domenica 12 aprile 2020

Imperativo e categorico: bombardare New York.

Imperativo e categorico: bombardare New  York.

Mentre i quadrimotori americani bombardavano le città italiane e tedesche, gli strateghi del Patto Tripartito preparavano la laoro risposta. Numerosi progetti per mandare aerei a lunga autonomia a bombardare gli Usa erano in preparazione, ma non ci fu il tempo per portarli a termine.


Bundesarchiv Bild 146-1989-039-16A, Schwerer Bomber Me 264.jpg

Il prototipo Me 264 V1 del 1942

Gli Stati Uniti divennero formalmente paesi belligeranti della Seconda Guerra mondiale il 7 dicembre 1941, trascinati nel conflitto dal pesante attacco giapponese senza preavviso alle Hawaii, seguito a poche ore di distanza da incursioni aeree sulle Filippine e sulle isole di Guam e Wake. Nel Pacifico, quindi, la guerra era già stata scatenata dal Giappone, per assicurarsi il controllo di vaste aree del continente asiatico e questo lasciava pochi dubbi sul fatto che il coinvolgimento degli USA si sarebbe esteso in Europa. Infatti, come conseguenza della guerra del Giappone, gli Stati Uniti si trovarono di fatto in conflitto armato anche con i suoi alleati: la Germania e l’Italia, uniti nel cosiddetto Asse.

Del resto, il coinvolgimento USA era praticamente già in atto, con numerose schermaglie sull’Oceano Atlantico poiché, seppur formalmente neutrale, Washington forniva materiali di prima necessità (armamenti compresi) alla Gran Bretagna, con la quale manteneva stretti rapporti di cooperazione.

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sommergible I 400 avevano un hangar a tenuta stagna, in grado di contenere tre idrovolanti Yokosuka M6A1

                                                                  

Gli USA al sicuro da ogni minaccia. Nell’immane conflitto che in brevissimo tempo sarebbe divampato a livelli senza precedenti, gli Stati Uniti si trovavano in una situazione privilegiata: a Occidente avevano l’Oceano Pacifico, a Nord vi erano le acque artiche ben difficilmente percorribili, a Sud c’era l’America Latina, con stati neutrali o amici, e a Oriente c’era l’Oceano Atlantico. Per avvicinarsi al nemico, il Giappone riuscì a occupare le isole Aleutine (arcipelago inospitale che costituiva una propaggina dell’Alaska) mentre la Germania pose qualche base in Groenlandia (allora appartenente alla Danimarca), nessuna di queste azioni, però, fu risolutiva per minacciare da vicino gli USA, al sicuro grazie al loro isolamento geografico. Per dare un’idea delle difficoltà che si sarebbero incontrate per bombardare importi centri del Nord America, partendo da aeroporti accessibili a Germania, Giappone e Italia basti ricordare che decollando dagli aeroporti del Nord della Francia occupata per arrivare a New York, sarebbe stato necessario percorrere 5800 km. Tra l’area di Tokyo e Seattle, sulla costa nordoccidentale degli USA, c’erano 5700 km e ancora più difficile per l’Italia colpire New York, partendo da un aeroporto della Sardegna: 6800 km (sempre parlando della sola andata). Nonostante ciò, i Quartieri generali del Tripartito studiarono dei piani per portare una reale minaccia sui cieli degli USA. Questo non solo avrebbe in qualche modo pareggiato i conti con la potenza che bombardava le città italiane e tedesche ma avrebbe avuto un valore altamente simbolico e un forte impatto sul morale della popolazione nordamericana, che in parte era contraria al coinvolgimento USA nel conflitto europeo.

Forte di un’industria aeronautica all’avanguardia, la Germania era la nazione con le maggiori possibilità di realizzare l’ambizioso piano: portare uno stormo di bombardieri su New York, sganciare un carico di bombe devastanti e poi ripiegare su un aeroporto amico, una difficile sfida da affrontare. Su indicazione del Ministero dell’Aeronautica (il potentissimo RLM), l’Aviazione tedesca mise in cantiere numerosi progetti, prendendo in considerazione differenti opzioni, compresa quella di una missione senza ritorno, sacrificando gli aerei e salvando solo gli equipaggi, paracadutati in mare e raccolti da un sommergibile. Fin dalla fine degli anni Trenta, quando si stavano delineando gli scenari possibili per la guerra che già appariva inevitabile, i vertici della Luftwaffe si resero conto che un aereo in grado di bombardare gli Stati Uniti partendo dalla Germania non sarebbe stato tecnicamente possibile. Furono fatti ugualmente dei passi in avanti negli studi, che avrebbero portato alla realizzazione di bombardieri a grande autonomia con la possibilità di svolgere azioni limitate contro insediamenti industriali americani della costa orientale, soprattutto allo scopo di cogliere un importante risultato di immagine.



 

Un razzo V-2 in posizione di lancio nella chiatta sottomarina trainata Prüfstand XII . Nota la sala di controllo e lo stoccaggio di ossigeno liquido sotto il razzo.


I tedeschi progettano, gli americani bombardano. Già nel 1937 l’industriale e progettista Willy Messerschmitt, desideroso di imporre la sua azienda anche nel settore dei grandi aeroplani plurimotori e non solo in quello dei monomotori e bimotori da caccia, aveva proposto un Amerikabomber a Hitler, ma i vertici della Luftwaffe erano dubbiosi sulla reale fattibilità di un aereo del genere. Anche Hermann Goring, asso della Prima guerra mondiale e dal luglio 1940 Maresciallo del Reich (il grado più alto della gerarchia militare tedesca), nonché uno dei personaggi più influenti del regime, rimase sempre piuttosto tiepido sulla possibilità di un volo senza scalo per attaccare il continente nordamericano. Tuttavia, la Germania dell’epoca non corrispondeva affatto all’immagine granitica e unitaria che la propaganda cercava di accreditare: personaggi influenti dell’industria e gruppi di potere all’interno della macchina statale e delle forze armate procedevano spesso in autonomia e magari in contrasto con le direttive dei vertici. Così si mise mano ai progetti di bombardieri pesanti a lungo raggio, potenzialmente in grado di colpire l’America. D’altra parte, a dispetto del parere degli strateghi della Luftwaffe, Hitler considerava favorevolmente l’idea di attaccare gli Stati Uniti e il 18 giugno 1940 ne aveva parlato anche a Mussolini. In quei giorni di grande ottimismo niente sembrava impossibile.

Il primo aereo concepito per realizzare questo ambizioso piano fu il Messerschmitt ME 264 che, dopo mille incertezze durante il suo sviluppo, arrivò al primo volo il 23 dicembre 1942: era un aeroplano dalle linee eleganti, con quattro motori Junkers 211 da 1340 CV, considerati provvisori in attesa della disponibilità di una motorizzazione più adeguata; l’autonomia (teorica) era di 13000-15000 km. Purtroppo per la Germania di Hilter, il 18 luglio 1944 il prototipo, ancora impegnato nella laboriosa messa a punto, fu casualmente distrutto da un bombardamento americano. Ci fu un altro Amerikabomber che giunse a realizzazione, lo Junkers JU 390, una rielaborazione con sei motori BMW 901 da 1970 CV dei quadrimotori da trasporti JU 90 e 290. Ne furono costruiti due, il primo dei quali decollò il 20 ottobre 1943. Di questo aereo si disse che in collaudo del gennaio 1944, partendo da un aeroporto francese, fosse arrivato a 19 km da New York per poi rientrare alla base, dopo 32 ore di volo; successivi approfondimenti, però, hanno riscontrato diverse incongruenze in quest’affermazione e tendono a farla rientrare nelle ‘leggende di guerra’. Per aeroplani di questo tipo (ed anche per altri progetti), furono studiate soluzioni fantasiose, come quella di trasportare una caccia ‘parassita’ Messerschmitt ME 328, armato con una bomba da 1000 kg, ma non vi fu alcuna realizzazione pratica. L’ultimo aeroplano a concorrere al ruolo di Amerikabomber fu l’avveniristico Horten HVIII, un’ala volante con sei motori Junkers 004 da 900 kg/s; l’autonomia sarebbe stata di soli 6450 km e perciò fu ipotizzato il ritorno ad un aeroporti in Groelandio. Tra febbraio ed aprile del 1945 fu iniziata la costruzione dei primi elementi strutturali ma di lì a poco la guerra sarebbe finita.

 

L’offensiva giapponese con palloni aerostatici.

pallone bomba giapponese

Il Giappone, durante la Seconda guerra mondiale, aveva pianificato un’opzione alternativa per colpire la costa Ovest del continente nordamericano, dai costi e  dal livello tecnologico meno impegnativi rispetto alle altre: il lancio, sfruttando la direzione prevalente dei venti, di palloni aerostatici senza equipaggio, armati con bombe esplosive ed incendiarie. Paradossalmente, quest’arma ottenne effetti maggiori di quelli registrati dagli attacchi con i sommergibili o dall’accoppiata sommergibile più idrovolante.

Questi palloni, chiamati Fu-Go (ma anche Fu-5, cioè involucro 5), erano aerostati riempiti di idrogeno ai quali erano sospese alcune bombe incendiare alla termine o antiuomo di piccolo calibro. Dal 3 novembre 1944 ne furono lanciati più di 9000 e solo 361 arrivarono sul continente americano, dal Canada al Messico; altri 210 furono ripescati in mare e circa un centinaio esplose in aria. Uno cadde su una città, Medford (Oregon), il 4 gennaio 1945, mentre un altro a Bly (sempre nell’Oregon), il 5 maggio, provocò la morte di una maestra e 5  bambini: quello fu il più alto numero di vittime causato alla popolazione civile degli Stati Uniti continentali da un’azione nemica.

 

La soluzione giapponese. In Giappone, come negli Stati Uniti, esistevano due forze aeree, rispettivamente alle dipendenze dell’esercito e della marina: entrambe disponevano di bombardieri strategici con buone doti di autonomia ma, in ogni caso, non in grado di raggiungere il Nord America e rientrare in una base amica. Per questo motivo il Giappone si dedicò allo studio di metodologie di attacco differenti, puntando inizialmente sul connubio tra aeroplano e sommergibile.

Il 9 settembre 1942, infatti, il maresciallo Nobuo Fujita, a bordo di un piccolo idrovolante da osservazione Yokosuka E141Y1, messo in mare dal sommergibile oceanico I-25, lanciò due bombe incendiare su una zona boscosa dell’Oregon, sulla costa occidentale, ripetendo l’operazione il 29 settembre. Un collaudo che non ebbe seguito. Lo stesso Fujita fu l’ideatore di un progettato attacco al Canale di Panama mediante l’Aichi M6A1 Seiran. Vi furono anche dei piani che prevedevano di attaccare gli Stati Uniti con ondate di aerei dalle portaerei Shokaku e Zuikaku, ma non giunsero mai all’attuazione pratica, anche perché, dopo Pearl Harbor, non vi sarebbe potuto più essere un effetto sorpresa: una portaerei in avvicinamento verso le coste americane sarebbe stata identificata e prontamente neutralizzata.

Per attaccare il Canale di Panama si sarebbero impiegati i sommergibili classe I-400, da 6500 tonnellate in immersione. Queste unità prevedevano un hangar a tenuta stagna nel quale potevano entrare 2 o 3 aerei Yokosuka M6A1 Seiran (tempesta a cielo sereno), modernissimi idrovolanti capaci di trasportare una o due bombe da 250 kg. o una da 850 kg. (oppure un siluro). Al rientro della missione il pilota avrebbe compiuto un ammaraggio di fortuna presso il sommergibile e l’aereo sarebbe andato perso. I primi aeroplani di questo tipo furono pronti nell’ottobre 1944. La loro prima missione operativa sarebbe dovuta essere un attacco condotto da quattro sommergibili porta idrovolanti (I-400, I-401 e I-14) e dieci Seiran, con il carico bellico massimo, contro le chiuse di Gatun del Canale di Panama.

Nel corso del mese di giugno del 1945, tuttavia, fu deciso di rinunciare all’attacco a Panama in favore dell’Operazione Arashi (tempesta) contro la flotta americana all’ancora presso l’atollo di Ulithi. Neppure quest’evenienza si verificò, perché la piccola flotta di sommergibili (con i loro aerei a bordo) fu intercettata dai radar americani e l’effetto sorpresa sfumò. Entrambe le forze aeree del Giappone intrapresero allora congiuntamente la realizzazione di bombardieri con carico bellico ed autonomia che andasse ben oltre le possibilità dei tipi fino a quel momento disponibili. Su questo tema (come del resto su quello degli analoghi progetti tedeschi) si innesta quello dell’ipotesi di impiegare bombardieri, tanto giapponesi quanto tedeschi, per trasportare ordigni atomici. Anche in questo caso, però, le attività portate avanti in Germania e in Giappone erano soltanto a uno stadio embrionale, utili per un futuro non certo vicino: infatti non vi furono piani concreti per bombardare gli Stati Uniti con armi atomiche perché nessuna delle potenze del Tripartito ne poteva disporre. Tra i programmi che presentavano un certo livello di concretezza vi fu, da parte dell’Esercito Imperiale, il Kawaski Ki.91, con quattro motori Mitsubisbhi HA214 da 2500 CV, un carico bellico di 4270 kg ed un’autonomia di 10000 km. Mentre era in costruzione, però, nel febbraio 1945 il prototipo fu distrutto da un bombardamento. La tenace Marina Imperiale lavorò al più ambizioso Nakajima GION Fugaku (catena di montagne), con sei motori Nakajima NK11 da 250 CV ed un’autonomia massima stimata tra 16500 e 19400 km. Nel luglio 1944, tuttavia, la lentezza delle operazioni e l’enorme dispendio di risorse indussero alla cancellazione del progetto.

 

Armi d’avanguardia tedesche.

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Vista artistica dell'Horten Ho 229

In Germania si prestò grande attenzione alle armi non convenzionali e tra esse due erano idonee ad attacchi contro gli Stati Uniti.

La prima fu studiata dai coniugi austriaci Eugen Sanger e Irene Bredt e fu chiamata ‘bombardiere antipodico’, talvolta citato come Sibervogel (uccello d’argento): l’idea verteva su un aeroplano, con propulsione a razzo, che avrebbe dovuto ‘rimbalzare’ sugli strati più alti dell’atmosfera, dopo aver raggiunto quote orbitali ed una velocità di oltre 22000 km/h. Il progetto teorico prese forma nella seconda metà degli anni Trenta ma fu abbandonato nella primavera del 1941. La seconda prese il via l’11 dicembre 1944 con lo studio per impiegare contro gli Stati Uniti i missili balistici A4 (universalmente noti come V-2): il progetto prevedeva un contenitore di lancio da rimorchiare mediante un sottomarino fino a distanza utile dalle coste degli Stati Uniti. Si trattava di una sorta di enorme siluro lungo 45 m, con la possibilità di assumere la posizione verticale, idonea al lancio del missile contenuto al suo interno. I cantieri Vulkan ne consegnarono il prototipo (con il nome in codice Prufstand XII) il 25 marzo 1945, mentre iniziava anche la produzione, ma dopo pochi giorni la guerra finì.

 

Le pianificazioni italiane. Nel nostro paese la Regia Aeronautica aveva una grande esperienza di voli sulle lunghe distanze e prese in considerazione ogni possibilità di compiere un attacco a New York. Poiché, in ogni caso, si sarebbe trattato di un’azione essenzialmente dimostrativa, furono valutate tutte le opzioni che andavano dal massimo risultato possibile con un unico bombardamento da parte di un solo aeroplano fino alla semplice missione di guerra psicologica con il lancio di volantini inneggianti all’amicizia italoamericana. A suggerire una missione a New York era stato, nella primavera del 1942, Nicolò Lana, capo collaudatore della Piaggio, che intendeva impiegare il trimotore da record P.23R, in grado di trasportare una bomba da 1000 kg. Poiché l’autonomia non avrebbe consentito il rientro in Europa, il trimotore avrebbe compiuto un ammaraggio in prossimità della costa americana dove i due uomini d’equipaggio sarebbero stati raccolti da un sommergibile. L’idea fu però scartata, anche perché il P.23R andò fuori uso il 23 maggio 1942 per un incidente, ma fu ripresa dalla Regia Aeronautica in ottobre, quando valutò l’impiego dei quadrimotori CRDA cant. Z.511 e SIAI Marchetti SM.95. Il secondo sarebbe stato in grado di trasportare due bomba da 250 kg con un’autonomia di 11000 km ma la caduta del regime, il 25 luglio 1943, ed il conseguente disorientamento dei vertici militari, unitamente al fatto che nessuno dei tre SM.95 in allestimento per questo scopo era ancora pronto, portarono ad un nulla di fatto.

In quegli stessi giorni anche la X Flottiglia MAS della Regia Marina stava vagliando la possibilità di caricare sul Cant.Z.511 (che era un idrovolante) due siluri pilotati modello SLC Maiale con i loro equipaggi o un SLC, un motoscafo esplosivo MTSM e sette incursori subacquei, con i quali compiere azioni all’interno di alcuni porti degli Stati Uniti, ma, per gli stessi motivi, neppure quest’ipotesi giunse a realizzazione pratica.

 

Articolo di Nico Sgarlato, giornalista e saggista pubblicato su BBC History Sprea editoridel mese di dicembre 2018 – altri eventuali testi e immagini da Wikipedia.


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