domenica 9 dicembre 2018

In difesa dei cavalieri.


In difesa dei cavalieri.
Se la spada rappresenta l’audacia del guerriero, lo scudo ne simboleggia la nobiltà e la fortezza. Nato per proteggere il corpo, con il tempo divenne il volto del cavaliere, lo spazio dove egli dipingeva le sue armi, le sue imprese, le sue aspirazioni.

Lo scudo è stato il primo equipaggiamento difensivo inventato dall’uomo. Ha accompagnato i guerrieri di tutte le latitudini per millenni, e questo per un solo motivo, semplice e razionale: perché funziona. E quando ci si gioca la vita, la razionalità è sempre la prima guida delle proprie decisioni. Per gli antichi Greci, lo scudo era così importante che in molti casi la tipologia delle truppe era definitiva proprio in base allo scudo di cui erano dotate: opliti deriva da hoplon, il grande scudo rotondo e accentuatamente concavo delle fanterie pesanti; peltasti erano i fanti leggeri armati con la piccola pelte; thurephoroi (portatori di thureos) i soldati che scendevano in battaglia con uno scudo ovale, ampio ma maneggevole.
La forma dello scudo, il suo peso, il modo in cui veniva impugnato e altri dettagli rivelavano lo stile di combattimento di chi lo possedeva. Ne possiamo distinguere due grandi categorie. Da una parte ci sono gli scudi di grandezza media o piccola, spesso di forma rotonda e con impugnatura centrale o all’avambraccio, che venivano usati soprattutto per deflettere i proiettili, e solo occasionalmente nei corpo a corpo. L’altro gruppo è rappresentato dagli scudi più grandi e pesanti, di forma ovale, rettangolare o rotonda, spesso provvisti di umbone (una semisfera metallica posta al centro dello scudo che faceva tutt’uno con l’impugnatura) e di forma avvolgente, più o meno accentuata: erano tipici delle truppe da mischia, perché proteggevano dai tiri da lontano, ma dovevano anche essere sufficientemente maneggevoli per essere brandeggiati in modo efficace nei combattimenti corpo a corpo. La resistenza dello scudo era proporzionale al suo peso, ma in battaglia un requisito altrettanto importante era la maneggevolezza: le cronache riferiscono di scudi spezzati da un colpo ben assestato di lancia, d’ascia o di spada.


 Umbone di uno scudo longobardodel VII secolo.

ROTONDO BARBARICO. All’alba del Medioevo, lo scudo era l’armamento difensivo più diffuso, anche perché era il più economico: costava un terzo di un elmo e un sesto di una cotta di maglia di ferro, tanto che questi ultimi elementi erano prerogativa dei soli capi. Tutti i guerrieri franchi, oltre a essere armati almeno con la lancia, dovevano possedere uno scudo: rotondo, composto di strati di legno sovrapposti e conformati in modo da conferirgli una forma concava che contenesse il colpo, ricordando in questo l’hoplon greco. Alcuni erano ricoperti di cuoio, forse su entrambi i lati, e il bordo lungo la circonferenza poteva essere rafforzato da una striscia di metallo ripiegata. Talvolta, una struttura metallica fissata posteriormente gli conferiva maggiore solidità.
La caratteristica principale, ai fini del combattimento, era la presenza dell’umbone, al quale era collegata posteriormente la maniglia con cui veniva impugnato lo scudo. Questo non solo proteggeva efficacemente la mano del soldato, ma consentiva anche di brandeggiare lo scudo con facilità. Un secondo tipo di impugnatura consisteva in due cinghie di cuoio: una per infilarvi l’avambraccio e una per tenere lo scudo stretto nella mano. Durante le marce lo scudo veniva tenuto sulla schiena o appoggiato alla spalla con un’ulteriore cinghia di cuoio, che poteva tornare utile anche in combattimento, nei frangenti in cui era meglio avere le mani libere. Lo scudo carolingio era mediamente più grande degli altri scudi altomedievali, con un diametro tra i 50 e gli 80 cm. Proteggeva una più ampia porzione del corpo del guerriero, dal collo al basso ventre, la superficie frontale era spesso decorata con motivi geometrici o astratti, senza alcun significato particolare un’abitudine antica, perché anche l’Iliade descive decorazioni simili, sia per i Greci che per i Troiani.

Brocchiere.
Lo scudo rotondo metallico da pugno, il brocchiere, ebbe larga diffusione in ambito civile a partire dal Duecento. Comodo e relativamente piccolo (tra i 20 e i 50 cm. di diametro per un kg. circa di peso), era concavo e poteva essere appeso  alla cintura e utilizzato in caso di necessità come strumento di difesa e offesa. La sua straordinaria mobilità, unita alla resistenza, consentiva di deflettere i colpi dell’avversario e di ferirlo usandolo come pugno di ferro. In alcuni casi era fornito di una punta, che ne aumentava il potenziale offensivo. Nel Rinascimento, il combattimento con spada e brocchiere fu codificato e insegnato nelle scuole di scherma, diventando una vera e propria disciplina.
Lo scudo tondo era il più utilizzato dai popoli che, nel primo Medioevo, invasero l’Impero
Romano, decretandone la fine. Usato, per esempio, dagli Huscarli anglosassoni, dai Vichinghi e dai Saraceni, fu spesso accostato alla barbarie, assumendo una connotazione negativa che rimase nell’iconografia tradizionale.

 
Combattimento con spada e brocchiero, illustrazione dal tacuina sanitatis illustrato in Lombardia, circa 1390


LA GOCCIA DEI NORMANNI. Verso il X secolo comparve un nuovo tipo di scudo, derivato direttamente da quello rotondo: è definito “a goccia”, “a lacrima” o “a mandorla”. La sua diffusione era molto estesa, ma si ritiene che i suoi inventori siano stati i Normanni. La cavalleria si era ormai affermata come la principale forza militare del periodo e riconosceva la necessità di una migliore protezione delle gambe del cavaliere, oltre a quella del busto. Viene usato sia a piedi che a cavallo, e in entrambi i casi fornisce una buona protezione del corpo. Purtroppo non è giunto fino a noi nessun esemplare di scudo a mandorla e le  sue caratteristiche possono essere desunte solo dalle rappresentazioni artistiche, lasciando spazio a dubbi e interpretazioni, dovuti alle imprecisioni e alle semplificazioni degli autori.
Nelle illustrazioni più antiche, si osserva che questo scudo poteva essere sia concavo che piatto, e che era ancora dotato, almeno in alcuni esemplari, di un rinforzo metallico sul bordo. Possedeva anche un umbone, benché, probabilmente, non venisse più utilizzato per colpire il nemico. L’impugnatura, infatti, era cambiata: non più a maniglia, come nel caso dello scudo tondo, ma ad avambraccio. La più nota rappresentazione di questo tipo di scudo è quella dell’arazzo di Bayeux, che celebra le gesta del normanno Guglielmo il Conquistatore e la sua vittoria sugli anglosassoni nella celebre battaglia di Hastings del 1066. Gli scudi illustrati in quest’opera sono impugnati in modi diversi: sul retro hanno una serie di cinghie di cuoio, le enormes, rivettate all’interno dello scudo, che probabilmente ogni guerriero faceva sistemare dall’artigiano nel modo che riteneva più comodo. Sia i fanti che i cavalieri impugnano lo scudo con la mano sinistra.  
 Risultati immagini per scudi medievali


Lo specchio dell’anima.
Il significato simbolico dello scudo è legato alla trasposizione della sua funzione difensiva al piano spirituale. Il fatto che gli stemmi araldici fossero generalmente inquadrati in uno scudo, dà un’enfasi tutta particolare di al suo valore complessivo. Il cavaliere annuncia pubblicamente la propria identità e i propri ascendenti, rivendicandoli e contemporaneamente affidandosi a essi nell’ora del pericolo. Lo scudo evoca la buona fede del suo possessore e la sua natura pacifica, seppure sempre determinata a sostenere la giustizia. A volte, nelle immagini religiose, lo scudo è impugnato da angeli e riporta gli strumenti della passione (arma Christi in latino): la croce, la corona di spine, i chiodi e gli altri oggetti utilizzati per la crocefissione del Cristo, unico vero difensore della fede.


IL TRIANGOLO PERFETTO. L’impugnatura più comune consisteva in una cinghia più larga che il guerriero teneva attorno al collo, e in una seconda cinghia, posta nella parte alta dello scudo, pensata per essere stretta dalla mano. L’estremità inferiore appuntita permetteva ai fanti di piantare lo scudo nel terreno a formare un muro rudimentale, consentendo loro d’impugnare con entrambe le mani la grande ascia danese. Questo steccato di scudi non doveva offrire molta resistenza, ma bastava a far desistere la cavalleria nemica dalle carica, per paura di sbatterci contro. Tutti gli scudi, sia quelli Normanni che quelli Anglosassoni, erano decorati: si notano uccelli e draghi, linee geometriche croci di Sant’Andrea, onde. Per quanto si può capire non si trattava ancora di simboli araldici, ma, come in precedenza per gli scudi rotondi, di semplici personalizzazioni. L’umbone, quand’era presente, era integrato nella decorazione e dipinto di conseguenza. Le rappresentazioni del secolo successivo ci testimoniano come lo scudo a mandorla si fosse diffuso un breve tempo dalla Polonia alla Spagna, dalla Scandinavia all’Italia. Utilizzato durante le prime tre Crociate, almeno fino al Duecento continuò ad essere il modello più popolare, senza mai cambiare dimensione, forma e materiali di costruzione. Scudi rotondi, come quelli che avevano caratterizzato i primi Carolingi, non scomparvero però dalla fanteria inglese. In seguito, per convenzione, gli illustratori attribuiranno queste forme ai cattivi: contemporanei come i Saraceni, o storici come i Romani che martirizzavano in cristiani.
Intorno agli ultimi decenni del XII secolo, lo scudo subì una trasformazione significativa: perse o ridusse la parte arrotondata superiore, assumendo una forma triangolare e una superficie meno avvolgente. Fanteria e cavalleria non condividevano più lo stesso scudo: i cavalieri ne utilizzarono una versione ridotta, mentre le fanterie utilizzavano più a lungo la forma a mandorla: quando adottarono quello triangolare, essa continuò a mantenere dimensioni più grandi, adatte a coprire gran parte del corpo.  Il motivo di questo cambiamento è stato associato all’adozione da parte della cavalleria del grande elmo chiuso e al miglioramento delle corazzature delle gambe. Con la testa ben protetta e le estremità inferiori più riparate, lo scudo poteva farsi più piccolo, leggero e maneggevole. Ancora una volta dobbiamo affidarci alle rappresentazioni artistiche per cercare una regola generale: il grande elmo non sembra aver conosciuto una diffusione immediata e uniforme a causa del suo costo elevato. Invece vediamo lo scudo triangolare utilizzato anche da guerrieri forniti del tradizione elmo conico o una semplice cuffia di maglia, che lasciavano scoperto il volto. È dunque possibile che la maneggevolezza e la leggerezza fossero diventati i requisiti più importanti e richiesti, in particolare dalla cavalleria. Sempre alla fine del XII secolo, alcune famiglie nobili iniziarono a utilizzare una varietà di simboli per sottolineare il proprio status, e nell’arco di un secolo non c’era stirpe  con almeno una goccia di sangue blu che non ostentasse il proprio simbolo araldico. Il posto migliore e anche il più tradizionale, per ospitare un’illustrazione era lo scudo, vista la sua ampia superficie, ben visibile e regolare: così, esso divenne il luogo principale per rappresentarla, anche se non l’unico. L’uso di ospitare i simboli araldici sullo scudo è vivo ancora oggi. Noglnostante l’esaltazione del suo ruolo, lo scudo era avviato verso l’estinzione. Quello triangolare rimase fino al Quattrocento, ma il generale progresso delle armi e delle armature non potè che determinarne l’inesorabile declino. L’evoluzione verso forme sempre più complesse di armature. Infatti, rappresentava una doppia minaccia all’uso dello scudo: se da un lato, la corazza a piastre proteggeva già a sufficienza il corpo del cavaliere, dall’altro, le armi più adatte per sfidare con successo l’armatura erano quelle contundenti, come mazze e martelli da guerra, contro i quali lo scudo non offriva la necessaria protezione.

Questione di forma.
Nel corso dei secoli, la foggia dello scudo cambiò più volte, in relazione all’uso e alle armi con cui veniva utilizzato. Dai primi, prevalentemente tondi o ovali, si passò a quelli a goccia, più lunghi, atti a proteggere quasi tutto il corpo. Gli scudi triangolari erano i preferiti dai cavalieri e quelli grandi, rettangolari, erano usati per riparare balestrieri e arcieri. Gli ultimi a nascere erano gli scudi da torneo, decorativi e scenografici, esibiti nelle giostre dei nobili.
Gli ultimi esemplari.
Lo scudo si fece sempre più raro a partire dal basso Medioevo, per scomparire del tutto dai campi di battaglia durante il Rinascimento. Rimase però in uso nella periferia d’Europa e in Oriente. Lo usarono, per esempio, gli Highlander scozzesi durante la sollevazione giacobita del 1745, e un artigiano di Perth, William Lindsay, ne produsse centinaia in due modelli: quello da ufficiale, che costava 10 scellini, e quello del soldato semplice, che ne valeva solamente 5. Chiamato targe, poteva essere dotato anche di una punta, lunga fino a 30 cm. Le ultime truppe a scontrarsi con guerrieri dotati di scudi, in Europa, furono quelle di Napoleone, durante l’invasione della Russia del 1812: sia i cosacchi, sia la cavalleria nomade asiatica arruolata nell’esercito dello zar, erano infatti, fornite spesso di scudi. Anche se ormai, con le nuove armi, erano solo una presenza simbolica.

VERSO IL TRAMONTO. Durante le cariche con la lancia, invece, lo scudo continuava ad assolvere un ruolo utile, soprattutto per gli scudi da torneo: l’angolo in alto a destra venne tagliato per formare un incavo nel quale appoggiare la lancia, garantendo così una maggiore stabilità. Fra il Tre e il Quattrocento le fanterie iniziarono ad imporre il proprio predominio sul campo di battaglia, ricorrendo in misura sempre maggiore ad armi che richiedevano l’utilizzo di entrambi le mani: le cosiddette armi in asta. Come picche, alabarde e ronconi. Nel contempo, i cavalieri appiedati combattevano utilizzando armi dello stesso tipo, che impedivano loro l’uso degli scudi. Verso la metà del Quattrocento lo scudo scomparve dall’uso della cavalleria, ormai protetta da ottime corazze, mentre conobbe una stagione di risorta popolarità tra le fanterie. Si trattava di due tipi di scudi: uno molto simile a quello in uso presso i Franchi, e uno più piccolo, interamente in metallo, tenuto nel pugno sinistro, chiamato rondella oppure brocchiere. Con questi scudi, specialisti di fanteria armati di spada chiudevano il contatto con i picchieri durante le mischie, scivolando sotto la fitta selva di picche che si formavano in quei casi. L’espediente non ebbe una grande diffusione, sia perché richiedeva un buon numero di specialisti, sia perché i picchieri impararono a difendersi accorciando la difesa con l’arma. Un secondo tipo, grande e pesante, il palvelse, era una specie di parapetto mobile, usato dalle truppe da tiro, dai balestrieri e dai primi tiratori con le armi da fuoco.
E fu proprio l’introduzione delle armi da fuoco a segnare la fine dello scudo, facendolo scomparire dai campi di battaglia. Rimase in uso solo in Oriente e in alcune nazioni arretrate d’Europa, retaggio di un passato che sarebbe tornato in auge solo grazie agli scudi balistici, alla fine dell’
Ottocento e con gli scudi antisommossa a partire dal secolo scorso.

Articolo in gran parte di Nicola Zotti, esperto in arte militare pubblicato su Medioevo misterioso extra n. 7 altri testi e foto da wikipedia.

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