giovedì 24 settembre 2020

I cannoni che fecero l’unità d’Italia.

 

I cannoni che fecero l’unità d’Italia.

La canna rigata migliorò la potenza e la precisione dell’artiglieria e questo fu determinante in molte battaglie. Anche durante le guerre di indipendenza. Una innovazione che ha cambiato la nostra storia.

 

Molte volte nella storia militare del mondo le armi innovative sono risultate decisive per la sorte della guerra. Per quanto riguarda le artiglierie, il progresso fatto dopo il 1850 fu enorme e ciò si deve soprattutto a una caratteristica: la rigatura interna della canna delle bocche da fuoco. Il vantaggio delle armi rigate su quelle bocche è duplice e si traduce nella regolarità e nella precisione del tiro e dell’aumento della portata o della gettata. La rigatura è costituita dall’insieme di un certo numero di solcature (o righe appunto) con andamento elicoidale, ricavate sulla superficie interna della canna, che adempiono alla funzione di imprimere al proiettile o alla pallottola una forte velocità di rotazione attorno al proprio asse. Ma non fu un’innovazione accolta velocemente dagli eserciti. Il principale motivo per cui questo tipo di artiglieria, nonostante i pregi, non fu subito adottata su larga scala era dovuto al fatto che si imputava alla rigatura una diminuzione della robustezza della bocca da fuoco. Nonostante questo essa risultò determinante in molte circostanze, comprese le campagne militari risorgimentali per l’Unità d’Italia, a partire dalla Seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, quando i cannoni a canna rigata furono utilizzati per la prima volta dalle truppe francesi.


 

Dipinto di Carlo Bossoli che illustra l'ingresso della fanteria di linea della Divisione Bazaine nel castello e nel villaggio di Solferino; sulla destra è visibile la Rocca di Solferino, conquistata contemporaneamente dai reparti della Divisione Forey e della brigata Manéque della Guardia imperiale. Ore 13,30 c.a.

Il battesimo di Solferino. Durante la battaglia di Solferino, una delle più decisive della Seconda guerra d’indipendenza, il successo dell’armata franco-piemontese su quella austriaca fu enormemente facilitato dall’importante ruolo svolto dall’artiglieria francese, dotata di pezzi a canna rigata, molti più efficaci di quelli ad anima liscia in dotazione agli austriaci. Per esempio, il 24 giugno il 2° Corpo francese del generale Patrice de Mac-Mahon fu attaccato dalla fanteria austriaca, preceduta dal cannoneggiamento dell’artiglieria posta a un migliaio di metri dai francesi, ma i cannoni del 2° Corpo francese risposero al fuoco, incrociando i cannoni austriaci che furono costretti a ripiegare la 1a Armata austriaca fu poi colpita dall’artiglieria francese mentre attraversava una zona scoperta: grazie alla precisione dei nuovi cannoni a canna rigata, le truppe austriache furono falcidiate. L’artiglieria francese fu determinante anche nella conquista della strategia altura di Monte Sacro, nei pressi di Solferino, così come nell’opporsi all’avanzata del 7° Corpo del maresciallo Friedrich Zobel, e a quella della divisione di Cavalleria del generale Alexnder von Mensdorff.

Nonostante i loro sforzi e un energico attacco su Medole del 9° e dell’11° Corpo, gli uomini dell’Imperatore Francesco Giuseppe non riuscirono a ottenere i successi sperati e alcuni loro reparti furono costretti a ritirarsi fino a Goito. Come confermano anche i rapporti militari del comando francese (ma anche di quello austriaco) la nuova artiglieria a canna rigata procurava ai Transalpini una superiorità tattica perché andava a colpire gli austriaci a distanze superiori rispetto a quelle raggiunte dai loro migliori cannoni.

 

La rigatura.




L’elemento principale dell’artiglieria è la bocca da fuoco costituita da un tubo metallico chiuso posteriormente nel quale, sotto l’azione di una carica di esplosivo, un proiettile può essere lanciato con forte velocità iniziale in una determinata direzione. La superficie interna del tubo, o meglio della canna, dove scorre il proiettile è chiamata anima della bocca da fuoco. La sua caratteristica principale è il calibro, cioè il diametro dell’animo della canna, che è indice della potenza del pezzo e viene usato per suddividere le artiglierie in piccolo, medio e grosso calibro. Le artiglierie rimasero lisce e ad avancarica fino ai primi del XIX secolo. Il “vento” lasciato ha il proiettile e l’anima provocava la fuga del gas prodotto dalla combustione della carica esplosiva, disperdendo una parte della forza propulsiva a discapito della velocità e della gittata. Per effetto di questo gioco, inoltre, il proiettile sbatteva in maniera casuale sulle pareti della canna causando irregolarità nel tiro. Si cercò pertanto do ridurre il vento portando la palla alle sue dimensioni massime, senza riuscire però a eliminare questi inconvenienti. È quindi evidente come il limite fondamentale delle artiglierie a canna liscia sia stato quello della irregolarità del tiro che non dava garanzie di successo nel entrare il bersaglio o l’obiettivo prefissato. Per impedire che il proiettile, uscendo dall’anima, deviasse nel senso dell’ultimo urto era necessario fare in modo che la sua direzione fosse costante. A ciò soltanto la rigatura dell’anima pose rimedio. Essa era costituita dall’insieme di un certo numero di solcature o righe aventi andamento elicoidale, che avevano l’effetto di imprimere al proiettile una forte velocità di rotazione attorno al proprio asse evitando dispersione di potenza e facendo in modo che, grazie all’effetto giroscopico, aumentasse la stabilità e diminuisse la possibilità di deviazioni dalla traiettoria. Ebbe anche come conseguenza un nuovo sviluppo dei proiettili. Con la canna liscia, infatti, il peso e le dimensioni del proiettile erano predeterminate e fissate dal calibro della canna della bocca da fuoco. Il proiettile era una sfera, il cui diametro doveva essere uguale a quello del calibro dell’arma, e il suo peso era una costante fisica che dipendeva esclusivamente dal peso specifico del metallo. È per questo motivo che i vari pezzi di artiglieria a canna liscia erano identificati e classificati con il peso della palla che potevano sparare. Si parlava quindi di pezzi da sei libbre, da dodici libbre, ecc. , (a ogni calibro corrispondeva quindi un certo peso del proiettile stabilito una volta per tutte). Con l’introduzione della rigatura i proiettili non ebbero più la necessità di essere sferici ma diventarono ogivali, con dimensioni e pesi differenti. Per questo motivo si iniziò a indicare le caratteristiche delle artiglierie non con il peso del proiettile, ma con il calibro in millimetri o in pollici delle varie bocche da fuoco. Consuetudine che si andò affermando dopo la battaglia di Solferino del 1859, in cui fu sancita definitivamente la superiorità delle artiglierie a canna rigata rispetto a quelle a canna liscia.

L’INTUIZIONE DI UN ITALIANO.

Le armi portatili rigate avevano righe secondo le generatrici, unicamente allo scopo di permettere una riduzione “vento”. Siccome poi si trovò più facile solcare l’anima a spirare che in modo rettilineo, queste ultime diventarono il modello dominante. A Benjamin Robins, matematico inglese inventore del pendolo balistico, si deve la spiegazione del fenomeno. Egli comprese il grande vantaggio dato dal rigare anche i cannoni e nel 1746 scrisse: “La nazione che per prima capirà l’importanza delle artiglierie rigate e provvederà a munirsene avrà sulle altre tanti vantaggi, quanti ne ebbero sui propri avversari gli inventori delle armi da fuoco”. I principi dimostrati da Robins rimasero però lettera morta per circa un secolo fino a quando l’italiano Giovanni Cavalli (che già si era preoccupato di costruire un cannone a retrocarica mentre era ospite del barone Wahrendorf, in Svezia, che gli fornì i mezzi per i suoi esperimenti, si adoperò per concretizzare il concetto della rigatura della canna. Egli, nel 1845, mise a punto una bocca da fuoco in ghisa avente l’anima solcata da due righe a spirale profonde 4-5 mm, capaci di imprimere una velocità di rotazione pari a 112 giri al secondo. La bocca da fuoco era di 32 libbre (calibro 140 mm) e sparava un proiettile in ghisa, di forma conica o ogivale con due alette, di 17 kg a 3770 metri di distanza, oltre il doppio rispetto ai normali cannoni ad anima liscia. La fama dei risultati da lui ottenuti, che si riassumevano in potenza, gittata e precisione, attrasse l’attenzione di tutti gli studiosi in materia. La prima ad avvantaggiarsi di questa innovazione fu la Francia, che si dotò di artiglierie a canna rigata grazie agli studi compiti da una commissione presieduta dal generale La Hitte. Così l’artiglieria rigata, schierata in campo nel 1859, diede all’esercito francese un vantaggio militare che si concretizzò in alcune importanti vittorie, come a Solferino, e gettò nello sconcerto le altre potenze europee che si affrettarono a seguire le orme dell’artiglieria francese.

 


Giovanni Gallucci - La battaglia di Castelfidardo
palazzo comunale di Castelfidardo


La nuova arma in mano ai piemontesi. Un vantaggio, quello che dava l’artiglieria a canna rigata, che presto anche i piemontesi impararono a sfruttare. Lo fecero, per esempio, nella battaglia di Castelfidardo contro le truppe pontificie. Alle ore 8 del 18 settembre il generale De Pimodan, a capo di una colonna dell’esercito pontificio comandato dal generale De La Moriciére, mosse da Loreto per la conquista di colle Montore di Castelfidardo. L’attacco non riuscì perché verso le ore 10.00 il generale Villamarina diede ordine al capitano Alfredo Sterpone di accorrere sul luogo della battaglia in aiuto degli assediati con una sezione di cannoni rigati. Le due bocche da fuoco furono messe in posizione e subito iniziarono a sparare contro le masse della fanteria pontifica cagionando, con colpi ben assestati, notevoli perdite al nemico. Poco dopo giunsero sul posto altri 4 pezzi: l’artiglieria pontificia fu così bersagliata dai precisi tiri di quella piemontese che gli attaccanti si tramutarono in difensori. Si diede anche ordine alla 4a batteria di cannoni da 16 libbre dell’8° reggimento di portarsi a Monte San Pellegrino e fare fuoco d’infilata contro il fianco destro dello schieramento pontificio, tagliando loro una eventuale via di fuga verso Ancona. Alcune scariche di questa batteria falcidiarono, disgregandola, le linee dei pontifici e le costrinsero a ritirarsi, sgominate, verso il fiume Musone. Un’altra batteria, sempre da 16, venne collocata nell’avvallamento tra le Crocette e l’altura di Colle Montoro. Proprio nel momento cruciale dello scontro, quindi, quando la prima linea pontificia di Pimodan aveva urgente necessità di rinforzi, la seconda linea invece di andare in suo soccorso e rinsaldare le file pontificie, cominciò a indietreggiare battendo in ritirata, dietro i precisi colpi di cannoni rigati piemontesi. Il generale De La Moriciére aveva disposto le sue truppe troppo vicine alle posizioni del nemico, perché non immaginava che i piemontesi avessero a disposizione dei cannoni a canna rigata, i quali con all’arrivo dei rinforzi. Avendo ormai coscienza dell’importanza e della netta superiorità delle artiglieri rigate, i pontifici cercarono in tutti i modi di procurarsi dei cannoni rigati, anche modificando quelli a canna liscia, ma tutti i loro sforzi risultarono vani. Nella mattinata del 28 settembre il controammiraglio della flotta piemontese Pellion di Persano convocò un consiglio di guerra per illustrare le sue intenzioni di attaccare con i cannoni delle sue navi il porto di Ancona. Quello stesso pomeriggio le navi manovrarono per iniziare il tiro contro le difese del porto. Il forte della Lanterna fu completamente distrutto per lo scoppio della polveriera colpita dai tiri delle navi, con un tremendo boato che riecheggiò per tutta la città. La capitolazione venne firmata a Villa Favorita nei pressi di Ancona, sede del comando Sardo-piemontese, alle ore 14.50 del 29 settembre 1860.

 


Enrico Cialdini

La prova del nove. Ancora più che nell’assedio di Ancona, il ruolo delle nuove artiglierie a canna rigata fu esemplare negli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto.

Per prendere una fortezza come quella di Gaeta era evidente che si doveva ricorrere prevalentemente all’azione dell’artiglieria, che doveva necessariamente avere una potenza e una gittata notevole per colpire senza essere a sua volta colpita. Il comando delle truppe Sardo-piemontese che assediarono i borbonici a Gaeta fu affidato al generale Enrico Cialdini, il quale pensò subito che per espugnare la fortezza si doveva evitare la tradizionale tattica: costruzione di batterie sempre più ravvicinate, costruzione di parallele, apertura della breccia e assalto con la fanteria. Secondo lui, che aveva vinto l’effetto dei cannoni a canna rigata a Castelfidardo, si doveva puntare solo sul bombardamento dell’artiglieria a lunga gittata. L’assedio vero e proprio iniziò il 12 novembre 1860 ma subito s’intuì che per un’efficace bombardamento della fortezza occorreva un numero elevato di pezzi di artiglieria di grande potenza. Cialdini aveva richiesto nuovi cannoni a canna rigata con retrocarica, progettati dal generale Cavalli, che promettevano di essere ancora più potenti di quelli ad avancarica. Mentre, infatti, tecnici e tattici erano ancora indecisi sulla effettiva superiorità di queste nuove artiglierie, il generale Cialdini non aveva dubbi: “I cannoni rigati fanno miracoli” disse in una frase entrata poi nella storia militare del nostro Paese. dopo che il 3 febbraio il deposito munizioni della batteria Transilvania che ne conteneva ben 18mila, la fortezza di Gaeta fu ridotta a un ammasso di macerie. Le batterie Sarde, dopo aver tirato circa 55mila colpi e utilizzato 190mila chilogrammi di polvere da sparo, avevano ormai avuto ragione della resistenza nemica. Quello stesso giorno, il 13 febbraio 1861, Gaeta capitolava e con essa le ultime speranze del regime borbonico. Quattro giorni dopo Cialdini partiva per una altro assedio, quello di Messina. Neanche a dirlo fu un altro successo delle nuove artiglierie a canna rigata.

Le ostilità iniziarono il 1° marzo 1861. I piemontesi per prima cosa sistemarono sei batterie ai Gemelli, al Cimitero, al Bastione Segreto, al Noviziato, a Santa Cecilia e a Sant’Elia. L’11 marzo esse concentrarono la loro potenza di fuoco sul forte Don Blasco, che era il bastione fortificato più avanzato della Cittadella. La potenza e la doppia gittata dei cannoni rigati piemontesi ridussero a un cumulo di macerie il fortino in poco tempo. Successivamente anche il gran deposito Norimbergh (pieno di polvere da sparo), concentrato più volte, prese fuoco, rischiando di saltare in aria. I borbonici cercarono di allungare il tiro dei vecchi cannoni (alcuni avevano circa 150 anni di vita), interrando una parte, ma persero così la facoltà di mirare. Tutto fu inutile: la schiacciante superiorità dell’artiglieria dei Franco-piemontesi costrinse presso al silenzio le bocche da fuoco della piazzaforte. Il 13 marzo Cialdini a capo delle sue truppe a capo delle sue truppe fece il suo ingresso nella Cittadella di Messina, dichiarando “prigioniera” la guarnigione del Regno delle Due Sicilie. La resa fu firmata a bordo della nave Maria Adelaide. Al generale Giovanni Cavalli, che ideò le artiglierie rigate e a retrocarica, è stato intitolato un forte della cittadella fortificata di Messina, diventata ora anche un parco museo. Il 14 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamava solennemente l’Unità d’Italia, anche se rimaneva da conquistare la fortezza di Civitella del Tronto, ancora nelle mani dei soldati borbonici (era difesa da un contingente di 530 uomini, con 27 pezzi di artiglieria tutti però a canna liscia), che resistevano. La cittadella era stata assediata a partire dal 26 ottobre 1860 e, visto che non si arrendeva, nel mese di dicembre il governo piemontese decise di potenziare il parco delle artiglierie con pezzi a canna rigata, che iniziarono a bersagliarla, ma questa non capitolò. A quel punto, il 15 febbraio 1861, i piemontesi operarono un potentissimo bombardamento con i nuovi cannoni rigati a retrocarica progettati dal generale Cavalli. Tempo poco più di un mese e il 20 marzo 1861,dopo che l’artiglieria aveva tirato qualcosa come 7860 proiettili contro la fortezza, i borbonici decisero la resa. La storia d’Italia era cominciata.

 

La batteria Santa Maria della fortezza di Gaeta dopo l'assedio. Sullo sfondo, la squadra navale che partecipò ai bombardamenti

Febbraio 1862: immagine della batteria Cittadella della fortezza di Gaeta
 




Articolo di Renato Biondini pubblicato su Storie di Guerre e guerrieri n. 23 – altri testi e immagini da Wikipedia.

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