vicino TripoliData29 settembre 1911 - 18 ottobre 1912LuogoLibia, Mar Egeo, Mediterraneo orientale, Mar RossoEsitoVittoria italiana Modifiche territorialiAnnessione all'Italia della Tripolitania, della Cirenaica, del Fezzan e del Dodecaneso.Schieramenti Comandanti Effettivi
34 000 uomini28 000 uomini
Perdite
3 431 morti (1 948 per malattia[1][2] e 1 432 in combattimento)[1]
4 220 feriti[2][3]
~14 000 morti[4]
5 370 feriti
circa 10 000 vittime tra esecuzioni e rappresaglie[5]
Voci di guerre presenti su Wikipedia
Cartolina diffusa nel 1911 - 1912 che esalta "i valorosi combattenti nel nome d'Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica"
La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libiaimpresa di Libia o campagna di Libia ed in turco come Trablusgarp Savaşı, ossia Guerra di Tripolitania) fu combattuta dal Regno d'Italia contro l'Impero ottomano tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica.

Uno scatolone di sabbia: un grande deserto, qualche oasi e, al massimo tanti datteri. Con una superficie di un milione e 700mila chilometri quadrati, la Libia è il quarto paese africano per estensione e quello scatolone di sabbia – come nel 1911 la definì lo storico e politico socialista Gaetano Salvemini con disinteresse e una dose di sano, ma non apprezzato anti colonialismo – rappresentano quasi sei volte l’Italia. Un territorio immenso, del quale all’epoca non erano stati ancora scoperti i ricchi giacimenti petroliferi, e scarsamente abitato. Nelle aule del parlamento già dalla fine dell’ottocento, si sentiva ribattere con foga che quelle terre, definite da molti la “terra promessa”, avrebbero potuto ospitare milioni di italiani poveri e senza lavoro di vederli scappare verso le Americhe in un’ondata migratoria che sembrava inarrestabile. Il primo ministro Giovanni Giolitti, e chi la pensava come lui, voleva seguire l’esempio di altre capitali europee, come Parigi, e impossessarsi delle terre africane.
La data ufficiale dell’inizio della guerra contro i turchi, che governavano il territorio corrispondente all’odierna Libia dalla metà del cinquecento è il 29 settembre 1911. Il Regno d’Italia festeggiava allora il suo cinquantenario mentre l’impero ottomano era in una fase di rapida disgregazione dopo più di seicento anni al potere (dal 1299 circa al 1922). I turchi cercheranno fino all’ultimo di evitare il conflitto e arriveranno a proporre all’Italia il protettorato anche dopo l’inizio del conflitto. In Italia l’idea stessa della guerra e del suo carattere coloniale aveva profondamente diviso il Paese e un parlamento già ostile al primo ministro.

Reparti da sbarco di marina in Libia

1911
Ha inizio la cosiddetta Guerra italo-turca. Il 5 ottobre le truppe italiane guidate da Umberto Cagni sbarcano a Tripoli.
1929-1931
Il generale Graziani sopprime la resistenza libica. Nel ’34 il governatore Balbo avvia la migrazione di migliaia di italiani.
1943
Con la caduta del fascismo, la Libia viene occupata dagli inglesi; i francesi controllano il Fezzan, regione al sud ovest della Libia odierna.
1951
Proclamazione dell’indipendenza della Libia. Viene nominato re Idris, capo della confraternita dei Senussi.
1969 Con un colpo di stato Muhmammar Gheddafi deponi il re Idris e proclama la repubblica araba di Libia.
1970
Nazionalizzazione delle banche e delle proprietà straniere, circa 20mila residenti italiani sono obblicati a lasciare il Paese.
2011
Tre anni dopo l’accordo che pone fine al contenzioso coloniale, guerra civile e competizione neo-coloniale dividono la Libia.
 La cartina in tedesco raffigura il teatro delle operazioni della guerra italo-turca


LA CONQUISTA A DIBATTITO. Sui giornali la polemica divampava già da mesi con toni accesi. I nazionalisti, i giornalisti dei quotidiani più importanti, i cattolici, il poeta Giovanni Pascoli, e il vate Gabriele D’Annunzio erano tutti a favore. Proliferavano libri e studi eruditi e si facevano conferenze per dimostrare, con l’aiuto della storia, che in fondo andare in Libia era come tornare a casa. Non erano forse romane le città di Sabratha, di Leptis Magna, di Cirene? I romani non avevano conquistato e portato la loro civiltà all’interno del Paese fino a domare anche i bellicosi e fieri garamanti? La Libia era, appunto, una specie di “terra promessa”. E le banche romane controllate dal Vaticano (che già avevano investito in quelle province dell’impero ottomano) spingevano per preservare i loro interessi e andare ancora più avanti. Tra i contrari alla conquista, a fianco di Salvemini si consolidarono alleanze che soltanto pochi anni dopo sarebbero state improponibili. Benito Mussolini, allora socialista, e Pietro Nenni, all’epoca repubblicano, furono persino arrestati, condannati e imprigionati per qualche mese nel carcere di Bologna per aver manifestato contro l’impresa e contro la politica delle altre potenze europee che il governo di Roma voleva inseguire. La corse per il controllo del Mediterraneo e dei resti della “Sublime Porta”, come i turchi chiamavano il loro impero, aveva già portato la Gran Bretagna e Francia a impadronirsi dei bocconi più ghiotti del Mediterraneo dal Marocco all’Egitto. Restavano Tripolitania e Cirenaica.
E ai 1732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni che sbarcarono a Tripoli, l’impresa appariva, oltre che totalmente giustificata dalla storia, facile. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Mai più vero il detto. Gli analisti, così presi dalla voglia di agire, si erano resi colpevoli di una superficialità che spesso, ancora oggi in un mondo molto che spesso, ancora oggi in un mondo molto più informato, fa fallire progetti di conquista. Avevano sottovalutato la resistenza dei turchi. E soprattutto quella dei libici, divisi o uniti in tribù o popoli il cui comune denominatore era l’islam e l’odio nei confronti di ogni invasore.
 
I cannoni campali italiani appoggiano la controffensiva dei bersaglieri, avvenuta a fine novembre 1911 per riprendere le postazioni più esterne a difesa di Tripol

La molteplice popolazione libica.
Erano soprattutto arabi, berberi e tuareg i libici che gli italiani avevano trovato quando approdarono nel vasto Paese. e la loro lingua unificante era l’arabo. Berberi e Tuareg, gli abitanti originari della regione nordafricana, appartengono al medesimo gruppo etnico e hanno in comune un’antica lingua scritta e parlata ancora oggi in alcune zone. Nelle regioni meridionali, gruppi di tebu e hausa provenienti dall’Africa sub sahariana occupavano molte oasi. Nelle montagne a sud di Tripoli, in mezzo o accanto ai berberi, fin dall’antichità si erano insediati nuclei di ebrei (chiamati trogloditi per le loro abitazioni scavate nella roccia). Nel tempo, a questi si aggiunsero altri arrivati dalla Spagna all’epoca dell’inquisizione, per un totale di circa 28mila persone. I sefarditi, dediti soprattutto al commercio, vivevano a Tripoli e Bengasi. Legarono immediatamente con i colonizzatori italiani, ma il filo fu spezzato con la proclamazione delle Leggi speciali anti-ebraiche nel 1938. Allora come oggi, arabi, berberi e tuareg erano divisi in circa centro tribù distribuite sul territorio e spesso antagoniste tra di loro. I warfalla, presenti soprattutto in Tripolitania, i ghadala (la famiglia di Gheddafi) a Sirte e dintorni, i megarha, nella regione sudorientale del Paese, gli zuwayya a est (zona oggi strategicamente importante per il controllo delle condutture petrolifere), costituivano i nuclei più potenti con cui gli italiani dovevano fare i conti. I nomadi tuareg si muovevano soprattutto nel Sahara passando da osasi in oasi, anche fuori dai confini coloniali tracciati nelle sabbie del deserto. Invece il grosso dei berberi abitava soprattutto nel Gebel Nefusa a Zuara sulla costa, e in vari centri dell’interno come Ghat, Gadames, Sokna e Augila.


Marinai delle compagnie da sbarco della Regia Marina prendono terra a Tripoli nell'ottobre 1911.

LE DUE FASI DELLA CONQUISTA. Anche per questo la conquista della Libia si svolse in due fasi quasi distinte: la prima, superficiale e approssimativa, portò gli italiani a impossessarsi di parte del Paese (1911-12) prima di essere respinti e confinati sulla costa intorno a Tripoli e Bengasi (1914-15). La seconda, definita la “riconquista”, venne portata a termine dal regime fascista mussoliniano. Strumenti di guerra più efficaci e micidiali vennero messi a disposizione dell’esercito da un governo disposto a vedere la decimazione della popolazione autoctona pur di pacificare lo scatolone e renderlo abitabile e ospitale per le decine di migliaia di coloni che vi sarebbero stati trasferiti dall’Italia.
Se nella prima fase le atrocità furono causate dall’inesperienza e dall’approssimazione, nella seconda la repressione divenne una scelta ben precisa, codificata, messa in atto con determinazione e, dunque, senza attenuanti. Quelli che oggi chiamiamo crimini di guerra – stupri, scempi sui corpi degli uccisi, armati e no – furono spesso reciproci nella prima fase del conflitto ma, con l’avvento del fascismo, divennero più strutturati. Massacri dei civili con la giustificazione che nascondevano i ribelli, marce forzate di intere comunità e campi di concentramento, eliminazione di greggi e altri fonti di approvvigionamento, impiccagioni dopo processi sommari e, verso la fine dello scontro armato, rappresaglie feroci come a Cufra (dove molti capi tribù furono fatti salire in aereo e buttati sulle popolazioni costrette a guardare) sono apparsi a molti storici come un vero e proprio progetto di genocidio. Il 23 ottobre 1911, mentre un mese dopo lo sbarco delle truppe italiane, gli ottomani e le milizie libiche loro alleate reagirono e attaccarono all’improvviso il perimetro difensivo di Tripoli. Alcune posizioni riuscirono a resistere. Nell’oasi di Sciara el Sciatt, invece, le cose andarono male. La popolazione locale si unì ai combattimenti prendendo alle spalle i bersaglieri e costringendo una compagnia ad arrendersi. Quando gli italiani riconquistarono l’area si trovarono di fronte a un massacro. Quasi tutti i 290 prigioni in uniforme erano stati trucidati. Un corrispondente francese del Matin descrisse così le sevizie da circa 80 bersaglieri: “… gli hanno tagliato i piedi, strappate le mani, poi sono stati crocifissi. Un bersagliere ha la bocca strappata fino alle orecchie, un altro ha il naso segato in piccoli tratti, un terzo ha infine le palpebre cucite con spago da sacco”. La reazione delle truppe italiane non fu meno feroce. Vennero uccisi a sangue freddo oltre 1000 tra uomini, donne e bambini secondo le fonti italiane. Quelle libiche, invece, parlano di quattromila morti. La vicenda, ampiamente raccontata dagli inviati della stampa italiana, suscitò nuove polemiche e per molti anni influenzò i comportamenti delle truppe italiane. Negli stessi giorni, dopo violenti combattimenti, venne occupata Bengasi, capitale della Cirenaica, 650 chilometri in linea d’aria da Tripoli. Dopo appena un mese Tripoli e Bengasi erano in mano italiana, ma la resistenza turca e libica continuò. E Roma si servì di ogni mezzo, lecito e illecito, per cercare di penetrare nel vasto interno dello “scatolone di sabbia”. Nei cieli della Libia apparve, allora, per la prima volta una manciata di aerei da combattimento per bombardare e terrorizzare la popolazione. (per altre notizie leggere qui). Nonostante vecchie e nuovi armi, però, le operazioni militari italiane non andarono bene. Le truppe non erano preparate ala deserto, al colera, e ancora meno alla guerriglia urbana. Fu necessario quasi un anno per mettere in ginocchio la Sublime Porta: il trattato di pace tra Italia e Turchia venne firmato il 18 ottobre 1912 a Losanna. Ufficiali e truppe turche si ritirarono dalla Tripolitania e dalla Cirenaica. Ma la resistenza libica era soltanto agli inizi.
Le popolazioni combattevano non più per sostenere gli interessi dei turchi, quanto per non essere nuovamente sottoposte a un’occupazione straniera. Quella italiana aveva generato speciale rigetto, anche perché, fin da subito dopo lo sbarco, l’Italia aveva revocato ai libici o diritti politici (la possibilità di avere i propri deputati a Costantinopoli, i consigli comunali elettivi, ecc..) che questi avevano conquistato a caro prezzo dall’amministrazione ottomana. Gli arabi e i berberi libici riuscirono a costringere gli invasori a rinchiudersi nelle due grandi città conquistate, Tripoli e Bengasi. Al tempo stesso, erano già stati allestiti reparti di libici disposti a combattere a fianco degli italiani pur di non vedere le loro famiglie colpite da rappresaglie. Negli anni successivi, eritrei, somali, etiopi, yemeniti e sudanesi avrebbero integrato i reparti di arabi libici fedeli a Roma che avrebbero sostenuto il grosso del peso della guerra. La grande guerra impose, se non una vera e propria pausa, quanto meno un rallentamento delle operazioni, che ripresero con maggiore convinzione nel 1922 in quella che fu definita la riconquista della Libia. Molte oasi a sud della Tripolitania erano già cadute in mani italiani. Il vero nodo era la Cirenaica. Prima il governo liberale, poi quello fascista, si impegnarono a fondo per mettere ordine o, come scrissero, per pacificare la provincia libica. Mussolini aveva dimenticato le proteste contro l’occupazione che lo avevano portato in carcere e, da leader dell’Italia, sognava la gloria dell’antico impero di Roma. I generali i generali Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani comandarono le nuove operazioni. Avevano di fronte una resistenza organizzata e sostenuta da tutta la popolazione, in gran parte nomade, e guidata da un uomo abile e carismatico, spronato da religione e nazionalismo: Omar al Mukhtar: era il capo indiscusso dell’ala militare della Senussia, una confraternita mussulmana fondata nell’ottocento da Muhammad ibn ‘Alf as-Sanusi, un mistico algerino che aveva istituito la sua comunità nell’oasi di Giarabub. Prima di combattere gli italiani, i fedeli della setta avevano lottato contro l’espansione francese nel Sahara e nel Ciad. Sul piano strettamente militare i mezzi di cui disponevano i ribelli (vecchi cannoni e fucili turchi, dromedari con cui muoversi nel deserto e, soprattutto, il sostegno della popolazione civile, che consentiva loro di nascondersi di giorno e di colpire con il buoi le posizioni italiane più isolate) non potevano competere con gli aerei armati di bombe e mitragliatrici e con i semicingolati adatti agli spostamenti nel deserto. Ma a un certo punto Roma, che giocava anche sulle rivalità tra le tribù, si rese conto che la superiorità delle armi e il cosiddetto dialogo era insufficiente. E allora puntò sulla repressione e il massacro della popolazione civile.
Nel gennaio 1929 il maresciallo Badoglio assunse il governo della Tripolitania e Cirenaica: iniziò così la pagina più nera del colonialismo italiano in Libia. Il suo obiettivo era chiaro e non aveva remore a scriverlo. “Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine, anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”.
Omar Mukhtar 5.jpg

L'impiccagione di Omar al Muktar a Soluk
il 16 settembre 1931.Data1922 - 1932


Gaetano Salvemini, voce contro dall’Italia.
Gaetano Salvemini.jpg
Convinto meridionalista, antifascista e difensore degli oppressi, Salvemini fu lo storico,docente universitario, saggista e giornalista. Nacque a Molfetta nel 1873 e si laureò a Firenze. Aderì al Partito Socialista, ma in seguito se ne allontanò in quanto lo riteneva non sufficientemente attento alla questione meridionale. Oltre a criticare la Guerra in Libia, in una specie di “crociata per la moralizzazione della vita pubblica” si schierò contro Giolitti, che chiamava “ministro della malavita”. A soli 28 anni ricopriva già la cattedra di storia moderna a Messina. Nel 1925, dopo essersi rifiutato di firmare il “manifesto degli intellettuali fascisti” venne arrestato e imprigionato. Infine fu costretto all’esilio. Prima a Londra e a Parigi, poi negli Usa ottenne la cattedra di Storia della civiltà italiana a Harward, continuò la sua battaglia contro il fascismo. Morì a Sorrento nel 1952.
Omar al-Mukhtar, il capo della resistenza.
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Gli ultimi anni di Omar al-Mukhtar, eroe nazionale libico, sono stati raccontati nel film il leone del deserto con Anthony Queen. Omar nacque nel 1861 da una famiglia di contadini in un villaggio della Cirenaica e studiò prima in una scuola coranica di Giarabub, poi una madrasa di Zanzure, infine aderì come imam alla confraternita dei Senussi. Nel 1922, fu nominato capo delle operazioni militari da Idris as-Sanusi (che sarebbe diventato il primo re di Libia) e con gran parte della guerriglia unificata riuscì a bloccare per anni l’avanzata italiana. Fu ferito e catturato l’11 settembre 1931 e, quattro giorni più tardi, condannato a morte. Nel giugno 2009 Gheddafi si fece accompagnare in Italia dal figlio di al Mukhtar portando sul petto la foto dell’arresto del padre di questi. Per anni il film sulla sua storia era stato bandito dalle sale italiane in quanto “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”.

METODI SPIETATI. L’uomo che traduceva le disposizioni arrivate dal duce e decideva le strategie era Rodolfo Graziani. Freddo e spietato, sperimentò metodi mai usati prima in combattimento. Se tra il 1911 e il 1912 la giovane aviazione del Regno lanciava bombe grandi come pompelmi – più per spaventare e stordire i ribelli che per ucciderli – nella nuova fase gli ordigni erano di dimensioni maggiori. Si decise anche di tirare fuori dai magazzini di residuati bellici della Guerra mondiale, quelli carichi di iprite, un gas già sperimentato in combattimento sul fronte francese e  successivamente bandito dalle convenzioni internazionali. Dal novembre 1929 alle ultime azioni del maggio 1930 l’aviazione in Cirenaica eseguì, secondo fonti ufficiali, ben 1605 ore di volo bellico lanciando 43500 tonnellate di bombe e sparando diecimila colpi di mitragliatrice. Le fonti, però, non precisano quante tonnellate di bombe fossero cariche di iprite. Molta documentazione del suo uso è stata eliminata ma qualcosa è rimasto negli archivi, come testimonia questa relazione segreta del 6 gennaio 1928: “Come stabilito, stamane quattro Ca73 e tre Ro hanno bombardato Gife con evidente distruzione. I quattro Ca73 si sono spinti circa settanta chilometri sud Nufilia bombardando anche a gas circa quattrocento tende …”. L’attacco all’oasi non fu un episodio isolato. Nel mirino anche greggi e cammelli, per costringere alla resa i civili – all’incirca centomila persone – e poi convogliarli in vasti campi di concentramento perché non potessero più aiutare i ribelli. Non erano campi di sterminio come quelli nazisti, ma i morti furono comunque decine di migliaia. “Ogni giorno da El Agheila uscivano cinquanta cadaveri. Venivano sepolti in fosse comuni… . Gente impiccata o fucilata. O persone che morivano di malattia”, avrebbe raccontato anni dopo un sopravvissuto. Nelle vicinanze di uno di questi campi, dove affiorano ancora oggi le sepolture delle vittime, c’è un piccolo monumento per ricordare il capo della resistenza, Omar al-Mukhtar. Nonostante gli fossero rimasti appena settecento combattenti, non volle arrendersi. L’11 settembre 1931, fu ferito e catturato e, dopo un processo sommario e un breve colloquio con Graziani a Bengasi, venne portato a Soluch, a ridosso di uno dei campi di concentramento fascisti e impiccato alla presenza di migliaia di libici. Le sue ultime parole furono quelle di un noto versetto coranico: Inna li-llahi wa inna ilayHi ragi’ una (a Dio apparteniamo e a Lui ritorniamo). Badoglio avrebbe dovuto il 24 gennaio per annunciare fiero: “La ribellione in Cirenaica è completamente e definitivamente stroncata”. Il territorio strappato all’impero ottomano sarebbe rimasto saldamente nelle mani dell’Italia di Mussolini fino alla Seconda guerra mondiale, quando la colonia si sarebbe trasformata in grande campo di battaglia. la sconfitta del fascismo avrebbe segnato la fine del colonialismo italiano e la Libia sarebbe diventata uno stato indipendente. E dalle viscere sarebbero usciti fiumi di petroli e minerali rari, che avrebbero aperto le porte a devastanti giochi neo-coloniali.

Dalle deportazioni ai campi di concentramento.

Campo di Concentramento Sidi Ahmed el-Magrun

Lo scopo era duplice: mettere fine alla resistenza contro l’occupazione italiana e far posto ai coloni che sarebbero venuti dall’Italia. A partire dal 1930 almeno centomila abitanti di Gebel el-Achdar , i monti fertili della Cirenaica, furono strappati alle loro case e ai loro accampamenti e costretti a marciare per raggiungere tredici campi di concentramento allestiti nelle regioni più inospitali lungo la costa della Sirtica. Le terre furono espropriate; le zavie, i centri polivalenti senussiti, chiusi, e molti dei pozzi avvelenati per rendere la vita impossibile a chi era riuscito a sfuggire ai rastrellamenti e ai combattimenti che avrebbero continuato per mesi la loro lotta contro gli italiani. Quindicimila tra uomini, donne e bambini non arrivarono mai a destinazione. Ai morti per malattia, fame e stanchezza si aggiunsero quelli deceduti per le fustigazioni  o le fucilazioni di chi non voleva obbedire ai soldati italiani o alle truppe coloniali (composte da eritrei e, talvolta, anche da libici). Nello spostamento fu perso o ucciso gran parte del bestiame (circa un milione di animali) per non farlo cadere nelle mani dei guerriglieri.
Le foto scattate dagli aerei militari italiani mostrano campi di tende e spazi per gli animali allestiti nello stile classico romano: quadrati di circa un chilometro quadrato con vie strette per consentire il passaggio dei guardiani e mantenere il controllo dei detenuti. Il tutto era circondato da filo spinato. L’acqua razionata, la mancanza di cibo e le condizioni igeniche fecero scempio degli internati. Come anche le fucilazioni e le impiccagioni quotidiani. Dei circa 85mila internati si sarebbe salvata poco più della metà. Le tombe dei morti affiorano ancora oggi dalla sabbia attorno ai campi.
I mandanti. Il dittatore Benito Mussolini insieme al generale Rolfo Graziani a Salò. Dopo il crollo del regime Graziani decise di schierarsi a fianco del duce. Nel 2012 gli è stato intitolato un mausoleo che ha fatto discutere in quanto affronto alla democrazia.


L'arco dei Fileni al confine fra Tripolitania e Cirenaica fu progettato dall'architetto Florestano Di Fausto ed eretto per volontà di Italo Balbo al confine fra Tripolitania e Cirenaica

LA VITA NELLA COLONIA ITALIANA. Arrivarono soprattutto da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata. Alcuni subito dopo la Prima guerra mondiale, altri alla metà degli anni trenta, quando il governatore Balbo ne portò 20mila e fondò per loro una ventina di villaggi, molti in Cirenaica. In quella che era considerata la nuova America per l’emigrazione italiana costruirono strade, ponti, ospedali e altre infrastrutture importanti. Lanciarono iniziative con la Fiera internazionale di Tripoli e il Gran Premio di Tripoli, corsa automobilistica di fama internazionale. Le antiche città romane di Leptis Magna e Sabratha furono dissotterrate. All’inizio della Seconda guerra mondiale gli italiani in Libia erano 120mila: circa il 13% della popolazione, concentrati nella costa intorno a Tripoli e Bengasi. Con lo scoppio del conflitto che trasformò la Libia in un campo di battaglia, molti furono costretti ad abbandonare case e proprietà.

ITALIANIZZAZIONE DEI LIBICI. Dopo la pacificazione l’obiettivo di Mussolini fu la conquista morale degli arabi. Nei decenni precedenti il sistema scolastico turco era stato modificato con iniziative che potevano, all’epoca, apparire migliorative. Tuttavia, soltanto con l’arrivo di Balbo come governatore nel 1934 fu chiaro il progetto di assimilazione che si voleva perseguire. “Noi avremo in Libia non dominatori e dominati, ma italiani cattolici e italiani mussulmani, gli uni e gli altri uniti nella sorte invidiabile di essere gli elementi costruttori di un grande potente organismo, l’Impero fascista”. Al posto della scuola media per gli arabi furono create strutture per insegnare arti e mestieri e come educazione superiore furono rafforzate le vecchie istituzioni di studi islamici. Molti libici impararono l’italiano, ma il programma educativo imposto fu un totale fallimento. Quando la Libia divenne indipendente nel 1951 il 91% della popolazione era analfabeta rispetto al 13% in Italia.

Articolo in gran parte di Eric Salerno scrittore, esperto in questioni mediorientali africane pubblicato su Storica National Geographic del mese di ottobre 2018. Altri testi e immagini da wikipedia.

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