giovedì 9 luglio 2020

Luigi XIV splendido guerrafondaio.

 

Luigi XIV splendido guerrafondaio.

Louis XIV of France.jpg

Ritratto di re Luigi XIV di Francia di Hyacinthe Rigaud1702. Oggi questo dipinto è conservato nel Museo del Louvre a Parigi
Re di Francia e di Navarra
Stemma

 

Il Re Sole ha lasciato un segno nella Storia non solo per lo splendore della sua corte, per la cultura e il mecenatismo che lo hanno contraddistinto, ma anche perché fu lui a rendere grande la Francia, grazie soprattutto all’esercito, potente e efficiente, che vinse mille battaglie e allargò i confini del regno.

 

Ormai anziano, malato e giunto alla fine dei suoi giorni, per il re Sole, Luigi XIV, fu tempo di bilanci. Ripercorrendo i 54 anni di regno, dei quali ben 34 lo avevano visto combattere per realizzare le proprie ambizioni, constatò con amara sincerità di “aver amato troppo la guerra”. Più delle scintillanti feste nei suoi sontuosi palazzi, più delle sue innumerevoli amanti, più dell’ebbrezza del potere assoluto, Luigi XIV infatti amò la guerra e con quelle parole pronunciate sul letto di morte volle riassumere il suo regno e la sua più duratura eredità nella Storia. Scrisse Voltaire: “che egli bramasse appassionatamente la gloria, più che le conquiste stesse (le guerre di Luigi XIV). Luigi di Borbone fu incoronato re quando aveva appena 4 anni, ma ascese al potere assoluto solo nel 1661, dopo la morte del cardinale Giulio Raimondo Mazzarino, al quale sua madre, Anna d’Austria, aveva affidato il governo effetti del Paese.

Con 18 milioni di abitanti, la Francia era allora di gran lunga la nazione più popolata d’Europa – l’Austria degli Asburgo ne contata 8, la Spagna e Inghilterra 6 – ma “il disordine vi regnava sovrano”, annotò Luigi nelle sue Memorie. Un Paese grande e prospero, all’avanguardia nello sviluppo agricolo e ben avviato in quello commerciale e industriale, ma privo di peso politico e ancora feudale nella sua struttura più intima, con un potere frammentato nelle mani di una classe nobiliare senza altre ambizione che quella di conservare i propri privilegi.

 

Territori del regno di Francia e conquiste di Luigi XIV dal 1643 al 1715

Cominciò dall’esercito. Per diventare il Re Sole, Luigi dovette dare un obiettivo a quella nobiltà cinica e demotivata, e ci riuscì imponendo ad essa per prima, ma anche a tutto il popolo, il dovere  di mettersi al servizio della corona e di realizzare i suoi sogni di un Francia più grande e potente. Fu lui l’inventore del concetto, caro a tutti i francesi, di grandeur.

Era la premessa di una lunga stagione di guerre. Gli obiettivi territoriali di Luigi XIV erano ambiziosi: l’estensione della Francia su quelli che egli considerava i suoi confini naturali, dal Reno, a Est, fino ai Pirenei, a Sud. In particolare, le sue mire sul versante orientale riguardano territori di lingua francese – l’Artois, la Lorena, la Franca Contea – ma anche provincie storicamente estranee alla Storia del Paese, come le Fiandre spagnole e l’Alsazia. Mise così in gioco l’equilibrio tra i poteri delle nazioni europee, e tutte le grandi potenze continentali si coalizzarono per contrastare quello che era esplicitamente un progetto egemonico.

Ma prima di combattere i nemici esterni, Luigi dovette fare i conti con quelli interni. L’esercito che avrebbe dovuto realizzare i suoi ambiziosi disegni, infatti, era nelle peggiori condizioni possibili. Solo 70mila uomini, oltretutto indisciplinati, scarsamente addestrati, sottoposti a una gerarchia corrotta e inefficiente. I gradi non si guadagnavano con il valore ma si acquistavano.

Come era accaduto per la sua ascesa al potere, resa possibile dalla morte del cardinale Mazzarino, anche in questo caso fu la morte di un anziano notabile a spianargli la strada. Il duca di Epernon, Bernard de Nogaret de la Valette, rivestiva infatti il ruolo di Colonnello Generale della Fanteria, un incarico chiave nell’amministrazione francese dell’epoca, perché da lui dipendeva tutta la gestione delle Forze Armate francesi, il cui poter, affermò Luigi nelle sue Memorie, “era infinito, superiore a quello stesso re”. Tra le varie prerogative del Colonnello Generale, la più importante era l’assegnazione delle commissioni da ufficiale: un sistema, allora in uso in tutta Europa, mediante il quale l’incarico di colonnello comandante di un reggimento era un vero e proprio investimento economico riservato ai nobili più facoltosi. Questi comperavano il titolo dal Colonnello Generale, divenendone a tutti gli effetti il proprietario, e poi lucravano sulle spese del suo mantenimento, che erano a carico delle casse reali. Un mercato estremamente lucroso: in questo modo il Colonnello Generale poteva esercitare un’enorme influenza sulla nobiltà, non solo assegnando gli incarichi ai propri amici, ma soprattutto chiudendo un occhio, o entrambi, sulle loro malversazioni. Morto de La Valette, Luigi prese nelle sue mani anche questo potere, abolì l’incarico di Colonnello Generale e avviò una profonda opera di ristrutturazione delle Forze Armate, affidando questo compito a un uomo che può essere considerato – al parti dello stesso re – uno dei più grandi riformatori militari di tutti i tempi: François Michel le Tellier, marchese di Louvois. Competente e risoluto, appoggiato senza riserve dal re, trasformò in pochi anni un’armata fatiscente in un’efficiente macchina da guerra.

Il grado di colonnello, con l’annessa proprietà del reggimento, rimase oggetto di compravendita dei nobili, ma il comando effettivo dei reggimenti fu loro sottratto e trasferito a militari di professione con gradi creati ad hoc: tenente colonnello, comandante del reggimento, mentre i maggiori comandavano i battaglioni. Questa riforma fu completata nel 1667, quando Luigi creò che a questo incarico potessero accedere anche i tenenti colonnelli, definendo in questo modo una via interna all’esercito di avanzamento per merito agli ufficiali più dotati, indipendentemente dalla loro nobiltà o ricchezza, e contemporaneamente conferendo al suo esercito una solida ossatura professionale.


 

Mappa dell'Europa dopo il trattato di Utrecht.

Le principali battaglie del Re Sole.

In trent’anni di guerre, non tutte con esito favorevole alla Francia, il Re Sole allargò notevolmente i confini del suo regno, anche se a costo di insanabili crisi economiche, annettendosi l’Alsazia, Metz, Toul, il Rossiglione, l’Artois, le Fiandre francesi, Cambrai, la Contea di Borgogna, la regio della Saar, l’Hainaut e la Bassa Alsazia. Ecco in dettaglio 4 delle sue principali battaglie.

 

GUERRA OLANDESE (1672-1678)

Battaglia di Seneffe

Località: Belgio

Data: 11 agosto 1674

Comandante francese: principe Luigi II di Borbone-condé.

Comandante avversario: principe Guglielmo III d’Orange.

Avversari: Stati tedeschi, Spagna, Olanda.

Forze in campo: 44000 francesi contro 65000 alleati.

Perdite: 8000 francesi, 20000 alleati.

Esito: vittoria francese.

GUERRA OLANDESE (1672-1678)

Battaglia di Entzheim

Località: Alsazia, Francia

Data: 4 ottobre 1674

Comandante francese: visconte di Turenne.

Comandante avversario: principe Alexander von Bournonville.

Avversario: impero asburgico.

Forze in campo: 22000 francesi contro 38000 imperiali.  

Perdite: 3500 francesi, 4000 imperiali

Esito: vittoria francese.

GUERRA DELLA GRANDE ALLEANZA (1688-1697)

Piano di battaglia - 4 ottobre 1693: si nota chiaramente la disposizione, prima e durante lo scontro, delle due armate (a sinistra i francesi, a destra gli alleati) nella piana compresa tra Piossasco, Volvera ed Orbassano

Località: Marsaglia, presso Torino

Data: 4 ottobre 1693.

Comandante francese: maresciallo Nicolas Catinat.

Comandante avversario: duca Vittorio Amedeo II

Avversari: Spagna e Savoia

Forze in campo: 35000 francesi contro 30000 spagnoli e savoiardi.

Perdite: 1800 francesi, 10000 alleati.

Esito: vittoria francese.

GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA (1702-1713)

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La battaglia di Malplaquet, dipinto del XVIII secolo.

Battaglia di Malplaquet

Località: Francia

Data: 11 settembre 1709

Comandanti francesi: duca de Villars e duca de Bouffiers.

Avversario: Grande Alleanza

Forze in campo: 100-120mila alleato contro 90mila francesi

Perdite: 25000 alleati, 12000 francesi.

Esito: vittoria alleata.

La Fronda.


Prima di Luigi XIV fu il cardinale Mazzarino a reggereIl cardinale Giulio Mazarino le sorti della Francia. La sua politica, però, scatenò la rivolta del Parlamento e della nobiltà, conosciuta come “La Fronda”, per le fionde con le quali i parigini tempestarono di sassi le finestre del cardinale. Luigi e sua madre furono costretti alla fuga e il giovane re ne fu profondamente segnato dagli avvenimenti, nei quali era coinvolto anche il cugino, principe di Condé, che venne perdonato divenendo uno dei suoi generali di maggiore successo (1648-1652). Sconfitta la Fronda Luigi si avvicinò gradatamente al potere effettivo, che raggiunse però solo alla morte di Mazzarino (1661).

 

Per i feriti gravi c’era l’Hotel des Invalides. Con questa lungimirante riforma, la Francia di Luigi XIV promosse una generazione di comandanti militari di altissimo livello. Se quella partorita dalla Rivoluzione, oltre un secolo dopo – Napoleone e i suoi Marescialli – gode sicuramente di maggiore fama, non si deve dimenticare che essa per ben due volte subì l’onta di vedere violata Parigi dagli eserciti nemici, mentre i generali del Re Sole riuscirono sempre a evitarlo. I loro nomi sono poco conosciuti, ma personalità come Turenne, Condé, Vauban, Catinat, meritano un posto d’onore nell’empireo dei più grandi comandanti militari.

Henri de la Tour d’Auvergne, visconte di Turenne (1611-1675) fu il più vincente tra tutti i marescialli di Francia del XVII secolo, un maestro della guerra di manovra. Il principe Luigi II di Borbone, detto Le Grand Condé, fu un genio militare precocissimo a soli 22 anni vinse forze superiori spagnole nella Battaglia di Rocroi. Sébastien Le Preste de Vauban (1633-1707) rivoluzionò con le sue idee le tecniche d’assedio e l’ingegneria militare, perfezionando il sistema della traccia da bastionata italiana (un nuovo tipo di fortificazione da contrapporre ai progressi dell’artiglieria). Nicolas Catinat (1637-1712), di nascita borghese, iniziò la carriera militare nelle guardie di Luigi XIV salendo per i suoi meriti fino al grado più alto, Maresciallo di Francia. Costituendo un corpo ufficiali con responsabilità e compiti ben definiti, si stabiliva una catena di comando e una gerarchia chiare e indiscutibili: era il rango militare e non il prestigio sociale o i vincoli personali a determinare chi doveva comandare e chi obbedire, e questo divenne il principio operativo futuro di tutti gli eserciti. Le forme della guerra sono cambiate molte volte da allora, ma le istituzioni militari ancora oggi impiegano gli stessi titoli, adottano le stesse categorie e instaurano le stesse relazioni stabilite per i reggimenti francesi del XVII secolo. Con la riforma di Luigi XIV, quella dell’ufficiale diventò una professione, la più nobile delle professioni. Il principio base del suo esercito, e lo sarebbe diventato per tutti gli eserciti, fu: ordine, disciplina, abnegazione.

Il controllo di Louvois e dello stesso re sul grado di efficienza raggiunto dai suoi reggimenti era continuo e capillare. Luigi dedicava quotidianamente ore e ore ad assistere alle esercitazioni e alle manovre sul campo delle proprie truppe, e il suo esempio spingeva anche i nobili proprietari dei reggimenti a emularlo per guadagnarsene la benevolenza. “Più battaglie sono vinte dal buon ordine e dal contegno delle truppe che dai colpi di spada e di moschetto e questa abitudine a marciare bene e a tenere l’ordine può essere ottenuta solo con l’addestramento”, scrisse il Re Sole nelle sue Memorie, aggiungendo: “Il buon ordine ci fa sembrare sicuri, ed è sufficiente a farci apparire coraggiosi, perché molto spesso i nostri nemici non aspettano che ci avviciniamo abbastanza da costringerci a dimostrare di esserlo veramente”. Agli occhi di Luigi XIV il combattimento era innanzitutto uno scontro di volontà dal quale sarebbe uscita vincitrice la schiera con il più alto spirito di sacrificio: una convinzione che si radicò in tutti gli eserciti europei e che ha rappresentato un dogma inconfutabile fino alle stragi sui campi di battaglia della Grande Guerra, dove si immolarono senza esitazioni milioni di uomini. Il soldato del re Sole non aveva più tempo per oziare: ogni momento della sua giornata era dedicato a una precisa attività, in una routine che si sarebbe ripetuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino alla morte o al suo onorevole congedo. L’esercito divenne una famiglia, con un padre severo ma giusto e riconoscente: la disciplina veniva fatta rispettare anche a costo di crudeli pene corporali, ma per i meritevoli c’erano premi e avanzamenti di carriera, e chi era stato gravemente ferito aveva diritto alle cure che l’Hotel des Invalides, a Parigi, riservava ai reduce dei campi di battaglia, come stabilito dall’editto reale del 1670, che recitava: “Per coloro i quali hanno rischiato la loro vita e profuso il loro sangue per la difesa della monarchia, affinché passino il resto dei loro giorni in tranquillità”.

 

Jean-Baptiste Colbert.

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Ritratto di Jean-Baptiste Colbert di Philippe de Champaigne1655

Jean-Baptiste Colbert fu controllore generale delle finanze di Francia dal 1665 fino alla morte, avvenuta nel 1683. Fu un eccellente e infaticabile amministratore: a lui Luigi XIV dovette il risanamento economico del suo regno e il reperimento delle immense risorse necessarie per i suoi progetti miliari. L’influenza di Colbert si estese a ogni settore di attività che avesse anche il pur minimo risvolto economico: dagli incentivi all’industria e al commercio, fino all’attenzione per lo sviluppo culturale, tecnologico e scientifico. Ma nemmeno Colbert, il suo genio e la sua dedizione, furono sufficienti a trovare le risorse necessarie per pagare i costi delle guerre di Luigi IV, per cui alla morte del re le condizioni economiche della Francia erano tutt’altro che floride. Colbert fu ben più di un ministro delle finanze: si deve a lui la dottrina economica nota come Colbertismo o mercantismo.

 

 

Armate, non carovane in divisa. Grazie all’addestramento ossessivo, le truppe agivano meccanicamente ed obbedivano senza la minima esitazione ai propri ufficiali. Questi ultimi però dovevano essere pronti a condurli in battaglia offrendo loro l’esempio di massimo coraggio e sprezzo del pericolo: la mortalità tra gli ufficiali francesi raggiunse livelli molto più alti che negli altri eserciti europei, ma le truppe francesi si guadagnarono la fama di un coraggio ineguagliabile. Nessun dettaglio venne trascurato per raggiungere l’obiettivo. Prima della riforma di Luigi XIV, gli eserciti durante le campagne militari avevano un numeroso seguito di non combattenti: le mogli e i figli dei soldati, prostitute, mercanti e chiunque altro trovasse conveniente unirsi alle armate. In nome dell’efficienza e della moralità, le armate francesi abolirono questo uso, eccettuato un ristretto numero di vivandiere e ambulanti per servire le truppe, e una ventina di mogli di buona reputazione dei soldati in qualità di sarte, lavandaie e infermiere, ruoli comunque indispensabili. Se si confronto le rappresentazioni artistiche degli eserciti della prima metà del Seicento con quelle dell’epoca del Re Sole, la differenza salta all’occhio: a dipinti che ritraggono soldati oziosi e carovane e accampamenti ammassati alla rinfusa, si sostituiscono rappresentazioni di uomini intenti ad addestrarsi perfettamente inquadrati, focolari e tende allineati con un ordine che avrebbe fatto invidia alle pur disciplinate Legioni romane. I reggimenti divennero così comunità esclusivamente maschili, che isolavano i loro appartenenti dal contesto sociale per concentrare tutte le loro attenzioni e il loro tempo all’unità di cui facevano parte, cementando il legame tra commilitoni, la fedeltà al reggimento e al re.

Vennero introdotte a questo scopo uniformità di reclutamento, equipaggiamento, vestiario e organizzazione, uguaglianza nel trattamento economico e disciplinare, una parità di condizioni che rafforzava ancor di più il senso di appartenenza ed è alla base del reggimento moderno, con la sua storia, la sua tradizione e il suo spirito di corpo. Le uniformi grigie delle fanterie francesi distinguevano un reggimento dall’altro grazie ad un preciso schema di colori, il reclutamento territoriale rafforzava la lealtà reciproca tra soldati e “paesani” e diede impulso al culto della tradizione e allo spirito di corpo. La Francia di Luigi XIV si era quindi dotata della più moderna macchina da guerra dell’epoca, grazie anche alla sua numerosa popolazione in pochi anni, nel 1667, le truppe di Luigi raggiunsero le 125mila unità, per il primo atto della campagne di conquista previste da Luigi XIV, ossia la Guerra di devoluzione contro l’alleanza tra Olanda, Spagna, Inghilterra e Svezia. Nel corso degli anni l’intera Europa si coalizzò contro la Francia, e questa rispose mobilitando e armando mediamente 300mila uomini fino ad un massimo di 450mila, una cifra straordinaria mai più raggiunta fino alle guerre napoleoniche. Questo sforzo gigantesco non solo fu alla lunga troppo gravoso per l’economia e la società francese, ma non fu nemmeno sufficiente a vincere contro le forze coalizzate dell’Europa intera. Il tramonto del Re Sole proiettò malinconiche ombre sulle sue ambizioni deluse, e semmai delineò il profilarsi all’orizzonte di quel “diluvio” che dopo di lui avrebbe sommerso l’antico regime, proprio a causa di quel suo irriducibile e incontenibile amore per la guerra.

 

Articolo di Nicola Zotti, Storico ed esperto di storia militare, pubblicato su BBC History n. 97 – altri testi e articoli da Wikipedia.


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