martedì 28 luglio 2020

La battaglia di Belleau (1918)

La battaglia di Belleau (1918), la prima battaglia dei Marines in Europa.

Quei cani venuti dall’inferno.

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Marines statunitensi nel bosco di Belleau (1918).

Quando durante la grande guerra i francesi alle corde per l’attacco tedesco nei pressi di Reims consigliarono agli americani di ritirarsi. Il capitano Lloyd Williams rispose: “Diavolo, siamo appena arrivati”. Cominciava così la battaglia che avrebbe dato il via al mito del soldato a stelle e strisce statunitense.

 

In quella inutile strage che fu la Grande Guerra, la battaglia dei boschi di Belleau, nel Nord-Est della Francia, appare poca cosa se paragonata ai grandi scontri campali che si trascinarono per mesi sui vari fronti e che costarono centinaia di migliaia di morti. Eppure, anche Belleau Wood ha un post nella storia, per diverse ragioni. Innanzitutto, fu la prima battaglia in cui il corpo di spedizioni americano subì pesanti perdite: i marines registrarono il maggior numero di vittime della loro storia, fino alla Seconda guerra mondiale. Con il loro sacrificio, d’altro canto, gli stessi marines diedero prova della loro volontà e capacità di combattere, mettendo a tacere quanti potevano aver dubitato di loro. Entrati in guerra solo nel 1917, quasi tre anni dopo il suo inizio, gli americani dimostrono con i fatti di voler dare fino in fondo il proprio contributo alle operazioni sul fronte occidentale. Il desiderio di non sfigura nella ‘prova di fuoco’ fu più forte anche della prudenza e della logica, e li convinse ad eseguire ordini discutibili, che comportavano un costo elevato di vite umane per risultati irrisori.

Fu proprio ciò che accadde nel giugno del 1918 nel bosco di Belleau, a Ovest di Reims. L’offensiva di primavera sferrata dai tedeschi aveva colto di sorpresa le potenze dell’Intesa, strappando loro un’ampia fascia di territorio in direzione di Parigi dopo anni di stasi del fronte, impantanato nella logorante guerra di trincea. Ogni cittadina, ogni villaccio ceduto all’esercito tedesco, per la Francia e i suoi alleati era un ulteriore passo verso la capitolazione. Per contro, riconquistare il terreno perduto significava vanificare l’offensiva della Germania e, con ogni probabilità, rovesciare a proprio favore una volta per tutte le sorti del conflitto. Le truppe dell’American Expedionary Force (AEF) si erano distinte nella riconquista di Cantigny e di Chateau-Thierry. Dopo aver ripreso il controllo di quest’ultima città sul fiume Marna, in quella che oggi è un’amena regione di boscosi fondovalle e dolci colline trapunte di vigneti, ma che allora segnava la linea del fronte, la Seconda e la Terza Divisione dell’esercito statunitense si mossero in direzione Nord-Ovest, alla volta di Belleau. Fu qui che si trovarono la strada sbarrata da un bosco gremito di postazioni tedesche ben mimetizzate.

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Ritratto del generale John Joseph Pershing

L’American Expeditionart Frances (AEF)

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Ufficiali dell'AEF nel 1918

I marines che combatterono strenuamente al bosco di Belleau erano gli unici inquadrati nella Forza di spedizione americana (AEF) creata quasi da zero nel momento in cui, nell’aprile del 1917, gli USA dichiararono guera all’impero tedesco. Inizialmente 100mila, alla fine della guerra i militari americani salirono a 3 milioni; ma soprattutto l’esercito aveva conosciuto una rapida evoluzione, che l’aveva trasformato in uno dei migliori del mondo. Concorsero a questo risultato il progressivo ammodernamento dei mezzi, in particolare meccanizzati e corazzati, e l’esperienza acquisita sul campo dai comandanti, che seppero far tesoro dei precedenti errori e rimediare alle lacune tattiche. Il corpo di spedizione arrivò in Francia nel giugno 1917 e prese parte ai combattimenti per la prima volta in ottobre, presso Nancy. Mentre nella prima fase del loro impiego sul fronte occidentale le divisioni americane supportarono le difese di inglesi e francesi, in seguito appoggiarono gli attacchi di questi alle trincee tedesche e, dal maggio 1918, combatterono in piena autonomia, cogliendo il primo successo a Cantigny. In luglio furono le truppe francesi a supportare quelle americane. Il culmine di questa escalation dell’AEF si ebbe in settembre, quando il comandante in capo, generale John Pershing, un veterano delle guerre statunitensi nelle Filippine e in Messico, si trovò a guidare oltre 500mila tra americani e francesi nella più grande operazione offensiva fino allora mai intrapresa dalle forze armate degli Stati Uniti: la battaglia del saliente di Saint-Mihiel, seguita dall’offensiva agli ordini di Pershing furono oltre il doppio. Le due battaglie permisero alle forze dell’Intesa di riconquistare quasi 500 km quadrati di territorio francese spingendo la Germania alla resa. La fine delle ostilità colse i soldati d’oltreoceano schierati sulla linea del fiume Mosa. In totale, le perdite americane nella Grande Guerra, durante la quale furono schierati anche in Italia e in Russia, ammontarono a circa 120 mila caduti e il doppio di feriti.

 

Trappola fra gli alberi. Così descrisse le difese tedesche il colonnello Frederick Wise del 5° Reggimento marines, la cui quarta brigata era aggregata alla seconda Divisione: “In quel groviglio di boschi che copriva un poggio lungo un miglio e mezzo e largo un miglio, che saliva bruscamente dai campi che lo circondavano, spuntavano enormi massi tagliati da canaloni e burroni, e con un sottobosco così fitto che gli uomini vi avrebbero potuto passare a pochi metri di distanza, senza farsi vedere l’uno dall’altro. in quel groviglio c’erano mitragliatrici mimetizzate dietro cumuli di boscaglia, macigni e buche a prova di granata sotto i massi. Cecchini erano appostati sul terreno e sulle cime degli alberi. Veterani tedeschi combattevano strenuamente”. Si trattava di uomini della decima e della 237a Divisione dell’esercito del Kaiser Guglielmo II, a cui si aggiunsero nel corso delle battaglia unità delle divisioni 28, 87 e 197.

Nelle testimonianze dei sopravvissuti, la zona si trasformò, la zona si trasformò in un inferno, con i tedeschi che sparavano con ogni arma a disposizione: cannoni, mitragliatrici, fucili. Lungo la linea dei combattimenti, a ogni esplosione si levavano mucchi di terra, pezzi di roccia, schegge di alberi. Ma, come annotò Wise, “il peggio doveva ancora venire. Avevano i mortai di trincea nel Bosco di Belleau, e al momento giusto hanno iniziato a tirare contro di noi. Quei siluri aerei, lunghi più di un metro e pieni zeppi di TNT, volavano in aria e cadevano sul crinale dov’eravamo appostati, che letteralmente tremava ogni volta che uno di essi esplodeva”.

Invano i francesi avevano tentato di strappare al nemico quella massa buia di tronchi, cespugli e rami contorti e armi da guerra che sembrava riempire l’orizzonte. Il 1° giungo toccò agli americani provarci, sotto lo sguardo vigile delle “salsicce tedesche”, i palloni da osservazione che dall’alto non perdevano una loro mossa. Il compito che si presentò alla Seconda Divisione comandata dal generale James Harbord apparve subito proibitivo: per raggiungere il bosco bisognava avanzare su un campo di grano, completamente esposto al fuoco delle mitragliatrici e dell’artiglieria tedesca. Praticamente, un suicidio collettivo. I marines del 5° e del 6° Reggimento che rilevarono i soldati francesi in prima linea si sentirono dire che era inutile combattere e che avrebbero fatto meglio a ritirarsi. Il capitano Lloyd William, del 2° Battaglione, replicò risentito: “Ritirarci? Diavolo siamo appena arrivati!”. Williams non sopravviverà alla battaglia. inderogabili ragioni strategiche non lasciavano alternative. Parigi era distante appena 80 km e il contrattacco dell’Intesa, posto sotto comando del XXI Corpo dell’Armata francese doveva continuare. Eppure, a detta di molti storici, l’assalto a quello che gli americani chiamano “Belleau Wood” fu una mossa insensata. I massacri in cui si erano risolti attacchi simili contro zone densamente boscose sulla Somme e nel saliente di Ypres non avevano insegnato nulla. Lo storico e romanziera Thomas Fleming è arrivato a sostenere che i comandanti americani avrebbero dovuto rifiutarsi di eseguire gli ordini impartiti dai francesi. Le critiche non risparmiarono neppure il generale Harbord, un favorito del comandante in capo dell’American Expediotionary Forces (AEF), John Persing, per non aver considerato l’opportunità di concentrare il fuoco dell’artiglieria così da ripulire il bosco prima dell’attacco via terra.

 

L’insensato ordine di attacco.

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Per la descrizione della battaglia di Belleau Wood disponiamo di un resoconto di prima mano: è opera di Frederick Wise, che appena promosso colonnello si trovò a comandare il 2° battaglione del 5° Reggimento marines. La sua cronaca, quasi in diretta dal fronte, è assai ricca di notizie e di partecipazione emotiva. “Vidi il maggiore John A. Hughes, al comando del 1° Battaglione del 6° marines, che aveva compiuto l’ultimo attacco all’estremità meridionale del Bois de Bellau e lo teneva ancora. Il maggiore Hughes confermò la mia idea che era quasi impossibile prendere quella posizione con un attacco frontale. Dopo aver parlato con lui sono tornato sul crinale, contento di poter colpire il nemico da dietro invece di dover fare un attacco frontale. Venne la notte. Nel buio si presentò una staffetta. Disse: ‘un messaggio signore’. Guardai il mio orologio da polso. Mezzanotte. Ancora quattro ore prima dell’attacco. Spiegai il messaggio che mi aveva consegnato, accucciato e puntai la luce della torcia elettrica sul foglio. Lessi quelle righe dattiloscritte. Non potevo credere ai miei occhi. Al mio battaglione fu ordinato di attaccare il Bois de Belleau DAL BORDO MERIDIONALE alle ore 4:00 di quella mattina, dopo un bombardamento. Era firmato ‘Harbord’. Ero sorpreso. Tutti i miei piani erano saltati in aria. Sapevo che quel pezzo di carta che tenevo in mano significava l’inutile morte della maggior parte del mio battaglione. “I piani sono stati cambiati” ho dovuto dire ai miei subordinati. Rimasi là sotto alcuni alberi vicini a un fosso, sul bordo meridionale del Bois de Belleau, e nella luce crescente osservai il mio battaglione prendere posizione. All’improvviso cominciò il bombardamento, alcune centinaia di metri davanti alle nostre lineee. Fra le esplosioni potevamo sentire le mitragliatrici tedesche nei boschi rianimarsi. Non potevano ancora vederci, ma sapevano dalle bombe che stava per arrivare l’attacco. Il fuoco dei cannoni cessò e i nostri strisciarono avanti. I fischi dei comandanti dei plotoni suonarono su e giù lungo la linea. Il battaglione si alzò in piedi. Infilata la baionetta, il fucile pronto a far fuoco, gli uomini iniziarono la loro lenta avanzata. Rimasi lì a guardarli andare avanti. I tedeschi  ora potevano vederci. Qua e là alcuni uomini cadevano. Ma l’avanzata proseguiva. I tedeschi non avrebbero potuto avere bersagli migliori neppure se avessero ordinato loro l’attacco. La raffica continuava a crepitare. A circa 250 metri da essa il battaglione andava avanti, uomini che cadevano. Avanzavano metro dopo metro. Pochi minuti dopo, li vidi sparire nel bosco. Quel bosco sembrava aver inghiottito la raffica senza sforzo. Adesso aveva inghiottito il battaglione”.

 

 

“Volete vivere per sempre?”. Entrati in linea, i marines della Seconda Divisione USA si appostarono a Nord del villaggio di Lucy-le- Bocage; il 5° Reggimento si chinerà a Ovest, il 6° a Est. La maggior parte dei settori non disponeva di mitragliatrici. Alla fattoria Les Mares, i cecchini del 5° cominciarono a prendere di mira i tedeschi, che il 4 giugno decisero di attaccarli. I marines del 2° Battaglione che presidiavano la fattoria accusarono il mancato coordinamento con il 1° Battaglione, alla loro destra, che rimase fermo sulle sue posizioni, vicino a Champillon. I tedeschi però, non riuscirono ad approfittarne e furono respinti, grazie al sopraggiungere della brigata di artiglieria della divisione e dei battaglioni con le mitragliatrici. Come premio, i soldati americani rimasero a stomaco vuoto, dal momento che le cucine da campo erano rimaste per stada. L’indomani il comando francese ordinò di prendere il bosco di Belleau, sostenendo che il nemico ne teneva solo un angolo. In realtà, come già detto, l’esercito tedesco l’aveva interamente occupato e trasformato in un munito bastione. Senza che fosse stata effettuata alcuna ricognizione per confermare la posizione del nemico, alle 5 del mattino il 1° Battaglione del 5° Reggimento attaccò a Ovest del bosco, conquistando la Collina 142, strategicamente indispensabile per sferrare un assalto alla zona coperta dagli alberi. Nonostante fosse stato preparato in poco tempo, l’attacco ebbe successo. Cominciò con l’impiego di due sole compagnie e l’arrivo tempestivo di altre due evitò il peggio: un contrattacco tedesco venne respinto. Dodici ore più tardo, i marines attaccarono i boschi da Ovest e da Sud, con l’obiettivo di conquistare il villaggio di Bouresches, sul margine orientale dagli alberi. I soldati che avanzavano attraverso i campi furono falciati dalle mitragliatrici. Per esortare i suoi uomini, il sergente artigliere Dan Daly gridò loro: “Venite figli di puttana, volete vivere per sempre?” Come dire: prima o poi dobbiamo tutti morire, tanto vale per una giusta causa. La manovra, su cui pesarono ancora difetti di coordinamento nelle file americane, sortì il modesto effetto di conquistare un piccolo angolo del bosco nel margine meridionale a un alto prezzo: un battaglione ne uscì decimato. Bouresches fu infine preso da due compagnie del 2° Battaglione del 6° Reggimento. Rifornirle risultò però impossibile, dal momento che ogni tentativo si esponeva al fuoco dell’artiglieria tedesca. In quelle drammatiche circostante, il coraggio dei marines riuscì a supplire alla mancanza di collegamenti. Ci furono anche episodi eroici. Il sottotenente del servizio medico dei marines Weedon Osborne ricevette la medaglia d’onore dopo essersi sacrificato per salvare il capitano Duncan, al comando della compagnia che aprì la strada per la conquista del villaggio. Nella stessa giornata, gli sforzi di occupare la stazione appena fuori Bouresches si infransero contro le difese tedesche. La data del 6 giugno 1918 segnò così ul giorno più nero della storia dei marines, che persero 1087 uomini fra caduti e feriti.

 

Feroci corpo a corpo. Dopo un nuovo attacco andato a vuoto, gli americani ricorsero all’artiglieria pesante. Per evitare di essere colpite, le unità che erano avanzate più in profondità dovettero ripiegare al margine del bosco. Il successivo assalto, l’11 giugno, permise di conquistare i due terzi del bosco di Bellaau, ma ancora con pesanti perdite. Un comandate di battaglione, il citato colonnello Wise, interpretò male le mappe e sbagliò la sua posizione. Dopo qualche giorno – in cui un altro ufficiale medico, il sottotenente Orlando Petty, ricevette la medaglia d’onore – il comandante della divisione chiese il cambio dei suoi uomini ormai sfiniti.

Il 13 giugno i tedeschi presero l’iniziativa, sostenuti dall’artiglieria di 3 divisioni, e per poco non riconquistarono Boureschese. I soldati inviata di rinforzo furono fatti bersaglio di bombe a gas. Il sergente artigliere Fred Stockam si guadagnò la nomina per la medaglia d’onore per aver soccorso un marine ferito, dandogli la propria maschera antigas. Stockam morirà pochi giorni dopo per gli effetti del gas. Esaurito il contrattacco tedesco, la fanteria riuscì a raggiungere i marines isolati nei boschi e a Bouresches. Il 18 del mese, truppe tedesche del 7° Reggimento fanteria della Terza Divisione ripresero ad attaccare le postazioni nemiche. Gli attacchi fallirono uno dopo l’altro e gli ufficiali dell’esercito contestarono apertamente le tattiche che erano stato loro ordinato di seguire. Il copione non cambiò neppure dopo che il comando del settore fu assunto dai francesi, con ulteriori perdite del 7° fanteria, investito da scariche di artiglieria e mitragliatrici. I marines si ripresentarono al fronte il 22. L’ordine impartito dai francesi era sempre lo stesso: conquistare il bosco di Bellau, a ogni costo. Per evacuare i feriti dopo un assalto che aveva portato a minime conquiste territoriali, furono necessarie 200 ambulanze. La battaglia fu infine risolta con l’impiego massiccio dell’artiglieria francese. Se l’ultimo pezzo di quel maledetto bosco non si poteva prendere, tanto valeva distruggerlo, albero dopo albero. Fu quello che fecero i cannoni dell’Intesa, martellando per 14 ore filate a partire dalle 3:00 del mattino del 25 giugno. Rimasti senza protezioni, i rimanenti avamposti tedeschi furono annientati uno a uno dai marines e dai mitraglieri dell’esercito. Dal luogo degli scontri provenivano i feriti americani, che si trascinavano sul terreno, e gruppi di decine di marines, in genere feriti anche loro.

Il giorno seguente, dopo aver respinto alcuni contrattacchi nelle prime ore del mattino, il maggiore Maurice Shearer poté finalmente trasmettere il laconico rapporto: “Boschi ora interamente – Corpo dei marines degli Stati Uniti”. In totale, le vittime americane nella battaglia furono 1800 a cu si aggiunsero 8mila feriti; dei tedeschi, si sa che ne furono presi prigionieri 1600. Dopo Chateau-Thierry, l’offensiva imperiale aveva subito un’altra battuta d’arresto che contribuì a fermarne lo slancio. Poche settimane dopo, l’Intesa avviò l’offensiva dei cento giorni, destinata a concludersi con la resa della Germania. per il generale Pershing “la battaglia di Belleau Wood fu il più importante scontro che le truppe americane abbiano mai avuto in terre straniere”. Il comandante delle forze statunitensi si chiese anche “perché i marines riescono dove i miei falliscono? Hanno lo stesso equipaggiamento e lo stesso addestramento”, innescando una rivalità tra esercito e marines destinata a durare a lungo. In effetti, i marines si distinsero come combattenti superiori alla media. Pur di avere ragione del nemico, erano arrivati a combattere corpo a corpo, con le baionette e perfino a mani nude. I francesi ribattezzarono in loro onore Belleau “bosco della brigata dei marines” e festeggiarono insieme il 4 luglio. Anche i tedeschi riconobbero il valore dell’avversario, a modo loro: da allora chiamarono i marines “Teufel hunden” cani del diavolo.

 

Articolo di Andrea Accorsi pubblicato su Storie di guerre e guerrieri n. 23 – altri testi e immagini da Wikipedia.


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