sabato 14 novembre 2020

Gli elmi dei soldati romani

 

Gli elmi dei soldati romani: a testa ben protetta.

Gli elmi erano probabilmente la parte di armatura più importante per la sopravvivenza dei guerrieri. i Romani realizzarono i loro ispirandosi alle tecniche costruttive dei propri nemici, ottenendo una produzione che seguiva vere tecniche industriali.

 


l’elmo è un elemento difensivo caratteristico di ogni guerriero fin dalle epoche più remote, ed è spesso presente per corredi funerari delle sepolture. Gli elmi italici più antichi, che equipaggiarono certamente anche i primi guerrieri romani, risalgono alla tarda età del Bronzo ed alla prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C), e furono prodotti dalle culture villanoviane ed etrusche. Erano fabbricati in bronzo, con forma prevalentemente semisferica, e avevano lo scopo di proteggere soprattutto la parte superiore della testa, mentre erano del tutto assenti protezioni delle guance e della nuca. Riservato certamente ai guerrieri etruschi più nobili e facoltosi era il cosiddetto elmo crestato, realizzato assemblando due semicalotte di bronzo, sormontate da una caratteristiche e imponente cresta triangolare. Con il tempo e con il raffinarsi della tecnica, il profilo, dapprima rozzo e primitivo, tese progressivamente a conformarsi alla testa del guerriero. Tra l’VIII e il V secolo a.C., si diffusero nell’Italia Centrale (prodotto dalle raffinate officine etrusche) gli elmi a falda (come quello borchiato emerso a Roma dagli scavi sull’Esquilino) e l’elmo tipo Negau, dalla caratteristica forma a campana allungata.

 

tipico elmo risalente al primo periodo regio di Roma, proveniente dal museo etrusco Guarnacci di Volterra.


Dall’antichità alla repubblica. Attorno al VI secolo a.C., in seguito al confronto militare con le città etrusche e le evolute città italiche della Magna Grecia, i Romani adottarono una serie di modelli di elmo già in uso in Grecia nell’epoca classica e adatti allo schieramento oplitico. Il più noto è l’elmo corinzio, che avvolgeva interamente la testa fino al collo, lasciando scoperto solo occhi, naso e bocca; veniva tenuto alzato sopra la fronte fino al momento dello scontro. Questo mezzo fu raffigurato sulle monete anche nei secoli successivi. Furono impiegati in seguito anche elmi chiamati apulo-corinzio, italo-calcidico, pilos italico e attico-sannitoco, che si differenziavano dal corinzio per le aperture aurali (all’altezza delle orecchie) o il maggior spazio aperto per il viso, con paragnatidi (protezioni per le guance) mobili e di dimensioni più contenute: tali caratteristiche, oltre ad aumentare la comodità, consentivano al combattete di sentire e vedere meglio, un’esigenza crescente per un tipo di combattimento che, negli eserciti romani tra il V e il IV secolo a.C., iniziava a discostarsi da quello oplitoco, a falange.

A partire dal IV secolo a.C., i Romani si confrontarono con i popoli gallici che occupavano l’Italia del Nord, e iniziarono a usare elmi molto simili a quelli dei nuovi nemici. Il tipo più noto, prodotto in bronzo dalle officine etrusche, questo elmo fu impiegato dalle legioni a partire dal periodo delle Guerre puniche (III secolo) fino al I secolo d.C., divenendo di fatto l’elmo più comune durante quasi tutto il periodo della Repubblica e nei primi anni dell’Impero. Fabbricato in bronzo e con una caratteristica forma conica a ‘berretto di fantino’, il Montefortino era dotato alla sommità di un pomello (apex); all’interno, secondo Polibio, veniva inserito un cimiero composto di tre piume di colore rosso o nero, alte 45 cm, con lo scopo di far apparire il soldato più alto e impressionare il nemico.

Tra quelli ritrovati, gli esemplari di fattura migliore risalgono al IV e al III secolo a.C., mentre quelli di epoca successiva, probabilmente a causa della necessità di soddisfare una domanda in continua crescita, risultano più semplici e di qualità decisamente inferiore. Le paragnatidi, realizzate in bronzo spesso, presentavano un profilo che si conformava alla linea degli occhi e della bocca, mentre, nella parte inferiore, gancetti di bronzo permettevano di allacciare un cordoncino sotto il mento. La fine delle Guerre puniche portò al confronto con le monarchie ellenistiche che si affacciavano sul Mediterraneo orientale. Gli eserciti romani ebbero modo di misurarsi con gli eredi di Alessandro Magno, che all’epoca riscuotevano ancora molto credito, anche in termini di equipaggiamento militare. I Romani, da sempre influenzati e suggestionati da oggetti e simboli che si richiamavano alla tradizione macedone e greca in generale, fecero largo uso anche di elmi ellenistici.

 


Elmo montefortino di fine IV-III secolo a.C.

Dagli opliti ai legionari.

Le differenze tipologiche tra elmi ellenistici e romani si devono soprattutto alle diverse tecniche di combattimento: la formazione oplitica del mondo greco e quella assai più duttile e articolata della legione. I termini impiegati dalle fonti letterarie latine per indicare l’elmo sono due: galea e cassis. Il primo viene usato in senso generico per l’elmo della truppa, mentre il secondo cassis sembra riferirsi a modelli di maggior pregio. Il cimiero (crista o conus) è l’ornamento che sormonta l’elmo, usato con lo scopo di far apparire la figura del guerriero più alta e imponente e per terrorizzare il nemico. Viene largamente impiegata sia nel mondo greco e latino e può essere costituito penne, piume, pennacchi criniere, figure ornamentali o anche pelli di animale. La paragnatide (buccula) è la parte dell’elmo che protegge le guance fino alla mandibola. Può essere resa mobile tramite un collegamento a cerniera che consente di rialzarla ai lati del capo.

L’imbottitura interna compare sin dall’antichità, non solo per aumentare la protezione dai  colpi, ma anche per rendere più confortevole l’impiego prolungato dell’elmo. Ammiano la chiama cento, ed era una specie di sottocasco costituito da pezzi di stoffa cuciti insieme. I legacci, o sottogola (vincula o habenae) sono i cordini  in cuoio che servono per mantenere l’elmo ben saldo sulla testa.

Cimieri come segnali.

Le creste e le penne erano un elemento peculiare degli elmi italici e romani, ed erano ritenute un attributo caratteristico del dio Marte. Nate con l’intenzione di impressionare il nemico, simulando una maggior altezza dei combattenti, ma ritenute anche elemento ornamentale e spesso di personalizzazione dell’armamento, vennero utilizzate per diversi secoli da tutti i guerrieri romani, dalle epoche più arcaiche fino alla fine dell’impero. Il piumaggio era molto diffuso tra la truppa, e non era riservato soltanto ai comandanti e ai personaggi di maggior rilievo. Di fronte ai Sanniti, che pure ne facevano largo uso, il console Papirio Cursore ricordò ai suoi legionari che le creste

“non producono ferite”.

Spesso gli elmi erano dotati alla sommità di un pomello (apex), o un dispositivo più o meno complesso per assicurare il cimiero. È quasi certo che creste e piume (insignia) venissero indossate solo in battaglia, poiché Cesare scrive che i suoi legionari, attaccati improvvisamente dai Nervii, non fecero in tempo ad applicarle. La caratteristica cresta traversale tipica del centurione, che serviva per poter essere localizzato in qualsiasi momento dai propri uomini durante la battaglia, compare su alcuni bassorilievi solamente in epoca imperiale, ed era composta da piume o da crine di cavallo.

Elmo Berkasovo Augsburg-Pfersee, rinvenuto senza paragnatidi.[18]


 

Una ricostruzione moderna di un elmo gallico imperiale di tipo H, indossato da un centurione romano del I secolo. Si notino le "sopracciglia" scolpite nella parte superiore dell'elmo e la fascia circolare in ottone, oltre ad una protezione superiore tipica degli elmi imperiali gallici

Il periodo del principato. In età augustea, nuove esigenze e opportunità orientarono l’esercito romano verso la scelta di soluzioni più adeguate ai tempi e alle necessità. I caratteristici elmi in ferro appartenuti alle fiere tribù galliche sconfitte da Cesare furono rapidamente adottati dai soldati romani, in linea con la secolare tradizione che suggeriva di acquisire quanto di meglio appartenesse al nemico. Ma occorreva anche fronteggiare minacce nuove: larghi e robusti paranuca, ampie paragnatidi, rinforzi frontali e nervature sulla calotta diventarono elementi di protezione strutturale indispensabili per affrontare mischie serrate con nemici vigorosi e agguerriti come i Celti e i Germani, che in battaglia prediligevano una scherma basata di colpi violenti e fendenti portati dall’alto verso il basso.

Non scomparvero mai, tuttavia, elementi importanti della tradizione armiera greco-italica, come il profilo generale dell’elmo, con la conservazione di linee estetiche classiche di gusto ellenistico, o alcune peculiarità ornamentali e caratteristiche, quali le creste. Gli elmi più prestigiosi, indossati di solito dagli ufficiali di rango più elevato, continuarono a subire per secoli l’influenza e il fascino evocativo degli elmi di età ellenistica.

La ricerca archeologica degli ultimi cinquant’anni ha potuto offrire un contributo decisivo allo studio e all’analisi dell’armamento romano nel periodo dell’alto Impero, anche grazie alla ricchezza di reperti dovuta al diffuso benessere di quell’epoca. Fra il I e il III secolo d.C.,, l’esercito romano, padrone del Mediterraneo e di gran parte dell’Europa continentale, dimostrò una sorprendente omogeneità nella politica degli armamenti, lasciando poco spazio all’improvvisazione. Dall’epoca augustea fino al principato di Costantino, nell’arco di circa quattrocento anni, le più diffuse tipologie di elmi da combattimento furono quattro: Haguenau, Weisenau, Weiler/Niederbieberm tutte piuttosto simili.

Una tipologia particolare, riservata quasi esclusivamente alla cavalleria, è costituita dai cosiddetti elmi a maschera. Particolarmente costosi, in quanto frutto di lavoro di abili artigiani, sono con ogni probabilità gli stessi elmi, descritti da Arriano in occasione delle spettacolari esibizioni della cavalleria romana, dette hippica gymnasia. Questi modelli, che ricoprivano completamente il volto del cavaliere, riproducevano le fattezze di personaggi eroici, come Alessandro, oppure mitici, cp,e o guerrieri greci che combatterono contro le Amazzoni. Sia pure magnifici, non dovevano però essere molto pratici da usare in combattimento.

 

Elmo da parata romano della seconda metà del II secolo. L'unico esempio di questo tipo completo. Si trovava presso il forte ausiliario di cavalleria, a Theilenhofen (l'antica Iciniacum), in Baviera, ora esposto presso il Germanisches Nationalmuseum di Norimberg

Il tardo impero. Fino alla crisi economica e militare del III secolo d.C., la produzione degli elmi si basava su una rete capillare di strutture artigiane private, spesso convenzionate con l’amministrazione militare. L’aumento e la crescente pericolosità delle invasioni barbariche indusse però l’impero a formare eserciti mobili, utilizzando truppe prelevate nelle varie basi legionarie, e a centralizzare la produzione degli armamenti. Inoltre, al fine di limitare il rischio di lasciare nelle mani di usurpatori un’attività fondamentale per la conservazione del potere e di esclusiva pertinenza dello Stato, la produzione e la vendita di armi ai privati furono proibite della legge. Si deve a Diocleziano (244-313) la creazione di una vera strutta di industrie statali (fabricae), centralizzata sotto il profilo logistico e amministrativo, e distribuita sul territorio dell’Impero in funzione delle esigenze strategiche.

A partire dalla seconda metà del III secolo, si diffuse così una tipologia decisamente nuovi modelli: i cosiddetti elmi compositi crestati, caratterizzati da una notevole semplicità e rapidità di costruzione e di montaggio. La calotta del tipo più diffuso di elmo, chiamato Intercisa, era composta da due pezzi, uniti in senso longitudinale per mezzo di una rivetta tura su un profilo rialzato. Pagati alla calotta non direttamente o per mezzo di cerniere metalliche, bensì tramite supporti flessibili di cuoio o di tessuto. Lo stile e le modalità costruttive di questo modello lasciano supporre una forte influenza degli elmi utilizzati dai Persiani, che costituirono per secoli il grande nemico della frontiera sudorientale dell’Impero Romano. L’improvvisa e larga diffusione di un elmo così diverso dai precedenti fu dovuta soprattutto alla facilità e rapidità di produzione da parte delle fabricae di Stato, in un momento di grave instabilità politica e d’inadeguatezza produttiva da parte delle officine private. Questi elmi garantivano una protezione senza dubbio inferiore rispetto ai tipi con calotta in pezzo unico, ma rispondevano in modo soddisfacente a una serie di requisiti minimi imposti dal committente unico statale.

Un modello composto leggermente diverso era quello risalente alla metà del IV secolo e caratterizzato da un caratteristico paranaso a ‘I’ applicato sul bordo frontale della calotta. L’esemplare più prezioso, certamente riservato a un cavaliere o a un personaggio prestigioso, è denominato Berkasovo. La sua calotta argentata e incastonata di pietre preziose è composta da quattro segmenti uniti da una crociera; il paranuca è assicurato alla calotta da una serie di cingue e di fibbie, mentre le paragnatidi, anch’esse decorate con pietre preziose, sono collegate alla calotta in modo analogo a quello degli elmi di tipo Intercisa. Un modello che comparve per la prima volta attorno al IV secolo, e si diffuse ampiamente tra il V e il VI secolo, era il cosiddetto Spangenhel (elmo a segmenti); costruito da una serie di segmenti metallici variamente disposti, venne indossato dalla cavalleria romana di Galerio agli inizi del IV secolo. Gli ultimi elmi portati dai Romani furono di tipo germanico (Baldenheim) e il loro impiego si prolungò dal V secolo a tutto l’alto Medioevo. Erano costituiti da quattro o sei segmenti metallici realizzati in ferro o in bronzo di varia forma, assicurati, mediante rivetti, a una banda metallica che serrava la parte inferiore della calotta.

 

Articolo di Giuseppe Cascarino pubblicato su Civiltà Romana n. 2 – altri testi e immagini da Wikipedia.

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