mercoledì 15 aprile 2020

Attila il flagello di Dio.

Attila il flagello di Dio.

 

L’apparire degli Unni nelle steppe dell’Europa orientale portò mutamenti di tali portata da provocare la caduta dell’impero romano d’Occidente. Abili e spietati cavalieri. Le truppe di Attila lasciarono dietro di loro una scia di morte e distruzione il cui ricordo è ancora vivo nella memoria europea.

 Litografia di Attila

Sono davvero poche – si contano sulle dita di una mano – le figure storiche in grado di rivaleggiare in termini di brutalità con Attila. Il suo nome nell’immaginario collettivo dell’Europa occidentale, è inteso da secoli come una delle massime incarnazioni della violenza. Non si spiegherebbero altrimenti espressioni del tipo ‘il flagello di Dio’ o ‘dove passa Attila non cresce più l’erba’. Lo stesso Dante nel canto XII dell’Inferno, nel girone dei violenti contro il prossimo, non troverà più illustre rappresentante che ‘quell’Attila che fu flagello in terra. E non è certo il solo, se consideriamo che nel celebre romanzo Dracula di Bram Stoker, il più famoso dei vampiri si definisce senza mezzi termini un discendente di Attila. L’elenco di riferimenti storici e letterari sul tema è davvero senza fine. Basta citare il suo nome e immediatamente la mente ritorna indietro al V secolo, quando l’esercito unno, di cui era re incontrastato, mise a ferro e fuoco ciò che rimaneva dell’Impero romano d’Occidente, ormai prossimo al collasso, e minacciò l’esistenza di quello d’Oriente, prima ancora che si tramutasse nell’eterna Bisanzio. Ma c’è dell’altro. Talvolta si ha perfino l’impressione che questa figura e i suoi fedeli cavalieri si siano materializzati solo per pochi decenni, quanto basta per terrorizzare ciò che restava di Roma, per poi uscire dalla porta di servizio alla sua morte, avvenuta in un giorno indefinito del 453. Una sintesi che non rende giustizia agli unni, perché in realtà la storia di queste genti è molto più complessa di quanto si possa pensare.

 

Un aspetto orribile.

Lo storico romano Ammiano Marcellino, nel 390 riferisce senza mezzi termini che gli unni erano “stranamente brutti” ed erano abituati a procurarsi, fin dalla tenere età, profonde ferite sul volte che li sfiguravano, rendendoli spaventosi a vedersi. Ma non è la sola testimonianza al riguardo. La civile società romana del tempo provava un vero e proprio senso di repulsione verso queste genti più assimilabili ad animali che esseri viventi, sia per lo stile di vita, sia per la totale assenza di pietà. Ma era in particolare il loro aspetto a incutere repulsione. Ma era davvero così? Anche se con tutta probabilità si tratta di una visione esagerata per ovvie ragioni di propaganda, un minimo di verità potrebbe esserci. E in questo caso l’archeologia ci è venuta in aiuto. In alcune necropoli della Russia sono venute alla luce scheletri che hanno evidenziato una sorta di deformazione volontaria del cranio, finalizzata ad una allungamento della testa. Una pratica che a quanto pare era diffusa anche tra le popolazioni sarmatiche, di origine indo-iranica (sempre nelle steppe dell’Asia centrale), ma anche in altre regioni del globo. Fin dalla tenera età era prassi bendare il cranio dei fanciulli, in modo tale che le ossa ancora morbide assumessero nel tempo la forma tanto desiderata. È stato dimostrato che in alcune culture una simile usanza era dovuta a pratiche religiose, ma nel caso degli unni non esistono certezze. Secondo lo storico John Man sarebbe da mettere in relazione a una forma di distinzione sociale: in sostanza era un onore riservati ai membri dell’aristocrazia nobiliare.

 

 

Carta storica che descrive l'invasione della Gallia da parte degli Unni nel 451 d.C., e la battaglia dei Campi Catalaunici. Sono mostrati i probabili itinerari, e le città conquistate o risparmiate dagli Unni

Il caos venne da oriente. Secondo una teoria che ha fatto scuola, ma oggi in parte ridimensionata, gli unni, una serie di tribù della Siberia meridionale di ceppo turco, sarebbero da identificare con gli Xiongnu, una popolazione citata in alcuni documenti cinesi. Grazie alle loro indubbie capacità militari sarebbero riusciti, nel corso del II secolo a.C., a creare un potente regno ai confini settentrionali del Celeste Impero. Poi le notizie sul loro conto diventano piuttosto nebulose. È molto probabile comunque che una parte di queste genti – le altre rimasero stanziate sul confine cinese – si sia separata dal nucleo originale per muoversi nel cuore dell’Asia centrale (nella regione compresa tra il Caspio e il lago di Aral) e dare vita a una potente confederazione tribale che riuniva anche altre etnie. Solo ulteriori ricerche potranno consentire di fare luce su questo aspetto, al momento ancora piuttosto nebuloso. L’unica certezza è che la loro apparizione sul palcoscenico della storia si colloca con una certa precisione sul finire del IV secolo, quando le orde unne, guidate da re Octar, invasero gli attuali territori compresi tra Ucraina e Bielorussia, provocando il caos e generando quell’effetto domino le cui conseguenze si avvertiranno fino a Roma. Nel giro di un biennio (374-376) infatti, prima sarmati, alani, brugundi, rugi e sciri (ripetutamente battuti sul campo) e furono costretti ad abbandonare le loro terre per fuggire verso est, abbattendosi sui confini dell’Impero romano d’Occidente. Una pressione di tale entità che ne avrebbe provocato il collasso nel giro di soli settant’anni. Allo stesso tempo una seconda onda, comprendente anche tribù avare, bulgare e turche, mise a ferro e fuoco la Persia sassanide, fino ai confini con il Continente indiano. Nel complesso quindi possiamo immaginare l’ampiezza del fenomeno unno come esteso dai confini cinesi fino alle steppe dell’Europa orientale, in grado di muoversi su più direzioni in virtù della loro mobilità a cavallo. La parentesi europea che culminerà con l’apparizione di Attila è quindi solo una delle tante manifestazioni, per quanto la più conosciuta, della loro potenza. Si può notare, per esempio, come nel 395 fosse presente una forte concentrazione unna nell’area del Mar Nero e del Caucaso, capace di ripetute incursioni nei territori dell’Impero Romano d’Oriente, fino alla lontana Palestina. In un drammatico resoconto lasciatoci da San Gerolamo leggiamo: “Proprio un anno fa, eccoti piombare su di noi, dalle più lontane regioni rupestri del Caucaso, dei lupi. Non erano dell’Arabia… erano del Nord e in poco tempo hanno attraversato immensi territori. Quanti monasteri hanno requisito! Quanti fiumi hanno visto cambiare l’acqua in sangue umano!... l’Arabia, la Fenicia, la Palestina e l’Egitto sono in preda al terrore, come paralizzate. Potessi avere anche cento lingue e cento bocche e una voce di ferro, non potrei ugualmente fare una rassegna completa di tutti questi disastri”.

 

Incontro tra Papa Leone Magno e Attila (affresco, 1514, Stanza di Eliodoro, Palazzi Pontifici, Vaticano).
L'affresco fu completato durante il pontificato di Leone X (papa dal 1513 al 1521). Secondo la leggenda, la miracolosa apparizione dei Santi Pietro e Paolo armati con spade durante l'incontro tra Papa Leone e Attila (452) avrebbe spinto il re degli Unni a ritirarsi, rinunciando al sacco di Roma.

Strategie e tattiche.

La massima estensione dei territori degli Unni, dalle steppe dell'Asia centrale alla Germania e dal mar Baltico al mar Nero

Una delle ragioni che resero gli unni quasi imbattibili era il loro approccio al campo di battaglia, in grado di stravolgere i dettami della guerra del tempo: l’impiego di una veloce cavalleria mobile, ottimamente addestrata e ben armata. Uno schema che sotto certi punti di vista anticiperà di secoli il modo di combattere delle armate mongole. Secondo lo Strategikon, un manuale militare bizantino del VI secolo, gli eserciti unni adottavano strategie inusuali come attacchi a sorpresa, imboscate, improvvise ritirare e fulminei contrattacchi. Prediligevano inoltre isolare il nemico, privandolo dei rifornimenti per poi sfinirlo con assalti ripetuti. Prima di disporsi per la battaglia non erigevano campi fortificati, ma avanzavano divisi in gruppi alla ricerca di foraggio per il loro cavalli. Ogni guerriero infatti era abituato a portarsi a presso diverse cavalcature sia per ragioni logistiche che per dare l’idea che l’esercito era molto più grande. Disponevano anche di veloci esploratori in grado di avvertire della presenza nemica nei paraggi e prevenire possibili attacchi a sorpresa. A differenza di romani e persiani, non formavano una linea di battaglia compatta ma si frazionavano in divisioni irregolari con reparti predisposti per imboscate, altri in retroguardia. L’attacco frontale era portato da reparti chiusi a ranghi molto profondi, disposti a cuneo, suddivisi secondo regole di appartenenza ai clan familiare e guidati da capi chiamati cur. In genere però preferivano combattere il nemico tenendolo a distanza, bersagliandolo con frecce al fine di indebolirlo e aprirne i ranghi. Mettendo in atto finte ritirate, cercavano inoltre di indurre alcuni reparti a mettersi al loro inseguimento: la soluzione ideale per attirarli in imboscate.

 

Alleati prima, nemici poi. Agli inizio del V secolo, poi, si verificò la loro seconda grande migrazione, verso le pianure ungheresi, come dimostrato da un’ambasceria condotta da Olimpiodoro di Tebe per conto di Roma nel 412. Un evento di enorme portata che genererà un altro esodo di massa verso il limes romano: vandali, alani, burgundi e svevi in Gallia e ostrogoti in Italia. Gli unni stessi, sotto la guida di re Uldino, misero a ferro e fuoco la ricca regione della Tracia. Ma erano le avvisaglie di un periodo ancora più grave che si sarebbe concretizzato con l’unificazione di tutte le tribù intorno al 430: un fenomeno iniziato ai tempi di re Rua e conclusosi con la salita al potere di Attila. La nascita di questo potente regno, che avrebbe inglobato altre etnie sottomesse (alani, sarmati, slavi, ecc.) fu possibile grazie a una superiorità militare disarmante: potenti reparti di cavalleria, in grado di mettere in atto sofisticate tattiche, e un’arma, l’arco composito. Roma non tardò a comprenderne il loro valore in battaglia, visto che almeno inizialmente un certo numero di cavalieri unni fu arruolato come mercenari nelle file dell’esercito imperiale all’epoca di Valentiniano III, contribuendo a risollevare non poco, anche se momentaneamente, le sorti delle guerre contro le popolazioni barbariche in Gallia: nel 436 furono annientati i burgundi, nel 439 i visigoti subirono una cocente sconfitta. Una scelta decisamente saggia, che dobbiamo alle capacità militari dell’ultimo grande condottiero romano, quel Flavio Ezio, che sarà poi l’unico in grado di sconfiggere gli unni in battaglia. L’elezione di Attila nel 445 però cambiò tutte le carte in tavola. Ottimo stratega, abile tattico, ma soprattutto temuto e rispettato dai suoi, agì con determinazione e ferocia senza pari. Che senso aveva essere alleato di Roma se in fin dei conti avrebbe potuto prenderla? E così fece. Il suo primo obiettivo furono le provincie balcaniche, invase e razziate ripetutamente senza che gli eserciti di Teodosio II, più volte sconfitti, potessero far nulla per impedirglielo. Non riuscì a conquistare Costantinopoli, ma devastò i territori limitrofi. Solo l’oro lo convinse a non andare oltre. Secondo la testimonianza dello storico Prisco il trattato di pace fu particolarmente umiliante per l’impero: “Bisognò versare 6mila libbra d'oro per le rate arretrate del tributo e di lì in avanti il tributo stesso sarebbe stato di 2mila libbre d’oro all’anno”. Ma è senza alcun dubbio la ferocia ad aver lasciato un segno indelebile nell’immaginario del tempo. Il quadro che ne fa Ammiano è rimasto famoso: “Sono infidi e incostanti nelle tregue, mobilissimi a ogni soffio di una nuova speranza e sacrificano ogni sentimento a un violentissimo furore. Ignorano profondamente, come animali privi di ragione, il bene e il male, sono ambigui e oscuri quando parlano, né mai sono legati dal rispetto per una religione o superstizione”.

 

L’esercito unno.

Ricostruzione moderna di arco composito unno (costruito in Ungheria)

Secondo lo Strategikon, redatto dall’imperatore bizantino Maurizio, i cavalieri unni, protetti da cotte di maglia ed elmo, disponevano di spade e lance che impiegavano in maniera intercambiale. Per proteggere le loro cavalcature, invece, ricorrevano a bardature in lino o lana e talvolta in ferro. Tutti gli elementi che hanno trovato riscontro nei ritrovamenti archeologici. Nelle necropoli di Volnikovka e Brut (Russia) i reperti più interessanti son elmi segmentati e armature lamellari. Nel loro equipaggiamento era prevista anche un’ascia lunga con lama di 60 cm che sarebbe diventata popolare anche tra i barbari che invasero l’impero romano. La spada invece era mutuata dalla spartha di derivazione persiana e aveva una lama dritta di circa 80 cm. L’arma che rese famosi questi cavalieri era tuttavia un arco, chiamato anche ‘arco unno’, di tipo composito (legno, osso e corno) e lunghezza variabile tra i 145 e i 155 centimetri. Ideale per tiri di precisione entro i 40 metri, aveva comunque una gittata di almeno 250. Dotati di una potenza superire a qualsiasi controparte occidentale, era in grado di penetrare con facilità scudi e armature. Le frecce, molto lunghe, 75 cm, avevano una punta romboidale in ferro. Gli eserciti unni disponevano anche di reparti di fanteria forniti da popoli assoggettati, come i goti.

 

Il terrore in Gallia. Anche le province occidentali avrebbero presto conosciuto la sua ferocia. E il tutto per un colossale fraintendimento: una supplica d’aiuto rivolta dal condottiero unno da parte di Onoria, sorella dell’imperatore, per sottrarsi a un matrimonio con un senatore sgradito, fu interpretata da Attila come una richiesta di matrimonio rivolta alla sua persona. A cui rispose affermativamente pretendendo però in dote metà dell’Impero d’Occidente. Non servì a nulla l’intervento dell’imperatore romano che sconfessò la sorella e la esiliò in Italia. Attila decise di prendersi ciò che aveva chiesto con la forza. Per questa incredibile incomprensione il suo esercito, che le fonti quantificano in mezzo milione di uomini (cifra sicuramente esagerata) sciamò nel 451, dopo aver varcato il Danubio, sulle Gallie senza che nessuno potesse opporvisi. Ovunque si registrarono morte e distruzione. Alcune delle più importanti città imperiali furono prese e devastare Magonza, Colonia, Treviri, Reims, Strasburgo. Solo un miracolo militare scongiurò ulteriori devastazioni: il 20 giugno presso Chalons (Campi Catalaunici), proprio Ezio, a capo di un esercito composto da ausiliari barbari e supportato dai visigoti (120mila uomini), riuscì a sconfiggere gli unni in una drammatica battaglia durata ore, in bilico fino all’ultimo. Ma non si trattò di uno scontro decisivo – Ezio si rifiutò di inseguire il nemico, permettendogli di ritirarsi – perché l’anno successivo Attila tornò nuovamente in Italia per pretendere ciò per cui aveva scatenato la guerra. Dopo aver preso Aquileia, al termine di tre mesi di assedio, puntò su Milano, trasformandola in sua residenza temporanea.

Ma era solo una tappa obbligata prima della sua calata sull’Urbe. Ancora una volta però accadde l’impossibile, perché, in procinto di attraversare il Po, fu raggiunto da un’ambasciata capeggiata dal console Avienno e da papa Leone I. cosa accadde in quel frangente è uno dei più curiosi misteri dell’antichità: il condottiero infatti, dopo un breve colloquio, decise di interrompere la sua marcia e ritirarsi, abbandonando l’idea di conquista e le pretese sulla mano di Onoria. La leggenda vuole che il pontefice l’abbia riportato sulla retta via, mostrandogli semplicemente la croce di Cristo, convertendolo al suo messaggio di pace e amore. La spiegazione va ricercata altrove probabilmente. C’è chi ha sostenuto che una terribile epidemia di colera, che stava infuriando in Italia, potrebbe aver falcidiato le sue truppe, impedendogli di proseguire. Oppure fu messo in allarme dalla notizia che un esercito romano, guidato dall’Augusto dell’Impero d’Oriente Marciano, aveva attraversato il Danubio con l’intenzione di tagliarli la strada. O entrambe le cose C’è perfino chi ha sostenuto che fu comprato con una favolosa quantità d’oro. Fatto sta che Roma in quell’occasione riuscì a salvarsi.

 

I Campi Catalunici in tre mosse.

Battle of the Catalaunian plains.jpg

La battaglia dei Campi Catalaunici, manoscritto del XIV secolo (Biblioteca Nazionale Olandese

Il 20 maggio del 451, nella piana di Chalons-en-Champagne, va in scena quella che può essere considerata l’ultima grande vittoria dell’impero romano d’Occidente. Da una parte il generale Flavio Ezio, a capo di uno schieramento di circa 120mila uomini comprendente  un esercito romano, truppe ausiliarie (alani e germani) e l’esercito visigoto di Teodorico I come alleato; dall’altra Attila con 150mila uomini divisi in tre contingenti (unno, germanico e ostrogoto). L’andamento dello scontro, che le fonti dell’epoca definiscono selvaggio e durissimo, si protrasse per l’intero giorno e può essere suddiviso in tre fasi.

 



Fase 1: le forze romane, divise in tre contingenti, approcciano il terreno di battaglia scelto da Attila nei giorni precedenti, dopodiché si dispongono per la battaglia. le truppe romane di Ezio nel frattempo provano a occupare un’altura strategica che domina il campo di battaglia, cercando di sottrarla alle mire avversarie.

 

Fase 2: i romani riescono a prendere la collina e resistono ai tentativi di assalto del nemico. A quel punto la cavalleria di alani e visigoti inquadrata con i romani riesce a sorprendere e battere le truppe germaniche e unne, impegnate nell’attacco alle alture, costringendole alla ritirata. Sul lato destro del dispositivo i visigoti invece hanno la meglio sugli ostrogoti.

 

Fase 3: le forze di Attila, sconfitte su tutta la linea e costrette a ripiegare, si rifugiano all’interno del loro campo incalzate dai visigoti che nel frattempo subiscono la perdita del loro re Teodorico. Quando l’esercito viene informato della morte del sovrano vorrebbe lanciarsi all’attacco del nemico per vendicarlo, ma viene fermato da Ezio preoccupato che la disfatta unna possa avvantaggiare proprio i visigoti. In tal modo il giorno seguente Attila è libero di levare il campo indisturbato e ritirarsi.

 

 

Morte e oblio. Attila a quel punto decise di riattraversare il Danubio e tornare nelle sue terre, da dove pianificò una nuova incursione contro Costantinopoli, rea di aver interrotto il pagamento dei tributi pattuiti. Ma non ebbe il tempo di mettere in atto i suoi progetti. In un giorno indefinito del 453 morì. Secondo la tradizione ciò accadde mentre celebrava l’ultimo dei suoi innumerevoli matrimoni con una giovane principessa gota, Krimhilda, forse a causa di un’emorragia celebrale, come scrive lo storico bizantino del VI secolo Giordane. La notizia fu accolta tra le fila dell’esercito tra le file dell’esercito con sgomento, tanto che i suoi decisero. di radersi i capelli a zero e sfregiarsi in segno di lutto. Scrive Giordane: “Il più grande di tutti i guerrieri fu pianto senza lamenti femminili e senza lacrime, ma con il sangue degli uomini” . Seguì un funerale sontuoso lontano dalla capitale e dagli sguardi indiscreti: il suo corpo fu rinchiuso in tre sarcofaghi (uno in legno, uno d’argento e il terzo d’oro) e sepolto insieme a tutte le sue ricchezze: cavalli, mogli, servi e gli stessi schiavi a cui era andato l’onore di scavargli la fossa. Il luogo non è mai stato  appurato con certezza. La sua improvvisa scomparsa decretò l’inizio del disgregamento del suo impero, perché le lotte per la successione finirono con il porre uno contro l’altro  suoi tre figli (Dengizich, Ellac ed Ernac). Incapaci di accordarsi sul futuro re, non riuscirono ad arginare le forze indipendentiste dei popoli recentemente sottomessi: i primi a liberarsi dal giogo furono i gepidi di re Ardarico, capaci di annientare l’esercito unno nella battaglia di Nedao (454); dopodiché fu la volta di longobardi, ostrogoti, eruli e via via tutti gli altri. In capo a pochi anni, quelle genti, capaci di terrorizzare un Impero romano in agonia, finirono con il perdere la loro identità o in alcuni casi rifluire verso oriente, nelle steppe da cui erano arrivate in forze poco meno di un secolo prima.

 

Articolo di Antonio Ratti pubblicato su Storie di guerre e guerrieri, Sprea editore n. 22 – altri testi e immagini da Wikipedia.


Nessun commento:

Posta un commento

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...