La Schola Salerni!
Dove nacque la scienza medica.
Tra l’XI e il XIII secolo la Scuola Salernitana rappresentò
l’istituzione medica più avanzata d’Europa, antesignana delle moderne
università. La fama dei suoi dottori era tale da richiamare nella città campana
malati e studenti da tutta la Cristianità. La sua storia desta meraviglia
ancora oggi.
«Quattro sono le città che eccellono sulle altre: Parigi nelle scienze, Salerno nella medicina, Bologna nel giure ed Orleans nelle arti attoriali» |
(Tommaso d'Aquino nel De virtutibus et vitiis) |
Nella storia della "Scuola Medica" si possono distinguere tre periodi:
- IX-X secolo: primo periodo, di cui si hanno scarse notizie
- XI-XIII secolo: periodo del massimo splendore
- XIV-XIX secolo: periodo della decadenza
“Quante volte ci siamo sentiti ripetere suggerimento del tipo “dopo pranzo riposa, dopo cena passeggia”, oppure “la prima digestione avviene in bocca”, o ancora perché il sonno sia ti sia lieve, la tua cena sia breve”. Saggi consigli, il cui fine è suggerire uno stile di vita attento a evitare inutili complicazioni, senza dover ricorrere a farmaci o a cure mediche. Perle di saggezza popolare si potrebbe pensare, si tratta invece di traduzioni di locuzioni latine, facilmente rintracciabili nel “Regimen Sanitatis Salernitanum”, ovvero la Regola Sanitaria Salernitana, un compendio in versi redatto molto probabilmente tra il XII e il XIII secolo, ma alcuni sostengono addirittura intorno alla metà dell’XI secolo, ma alcuni sostengono addirittura intono alla metà dell’XI: un testo che raggiunse un’incredibile popolarità e fu tenuto in grande considerazione come base per l’insegnamento e la divulgazione medica fino al XIX secolo. Un primato invidiabile: tradotto quasi in tutte le lingue europee, oggi se ne contano una quarantina di versioni. Ed è solo uno dei grandi lasciti dalla Scuola Medica Salernitana, quella che viene considerata unanimemente la prima e più importante istituzione medica europea, antesignana delle moderne università.
Mulieres
Salernitane. Trotula, la più famosa delle mulieres di Salerno, da un manoscritto del XII-XIII secolo Lo
statuto della Scuola Medica Salernitana non precludeva alle donne la
professione medica. Il caso di Trotula de Ruggero, divenuta celebre per il
suo impegno nello studio di discipline come la ginecologia e l’ostetricia,
non è quello quindi un caso limitato. Altre figure riuscirono a ritagliarsi
grande notorietà. Rebecca Guarna, Abella Salernitana, Mercuriade e Costanza Calenda.
Nell’”Historia Mercuriade Ecclesiastica” di Orderico Vitale veniamo a sapere
che anche la seconda moglie di Roberto il Guiscardo, Sichelgaita di Salerno,
ebbe modo di formarsi nell’ambiente della Scuola campana. Il ruolo di queste
donne non era limitato allo studio o all’insegnamento della materia medica,
ma anche alla produzione di opere teoriche, alcune delle quali sono arrivate
sino a noi. Oltre
al famoso “De passionibus mulierum ante in et post partum”, a Trotula sono
attribuiti altri due trattati: “De ornatu mulierum” e “Pratica secundum
Trotam”. Altrettanto conosciuti sono 2 testi di Abella Salernitana: “De
atrabile” e “De natura seminis humani”. Nel primo l’argomento è la bile nera,
nel secondo la natura del seme umano. Questa prolifica attività femminile è
senza dubbio un altro esempio del grande influsso che ebbe la scuola nel
panorama dell’Europa medievale. |
Sintesi tra Oriente e Occidente. Una fama davvero
meritata come dimostrano le parole di Tommaso d’Aquino: “Sono … 4 le città preminenti, Parigi nelle scienze, Bologna nelle
leggi, Orleans nelle arti attoriali e Salerno nelle medicine”. Era la metà
del XIII secolo e in Europa nessun’altra istituzione poteva anche lontanamente
sperare di eguagliare tale primato. E tutto questo grazie ad un approccio più
articolato della materia che, basandosi su una mirabile sintesi della
tradizione greco-latina e le più avanzate conoscenze arabe ed ebraiche, permise
di introdurre nuove metodologie e regole di profilassi. Rispetto alla medicina
altomedioevale, legata a una visione imperniata sulla fede (la malattia era
intesa come una sorta di punizione divina a cui ci si poteva opporre se non con
la preghiera), fu dato sempre più peso alla conoscenza e all’esperienza
diretta, aprendo in tal modo la strada a un più attuale metodo empirico, sia
come rimedio che come prevenzione.
Come nacque questa
celebre Scuola e perché proprio a Salerno? Se il periodo di massimo splendore
si colloca all’incirca tra l’XI e il XIII secolo, dopodiché si registra una
lenta ma inesorabile decadenza, sulle origine e sulla fase formativa (X-XI) le
notizie sono scarse. Ci viene però in aiuto la tradizione: in alcune
testimonianze più tarde si racconta infatti che un giorno un pellegrino di
origine greca di nome Pontus, giunto a Salerno, avesse trovato rifugio per
passare la notte sotto gli archi dell’acquedotto dell’Arce. Scoppiato un
violento nubifragio, fu presto raggiunto da altri viandanti, l’arabo Abdela e
l’ebreo Helinus, e in particolare il laitno Salernis, che nel frattempo si era
procurato una seria ferita. Mentre Salernus si medicava, gli altri lo
osservavano incuriositi dal modo in cui tratta la sia piaga e dopo un breve
conciliabolo i 4 scoprirono di essere tutti medici. Fu così che decisero di unire
le loro scienze e far sì che fossero messe al servizio del prossimo. Che cosa
ci sia di vero in questa leggenda non è dato sapere, di certo però già nel IX
secolo la città, particolarmente apprezzata per la salubrità del suo clima, era
nota per l’abilità dei suoi medici. “Erano
privi di cultura letteraria, ma forniti di grande esperienza e di un talento innato”,
ha scritto l’accademica Cecilia Trocchi. Non stupisce quindi che il vescovo
Adalberone di Laon (947-1030), noto per i suoi componimenti poetici in latino,
abbi voluto a tutti i costi – era il 984 – farsi curare nella città campana.
Così cine altri eminenti personaggi di quell’epoca.
La nascita, e il
successivo sviluppo della Scuola Medica Salernitana, sono spiegabili solo
tenendo conto di due fattori: la posizione strategica della città al centro del
Mediterraneo con il suo porto trafficatissimo, e la capacità di recepire e la
capacità di recepire e metabolizzare gli svariati influssi culturali
provenienti dal mondo arabo e greco-bizantino. Nel suo porto giunsero figure
illustri come il grande medico Costantino l’Africano (1020-1087) che per
diversi anni vi risiederò, traducendo dall’aravo alcuni dei testi medici più
importanti come il “Tegni o Microtegni” e il “Megategni” di Galeno, il “Viaticum”
di al-Jazzar, gli “Aphorisma” e i “Prognostica” di Ippocrate, il “Liber
febrium”, il “liber urinarium”, e il “Liber divisionum”, di Isaac Israeli (il Vecchio), così come il “Liber
experimentorium” di Rhaze: il massimo della scienza dell’epoca. A Salerno
arriveranno con largo anticipo anche le opere di uomini di scienza come
Avicenna e Averroè. Sarà proprio questo vivace clima culturale e far sì che
tratta di medicina antica o straniera trovino diffusione in un ambiente in cui
erano presenti dottori di grandi talento.
Un faro di scienza nel Mediterraneo. Ma
anche gli ordini religiosi in città (i monasteri di Salerno e la vicina abbazia
di Cava) contribuirono a diffondere quella conoscenza in materia medica che nei
secoli dell’Alto Medioevo era rimasta celata tra le mura dei conventi. Lo
dimostra il grande contributo di 3 figure dell’ordine benedettino attive in
città nell’XI secolo: l’abate di Montecassino Desiderio (futuro papa Vittore
III), il vescovo Alfano e papa Gregorio VII. Ed è proprio tra la fine dell’XI e
l’inizio del XII secolo, come le cronache del tempo sottolineano,che la Schola
Salerni comincerà ad attrarre sempre più insistentemente malati da tutta
Europa, consapevoli che le nuove conoscenze di quella scuola erano quelle che
davano loro le maggiori probabilità di guarigione. Nel frattempo, arrivano a
Salerno un gran numero di allievi, desiderosi di apprendere i segreti di quella
scuola, unica del suo tempo, in cui cultura scientifica e lavoro pratico
andavano di pari passo. Ecco perché in poco tempo la sia fama crebbe sempre
più, senza una possibile concorrenza. Non stupisce perciò che nel 1231
l’illuminato Federico II, emanando la Costituzione di Melfi, abbia stabilito
che la pratica medica potesse essere esercitata solo ed esclusivamente da
dottori in possesso di diploma rilasciato dalla Schola.
Ma dov’era esattamente
la scuola, dove si tenevano le lezioni? Secondo lo storico Riccardo Avallone le
sedi cambiarono nel tempo: il primo nucleo pare fosse ubicato nel castello di
Arechi o nelle strutture ad esso adiacenti. Altrettanti probabili sedi furono
le cappelle di Santa Caterina, in prossimità del Duomo (oggi sale i San
Tommaso)ì e San Lazzaro). Quando poi gli ambienti di Santa Caterina divennero
inagibili, la sede principale si sarebbe spostata nel palazzo dell’antica
pretura, localizzato in via Trotula de Ruggiero. L’ultima collocazione in
ordine temporale sarebbe stata invece l’ex seminario arcivescovile.
Sul piano
dell’ordinamento, in base ai documenti disponibili, per gli allievi era
previsto un curriculum studio rum suddiviso in 3 anni di logica, 5 di materie
mediche (con lezioni di anatomia e chirurgia) e almeno uno di apprendistato
presso un medico già avviato. Ogni 5 anni, inoltre, era stabilito che si
effettuasse un’autopsia. Alle materie mediche o affini si aggiungevano anche
corsi di teologia, legge e filosofia. Assoluta novità per il tempo è che ai
corsi erano ammesse anche le donne, sia come studentesse che in qualità di
insegnanti. Sul piano delle materie di insegnamento si faceva una netta
distinzione tra teoria e pratica: nel primo caso si fornivano tutte le
informazioni necessarie alla comprensione della struttura del corpo umano e il
suo funzionamento; nel secondo le regole di profilassi e i modi per operare. Se
il fondamento teorico si basava sui principi enunciati nei vari trattati di
Ippocrate e Galeno (in campo filosofico predominava Aristotele), sul piano
pratico si sperimentarono nuove tecniche come la chirurgia, ch presto assurgerà
al grado di scienza, grazie a una figura come Ruggiero di Fugaldo. A lui
dobbiamo il primo trattato sulla materia, presto diffusosi in tutto il
continente. A compimento del loro ciclo di studi, gli studenti erano sottoposti
a un rigoroso esame per poter ottenere il privilegio dottorale che sarebbe
servito per esercitare la professione medica o l’insegnamento. Ciò avveniva
nell’Almo Collegio, un corpo accademico indipendente dalla scuola, organizzato
come una struttura professionale che agiva anche per tutelare gli interessi
della professione e porre freno a quelli che venivano definiti i “medicastri”
senza abilitazione. Secondo i documenti il conferimento delle lauree aveva
luogo nella Chiesa di San Pietro a Corte o nella Cappella di Santa Caterina. Il
giuramento era il momento culminante del lungo iter di studi: il medico si
impegnava, dinanzi a Dio, a mettere la sua conoscenza al servizio dei bisognosi
senza chiedere nulla in cambio, mantenendo uno stile di vita onesto. Dopodiché
l’autenticità dei privilegi dottorali, che valevano ovunque il laureato
decidesse di operare, veniva attestata dalla firma di un notaio.
Guarigioni
leggendarie. La
fama della Scuola Medica di Salerno è testimoniata da alcune leggende
arrivate sino a noi. Una delle più affascinanti, rappresentata persino su una
miniatura che fa bella mostra sul frontespizio di una copia del Canone di
Avicenna, narra la storia del cavaliere Roberto di Normandia colpito da una
freccia avvelenata durante una crociata in Terra Santa. Visto che le sue
condizioni peggioravano continuamente, nel corso del viaggio che avrebbe
dovuto riportarlo in Inghilterra, il suo seguito decise di fare una sosta a
Salerno per avere il parere dei medici locali. Il responso fu drastico: si
sarebbe salvato solo se qualcuno fosse stato disposto suggere il veleno dalla
ferita, avvertendo però che sarebbe morto al suo posto. Il cavaliere non
volle che nessuno si avvicinasse, preferendo lasciarsi morire, pur di lasciar
morire un altro al suo posto. Durante la notte, però, la moglie Sibilla,
senza svegliarlo, si coricò al suo fianco e succhiò il veleno dalla ferita.
Roberto ebbe salva la vita, ma per Sibilla non ci fu nulla da fare. Una leggenda
ancora più nota – decantata addirittura in un famoso poema del XII secolo
attribuito a Hartmann von Aue – riguarda il barone di Svia Enrico, famoso per
ricchezza e prestigio. La sua esistenza fu però funestata dai terribili
sintomi della lebbra che, in poco tempo, incominciarono a devastare il suo
corpo. Enrico non si rassegnò a una così terribile sorte e volle a tutti i
costi che i medici di Montpellier lo visitassero. Nessuno fu però in grado di
trovare una terapia. Solo dopo aver incontrato un medico che aveva studiato a
Salerno, venne a sapere che una soluzione in realtà c’era, per quanto
drastica: solo immergendosi nel sangue di una vergine in età di matrimonio,
avrebbe potuto mettere fine alle sue sofferenze. Resosi conto di quanto
crudele fosse un simile rimedio, Enrico si rassegnò al suo destino: donò
tutte le sue ricchezze e si ritirò in un casa di campagna isolata. Ma proprio
in quella proprietà conobbe una fanciulla di nome Elsie, figlia del contadino
che l’amministrava, che non ebbe terrore della sua condizione e si innamorò
di lui. Dopo essere venuta a sapere che esisteva una soluzione per guarirlo,
la giovane convinse Enrico a intraprendere un lungo viaggio fino a Salerno
per mettere in pratica il proposito. I medici tentarono in tutti i modi di
farla desistere, ma senza successo: era determinata a donare la vita per il
suo amato. Ma quando Elsie fu adagiata sul tavolo operatorio, Enrico
intervenne all’ultimo secondo, pensando alla mostruosità dell’azione. Si
oppose all’estremo sacrificio, rassegnandosi a un’esistenza da lebbroso. Il
suo altruismo fu però ricompensato. Sulla via del ritorno infatti accadde il
miracolo: una guarigione improvvisa e inattesa. Fu così che i due giovani
poterono sposarsi e trascorrere il resto della vita insieme. |
Medicus et clericus. Nel corso del tempo, il
corpo insegnanti andò incontro a una significativa trasformazione: l’originario
medicus, colui che educava basandosi sulle conoscenze derivanti dalla pratica
nell’attività di tutti i giorni, fu presto sostituito dal medicus et clericus
che all’esperienza aggiungeva anche la conoscenza della materia medica. Una
figura chiave in tal senso, con cui una unanimemente si fa iniziare il periodo
aureo della Scuola Medica, è il chierico italiano Garioponto, grande
conoscitore dei testi di Ippocrate e Galeno, che operò e insegnò principalmente
in malattie urinarie, calcoli della vescica e dei reni. Negli stessi anni fu
attiva anche Trotula de Ruggiero, un medico donna che raggiunse gli onori
approfondendo discipline come la ginecologia e l’ostetricia. A lei è attribuita
la pubblicazione di un trattato fondamentale di un trattato fondamentale come
il “De passionibus mulierum ante in et post partum”.
Una delle nozioni in
esso contenute fu ad esempio la tecnica di saturazione chirurgica delle lesioni
perineali. L’apporto di queste figure nella crescita della scuola, in
particolare nel secolo successivo, è di fondamentale importanza. Altri comunque
seguirono le loro orme: il Maestro Salerno ad esempio, autore di due opere
fondamentali “Tabulae Salernitanae” e “Compendium”, che trattavano di terapie
generali e di preparazione dei farmaci, e anche Matteo Plateario (il Giovane),
discendente di una famiglia di illustri cultori dell’arte medica, che affrontò
il tema delle piante e della sofisticazione dei prodotti medicinali. Alcuni di
loro ebbero modo di prestare servizio anche nel corso di operazioni militari:
basti ricordare Filippo Fundacario e Bartolomeo de Vallona che furono al
servizio del duca di Calabria, Roberto d’Angiò, durante la spedizione in
Sicilia del 1299.
La reputazione di
questi uomini di medicina superò ben presto i confini italiani, arrivando a toccare
ogni angolo d’Europa, tanto da dar vita a numerose leggende sulle loro capacità
di curare malattie inguaribili.
Articolo di Antonio
Ratti, giornalista e ricercatore storico, pubblicato su BBC History n. 97 –
altri testi e immagini da Wikipedia.
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