venerdì 25 dicembre 2020

Michael Wittmann La leggenda del Barone nero.

 

La leggenda del Barone nero.

Quattordici tank, dieci veicoli corazzati e quattro per il trasporto truppe distrutti n poco più di un quarto d’ora da un solo carro armato. È l’eclatante impresa di Michael Wittmann, il più celebre comandante di panzer del secondo conflitto mondiale.

 

Michael Wittmann

Verso le 12,30 del 13 giugno 1944 fu ben presto evidente che l’Operazione Perch, pianificata con cura dal generale inglese Bernard Montgomery, stava fallendo. E con essa il progetto dell’Alto comando alleato di eliminare la resistenza tedesca a sud di Caen, dopo il clamoroso successo dello sbarco in Normandia, avvenuto poco più di una settimana prima. L’esperta 22a Brigata corazzata britannica, i famosi “Desert Rats” (i Topi del Deserto), reduce dei successi in Nordafrica, appoggiata dal 1° Battaglione Fucilieri della “Rifle Brigade”, aveva fallito il compito assegnatole: occupare il villaggio strategico di Villerss-Bocage, alle spalle del nemico, per potergli tagliare ogni via di fuga e chiuderlo in una trappola mortale. Monty, com’era chiamato con rispetto Montgomery dai suoi uomini, fu immediatamente informato che le sue unità non solo erano state ricacciate indietro, ma avevano subito pesanti perdite: almeno trenta carri armati, decine di veicoli corrazzati e oltre duecento caduti. Un bagno di sangue che complicava maledettamente le cose sul campo. Come abbia reagito, a mano a mano che le notizie prendevano forma, è difficile a dirsi, ma possiamo immaginare lo sconcerto quando fu chiaro che il principale responsabile di quest’inaspettata débacle era un solo carro tedesco. Un temibile panzerkampfwagen VI Tiger della 2a Compagnia del Schwere SS-Panzer-Abteilung 101, comandato dal tenente Michel Wittmann, veterano del Fronte orientale e con un incredibile stato di servizio alle spalle. Eppure ciò che era riuscito a fare a Villers-Bocage ridimensionava ogni impresa precedente. Per i suoi uomini, gli ufficiali dello stato maggiore e Hitler in persona, Wittmann sarebbe diventato una vera leggenda, tanto da ricevere il soprannome da Barone Nero, in omaggio alla sua indiscussa abilità sul campo di battaglia.

Prima di lui solo un altro uomo era stato in grado d’infiammare l’immaginazione popolare a tal punto quel Manfred von Richthofen, l’asso degli assi della Prima guerra mondiale, che in virtù dell’originale colorazione del suo triplano si era tramutato nel leggendario Barone Rosso. Nel caso di Wittmann il nero era un chiaro riferimento alla divisa delle temibili Waffen SS, l’ala combattente del famigerato corpo delle Schutz-staffeln (SS) di Himmler. Ma, a prescindere dall’adesione all’ideologia nazista, egli è stato uno dei più abili e risoluti comandanti di panzer della Seconda guerra mondiale: l’eco delle sue imprese ha travalicato gli stessi confini tedeschi, meritandosi anche il rispetto delle truppe avversarie.

 

Gli assi dei panzer.

Può sembrare singolare che nella classifica dei maggiori carristi tedeschi del Secondo conflitto mondiale Wittmann figuri solo al quinto posto con la bellezza di 138 carri nemici distrutti. A quanto pare nella graduatoria altri quattro comandanti hanno fatto meglio di lui: Kurt Knispel con 168, Martin Schroif 161, Otto Carlos 150 e Johannes Bolter 139.

Va sottolineato che questa classifica, come per l’aviazione, tiene in conto le vittorie accertate e tralascia quelle solo rivendicate, ma non provate. Perché in tal caso la lista sarebbe ancora più nutrita. È una graduatoria pura e semplice, che non prende in considerazione fattori come la tipologia dei carri armati messi fuori combattimento o in quale teatro sia stato registrato il successo.

Nel caso di Wittmann va puntualizzato infatti che si aggiudicò le sue vittorie proprio nelle fasi conclusive della guerra, quando l’esercito tedesco era ormai in grossa difficoltà. In molti altri casi invece furono ottenute all’inizio del conflitto contro formazioni corazzate meno agguerrite o in forte inferiorità numerica e tecnologica come durante la Campagna contro la Francia, l’invasione della Polonia e l’inizio dell’Operazione Barbarossa in Unione Sovietica. nel 1944 il quadro era completamente mutato e gli avversari non erano solo superiori in numero, ma disponevano di carri avanzati ed equipaggi ben addestrati e preparati. In tal senso le straordinarie affermazioni di Wittmann assumono maggiore rilevanza. A prescindere comunque da questa doverosa precisazione, il valore dei carristi tedeschi nel Secondo conflitto mondiale è oggi universalmente riconosciuto anche tra le file degli eserciti nemici. Per preparazione, addestramento e doti tattiche si dimostrarono di regola superiori agli avversari, sapendo spesso ovviare a problemi progettuali e strutturali dei loro mezzi, non sempre all’altezza della situazione. Un mito, quello della superiorità tecnologica nazista in fatto di carri armati, che va ampiamente sfatato.

 

Il battesimo del fuoco. A dispetto del titolo affibbiatoli, e a differenza di von Richthofen, che poteva vantare origini nobili, il futuro SS-Obreersturmfuhrer aveva dovuto fare la gavetta per poter emergere come ufficiale delle truppe corazzate. Secondi i documenti disponibili aderì fin dal 1937 al corpo delle Waffen SS, entrando a far parte della divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler, e dimostrando fin da subito notevoli doti tattiche e una prestanza fisica fuori dal comune. L’abilità messa in luce ala comando di un reparto di autoblindo da ricognizione, nelle fasi iniziali del conflitto, gli aprì le porte di uno dei primi reparti dotati di Sturmgeschutz III, cannoni d’assalto derivati dallo scafo dei Panzer III e dotati di cannone Stuk L/24 da 75 millimetri, impiegati sul fronte russo all’indomani dell’inizio dell’Operazione Barbarossa (giugno 1941). E il battesimo del fuoco non sarebbe potuto essere più incisivo. Secondo i rapporti stilati dai suoi superiori, durante una delle prime missioni rimase isolato dal resto del reparto nel bel mezzo dell’avanzata di una colonna corazzata nemica, cosa  che non sembra averlo messo in particolare difficoltà, perché senza che venisse individuato riuscì a occultare il suo StuG III quanto bastava per tendere un’imboscata. Dopodiché, con calma glaciale, diede ordine al suo cannoniere di aprire il fuoco, prima di riuscire a sganciarsi e a rientrare tra le linee tedesche. Tre carri nemici non fecero ritorno alla base. Fu solo l’inizio di una serie brillante di azioni in cui Wittmann dimostrò lucidità e determinazione, ma anche coraggio ai limiti del suicidio. E infatti nel corso dei furiosi combattimenti che precedettero la conquisto del nodo strategico di Rostov, rimase ferito seriamente almeno due volte. il suo valore non passò inosservato e fu premiato con l’ammissione alla scuola ufficiali SS-Junkerschule di Bad Tolz, dalla quale sarebbe uscito un sottotenente dell’esercito regolare. Dopodiché fu riassegnato al fronte orientale, prima su carri Panzer III dell’SS Panzer-Regiment I e successivamente, come capo plotone, nei ranghi della Leibdstanderte, che in quel periodo era stata equipaggiata con mezzi più moderni ed efficaci, i potenti e temibili PanzerVI Tiger. Carri di ultima generazione che, per quanto soffrissero di non pochi problemi progettuali (in particolare i primi modelli) erano comunque dotati di un potente cannone da 88 millimetri in grado di perforare la corazza di qualsiasi mezzo avversario. Proprio in questo frangente Wittmann fu destinato al Schwere SS-/Panzer Abteilung 101, reparto in cui si distinse fin da subito come il più abile e letale comandante. Come leader di un’unità da ricognizione, costituita da quattro Tiger, prese parte alla battaglia di Kursk (luglio 1943), il più grande scontro di carri della storia, riuscendo a mettere fuori combattimento almeno trenta T-34 (il carro più avanzato a disposizione dell’Armata Rossa) e altrettanti cannoni anticarro sovietici. E tutto questo nel giro di soli cinque giorni di scontri. Risultati eccezionali, se si pensa che in quella fase della guerra l’Armata Rossa era già riuscita a prendere il sopravvento, il corso del conflitto mutato e per tutto il resto del 1943 la Wehrmacht fu costretta a continue e dispendiose ritirate. Eppure all’inizio del 1944, nonostante le difficoltà sempre crescenti, Wittmann riuscì ad ottenere risultati sbalorditivi: il 9 gennaio celebrò la sessantaseiesima vittoria, il 13 l’ottantottesima e il 29 giunse alla sbalorditiva quota di centodiciassette carri nemici distrutti.

 

Resti di un carro Cromwell tra le rovine di Villers-Bocage.

I retroscena della sua morte.

A chi attribuire la distruzione del Tiger del Barone Nero? Può sembrare incredibile ma sull’argomento sono stati spesi fiumi d’inchiostro. Per alcuni fu centrato da uno Sherman della 33a Brigata corazzata britannica, per altri invece da un razzo lanciato da un velivolo. La controversia si è protratta fino al 2000, quando la pubblicazione di un articolo, A Fine Night for Tanks, ha fatto chiarezza una volta per tutte, o almeno così si spera. Secondo l’autore, Brian Reid, quel fatidico 8 agosto del 1944, Wittmann si sarebbe salvato da una prima imboscata (in cui caddero gli atre tre carri del suo reparto), che gli fu tesa dai tanks della 33a Brigata, perché si trovava troppo lontano dal punto di fuoco (oltre mille metri). Infatti, per l’efficacia del cannone dello Sherman sulla corazzatura dei Tiger era praticamente nulla sopra gli 800 metri. Anche la tesi di un razzo sparato da un velivoli è stata ampiamente contestata, perché le immagini scattate subito dopo lo scontro non sono compatibili con il tipo di danno inferto. Se quel tipo d’arma, la cui potenza era paragonabile a un proiettile d’artiglieria navale, avesse centrato il bersaglio, avrebbe dovuto causare una distruzione ben maggiore. Inoltre, le foto dimostrano che il colpo non arrivò dall’alto. L’ipotesi di Reid invece è un’altra: fu un carro canadese, comandato dal maggiore Sydney Walters, della 2a Brigata corazzata del The Sherbrooke Fusilier Regiment, nascosto dietro il muro di un castello, a colpirlo da poco più di 150 metri: una distanza minima che spiega come la corazzatura sia stata perforata con facilità, facendo esplodere il locale deposito di munizioni e condannando l’intero equipaggio.

 


Carri armati tedeschi Tiger durante la battaglia di Villers-Bocage

Il miracolo di Villers-Bocage. Nell’aprile 1944 voci di un sempre più imminente sbarco alleato in Normandia costrinsero l’Alto comando tedesco a dirottare una parte delle sue forze a ridosso del Vallo atlantico, nella speranza di ributtare in mare il nemico. Tra queste figurava anche la 2a Compagnia del Schwere SS Panzer Abteilung 101, che fu assegnata al 1° SS Panzer Corps in qualità di unità di supporto, senza esser comunque inglobata. E a Wittmann fu affidato il comando del secondo battaglione con il grado di tenente. Quando il 6 giugno prese il via l’Operazione Overlord, cogliendo totalmente impreparate le difese tedesche, fu subito chiaro che, con gli Alleati ormai padroni della costa e in fase di dispiegamento nell’entroterra, la sproporzione di forze in campo sarebbe stata incolmabile. Eppure il 7 giugno Wittmann ricevette l’ordine di spostare il suo battaglione da Beauvais, dov’era distaccato a sud di Caen in Normandia per cercare di dare man forte alle deboli forze tedesche in zona. In cinque giorni, minacciato continuamente dall’aviazione nemica, riuscì a coprire i centosessantacinque chilometri che lo separavano dal fronte. E proprio nella tarda serata del 12 giugno arrivò in prossimità del villaggio di Villers-Bocage, ricevendo disposizioni di presidiare la colina 213 a poca distanza dall’abitato compito che avrebbe dovuto svolgere con i dodici Tiger a sua disposizione. Questo solo in teoria, perché la realtà era ben diversa, visto che metà dei suoi carri era stata danneggiata o soffriva di gravi problemi meccanici. Il mattino seguente, con l’inizio dell’Operazione Perch, e dopo un pesante bombardamento navale alleato che costrinse Wittmann a riposizionarsi almeno tre volte, la situazione sembrava disperata e senza via d’uscita. Quando poi, poco prima delle nove, le avanguardie della 7a Divisione corazzata britannica entrarono nel villaggio francese con l’intenzione di occupare il ponte che avrebbe tagliato la ritirata di tutte le forse avversarie più a nord, l’ufficiale tedesco, colto di sorpresa, capì di avere un’unica soluzione. Come avrebbe ricordato più tardi “Non ebbi il tempo di assemblare la mia compagnia e dovetti agire velocemente, perché dovetti supporre che il nemico mi aveva già sotto tiro … partii con il carro e diedi ordine agli altri di non ritirarsi, ma di tenere la posizione a tutti i costi”. Il messaggio era chiaro: ogni carro avrebbe dovuto attaccare singolarmente, cercando di portare scompiglio tra le fila avversarie. È stato possibile ricostruire queste drammatiche fasi con una certa precisione, anche se alcuni dettagli, forniti dai vari storici che si sono interessati al caso, non combaciano perfettamente. Comunque sia, intorno alle 9.00 Wittmann uscì dal suo nascondiglio, ingaggiando con i carri leggeri della retroguardia nemica e distruggendoli uno dopo l’altro. all’entrata del Paese fu la volta di vari veicoli da trasporto  parcheggiati lungo la strada principale, dopodiché, nella parte est dell’abitato, si scagliò contro numerosi carri leggeri e medi, cogliendoli di sorpresa. La maggior parte fu distrutta, chi invece riuscì a salvarsi cercò scampo nella campagna circostante. Nella confusione che si venne a creare il Tiger tedesco continuò a martellare le unità nemiche, mettendo fuori uso tutto ciò che si muoveva o gli si parava di fronte: caddero uno dopo l’altro postazioni anticarro, veicoli corazzati e centri di osservazioni, tutto mentre i restanti carri tedeschi si muovevano a loro piacimento tra le forze britanniche, incapaci di abbozzare la benché minima difesa. Solo quando le munizioni cominciarono a scarseggiare Witmann diede l’ordine di sganciamento, ma un improvviso colpo sparato da un cannone anticarro ben occultato costrinse il carro temporaneamente fuori uso. Perciò l’intero equipaggio, illeso, fu costretto a rientrare a piedi tra le linee amiche, dove poté riunirsi con ciò che restava delle esigue forze che aveva sferrato l’assalto.



30 gennaio 1944: Wittmann a Berlino con Adolf Hitler

La leggenda. A conti fatti per gli Alleati il bilancio fu un vero disastro, in meno di un quarto d’ora l’Operazione Perch poteva dirsi fallita, le perdite furono elevatissime e gran parte di queste erano imputabili proprio a Wittmann. Per la propaganda tedesca gli avvenimenti di Villlers-Bocage ebbero un tale risalto da trasformare il Barone Nero in una celebrità. Tanto che la stampa tedesca finì con l’attribuirgli la quasi totalità delle vittorie di quel giorno: ben ventisette dei trenta carri distrutti. Solo in seguito il numero sarebbe stato ridimensionato: tredici tank (cinque Cromwell, cinque Sherman e tre Stuart), dieci veicoli corazzati e quattro mezzi da trasporto. Un exploit clamoroso che galvanizzò Hitler in persona: il 25 giugno infatti l’ufficiale tedesco ricevette dalle sue mani la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia e Spade, la massima onorificenza a cui un comandate di carri potesse aspirare. Ancora una volta era riuscito a stupire, dimostrando un incredibile coraggio, determinazione e un intuito fuori dal comune. Villers-Bocage sarebbe stata però la sua ultima impresa, anche se la più sensazionale.

Forse aveva chiesto troppo alla buona sorte, perché dopo alcune settimane trovò la morte in uno scontro a fuoco in un modo del tutto normale. L’8 agosto, nei pressi del villaggio di Gaumesnil in Francia, mentre avanzava con il resto della sua unità per cercare d’intercettare le forze  britanniche impegnate nell’Operazione Totalise, il suo Tiger matricola 007 si trovò nel bel mezzo di un’imboscata e fu raggiunto da un proiettile nella parte posteriore, che fece esplodere il deposito munizioni e scagliò la torretta a decine di metri di distanza. Un unico colpo ma letale. L’intero equipaggio morì sul colpo, senza probabilmente rendersi neppure conto di cosa fosse successo realmente, e questa volta per il Barone Nero non ci fu scampo.


 


La tomba di Wittmann e dell'equipaggio del Tiger 007 a La Cambe

Articolo di Michael Wittmann pubblicato su Storie di guerre e guerrieri n. 6 – altri testi e immagini da Wikipedia

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