lunedì 25 giugno 2018

Lunghe barbe in città

LUNGHE BARBE IN CITTA’


Pavia o Benevento? Monza o Verona? I centri di potere dei Longobardi furono spesso in lotta tra loro. 

Alboino (Pannonia530 circa – Verona28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa e re d'Italia dal 568 al572, anno del suo assassinio.
Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell'Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell'impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l'Italia), diviene un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum[2]. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda.
Quando re Alboino giunse al confine con l’Italia con tutto l’esercito e con la moltitudine di popoli al seguito, salì su monte (…) e da lì contemplò quella parte d’Italia fin dove lo sguardo poteva spingersi”. Così il cronista Paolo Diacono descrive nell’Historia Longobardorum (789) l’arrivo in Italia dei Longobardi, determinati a conquistare tutto ciò che lo sguardo del loro re poteva osservare quel giorno. Doveva essere una giornata limpida perché quel popolo germanico si sarebbe preso, alla fine, tutta la Penisola. Gli uomini “dalle lunghe barbe o Langharte in germanico” erano arrivati, secondo la leggenda dalla Scandinavia: avevano attraversato le terre germaniche ed erano giunti in Pannonia, regione che andava dall’odierna Ungheria alla Croazia. Nello Stivale entrarono proprio da qui,passano per il Friuli nel 569: in 150mila dilagarono nel Settentrione e si insediarono anche nel Centro-Sud. I loro centri di potere si contesero per decenni il ruolo di capitale del regnum loamgobardorum. Quali erano e in che modo si fecero concorrenza?


Il cosiddetto Tempietto longobardo, oggi oratorio di Santa Maria in Valle, si trova a Cividale del Friuli, in provincia di Udine. Wikipedia

il tempietto longobardo, eretto verso la metà dell'VIII secolo; composto da un'aula a base quadrata e riccamente ornato da stucchi con motivi geometrici e fitomorfi e con episodi evangelici, rappresenta una sintesi tra la tradizione decorativa longobarda e reminiscenze classiche.

LA PORTA D’INGRESSO DEI LONGOBARDI IN ITALIA FU CIVIDALE DEL FRIULI. LA PRESERO NEL 568.


L’espansione dei Longobardi in Italia.
L’Italia fu divisa in due Longobardie quella Major a nord, e quella Minor, con di ducati di Spoleto e Benevento, sopravissuti fino all’XI secolo al sud. In mezzo il Ducato romano e l’Esarcato controllato dai Bizantini.

ARCIPELAGO. “Quello dei Longobardi era stato a lungo un popolo nomade, poco abituato a stanzialità e quindi privo di centri di riferimento ‘fissi’, ecco perché nei due secoli di storia del regnum si registrò la compresenza di più città di rilievo, dove il re e i duchi esercitavano le loro funzioni”. Non a caso, il patrimonio artistico longobardo fa parte dei beni protetti dall’Unesco come sito multiplo (chiamato Longobardi in Italia: i luoghi del potere): un arcipelago in cui si contano sette centri da nord a sud: Cividale del Friuli, Brescia, Castelseprio, Spoleto, Campello sul Clitunno, Benevento e Monte sant’Angelo. Lo stesso regno era diviso tra Longobardia Major, comprendente i ducati del Nord e la Lombardia e la Longobardia Minnor, con i territori centro-meridionali, che godevano spesso di una larga autonomia. Molti di questi possedimenti furono strappati ai Bizantini, e all’interno di essi, almeno all’inizio, i Longobardi non cercarono alcuna integrazione con le popolazioni italiche, le quali mantennero come città di riferimento Roma, sede papale, e Ravenna, capitale dell’Esarcato d’Italia, territorio retto appunto dall’impero Bizantino.



L'altare del duca Rachis è una delle più importanti opere scultoree della Rinascenza liutprandea ed è conservato nel Museo Cristiano di Cividale del Friuli. È datato tra il 737 e il 744, periodo in cui il longobardo Rachis fu duca del Friuli. Le dimensioni complessive sono 1,44 x 0,90 x 0,88 m. L'altare è stato portato nel 1947 nei pressi del Duomo dalla cividalese Chiesa di San Martino, dove è attestato stesse già nel 1568.

FATAL VERONA.  Il mosaico iniziò a formarsi all’indomani dell’ingresso di Alboino, con l’istituzione del ducato del Friuli, forum Iulii per i Romani, che aveva come centro di riferimento Cividale. “La prima città a fregiarsi del ruolo ‘capitale’ ovvero ‘sede del re’, fu invece Verona scelta per la posizione strategica a ridosso delle Alpi, utile a contenere eventuali invasioni da nord”, riprende la storica.
A Verona Alboino fissò il suo quartier generale nel  palazzo che era stato del re ostrogoto Teodorico il Grande (454-526), e proprio qui trovò la morte nel 572, vittima di una congiura ordita dalla moglie Rosmunda. La donna, narra Diacono, agì insieme al nobile Elmichi, suo amante, vendicandosi perché durante una festa era stata obbligata dal marito a bere in un coppa realizzata con il cranio del padre Cunimondo, re delle tribù germanica dei Gepidi, in precedenza sconfitti da Alboino.


                                           
                        L'assassinio di Alboino, re dei Longobardi di Charles Landseer (1856)


Ritratto di Rosamunda

DA PAVIA …ALL’ANARCHIA. Uscito di scena Alboino, i nobili longobardi elessero Clefi come suo sostituto e spostarono la capitale del regno a Pavia, la Ticinum romana, tolta ai Bizantini dopo due anni di assedio e già importante centro sotto gli Ostrogoti. I vari duchi e le rispettive farae, sorta di clan militari, mantennero persino grandi autonomie, tanto che al decennio successivo alla morte di Clefi, ucciso nel 574 dalla sua guardia del corpo è noto come periodo dei duchi e dell’anarchia.
L’instabilità politica rese il territorio longobardo preda dei Franchi e degli stessi imperatori d’Oriente, e così, bisognosi di una guida, i duchi acclamarono nel 584 un nuovo re: Autari, figlio di Clefi, pronto a rafforzare il regno. Prima mossa: farsi amica la potente tribù germanica dei Bavaro con un matrimonio di interesse. Nel 589 impalmò Teodolinda, figlia del duca di Baviera. L’unione fu però breve: Autari morì nel 590 e la regina si risposò con Agilulfo, duca di Torino, da lei stessa indicato come nuovo sovrano.



                              Immagine di Teodolinda che divento regina dei Longobardi nel 589





La Corona ferrea, custodita nel Duomo di Monza, e associata tradizionalmente a Teodolinda ma probabilmente era un’insegna ostrogota.

DAMA DI FERRO. Teodolinda si dimostrò intraprendente. Di fede cattolica, fu lei ad avviare il processo di conversione dei Longobardi, molti dei quali avevano in precedenza abbracciato l’arianesimo. Questo migliorò i rapporti con la Chiesa di Roma e con le genti italiche e non solo. L’impero Bizantino riconobbe l’autorità del regnum su un’area che includeva il Nord della penisola (escluse le coste venete e liguri), la Tuscia (l’odierna Viterbo), parte dell’Umbria e Marche e varie zone del sud. Agilulfo e Teodolinda trasferirono la capitale a Milano, con la vicina Monza prediletta come residenza estiva. Quest’ultima fu scelta in prima persona dalla regina, che vi fece erigere un’importante basilica dedicata a San Giovanni Battista di cui però non è rimasta traccia.
Ma perché proprio Milano? Non solo perché era già stata residenza imperale nel IV secolo e tra le maggiori città italiane: rispondeva all’esigenza di Agilulfo di presentarsi come rex totius italiae (re di tutta Italia) non solo dei Longobardi. “Con la nuova coppia di sovrani iniziò a delinearsi un nuovo concetto di capitale, che recuperava l’antica idea di luogo e potere e rappresentanza riconoscibile da tutti”, sottolinea Percivaldi.

                                   Agilulfo (... – Milano616) è stato re dei Longobardi in Italia dal 591 al 616
Agilulfo, lontano parente del suo predecessore Autari, era di origine turingia e apparteneva al clan degli Anawas.Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum[1] descrive in forma romanzesca l'investitura di Agilulfo. Nell'autunno del 590, poco dopo la morte improvvisa di Autari, i duchi longobardi diedero alla regina Teodolinda, rimasta vedova dopo poco più di un anno dalle nozze con Autari, il mandato di scegliere il nuovo re. Agilulfo, allora duca di Torino, andò a rendere omaggio alla regina e ne baciò la mano in segno di rispetto. Teodolinda gli chiese il motivo per cui lui le baciasse la mano, quando aveva il diritto di baciarle la bocca. In questo modo, lo investì del diritto di essere re e contestualmente suo sposo. Si sposarono nel novembre di quello stesso 590.
                                           https://it.wikipedia.org/wiki/Agilulfo

DAMA DI FERRO. Teodolinda si dimostrò intraprendente. Di fede cattolica, fu lei ad avviare il processo di conversione dei Longobardi, molti dei quali avevano in precedenza abbracciato l’arianesimo. Questo migliorò i rapporti con la Chiesa di Roma e con le genti italiche e non solo. L’impero Bizantino riconobbe l’autorità del regnum su un’area che includeva il Nord della penisola (escluse le coste venete e liguri), la Tuscia (l’odierna Viterbo), parte dell’Umbria e Marche e varie zone del sud. Agilulfo e Teodolinda trasferirono la capitale a Milano, con la vicina Monza prediletta come residenza estiva. Quest’ultima fu scelta in prima persona dalla regina, che vi fece erigere un’importante basilica dedicata a San Giovanni Battista di cui però non è rimasta traccia.
Ma perché proprio Milano? Non solo perché era già stata residenza imperale nel IV secolo e tra le maggiori città italiane: rispondeva all’esigenza di Agilulfo di presentarsi come rex totius italiae (re di tutta Italia) non solo dei Longobardi. “Con la nuova coppia di sovrani iniziò a delinearsi un nuovo concetto di capitale, che recuperava l’antica idea di luogo e potere e rappresentanza riconoscibile da tutti”, sottolinea Percivaldi. 

RILANCIO PAVESE. Dopo la scomparsa di Agilulfo (616), Milano continuò a esercitare un ruolo di primo piano fino al 626, quando il sovrano Arioaldo riportò la corte a Pavia. “Tornata capitale dopo essere stata un centro di dissenso politico nei confronti delle scelte filo papali di Teodolinda e Agilulfo, Pavia rimase da lì in poi la città di riferimento dei Longobardi in Italia, che la arricchirono di fondazioni ecclesiastiche e monasteri”, continua la storica.
Di pari passo crescevano città come Cividale e soprattutto Brescia, che diede i natali addirittura a due dei più importanti sovrani Longobardi. Il primo fu Rotari, salito al trono nel 636 e autore dell’editto che ne porta il suo nome (643) e con cui per la prima volta i Longobardi mettevano per iscritto le loro leggi. Un secolo dopo vi nacque Desiderio, l’ultimo sovrano di stirpe Longobarda. Incoronato nel 757, a lui si devono la costruzione in città della grande basilica di San Salvatore e la nascita della figlia Ermengarda, battezzata così nell’800 da Alessandro Manzoni nell’Adelchi, la tragedia che racconta la sconfitta dei Longobardi per mano di Carlo Magno, il re dei Franchi che la donna sposò nel 770.

                                                  

Manoscritto dell'Editto di Rotari
L'editto di Rotari (in latino Edictum Rotharis Regis[1]) fu la prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato alla mezzanotte tra il 22 novembre e 23 novembre 643 da re Rotari.

L'editto, scritto in latino con frequenti parole d'origine longobarda, è uno dei principali documenti per lo studio dell'evoluzione della lingua longobarda e raccoglie in modo organico le antiche leggi del popolo longobardo, pur con aspetti derivati direttamente dal diritto romano. Stando al principio della personalità della legge, l'editto fu valido solo per la popolazione italiana di origini longobarde; quella romana soggetta al dominio longobardo rimase invece regolata dal diritto romano, codificato a quell'epoca nel Digesto promulgato dall'imperatore Giustiniano I nel 533.
Con la romanizzazione dei Longobardi, che in sostanza coincide con il tasso di cristianizzazione effettiva di quel popolo, l'editto di Rotari perde le proprie caratteristiche di diritto personale e nel 700 viene esteso anche ai Romani[2].


moneta del ducato di Benevento

CHIAMATELA RINASCENZA. Pochi decenni prima di avviarsi al tramonto, il regno longobardo aveva toccato il suo apogeo con Liutpandro, sul trono per un trentennio dal 712. “Fortissimo in guerra, voleva unificare la penisola sotto l’egida Longobarda, in barba ai Bizantini e a Roma” spiega Diacono. Rafforzato il ruolo di Pavia, fu il motore di una rapida espansione del regnum ai danni dell’Esarcato di Ravenna. Spintosi fino a Sutri, poco a nord dell’Urbe, da buon cattolico si riaprì però presto al dialogo, rinunciando alla conquista. In campo artistico il periodo fu fertile, tanto che gli storici dell’arte gli diedero un nome: rinascenza liutprandea. Longobardi e popolazioni locali convivevano ed elementi classici, bizantini e orientali si fondevano.
Liutprando stabilì legami con Carlo Martello, nonno di Carlo Magno. Ma questo – insieme al matrimonio con la figlia di Desiderio – non bastò a evitare che le inimicizie di un tempo tornassero a galla e così, quando il papato chiese aiuto allo stesso Carlo Magno per frenare l’espansionismo Longobardo, questi mosse guerra proprio a Desiderio e al figlio Adelchi associato al trono. Penetrati in Italia tra il 773 e il 774, i Franchi presero uno dopo l’altro i centri longobardi, da Verona, dov’era Adelchi a Pavia, dove riparò Desiderio.
Carlo Magno il 5 giugno 774 si proclamò Rex Francorum et Longobardorum: l’esperienza del regno longobardo, che sarebbe confluito nell’impero Carolingio, si stava per concludere ma con qualche eccezione. A Sud sopravvisse il nucleo del Ducato di Benevento, tramutato in principato, e gli stessi centri del Nord non persero vigore “Cruciale nell’antichità, ma diminuito con l’arrivo del Medioevo, grazie ai Longobardi il ruolo delle città era tornato di primo piano: i maggiori centri del regnum si erano arricchiti di monumenti realizzate dalle migliori maestranze e si era innescato quel circolo virtuoso, economico e sociale, che costituì le basi per il fenomeno comunale esploso dopo l’anno mille” conclude Percivaldi. Ed è probabilmente questa la più importante eredità che ci hanno lasciato gli uomini dalle lunghe barbe


(LA)
« Fuit vir multae sapientiae, consilio sagax, pius admodum et pacis amator, belli praepotens, delinquentibus clemens, castus, pudicus, orator pervigil, elemosinis largus, litterarum quidem ignarus, sed philosophis aequandus, nutritor gentis, legum augmentator »
(IT)
« Fu uomo di molta saggezza, accorto nel consiglio, di grande pietà e amante della pace, fortissimo in guerra, clemente verso i colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nel pregare, largo nelle elemosine, ignaro sì di lettere ma degno di essere paragonato ai filosofi, padre della nazione, accrescitore delle leggi »
(Paolo DiaconoHistoria LangobardorumVI, 58)
Liutprando
Luitprand tremissis 661673.jpg
Tremisse di Liutprando, coll'Arcangelo Michele in sostituzione della Vittoria.
Re d'Italia
In carica712-744
Incoronazione712
PredecessoreAnsprando
SuccessoreIldebrando
Nome completoLiutprandus (in latino),
Liutprand (in longobardo)
Altri titoliRex Langobardaorum
Rex totius Italiae
Nascita?, 690 circa
MortePavia (?), gennaio 744
SepolturaPaviabasilica di San Pietro in Ciel d'Oro
PadreAnsprando
MadreTeodorada
ConsorteGuntrude
Liutprando (690 circa – Pavia?gennaio 744) è stato re dei Longobardi e re d'Italia dal 712 al 744.
Tra i più grandi sovrani longobardicattolico, fu "litterarum quidem ignarus" ("alquanto ignorante nelle lettere", secondo quanto dice Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum), ma intelligente, energico ed ambizioso. La sua volontà di potere derivava dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una speciale scelta divina, come annuncia lui stesso nel prologo alle Liutprandi Leges. Fu amato e temuto dal suo popolo, che ammirava la saggezza del legislatore, l'efficacia del comandante militare e anche il coraggio personale - manifestato per esempio quando sfidò a duello, solo, due guerrieri che architettavano un attentato contro di lui.

Dall’Umbria alla Calabria



Il santuario di San Michele Arcangelo si trova a Monte Sant'Angelo, in provincia di Foggia. Ha la dignità di basilica minore. 

Mentre al Nord splendevano le capitali del Regnum langobardorum, nel centro sud si affermavano città come Spoleto e Benevento, capoluoghi degli omonimi ducati della Longobardia Minor, estesa dall’Umbria a parte della Calabria e della Puglia.
Come due gocce d’acqua. Dopo il crollo del regno, l’anima longobarda rimase viva proprio a Benevento, detta anche Ticinum geminun (gemella di Pavia). Nel 774 il duca Arechi II aveva elevato il proprio status a quello di principe, facendo così del ducato un principato (sopravissuto fino all’XI secolo). Tra le eredità del tempo spicca proprio a Benevento il complesso della chiesa di Santa Sofia (VIII secolo). In Puglia, invece il Santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano (Foggia), divenne con i Langharte un’ambita meta di pellegrinaggio. A Salerno rimangono resti del Palatium di San Pietro a Corte, reggia di Arechi II.


La chiesa di Santa Sofia è un antico edificio religioso di Benevento; sorge nella piazza precedentemente omonima, successivamente intitolata a Giacomo Matteotti



articolo in gran parte di Matteo Liberti pubblicato su Focus Storia n. 138, altri testi e immagini scaricati da Wikipedia.




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