martedì 29 settembre 2020

La sottile arte della diplomazia nell’antica Roma.

 

La sottile arte della diplomazia nell’antica Roma.

L’Urbe non aveva una pratica diplomatica paragonabile a quella moderna. Esisteva una gestione organizzata e funzionale dei complessi rapporti con i popoli confinanti, volta più alla guerra che alla pace, che affondava le sue radici in un collegio sacerdotale di origini antichissime.

 

La nascita della diplomazia modera si fa convenzionalmente risalire al tardo Medioevo, quando alcuni Stati italiani, soprattutto Venezia, svilupparono fitte relazioni internazionali, generando consuetudini e prassi diplomatiche spesso ancora in uso ai giorni nostri. Si pensi, per esempio, alla presentazione delle “lettere credenziali” da parte dell’ambasciatore dello Stato, inviate alle autorità dello Stato ricevente; all’apertura di ambasciate permanenti: ai dispacci scritti dagli ambasciatori veneziani, maestri nell’arte di riferire notizie utili per la Repubblica di San Marco.

Un modello di diplomazia che si estese  progressivamente a tutta l’Europa, fino alla pace di Westfalia (1648) quando,  dopo gli orrori e le sofferenze provocate dalla Guerra dei Trent’Anni, il giurista Ugo Grozio (Huig de Groot) diede alle stampe il De iure beli acpacis, opera che poneva le basi del diritto internazionale, cioè l’insieme delle norme che avrebbero regolato la condotta degli Stati nazione (nati sulle ceneri del Sacro Romano Impero) nei loro rapporti di pace e di guerra.

Da quel momento, diritto internazionale e diplomazia tesero a intrecciarsi sempre di più, sia perché una parte del diritto internazionale riguarda proprio l’insieme degli obblighi che gli Stati assumono per regolare l’attività diplomatica, sia perché esso è il principale strumento di cui dispongono gli Stati per realizzare iniziative fuori dai propri confini. Nel 1961, tutte le consuetudini e le norme che disciplinano i rapporti tra Stati (nonché le prerogative e le immunità di cui godono gli ambasciatori nell’esercizio delle loro funzioni) furono raggruppate nella Convenzione di Vienna che è tutt’ora in vigore.

 

 

Tre grandi ambasciatori.

 

Lucio Anicio Gallo

Politico, pretore nel 168 a.C, console, combattente valorose e vittorioso contro gli Illiri. Nel 154 a.C., fu a capo di una delegazione di ambasciatori inviati in Asia Minore per dirimere la controversia sorta tra Prusia II (re di Bitinia) e Attalo (re di Pergamo). Lucio Anicio Gallo ebbe una serie di colloqui prima con Attalo, poi con Prusia II, che rifiutò tutte le proposte di mediazione avanzate dal Senato romano. I legati assunsero allora un atteggiamento più deciso. Da una parte consigliarono ad Attalo di intensificare le proprie difese e dall’altro ordinarono a Prusia II di non mettere in atto alcuna iniziativa di guerra. Sulla via del ritorno, i diplomatici dell’Urbe ingiunsero agli Stati che attraversavano di non fornire alcun aiuto alle mire bellicose di Prusia II, che finì quindi finì per rimanere del tutto isolato. Così, la pace venne preservata grazie a una diplomazia muscolare com’era appunto quella romana.

Gaio Popilio Lenate

Uomo politico e due volte console (nel 172 e nel 158 a.C.), nel 168 a.C., durante il conflitto di Roma contro la Macedonia, Gaio Popilio Lenale fu inviato in missione diplomatica per evitare la guerra tra Anioco IV (re seleucide della Siria, che voleva invadere Alessandria) e Tolomeo VI, sovrano d’Egitto.

L’ambasciatore romano incontrò Antioco proprio nei pressi di Alessandria e, secondo la leggenda, per accelerare il negoziato tracciò il famoso ‘cerchio di Popilio’. Con la punta di un bastone disegnò un cerchio nella polvere intorno ad Antioco, ingiungendogli (in nome della grandezza di Roma) di non muoversi di lì finché non avesse fornito una risposta chiara alle proposte del Senato romano. Il sovrano, di fronte alla risolutezza dell’ambasciatore, pensò bene di accettare le condizioni poste dalla più grande potenza militare del tempo. I Seleucidi si ritirarono e in seguito concordarono una pace duratura con la dinastia tolemaica.

Quinto Fabio Massimo Gurgite.

Soprannominato “Gurges” (ghiottone) per i suoi eccessi in gioventù, fu eletto due volte console (nel 292 e ne 276 a.C.). Nel 273 a.C., fu a capo di una delegazione diplomatica inviata dal Senato presso il sovrano d’Egitto Tolomeo, parente e amico di Pirro, re dell’Epiro, di cui Roma temeva l’intervento in Italia del Sud e voleva conoscere meglio le intenzioni. Al suo ritorno in patria, Quinto Fabio Massimo fece rapporto al Senato, offrendo generosamente al tesoro pubblico i preziosi regali che aveva ricevuto da Tolomeo a titolo personale, quale attestato di stima e di amicizia. Il Senato, tuttavia, respinse il nobile gesto e lo autorizzò a conservare quegli oggetti, come ricompensa per una missione che aveva dato buoni frutti, permettendo di ottenere informazioni utili per la Repubblica.

 

Diplomazia latina. Tuttavia, non bisogna credere che all’epoca degli antichi Romani non esistesse la diplomazia. Al contrario, c’era ed era anche molto efficiente. Aveva però caratteristiche alquanto diverse rispetto a quella che conosciamo oggi, in un contesto dove ancora non esisteva la concezione dello Stato modernamente inteso. Oggi la diplomazia rappresenta l’alternativa alla guerra, è lo strumento a cui si ricorre per cercare di evitare il conflitto armato. Le relazioni diplomatiche si attuano attraverso missioni permanenti che gli Stati interessati si scambiano reciprocamente. Il diplomatico, in questa cornice, ha facoltà di negoziare, proporre, accogliere richieste, in un contatto permanente con le autorità presso cui è accreditato, con la precisa finalità di migliorare i rapporti tra Stato inviante e Stato ricevente. Il corpo diplomatico è formato da agenti professionisti, cioè persone che svolgono le loro funzioni a tempo pieno nell’ambito di un’apposita carriera.

Nell’antica Roma, invece, la diplomazia era una sorta di strumento parallelo (ma non alternativo) all’azione militare. Serviva, più che per trattare o negoziare, per spiegare e illustrare ai popoli da sottomettere le condizioni (e soprattutto i termini) in cui sarebbe avvenuta l’integrazione. Roma conquistava i popoli, ma poi faceva in modo di assimilarli. Concedeva loro la cittadinanza, facendo del territorio conquistato parte integrante dell’Impero. Compito della diplomazia, dei legati (com’erano chiamati gli ambasciatori), era quindi quello di esprimere il pensiero del Senato, il punto di vista dell’imperatore. I legati non avevano molto spazio negoziale,dovevano solo spiegare e convincere. Ecco perché in genere erano eccellenti oratori e svolgevano la loro missione con una certa teatralità protocollare, per impressionare gli interlocutori stranieri sfoggiando, tra l’altro, le inconfondibili toghe rosso porpora. Le delegazioni diplomatiche erano temporanee, finalizzate a uno scopo preciso. Non si concepivano quindi ambasciate permanenti. I legati dovevano anche verificare che l’integrazione nell’Impero avvenisse in maniera ordinata e priva di eventuali conflittualità, tenendo d’occhio la stabilizzazione interna, che si realizzava secondo diverse fasi: assimilazione, alleanza (i territori annessi manteneva le amministrazioni tradizionali), colonia latina (per le popolazioni più restie alla regola di Roma).

Un ruolo eminentemente politico, ragione per cui non esistevano diplomatici di carriera. Gli ambasciatori venivano scelti tra personalità del mondo politico (pretori, consoli e senatori) in base alla loro esperienza, all’oratoria, alla capacità di persuasione. Erano quindi, incaricati di una o più missioni ad hoc, per poi riprendere le loro occupazioni precedenti.

 

Affresco con scena storica dalle necropoli dell'Esquilino, con una scena forse di feziale al centro, tra le prime testimonianze di pittura su affresco romana pervenutaci (inizio del III secolo a.C.)

 I feziali, ambasciatori sacri. I legati, attraverso le loro delegazioni speciali, avevano la possibilità di osservare direttamente le reazioni e il comportamento dei regni e dei popoli conquistati. I loro discorsi erano spesso accompagnati da una significativa gestualità, per avere il massimo impatto possibile sull’uditorio. Racconta Tito Livio che quando un legato romano si recò di fronte al Senato cartaginese per sapere se Annibale avesse attaccato scientemente Sagunto, in Spagna (e avesse dunque intenzioni bellicose nei confronti di Roma), aprì la sua toga rossa esclamando che in essa era racchiusa la pace o la guerra. Ai Cartaginesi la scelta. Quando si sentì rispondere che volevano la guerra, riavvolse teatralmente la veste, accettando la dichiarazione fatta senza pronunciare una sola parola: iniziava ufficialmente la Seconda guerra punica. Sempre da Tito Livio apprendiamo dell’esistenza di una particolare corporazione di sacerdoti e saggi, i Feziali (Fetiales o Feciales), che fungevano da garanti e interpreti di quello che oggi, con qualche forzatura, potremmo definire diritto internazionale (ius fetiale), e che conferivano sacralità.

 Alle relazioni internazionali e ai patti diplomatici conclusi. Il concorso dei Feziali era richiesto ogni qualvolta fosse necessario dichiarare guerra o concludere un’alleanza e un accordo. In caso di crisi internazionale, i Feziali erano incaricati di accertare (tenendo conto delle indicazioni del Senato e dei legati al rientro delle loro missioni speciali) dove stessero il torto e la provocazione. Se venivano riscontrati comportamento scorretti da parte di cittadini romani, i Feziali (difensori della dignità di Roma) esigevano la consegna dei colpevoli al nemico (dedition), altrimenti procedevano alla solenne dichiarazione di guerra (clarigatio) secondo un complicato cerimoniale, che comprendeva l’utilizzo simbolico di alcune erbe sacre colte in cima al Campidoglio. Il collegio sacerdotale dei Feziali, composto da 20 membri eletti per cooprazione (cioè da membri del collegio stesso), era presieduto, con rotazione annuale, da un magister fetialum e aveva una sorta di portavoce, il pater patratus populi romani, l’oratore ufficiale, incaricato delle dichiarazione formale di guerra.

Va inoltre ricordato che gli ambasciatori romani non godevano dei privilegi e delle immunità oggi riservate ai diplomatici. Non potevano contare sull’inviolabilità personale, sull’extraterritorialità del loro domicilio (peraltro provvisorio) e sull’esenzione dalla giurisdizione civile e penale. Tuttavia, in genere, la loro missione non era troppo rischioso. Avevano alle spalle la più grande potenza del mondo conosciuto, dunque chi si sarebbe ma azzardato a fare un torto a un ambasciatore romano? Del resto anche ai cittadini comuni, qualora si trovassero in difficoltà in una delle numerose zone dell’Impero, bastava dire “civis romanus sun!” (sono cittadino romano) per ottenere subito riguardo e rispetto.

 

Contatti reciproci. Roma inviava ambasciatori, ma riceveva anche delegazioni diplomatiche di altri Paesi. I legati stranieri venivano accolti e ascoltati dal Senato, ma esisteva una certa differenza tra l'atteggiamento degli ambasciatori romani (che riflettevano l’immagine della grandezza dell’Urbe) e quello dei rappresentanti stranieri, che davanti al Senato assumevano un atteggiamento supplicante, sollecitando pace, perdono o giustizia, oppure esprimendo gratitudine. Gli ambasciatori dei Paesi alleati venivano ricevuti immediatamente e alloggiati intra pomerium (dentro la cinta sacra della città), mentre le delegazioni dei popoli poco amici erano ospitate extra pomerium e obbligate a lunghe attese.

Quella dell’Urbe, quindi, era una diplomazia che precedeva, affiancava o seguiva l’azione militare, tesa a fornire un contributo significativo alla politica d’integrazione perseguita da Roma, specialmente nel tardo periodo repubblicano e durante l’Impero, quando sul mondo regnava la pax romana. Una pace che si basava sulla potenza delle legioni, ma anche, e soprattutto, su un’amministrazione evoluta ed efficiente, sull’applicazione di norme giuridiche chiare ed esemplari, sul senso della res publica (cosa pubblica), sul concetto d’integrazione e su una diplomazia di grande peso, i cui meccanismi d’intervento rimasero invariati per secoli, nelle procedure, nei rituali e nel linguaggio. Almeno finché durò l’Impero Romano d’Occidente, la cui caduta (nel 476) comportò la scomparsa delle sue più importanti istituzioni, diplomazia compresa.

 

Articolo di Domenico Vecchioni pubblicato su Civiltà Romana n. 3 – altri testi e immagini da Wikipedia.

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