martedì 16 aprile 2019

Eben-Emael deve cadere.


Eben-Emael deve cadere.
Cronaca di una delle più audaci e decisive missioni della Seconda Guerra mondiale, premessa indispensabile per consentire alle armate naziste di dilagare in Belgio e attaccare la Francia alle spalle, aggirando in questo modo la linea Marginot.

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Forte di Eben-Emael
Fort d'Ében-Émael
parte delle fortificazioni di Liegi
Eben emael-Entrance.jpg
L'ingresso del forte nel Blocco 1
Ubicazione
StatoBelgio Belgio
Stato attualeBelgio Belgio
RegioneVallonia Vallonia
CittàBassengeprovincia di Liegi
Coordinate50°47′51″N 5°40′44″ECoordinate50°47′51″N 5°40′44″E (Mappa)
Mappa di localizzazione: Belgio
Forte di Eben-Emael
Informazioni generali
Tipoforte
Costruzione1º aprile 1932-1935
VisitabileSi
Sito webhttp://www.fort-eben-emael.be/
Informazioni militari
UtilizzatoreBelgio
Funzione strategicadifesa del Belgio da un attacco tedesco condotto dal confine olandese
Termine funzione strategicamaggio 1940
Armamentocannoni da 120, 75 e 60 mm più mitragliatrici
Azioni di guerrabattaglia del forte di Eben-Emael
Fonti citate nel corpo del testo
voci di architetture militari presenti su Wikipedia
Il forte di Eben-Emael del Belgio è situato tra Liegi e Maastricht, nei pressi del canale Alberto al confine con i Paesi Bassi.

Costruito nel 1932-1935, la sua funzione era quella di proteggere il confine belga da un attacco tedesco condotto dal vicino confine olandese. Considerato imprendibile, il 10 maggio 1940, durante l'invasione tedesca del Belgio, venne assaltato da un gruppo di ottantadue paracadutisti tedeschi decollati da Colonia con undici alianti tipo DFS 230, rinforzati il giorno successivo da altri loro commilitoni che determinarono la resa della guarnigione belga. 
All’alba del 10 maggio la 7a Divisione di fanteria belga a guardia dei tre ponti che permettevano il transito tra Belgio e Olanda era ancora convinta che, se le armate naziste avessero voluto attaccare in forze, sarebbe stato un suicidio farlo proprio in quel settore del fronte. Sebbene la loro fosse una posizione strategica di primaria importanza, in grado di garantire una rapida avanzata su Bruxelles, la presenza dell’incombente fortezza alle loro spalle avrebbe infranto sul nascere qualsiasi assalto portato in maniera convenzionale, con forti perdite per il nemico e nessuna avanzata territoriale. La loro convinzione era in effetti giustificata, se consideriamo che l’imponente struttura difensiva era ritenuta da tutti praticamente inespugnabile. Eppure quando, intorno alle 5,20 di quel fatidico giorno, incominciarono a rimbombare le esplosioni nel perimetro difensivo della base, senza che gli inservienti ai pezzi fossero in grado di capire cosa realmente stesse accadendo, e potessero agire con prontezza, fu chiaro che il tanto temuto attacco era avvenuto cogliendo tutti di sorpresa. Bastarono pochi minuti per far cadere la fortezza nel caos più completo. Solo in pochi ebbero il tempo di rendersi conto che ogni previsione era stata puntualmente disattesa: nessun carro armato all’orizzonte, nessun massiccio bombardamento aereo o d’artiglieria. La minaccia arrivava dall’alto in maniera subdola e silenziosa sotto forma di fragili alianti in grado d’adagiarsi con incredibile facilità, grazie all’impiego di speciali paracadute, sul terreno a ridosso dei bunker, proprio nel cuore dell’impianto difensivo. E da questi velivoli erano fuoriuscite truppe dotate di armamenti speciali, lanciafiamme, mitragliatrici pesanti e scale, e soprattutto capaci di muoversi sul terreno con estrema facilità, come se sapessero in anticipo dove e come colpire. Ben presto le esplosioni in rapida successione dimostrarono che anche le poderose strutture in acciaio e cemento si sbriciolavano sotto il lancio di speciali cariche di esplosivo. In pochi minuti, alle terrorizzate truppe di coscritti, alloggiate nelle viscere del forte, non restò che prendere atto di essere state beffate. Eben-Emael era caduta ancora prima di reagire.

INESPUGNABILE. Come fu possibile organizzare una simile operazione, e soprattutto da chi fu condotta? Il generale tedesco Kurt Student, in un saggio pubblicato nell’immediato dopoguerra, così si espresse su questo sensazionale episodio: “Fu un atto d’incredibile audacia dall’esito decisivo … Ho potuto studiare la storia dell’ultimo conflitto e le battaglie su tutti i fronti, ma non sono stato in grado di trovare nella schiera delle più brillanti azioni, realizzate da noi o dagli avversari, qualcosa che possa essere paragonato al successo raggiunto dal gruppo d’assalto Koch”. Non ci sono dubbi infatti che anche l’Alto comando della Wehrmacht, nei mesi che precedettero l’inizio dell’Operazione Fall Gelb (il piano d’attacco contro l’Europa Occidentale voluti da Hitler) nel maggio del 1940, fosse cosciente dell’impossibilità di prendere Eben-Emael con un attacco frontale, data la grande complessità del suo sistema difensivo. Costruita tra il 1930 e il 1935, la fortezza era stata progettata proprio per sbarrare la strada a qualsiasi tentativo d’invasione tedesca, com’era avvenuto nel lontano 1914, e garantire il controllo delle vie di comunicazione con i Paesi Bassi. Era stato pertanto realizzato un potente dispositivo difensivo che poggiava sul Canale Alberto, dove questo piega verso sud affiancando il corso del fiume Mosa, lungo il confine Belgio-Olanda, a forma di diamante con una lunghezza di quasi un chilometro e largo 700 metri, per circa 26 ettari di superficie. Il suo perimetro era protetto da un fossato largo 10 metri, filo spinato e ostacoli anticarro in acciaio. Ma il suo vero punto di forza era la presenza di postazione d’artiglieria fortificate, posizionate in punti strategici e alloggiate in poderosi bunker di cemento armato. Questa struttura rendeva un attacco frontale estremamente pericoloso perché le batterie che dominavano il territorio circostante erano in grado di colpire con precisione tutte le direttrici di penetrazone. Ogni tentativo d’impadronirsi dei tre vitali ponti avrebbe per forza di cose dovuto fare i conti con un terribile fuoco di sbarramento prodotto da sei pezzi da 120 mm, due dei quali montati in torrette ruotabili a 360°, sedici pezzi da 75 mm, dodici cannoni a tiro rapido anticarro e innumerevoli mitragliatrici binate e pezzi antiaerei. La strategia di difesa era chiara. Difendere questo settore del fronte quanto bastava per bloccare l’offensiva nemica, far saltare i ponti per impedirne l’accesso e ritirarsi successivamente sulle solide difese del fiume Dyle in attesa dell’arrivo di truppe alleate in supporto. Un piano apparentemente perfetto, che sembrava lasciare poche alternative agli strateghi della Wehrmacht, intenzionati a sorprendere il sistema difensivo francese incentrato sulla Linea Marginot (il complesso di fornicazioni poste ai confini). La chiave per avere la meglio sull’esercito nemico e la British Expeditionary Force accorsa in suo aiuto era attaccare da nord, penetrando in Belgio, per  poi avanzare con truppe corazzate e motorizzate nel cuore della Francia e costringere il governo d’Oltralpe ad arrendesi. Era necessaria una soluzione rapida, il più indolore possibile, per avere la meglio sulla fortezza di Eben-Emael, ora più che mai obiettivo primario per il rapido proseguire dell’operazione Fall Gelb. Hitler in persona si interessò al problema. E la soluzione non tardò a profilarsi.

 
Mappa dell'area tra Belgio e Olanda vicino al Forte di Eben-Emael

Forte di Eben Emael.
Mappa del forte
Edificata lungo il Canale Alberto sul confine belga-olandese, la fortezza di Eben-Emael era stata progettata a forma di diamante (900 metri di lunghezza per 700 di larghezza), e occupava una superficie di oltre 26 ettari. La sua posizione, insieme ad altri forti più a nord e a sud, avrebbe dovuto garantire la difesa del confine belga contro ogni tentativo di penetrazione tedesca proveniente dal territorio olandese. Almeno questo sulla carta.
Inoltre a nord-est il complesso era protetto dal monte Saint Peter, mentre a ovest il terreno poteva essere allagato deviando le acque del fiume Geer. Sul lato meridionale era stato scavato un possente fossato anticarro lungo quasi mezzo chilometro e largo dieci metri, anch’esso inondabile in caso di estremo pericolo. Nel suo complesso il perimetro era stato progettato per essere difeso con estrema facilità dal potente schieramento di artiglieria pesante (pezzi da 120 e 75 mm) posizionato sulla sommità della fortezza, e pezzi anticarro a tiro rapido. Completavano il tutto un secondo fossato largo dieci metri e profondo quattro, barriere di filo spinato e pericolosi ostacoli anticarro in acciaio.
Ciò rendeva Eben-Emael un baluardo quasi insormontabile, in grado di respingere ogni unità che avesse tentato di attraversare i ponti poco più a nord. Ma questo immenso dispositivo difensivo, ancora legato a una visione ormai sorpassata della guerra, non aveva tenuto conto di un attacco portato in maniera del tutto imprevedibile, ricorrendo ad agguerriti reparti di truppe aerotrasportate.


Sopra la casamatta Visé 1, sotto la Coupole Sud situata sulla sommità del Blocco 5

ATTACCO DAL CIELO. La scelta, dopo lunghi tentennamenti e discussioni, cadde su una forza d’assalto altamente addestrata, da condurre sull’obbiettivo grazie ad alianti. Ma questi reparti non sarebbe stati paracadutati, bensì avrebbero dovuto posarsi letteralmente all’interno del forte belga per poter disporre, una volta a terra, di speciali armi (lanciafiamme, esplosivi, scale e mitragliatrici pesanti) con cui avere la meglio sulle difese in cemento armato e ridurre al silenzio le artiglierie nemiche. Per evitare pericolose manovre e ridurre lo spazio d’atterraggio fu inoltre deciso di dotare gli alianti di speciali paracadute che avrebbero permesso ai velivoli di toccare terra in maniera più dolce. Il piano, di per sé geniale, non era mai stato tentato prima e richiedeva addestramento fuori dal comune, ottima coordinazione tra i reparti e precisa conoscenza della planimetria del complesso. Tutti questi fattori avrebbero dovuto collimare alla perfezione: il minimo errore avrebbe significato la catastrofe. Di questo il generale Student, artefice del piano, era perfettamente cosciente. Quattro diversi gruppi di truppe d’assalto aviotrasportati, le temibili Fallschirmjager, avrebbero dovuto atterrare, intervallatati pochi minuti uno dall’altro, sui quattro obiettivi ritenuti strategici (i tre ponti e il complesso di Eben-Emael), mettere a tacere le difese nemiche impadronendosi delle casematte e resistere a ogni tentativo di contrattacco. Gli uomini preposti ai ponti avrebbero inoltre dovuto assicurarsi fin da subito che i difensori belgi non azionassero le cariche di esplosivo per far saltare i preziosi viadotti da cui abrebbe dovuto transitare il grosso della Wehrmacht. La scelta degli uomini da impiegare non fu pertanto casuale. Nel novembre del 1939 quella che sarebbe stata la punta di lancio dell’invasione dei Paesi Bassi fu radunata in tutta segretezza a Hildesheim, a costituire il gruppo d’assalto Koch, al comando del capitano Walter Koch; lo componevano 11 ufficiali e 427 uomini di due battaglioni del 1° Reggimento Fallschirm, mentre per l’attacco alla fortezza furono designati 85 uomini della Compagnia pionieri-paracadutisti guidati dal tenente Rudolf Witzig, che assunse il nomi in codice di gruppo d’assalto Granit. Furono necessari sei lunghi mesi per poter definire i ruoli, studiare le mappe e tutti i documenti forniti dall’intelligence sulla reale disposizione delle opere difensive, e preziose informazioni giunsero interrogando molti operai che avevano lavorato alla realizzazione del forte. L’addestramento fu duro e molto impegnativo: in particolare furono testati i nuovi esplosivi a “carica cava”, essenziali per poter ridurre al silenzio i bunker nemici e, vennero progettate anche speciali scale per poter accedere alle difese dall’alto.
Per riprodurre in maniera attendibile e precisa l’area delle l’area delle operazioni, fu costruita in Cecoslovacchia una copia perfetta di Eben-Emael, dove poter perfezionare i meccanismi d’attacco. Sebbene inizialmente il progetto potesse risulta ai limiti della follia, fu ben presto chiaro che, se condotto in maniera adeguata, avrebbe garantito quell’effetto sorpresa in grado d’impedire la minima reazione nemica. E così ai primi di maggio, alla vigilia dell’inizio delle operazioni, tutti gli uomini furono condotti in due aeroporti poco distanti da Coloni per le ultime fasi di perfezionamento del piano. Non è superfluo sottolineare come dall’esito di quest’operazione segretissima sarebbe dipeso il futuro del conflitto in Europa occidentale: un fallimento avrebbe per forza di cose impedito la messa in atto della pianificata guerra lampo con la Francia, costringendo l’esercito tedesco a un conflitto a ridosso della munita Linea Maginot, vanificando l’efficacia delle sue divisioni corazzate.
Cupola del Forte di Eben-Emael penetrato da una "carica cava"

Fallschirmjager.
Traducibile come “fanteria leggera con paracadute”, i Fallschirmjager rappresentarono nel Secondo conflitto mondiale uno dei reparti d’élite dell’esercito tedesco, prima sottoposti alla Wehrmacht e poi integrati nei corpi dipendenti dalla Luftwaffe per poter garantire maggiore sincronismo con le incursioni aeree precedenti i lanci. Nei cinque anni di guerra furono costituite una Divisone dell’aria (Fliegerdivison) e 13 Divisioni paracadutisti (Fallschirmjager division). Nei primi mesi di guerra il nucleo parà era inquadrato nella 7a Divisione dell’Aria (7 Fliegerdivsion) al comando del generale Studente, prima che venisse ferito nella battaglia di Rotterdam, dopodiché il comando fu affidato al generale Richard Putziger. Perfettamente addestrati, si distinsero in operazioni divenute famose, operante in aree e fronti diversi come la Campagna di Norvegia, l’occupazione del Cane di Corinto, la battaglia di Creta, l’Africa settentrionale e perfino nella difesa dell’abbazia di Montecassino. Ma la loro più sensazionale impresa fu certamente la conquista del forte di Eben-Emael, ottenuta impiegando alianti dotati di paracaduti frenanti.



Fallschirmjäger nella seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Fallschirmjäger
Fallschirmschützenabzeichen der Luftwaffe.jpg
Il distintivo di paracadutista in uso nella Luftwaffe durante la seconda guerra mondiale
Descrizione generale
Attivo1936-1945
NazioneGermania Germania
ServizioCOA Luftwaffe eagle gold.svg Luftwaffe
Tipoparacadutisti
Ruoloaviolancio
operazioni speciali
Battaglie/guerreOccupazione tedesca della Cecoslovacchia
Seconda guerra mondiale
  • Fronte occidentale
  • Fronte orientale
  • Campagna d'Italia
  • Fronte jugoslavo
  • Operazione Marita
  • Parte di
    Reparti dipendenti
    1. Fallschirmarmee
    1. Fallschirmjäger-Division
    2. Fallschirmjäger-Division
    3. Fallschirmjäger-Division
    4. Fallschirmjäger-Division
    5. Fallschirmjäger-Division
    6. Fallschirmjäger-Division
    7. Fallschirmjäger-Division
    8. Fallschirmjäger-Division
    9. Fallschirmjäger-Division
    10. Fallschirmjäger-Division
    11. Fallschirmjäger-Division
    21. Fallschirmjäger-Division
    Fallschirmjäger-Brigade Ramcke
    Comandanti
    Degni di notaKurt Student
    Richard Heidrich
    Hermann-Bernhard Ramcke
    Bruno Bräuer
    Eugen Meindl
    "fonti nel corpo del testo"
    Voci su unità militari presenti su Wikipedia
    Fallschirmjäger del Terzo Reich furono utilizzati come truppe per aviosbarchi nell'occupazione dei forti di Eben Emael nella campagna del Belgio, nella Campagna di Norvegia, nell'occupazione dell'istmo di Corinto, a Creta e in Sicilia. Dopo le perdite nell'attacco a Creta non furono più utilizzati a massa nella loro funzione, ma unicamente come fanteria scelta, particolarmente importante fu la loro azione difensiva nella battaglia di Montecassino e nell'operazione Varsity.
    Inizialmente erano sottoposti all'Oberkommando der Wehrmacht ma poi furono integrati nei corpi operanti della Luftwaffe, per poter conferire loro maggior sincronismo con le incursioni aeree precedenti ai lanci.

    LA PRESA DEI PONTI. Il fatidico ordine d’attacco arrivò il 9 maggio e l’inizio delle operazioni fu fissato alle 05,25 del giorno successivo. Alle 4.30 del mattino del 10, quarantadue alianti DFS 230, trainati da trimotori da trasporto Ju 52, su cui erano stipate le truppe aerotrasportate, decollarono dagli aeroporti prestabiliti. A parte alcuni inconvenienti a due mezzi, entrambi facenti parte del gruppo Granit (quello addetto all’attacco diretto della fortezza), che furono costretti a interrompere momentaneamente la missione, per il resto della formazione l’approccio all’obbiettivo non subì particolari intoppi. Gli alianti furono pertanto sganciati a circa trentadue chilometri dal bersaglio, a una quota di 2100 metri, per eseguire la fase più delicata dell’avvicinamento in volo planato. La loro estrema silenziosità e il sole nascente alle loro spalle favorirono questa fase delicatissima e le difese antiaeree belghe si accorse di quanto stava accadendo quando i velivoli erano già in prossimità degli obiettivi prefissati; solo allora incominciarono a sparare in maniera disordinata e imprecisa. Intorno alle 5,20 undici alianti del gruppo Steel atterrarono in prossimità del ponte di Veldwezelt e, nonostante un’iniziale resistenza nemica, riuscirono a posizionare alcune cariche di esplosivo che permisero di forzare le casematte poste a sua difesa. Simultaneamente alcuni Fallschirmjager riuscirono a raggiungere le travature del ponte su cui erano fissate le cariche esplosive e a neutralizzarle, impedendone la distruzione da parte dei difensori. Raggiunto l’obiettivo primario, nelle ore successive la squadra fu impegnata a respingere timidi e disordinati tentativi di contrattacco belga, potendo contare anche sull’apporto di bombardieri in picchiata Ju 87 Stuka per neutralizzare una postazione di artiglieria che li aveva presi di mira da circa mezzo chilometro di distanza. Anche il secondo gruppo d’assalto, chiamato in codice “Concrete”, riuscì a prendere terra con nove dei dieci alianti assegnati, intorno alle 5,15, a una certa distanza dal secondo ponte di Vroenhoven, dopo aver incontrato non pochi problemi per il fuoco antiaereo. Eppure anche in questo caso una rapida azione portò alla cattura della casamatta in cui era presente il sistema di detonazione del ponte, mentre il resto degli uomini ebbe buon gioco nel neutralizzare i difensori rimanenti. Ogni altro tentativo di contrattacco belga fu respinto grazie alle mitragliatrici pesanti portate sugli alianti. Invece la situazione del terzo gruppo, chiamato in codice Iron, non fu così fortunata: sottoposto a un violento fuoco antiaereo, riuscì a toccare terra alle 5,35 in prossimità del ponte di Kanne proprio nel preciso momento in cui la guarnigione belga azionava il detonare per farlo saltare in aria. Questo perché i difensori erano stati messi in allarme dall’arrivo, prima del previsto, di una colonna meccanizzata tedesca in supporto. Nonostante questo contrattempo i parà tedeschi riuscirono a eliminare ogni resistenza in breve tempo, anche se furono impegnati continuamente a respingere assalti nemici. Il loro compito non sarebbe finito che intorno alle 11 della mattina successiva, quando furono finalmente aiutati da truppe mandate in supporto.

    Aliante DFS 230.
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    DFS 230
    Bundesarchiv Bild 101I-567-1523-35A, Italien, Lastensegler DFS 230, Ju 87.jpg
    Una formazione di due DFS 230 scortati da uno Junkers Ju 87 nel cielo italiano.
    Descrizione
    Tipoaliante da trasporto
    Equipaggio2
    ProgettistaHans Jacobs
    CostruttoreGermania DFS (prototipi)
    Germania Gothaer Waggonfabrik(produzione in serie)
    Data primo volo1937
    Utilizzatore principaleGermania Luftwaffe
    Altri utilizzatoriRomania FARR
    Dimensioni e pesi
    DFS-230.svg
    Tavole prospettiche
    Lunghezza11,24 m
    Apertura alare21,98 m
    Altezza2,74 m
    Superficie alare41,30 
    Efficienza1:18
    Peso a vuoto860 kg
    Peso carico2 100 kg
    Capacità8 soldati equipaggiati
    Prestazioni
    VNE161 km/h a 300 m[senza fonte]
    Vt (velocità max al traino aereo)210 km/h
    Notedati riferiti alla versione DFS 230 A-1
    i dati sono estratti da Die Deutsche Luftrüstung 1933-1945[1] tranne dove indicato
    voci di alianti presenti su Wikipedia
    Il DFS 230 fu un aliante da trasporto tedesco sviluppato nel 1937 dal DFS - Deutsche Forschungsanstalt für Segelflug ed in dotazione alla Luftwaffe durante la seconda guerra mondiale.
    Progettato nel 1937 e realizzato per garantire all’esercito tedesco un mezzo standard per operazioni aerotrasportate, rimase in dotazione alla Luftwaffe per l’intero corso della Seconda guerra mondiale. Il DFS 230 veniva portato in volo da un velivolo a motore predisposto a tale compito, collegato con un cavo alla parte superiore dell’aliante, dopodiché in prossimità del bersaglio e a una quota prestabilita veniva sganciato, per poter planare silenziosamente. In servizio già nel 1938, prima dell’invasione del Benelux e poi nella campagna di Francia, con il compito di paracadutare truppe nelle zone delle operazioni. Il suo carico utile era in genere di 10 uomini (compresi i due piloti) con equipaggiamento o più di una tonnellata di materiale. Nel raid che portò alla conquista del forte di Ebene-Emaieò so ricorse a una soluzione drastica per poter garantire un atterraggio controllato nel complesso difensivo: un paracadute d’arresto-



    ASSALTO A EBEN-EAMEL. Per garantire il passaggio in Belgio della Wehrmacht, non era solo necessario prendere i ponti, ma neutralizzare efficacemente anche le artiglierie di Eben-Emael, la parte  più delicata e complessa del piano. Dalla riuscita di questo attacco sarebbe dipeso il resto dell’Operazione Fall Gelb. E le premesse non furono incoraggianti.
    Come abbiamo visto, tra gli alianti partiti da Colonia, infatti, due avevano avuto problemi ed entrambi appartenevano proprio al gruppo d’assalto Granit: inconveniente che creò non pochi guai per la riduzone dell’organico sul campo. E a complicare le cose ulteriormente, tra coloro che furono rimasti ritardati c’era anche il comandante Witzig. Nonostante questi contrattempi, gli altri nove velivoli riuscirono ad atterrare all’interno del perimetro difensivo della fortezza, utilizzando alla perfezione i paracaduti d’arresto per rallentare la discesa e bloccarne la corsa. Il comando temporaneo della missione, in attesa dell’arrivo dei ritardatari (cosa che avvenne ad attacco già iniziato), fu preso dal sergente maggiore Helmut Wenzel, mentre il resto dei suoi compagni assaliva i bersagli prefissati. L’effetto sorpresa non avrebbe potuto essere più totale, e sebbene alcuni cannoni antiaerei avessero incominciato a sparare appena gli alianti avevano toccato terra, in pratica non ci fu una reale opposizione: ritenendo impossibile un mid con queste caratteristiche, i belgi non si erano premunti nel disporre campi minati, reticolati o fornire di feritoie i bunker per consentire alla fanteria di contrastare attacchi ravvicinati. Le truppe aviotrasportati, emerse dagli alianti, incominciarono ad attaccare le casematte all’apice del forte, che alloggiavano pezzi d’artiglieria in grado di colpire i ponti già catturati. La numero 18, per esempio, con i suoi tre pezzi da 75 mm fu la prima ad essere danneggiata e poi distrutta ricorrendo a potenti cariche cave. Così caddero in successione la 12 e la 26. Più complicato fu il caso della 24, essendo una torretta con pezzi di grosso calibro (120 mm) montati su una cupola rotante: troppo grande per poter essere eliminata con una sola carica d’esplosivo, fu dapprima danneggiata e poi scalata fino alla sommità per distruggere i cannoni. Anche nelle restanti sezioni del forte l’azione degli incursori, nonostante non mancassero inconvenienti, progrediva inesorabilmente. Per poter mettere fuori combattimento la casamatta numero 13 con le sue mitragliatrici pesanti, per esempio, furono dapprima impiegati i lanciafiamme per costringere i soldati belgi ad allontanarsi dai pezzi e poterla fare saltare in aria con tutta calma in un secondo tempo. Gli obiettivi 15 e 16 risultarono invece installazioni fittizie, non armate: una sorta di specchietto di allodole. Ma il problema maggiore fu la 23, una cupola retrattile con due cannoni da 75 mm che si credeva non avrebbe potuta creare particolari problemi: ipotesi confutata quando i suoi pezzi cominciarono a sparare costringendo le truppe d’assalto a cercare riparo. Solo l’intervento degli Stuka riuscì a danneggiarle, ma non a distruggerla, anche se gli inservienti belgi dovettero ritirarsi peri l resto dei combattimenti.
    Il destino di Eben-Emael era ormai segnato. Una dopo l’altra anche tutte le entrate e le uscite del complesso furono distrutte con esplosivi, impedendo alla guarnigione di contrattaccare in forze. La quasi totalità dei pezzi d’artiglieria che avrebbero potuto martellare i ponti appena catturati fu messa fuori combattimento, mentre solo alcune installazioni minori con mitragliatrici e pezzi antiaerei rimanevano attive. Fu a quel punto che anche sull’obiettivo l’aliante di Witzig, dopo essere stato recuperato e condotto sull’obiettivo, atterrò sulla sommità del forte riuscendo a prendere parte ai combattimenti e a contrastare i contrattacchi nemici, spesso poco coordinati e senza apporto di artiglieria, e i tentativi di sortita da parte della guarnigione interna. Sebbene il piano presupponesse che, dopo poche ore, gli uomini del gruppo Granit venissero rilevati dal 51° Battaglione del genio, le particolari difficoltà riscontrate sul terreno li costrinsero a resistere fino alle 7 del giorno successivo solo alle 12,30 infatti la stremata guarnigione belga alzò bandiera bianca.
    La battaglia si era conclusa con un successo incredibile e ben mille prigionieri, mentre il gruppo d’assalto nel complesso del forte aveva subito solo sei morti e 19 feriti.

    Le altre unità di fallschirmjager.
    Nel corso della seconda guerra mondiale altre unità di Fallschimjager si distinsero in differenti teatri operativi con esito diverso. Erano contraddistinti da un numero. Ecco alcune delle più importanti:
    1.      Fallschirmjager. Costituita in Russia nel 1942, fu impiegata nella piana di Catania nel luglio 1943 per contrastare, insieme al 10° Reggimento Arditi, l’occupazione del ponte Primosole da parte di paracadutisti britannici. La divisione si distinse inoltre nella difesa di Montecassino ricevendo dal nemico l’appellativo di Diavoli Verdi per il suo incredibile coraggio.
    2.      Fallschirmiahger. Costituita a Reims nel 1943 utilizzando effettivi del 1° Reggimento paracadutisti, fu inviata in Bretagna e impegnata nelle operazioni di contrasto allo sbaroco in Normandia. Nonostante un’accanita resistenza fu chiusa nella sacca di Falaise, dove venne completamente decimata.
    3.      Fallschimjager. Nel gennaio 1944 era ancora in fase di costituzione a Perugia, quando gli effettivi di questa divisone furono fatti affluire ad Anzio (una delle prime unità ad arrivare) al comando del maggiore Gericke. A ranghi ridotti dovette utilizzare truppe presenti in loco per poter essere operativa e contrastare gli attacchi anglo-americani.
    4.      Fallschimjager. Costituita a Bitsch in Belgio nel 1944 con il nome di Fallschimjagerdivision Erdmann, venne utilizzata per contrastare il 30° Corpo britannico nell’operazione Market Garden. Vi riuscì egregiamente, nonostante i ranghi sottodimensionati e l’addesttramento carente, rallentandone l’avanzata.


    CHE LA GUERRA LAMPO ABBIA INIZIO. Nell’insieme le operazioni per la cattura dei tre ponti e del forte di Eben-Emael erano state un successo senza precedenti. Non solo i cannoni erano stati eliminati, ma due dei tre preziosissimi ponti erano rimasti in piedi in mano ai reparti di Fallschirmjager. La loro cattura ebbe un ruolo determinante per permettere il passaggio della 18a Armata tedesca, evitare il resto delle difese belghe e spingersi nel cuore del Paese. In pochi giorni Bruxelles sarebbe caduta in mano nazista permettendo alla Wehrmacht di poter attuare il tanto sperato attacco alla Francia, evitando un assalto diretto alla Linea Maginot. E le conseguenze di questo episodio si materializzarono in tutta la loro drammaticità nelle settimane successive, con la totale crisi dell’impianto difensivo anglo-francese e il crollo del fronte. Le rapide puntate delle armate corazzate tedesche avrebbero portato ai drammatici giorni di Dunkerque tra il 26 maggio e il 3 giugno 1940, con la totale distruzione dell’esercito francese e la frettolosa evacuazione del contingente inglese. Per molti ufficiali che parteciparono a questa incredibile operazione sarebbe arrivata la più alta onorificenza tedesca, la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, per straordinari meriti sul campo di battaglia. L’impresa di Eben-Emael rappresenta senza dubbio uno degli episodi più importanti del Secondo conflitto mondiale: non si trattò solo di una missione ai limiti dell’impossibile, peraltro perfettamente riuscita, ma fu pianificata proprio per dare inizio al piano d’attacco che avrebbe dovuto mettere in ginocchio la Francia.
    Per tale ragione la sua importanza va oltre il singolo episodio, ma dimostra come l’esercito tedesco si sia affidato a un’operazione dall’esito non scontato per poter mutare i rapporti di forze in campo e sorprendere l’avversario. Cosa che puntualmente avvenne.
    Non è eccessivo sostenere che proprio grazie a poco meno di mille uomini aviotrasportati il corso della guerra in Occidente ebbe un epilogo così rapido e impossibile da prevedersi in anticipo.


    Articolo in gran parte di Antonio Ratti pubblicato su Guerre e Guerrieri Anthology extra n. 1 altri testi e immagini da Wikipedia.

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