domenica 20 dicembre 2020

Timgad, la grande città romana del Nord Africa.

 

Timgad, la grande città romana del Nord Africa.

Nel 1765 James Bruce scoprì nel deserto algerino le rovine di Timgad, una delle città romane più importanti della regione.

 


Rovine di Timgad, si riconosce l'arco di Traiano e colonnato corinzio che fiancheggia il cardo


Fino alla seconda metà del XVIII secolo le conoscenze sul passato romano dell’Algeria erano quasi inesistenti. Solo grazie all’Illuminismo e alla moda dei viaggi culturali da parte degli intellettuali europei venne portata alla luce la ricchezza della civiltà classica nel Maghreb.

Uno dei protagonisti di tale riscoperta fu James Bruce, nativo di Kinnaird, viaggiatore e scopritore scozzese che giunse in Algeria come console britannico nel marzo 1763, dopo aver trascorso sei mesi a studiare il mondo classi in Italia. Tra i suoi nuovi compiti figurava quello di esaminare le antiche rovine romane in Algeria, di cui avevano già dato notizie esploratori quali Thomas Shaw, e che erano incontaminate. James Bruce si rese conto di non possedere gli strumenti necessari per il tipo di spedizione che sperava di portare a termine; scrisse quindi in Italia affinché gli mandassero una camera oscura e dei giovani esperti di architettura e disegno. Alla spedizione si un’ perciò un apprendista disegnatore, il fiorentino Luigi Balugani, e nell’agosto 1765 i due partirono da Algeri alla volta di un territorio sconosciuto: la costa berbera, un insieme di regioni tradizionalmente popolate dagli amazigh (noti come berberi, termine che devia da barbari). I viaggiatori ignoravano che lungo il percorso avrebbero scoperto alcuni dei gioielli archeologici più impressionanti dell’Africa settentrionale.



L'arco di Traiano in una cartolina della fine del XIX secolo

Un giorno a Timgad.



Nel suo Travels in the footsteps o Bruce in Algeria and Tunis (Viaggi sulle orme di Bruce in Algeria e a Tunisi), Playfair dedica un capitolo alla visita di Timgad. Era accompagnato da un capo tribale amazigh, Si Bou-Dhiaf, che gli offrì un’ospitalità degna del suo nome (padre degli invitati). Originario di una stirpe di alto lignaggio, Bou-Dhiaf si vantava di discendere dai romani. A Timgad Playfair e la sua guida si accamparono proprio in mezzo alle rovine, “il che ci permise di approfittare di ogni minuto per esaminare il sito”.

 


James Bruce

Una città misteriosa. “Una piccola città piena di edifici eleganti”. Con tali parole James Bruce descrive se quanto osservò al suo arrivo a Timgad nella mattina del 12 dicembre 1765, Bruce e Balugani furono i primi europei a visitare quel luogo misterioso, situato ai confini settentrionali del massiccio montuoso dell’Aurés. Ma Bruce non sapeva che sotto i suoi piedi, sepolta da tempo, giaceva una delle città romani più importanti del nord dell’Africa: l’antica Thamugadi, un magnifico esempio di urbanistica romana. L’aveva fondata l’imperatore Traiano nel 100 d.C. per accogliere i veterani della Legio III Augusta, i quali avrebbero così potuto controllare la frontiera con gli amazigli e il territorio della Numidia. Per prima cosa Bruce e Balugani disegnarono i resti di un arco trionfale e passarono poi la notte nei dintorni del luogo. L’arco era una porta monumentale, dedicata a  Traiano, che permetteva l’accesso alla città dalla sia parte occidentale.

Il giorno dopo i due viaggiatori tornarono a Timgad per disegnare un tempio corinzio, e Bruce annotò sul suo diario: “L’arco si trova a nord-est (del tempio). Le rovine dell’anfiteatro, a nord-ovest. Tra le rovine dell’arco e quelle dell’anfiteatro abbiamo trovato un tempio di cui rimane un solo lato. Ne ho copiato due iscrizioni”. Deciso a preservare il passato, Bruce riprodusse un busto di Fasitna, la moglie dell’imperatore Antonino Pio, e seppellì il disegno nel luogo dove vaveva trovato un’iscrizione e i resti di un elegante pavimento in marmo. Le sue annotazioni e i suoi disegni dimostrano come a quei tempi la città fosse quasi sepolta. Dopo aver vistato le rovine, i due proseguirono il proprio cammino attraverso le terre algerine. Al ritorno in Inghilterra nel 1774, Bruce presentò a re Giorgio III due dei tre volumi (uno lo tenne per sé perché incompleto) con i disegni di Timgad e delle altre rovine scoperte durante il viaggio. Tuttavia, i resti dell’abitato sarebbero presto caduti di nuovo nell’oblio. Fu necessario attendere più di un secolo perché nuove spedizioni ravvivassero l’interesse scientifico per la città di Timgad.

 

teatro

La riscoperta. Nel 1875 il console generale britannico d’Algeria, Robert Labert Playfar, decise di seguire le orme di James Bruce. All’arrivo a Timgad si rese conto dell’importanza della città, di cui scoprì nuove vestigia. E così descrisse con dovizia di particolari come l’anfiteatro scoperto da Bruce fosse in realtà un teatro, e il vicino tempio, il foro. Nell’ultimo quarto del XIX secolo, vennero rinvenute a Timgad numerose iscrizioni e sculture, e diversi europei si spinsero nelle terre algerine con l’obiettivo di raggiungere l’antica città. sebbene la Gran Bretagna potesse vantarsi di aver scoperto l’antica Thamugadi, la storia del sito archeologico ebbe una svolta inattesa per merito della Francia. Difatti,, in seguito alla meticolosa e accurata descrizione delle rovine da parte del professore Emile Masqueray, il Service des Monuments Historiques parigini iniziò a interessarsi alle rovine di Timgad e decise di finanziare gli scavi di quanto ancora giaceva sotto le sabbie del deserto. Le operazioni iniziarono in modo sistematico nel 1881, e fino al 1960 hanno permesso di portare definitivamente alla luce quei segreti  sepolti per secoli: la città era talmente ben conservata che ha ricevuto il nome di ‘Pompei dell’Africa’.

 


Mura della fortezza bizantina

Un’oasi strategica. Nell’antichità Timgad divenne una sorta di oasi urbana nel bel mezzo di una zona arida, attraendo ben presto le comunità vicine. Il suo periodo di splendore risale agli anni compresi tra il 125 e il 225 d.C., quando ospitava una popolazione di più di 15mila abitanti. Ai primi del novecento è stata persino scoperta una biblioteca monumentale che probabilmente accoglieva fino a tremila manoscritti. Verso la fine del III secolo e durante il IV, la città continuò a svolgere un ruolo essenziale nella zona della frontiera meridionale dell’impero. L’archeologia ha confermato l’eterogeneità religiosa delle sue genti: sono state trovate testimonianze sia del tradizionale paganesimo romano sia della presenza di nuove sette cristiane, tra cui il donatismo. E in effetti a Timgad risiedeva il vescovo donatista Ottato, con cui si scontrò sant’Agostino a causa delle note divergenze teologiche.

La crisi generale delle frontiere romane, sopraggiunta alla fine del IV secolo, colse in pieno Timgad. Dopo il suo saccheggio a opera dei vandali nel V secolo, la città andò in rovina e in tale stato la trovarono i bizantini quando si addentrarono nella regione. Timgad tornò a popolarsi come centro cristiano, e tra il 539 e il 540 venne costruito un bastione difensivo fuori dalla città, ma un successivo saccheggio da parte degli amazigh finì per annientare per sempre a perla romana, poi ricoperta dalle sabbie del Sahara. Prima di tale eclissi, Timgad era stata ricca, gaudente e vivace. Ne dà testimonianza l’iscrizione che un suo abitante aveva inciso su una delle lastre del foro per i futuri visitatori: “Cacciare, andare alle terme, giocare, ridere. Questa sì che è vita!”.

 

Articolo di Rubén Montova pubblicato su Storica National Geograpnic n. 120 – altri testi e articoli da Wikipedia.

lunedì 14 dicembre 2020

La lotta per la liberazione: Algeria, colonia ribelle.

 

La lotta per la liberazione: Algeria, colonia ribelle.

La Guerra d’Indipendenza algerina durò otto lunghi, terribili anni. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene, nonostante lo squilibrio di forze. Neppure il generale De Gaulle riuscì a fermare la resistenza.

 

immagini relative alla guerra d'Algeria

“I francesi sono arrivati d’estate e ripartiranno con la forza d’estate”. Così affermò un giorno il poeta algerino Mohand ou-Lhocine (1837-1901), rievocando il traumatico ingresso dei francesi ad Algeri del 5 luglio 1830, inizio della penetrazione coloniale nel Paese. Questa affermazione diverrò celebre per la sua valenza profetica: gli algerini ottennero infatti l’indipendenza il 3 luglio 1962. Ma per conquistare la libertà ci vollero quasi otto anni di sanguinose lotte con le forze francesi, in quella che passerà alle cronache come guerra d’Algeria o – più correttamente – come Guerra d’Indipendenza algerina.

 


Militanti armate della resistenza algerina: da sinistra, Samia Lakhdari, Zohra Drif, Djamila Bouhired e Hassiba Ben Bouali

I Pieds-noirs. I francesi avevano sottomesso il più grande Paese del mondo arabo ai tempi di Carlo X, sovrano che nel 1830 l’aveva strappata agli ottomani. L’impero coloniale d’oltralpe si era quindi esteso ad altri Stati del Continente nero, tra cui Tunisia e Marocco, mantenendo saldo il dominio fino al secondo dopoguerra. In Algeria abitavano al tempo quasi 9 milioni di autoctoni (arabi e berberi mussulmani) e circa un milioni di cosiddetti ‘francesi d’Algeria’ (coloni europei tra cui molti ebrei), chiamati anche pieds-noirs. Nondimeno, Parigi considerava il Paese nordamericano ‘cosa propria’, tanto che nel 1947 ne formalizzò l’unione al territorio metropolitano francese. Subito dopo esplose però una vasta crisi di rigetto contro la dominazione e in Algeria aumentarono i movimenti indipendentisti, confluiti nel 1954 nel Front de Libération National (Fln), raggruppamento affiancato da un esercito di guerriglieri: l’Armée de Libération National (Aln).

 

In guerra. “A segnare l’inizio del conflitto fu, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1954, una serie di attacchi terroristici contro vari luoghi del potere coloniale in Algeria”, spiega la storica Caterina Roggero, autrice del volume l’Algeria e il Maghreb. La guerra di liberazione e l’unità regionale (Mimesis). Dopo tali azioni l’Fln, segnato da divisioni interne ma anche da carismatiche leadership come quella di Ahmed Ben Bella, coinvolse sempre più la popolazione nella lotta antifrancese, e la tensione, già altissima, aumentò nell’estate 1955, quando nel Nord-est del Paese i ribelli avviarono una sommossa che fu repressa nel sangue: i morti furono migliaia.

In aiuto ai rivoltosi si erano intanto attivati i ‘fratelli’ marocchini e tunisini, e per riprendere in mano la situazione il governatore d’Algeria, Robert Lacoste, concesse all’esercito poteri eccezionali. Non bastasse, nel settembre 1956 i francesi dirottarono ad Algeri un aereo che portava da Rabat a Tunisi alcuni capi dell’Fln, in primo luogo di Ben Bella e altri quattro leader, “L’affaire del dirottamento e l’arresto dei leader dell’Fln, in primo luogo di Ben Bella, che era agli occhi dell’opinione pubblica il capo della ribellione algerina, ebbero conseguenze gravissime”, sottolinea l’esperta. Nei mesi seguenti crebbero le operazioni di guerriglia dell’Aln (forte di quasi 50mila uomini, destinati ad aumentare) e sui francesi  d’Algeria calò un clima di terrore, tanto che molti coloni lasciarono le loro proprietà.

 


I sei “capi storici” della lotta di Liberazione fotografati prima dell'avvio dell'insurrezione. In piedi, da sinistra verso destra: Rabah Bitat, Mostefa Ben Boulaïd, Didouche Mourad e Mohammed Boudiaf. Seduti: Krim Belkacem e Larbi Ben M'Hidi

Conflitto “sporco”. La Francia rispose all’Fln con rastrellamenti violenti, un uso frequente della tortura e un’infinità di stupri a danno delle donne algerini. Alcuni coloni iniziarono inoltre a organizzarsi in milizie per stanare i ribelli. Tutto ciò farà presto parlare di ‘guerra sporca’, come denuncerà tra l’altro nel 1966 il film “La battaglia di Algeri (di Gino Pontecorvo)”, il cui titolo è legato alla guerriglia urbana che travolse la capitale algerina tra il 1956 e il 1957. A supervisionare la repressione fu il generale Jacques Massu, che colpì le strutture dell’Fln con vere operazioni terroristiche. I francesi attaccarono anche i villaggi solo sospettati di fornire rifugio ai ribelli “L’8 febbraio 1958 bombardarono per esempio un campo base dell’Aln e un villaggio tunisino prossimo alla frontiera con l’Algeria, uccidendo 70 persone, per lo più civili, tra cui numerosi bambini”, ricorda Ruggero. Furono inoltre erette barriere lungo i confini con Marocco e Tunisia – da dove continuava a giungere supporto ai ribelli – e furono concentrati milioni di algerini delle aree rurali in “campi di raggruppamento”, sotto stretta sorveglianza, per impedirne la collaborazione coi rivoltosi.

 


Il generale Charles de Gaulle nel 1961

Venti di libertà.

Nel secondo dopoguerra, in ogni angolo del globo, le potenze coloniali europee furono messe alla prova da forze indipendentiste, che portarono decine di Paese a dichiararsi autonomi. Il primo caso celebre di questo processo storico, noto come decolonizzazione, fu quello dell’India di Gandhi, liberatasi nel 1947 dal giogo britannico. Nel contenente africano – puzzle di possedimenti belgi, francesi, inglesi, italiani, spagnoli e portoghesi – a indicare la strada fu la Libia, che nel 1951 si affrancò dall’amministrazione anglo-francese a cui era stata affidata dopo essere stata italiana (durante la guerra, l’Italia aveva perso anche le colonie nel Corno d’Africa).

DECOLONIZZAZIONE. Nel 1956, mentre l’Egitto consolidava definitivamente la propria autonomia dagli inglesi (formalizzata già nel 1922), toccò quindi a Marocco e Tunisia, che si resero indipendenti dalla Francia (sei anni prima dell’Algeria). Nel resto del continente, nella cosiddetta Africa sub sahariana, il primo Paese a festeggiare l’indipendenza fu nel 1957 il Ghana (già inglese). tra gli anni Sessanta e Settanta seguirono tutti gli altri, a eccezione di Zimbabwe, indipendente dal Regno Unito solo dal 1980, e Namibia, staccatasi nel 1990 dall’amministrazione di un altro Stato africano: il Sudafrica, a sua volta ex colonia britannica.

 

Il ritorno di De Gaulle. Da sempre restii a trattare con gli insorti, i politici di Parigi iniziarono pian piano a cambiare atteggiamento. Ma a quel punto si scatenò la rabbia dei coloni più oltranzisti, detti ultras, che il 13 maggio 1958, appoggiati da ufficiali dell’esercito, avviarono ad Algeri una rivolta che sfociò in un colpo di Stato, con tanto di assalto al palazzo del governatore. “Per tutto il mese i francesi furono sull’orlo della guerra civile: le possibilità che l’esercito s’impadronisse del potere erano concrete, e alla fine il presidente René Coty chiese l’intervento della sola persona individuata dalla popolazione come possibile risoluzione della crisi, Charles de Gaulle”, racconta la storica. La candidatura del carismatico generale eroe della resistenza contro i nazisti e già capo del governo provvisorio della Repubblica francese (1944-1946), fu approvata dal Parlamento il 29 maggio sotto la minaccia dei golpisti di colpire Parigi, e già il 4 giugno De Gaulle si recò in Algeria, dove ravvivò gli umori di tutti i francesi al grido “Vive l’Algerie française”. A seguire fu promulgata una nuova costituzione (4 ottobre 1958) che mandò in pensione la Quarta Repubblica francese (nata nel 1946) dlando vita alla Quinta, quella odierna.

Il testo, oltre a un ampliamento dei poteri presidenziali, prevedeva alcune aperture verso gli algerini, a cui De Gaulle concesse anche nuovi diritti elettorali. Non bastò però a le ire dell’Fln, che instaurò un governo provvisorio della Repubblica algerina, con sede nell’esilio di Tunisi.

 

L’accordo. Nonostante l’efficacia delle campagne militari, in Francia e nella comunità internazione aumentò l’opposizione al conflitto, sia per il gran numero di soldati coinvolti (più di 400mila uomini), sia per la sempre più diffusa consapevolezza che il colonialismo europeo era al tramonto e che i popoli avevano diritto di scegliere il proprio destino, come proclamava anche l’Onu. Lo stesso De Gaulle, divenuto presidente della Repubblica, si aprì a nuove prospettive: “il 16 settembre 1959 tenne uno storico discorso – trasmesso alla radio e alla TV – in cui, per la prima volta, fu contemplato il principio di autodeterminazione per il popolo algerino”, rivela Roggero. Militari, coloni e ambienti della destra francese si sentirono traditi e nel gennaio 1960 organizzarono violente proteste ad Algeri. De Gaulle si appellò però alla lealtà dei soldati e la rivolta sfumò. Alcuni intellettuali francesi firmarono poi un famoso documento, il Manifeste des 121, che rimarcava il diritto all’autodeterminazione dei ribelli, ma servì a poco: i colonialisti più estremisti, confluiti nell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), ripresero le azioni terroristiche, anche su suolo francese. Nell’aprile 1961 alcuni generali ordirono quindi un nuovo golpe, occupando vari centri logistici di Algeri.

De Gaulle intervenne in dirette televisiva, ammettendo: “un potere insurrezionale si è installato ad Algeri … proibisco ad ogni francese e soprattutto a ogni soldato di eseguire qualsiasi dei lori ordini”. L’appello funzionò e il ‘putsch dei generali’ ebbe fine.  I francesi avvelenarono poi i colloqui con i rappresentanti dell’Fln e il 18 marzo 1962, nella cittadina francese di Evian-les-Bians, le due parti firmarono i cosiddetti “accordi di Evian”: la guerra, dopo aver mietuto quasi un milioni di vittime (soprattutto algerine) era finita.

 

Indipendenti. Gli accordi affidarono il futuro dell’Algeria a un referendum. Il voto, svoltosi l’8 aprile in Francia e confermato da una votazione del 1° luglio 1962 in Algeria, sancì l0indipendenza del Paese. I pieds noirs tornarono in massa in patria e l’anno dopo Ben Bella divenne il primo presidente della neonata Repubblica d’Algeria. La storica dichiarazione d’indipendenza, pur riconosciuta da De Gaulle il  3 luglio, fu ufficialmente festeggiata dagli algerini il 5, per rievocare appunto la conquista coloniale francese del 1830. La profezia di Mohand ou-Lhocine si era avverata.

 

Articolo di Matteo Liberti pubblicato su Focus Storia n. 146 – altri  testi e immagini da Wikipedia

mercoledì 9 dicembre 2020

La medicina del medioevo: una vasta gamma di rimedi (non tutti strampalati)

 

La medicina del medioevo: una vasta gamma di rimedi (non tutti strampalati)

Oggi si pensa che chiunque avesse la sfortuna di ammalarsi nel Medioevo andasse incontro a terapie peggiori del male, come medicine inutili e nauseabonde o interventi chirurgici crudeli. Invece, i nostri antenati avevano una comprensione della salute migliore di quel che pensiamo.


Ippocrate (a destra) e Galeno in un affresco della Cripta della Cattedrale di Anagni (Lazio), a circa 50 km a sud-est di Roma. (Secolo XIII)

La chiave per valutare la salute di un paziente è nel contenuto della sua vescica. O almeno così scriveva il medico Arcimatteo a beneficio dei suoi colleghi nel XII secolo: “Se un cambiamento nelle pulsazioni indica che il paziente è malato, la natura della malattia si può comunque stabilire con maggior certezza delle sue urine: è necessario esaminarle per lungo tempo, prestando particolare attenzione al colore, alla consistenza, alla qualità e al loro contenuto”. Quello che comunemente immaginiamo di un medico medievale al lavoro sono sanguisughe, pozioni inutili e buchi trapanati nel cranio, in pazienti inermi nelle mani di taumaturghi mossi dal gusto sdico della sperimentazione. Al contrario, le diagnosi e le cure si basavano su ragionamenti insensati e osservazioni potenzialmente utili come nel caso di Arcimatetto. Di fatto, la medicina del Medioevo raramente coincideva con i pregiudizi moderni su di essa.

È certamente vero che i nostri antenati non avevano accesso a molti dei farmaci e delle procedure oggi possibili a tutti, dai disinfettanti, agli analgesici, agli antibiotici, davanti all’arrivo della peste nera nell’Europa del XIV secolo i medici dell’epoca furono impotenti; inoltre, un buon 30% dei bambini nati in quei secoli moriva poco dopo la nascita. Un’osservazione più attenta delle pratiche mediche medievali, però, rivela un ricco formulario di farmaci e terapie in grado id alleviare davvero le sofferenze dei pazienti e a volte anche di guarirli.


Il frate domenicano assite il malato. Rare Book & Manuscript Library University of Pennsylvania LJS 24

Salire e scendere le scale. Uno dei fatti più sorprendenti della medicina del Medioevo è la diffusa percezione dell’importanza di uno stile di vita salutare come prima prevenzione delle malattie. Alcune delle idee medievali sulla vita salutare non sono per nulla diverse da quelle odierne, alimentazione moderata, sonno sufficiente, regolare esercizio fisico. Nel 1315 Pietro Fagarola, medico di Valencia, spiegava ai suoi figli, studenti a Tolosa, che “il sonno naturale e sufficiente è quello che occupa un quarto della durata di un giorno naturale … Se potete, camminate un po’ ogni giorno, al mattino e alla sera … Se non potete uscire dai vostri alloggi, almeno salite  e scendete le scale rapidamente tre o quattro volte”. Chi non aveva un padre medico poteva consultare i molti manuale di auto soccorso dell’epoca, che spiegavano come avere uno stile di vita adeguato. Erano testi popolarissimi, che circolavano in forma sia scritta sia orale. Il mantra della medicina medievale era quello tanto in voga anche oggi. “Meglio prevenire che curare”, da cui deriva la centralità della teoria degli umori nella percezione medievale del benessere. Secondo i nostri antenati, infatti, il segreto della salute era mantenere i quattro umori del corpo: sangue, bile gialla, bile nera e flemma, in equilibrio tra loro. Il modo migliore per favorire tale equilibrio era il salasso, che si riteneva purgasse il corpo dagli umori corrotti o in eccesso e diventò, di conseguenza, la più frequente fra tutte le pratiche mediche del Medioevo. Questo non significa però che venisse praticato senza criterio, nel 1150, tormentato da un brutto e insistente raffreddore, l’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, decise di non procedere con i suoi abituali salassi, riflettendo che “sarebbe stato pericoloso se il sangue avesse preso il sopravvento nel mio corpo”.

I medici medievali erano anche consapevoli del rapporto tra salute e ambiente: riconoscendo l’importanza dell’aria e dell’acqua contaminata. Quando nel 1348 la peste nera colpì Pistoia, il governo cittadino dispose che i cadaveri venissero “sepolti a una profondità di almeno due braccia e mezza, per evitare il diffondersi del nocivo fetore”.

Nel XV secolo la medicina era in grado di aiutare i più giovani a superare le fasi più delicate dell’infanzia e dell’adolescenza e a raggiungere l’età adulta. Inoltre, non erano nemmeno in pochi a raggiungere la vecchiaia, un’altra fase della vita che si pensava andasse trattata con cura. Il medico Aldobrandino da Siena scrisse una serie di consigli sul regime da tenere in età avanzata (ossia passati i 65 anni), in cui suggeriva  di “evitare purghe e salassi se non in caso di grave necessità, mangiare buon cibo cotto, bere vino rosso invecchiato ed evitare quello giovane e quello bianco”.

 


L'astrologia giocò un ruolo importante nella medicina medioevale, ai medici più istruiti si insegnava ad usare almeno le basi dell'astrologia nella pratica clinica.

Pazienti di età avanzata. Ovviamente erano ben poche le persone dell’epoca che arrivavano sane alla tarda età: le maggior parte contraeva infezioni, si rompeva le ossa o sviluppava malattie croniche. Per occuparsi di questi casi, c’era una vasta gamma di praticanti della professione medica: medici, chirurghi, speziali e altri tipi di guaritori. A partire dal XII secolo gli aspiranti medici potevano studiare nelle sempre più numerose università: le più rinomate per l’insegnamento della medicina erano quelle di Bologna, Parigi e Montpellier, ma soprattutto la Scuola di Medicina Salernitana (ispirata  al sistema degli umori di Ippocrate e Galeno), dove la medicina veniva insegnata non solo a livello teorico, ma anche a livello pratico con la cura effettiva dei malati, i quali erano ricoverati in strutture paragonabili ai moderni ospedali.

Ma c’erano anche chi, senza avere studi universitari alle spalle, imparava ‘sul campo’, lavorando come assistente di un praticante già esperto. In genere i medici lasciavano ai chirurghi il compito era piuttosto quello di dare consigli basati sulla storia clinica del paziente e sull’esame di urina, sangue e pulsazioni.

A completare il quadro della professione medica c’erano gli speziali, che producevano e vendevano i farmaci prescritti ai pazienti. Le medicine medievali erano fatti con elementi animali, vegetali e minerali, alcuni facili a reperirsi, altri decisamente esotici. Una versione inglese del celebre testo medico “Secreta Secretorum”, indicava che i pazienti dovessero “assumere alcune volte un elettuario fatto con un legno chiamato aloe e con rabarbaro, una sostanza preziosa … un medicamento che farà loro gran bene”. Gli elettuari erano paste medicinali addolcite con zucchero o miele, perché fosse più facile mandarle giù. Quel che invece rimaneva certamente difficile da ingoiare era il costo di taluni ingredienti: i più rari, come la polvere d’oro, il legno a di sandalo o i bezoar (concrezioni che si formano naturalmente nell’intestino dei buoi e di altri animali) potevano far piangere qualunque borsellino.

Alcuni medici si specializzavano in procedure chirurgiche come l’estrazione dentaria o gli interventi alla cataratta. Nel XIII secolo il medico italiano Benvenuto Grasso descrisse in un celebre testo le sue procedure per la cataratta, in particolare quella che prevedeva l’impiego di uno strumento affilato per rimuovere le lenti opache dal fondo dell’occhio del paziente. Nel suo libro consigliava di usare aghi d’oro per “toccare la materia malata e rimuoverla dalla sua posizione davanti alla pupilla, poi spingerla con decisione e tenerla ferma il tempo necessario a recitare quattro Padre Nostro”.

C’erano anche specialisti di pronto intervento, impiegati soprattutto sui campi di battaglia. il 18 aprile 1471, quattro giorni dopo la battaglia di Barnet, John Paston II di Norfolk poté informare sua madre che suo fratello era sopravvissuta a una ferita di freccia al braccio destro: la ferita era stata trattata e il paziente aveva detto a John di “confidare pienamente che sarebbe stato meglio in breve tempo”. Gli studi osteologici degli scheletri ritrovati sui campi di battaglia ci testimoniano la violenza degli scontri militari dell’epoca, ma anche il fatto che a volte i soldati si riprendevano da ferite gravi e in un certo numero di casi è verosimile che l’intervento medico avesse il suo merito. Bisogna sottolineare però il limite della scienza medica del Medioevo, che non poteva prescindere dal contesto in cui si trovava a operare una società prevalentemente cristiana, in cui la guarigione fisica era perlopiù legata alla devozione religiosa. Un concilio ecclesiastico del 1215 incoraggiava i fedeli malati a cercare l’aiuto di un sacerdote prima di quello di un medico, “poiché talvolta la malattia del corpo può essere una conseguenza del peccato … e quando cessa la causa, ,cessa anche l’effetto”.

Gli ospedali, spesso, seguivano una regola monastica e offrivano ai pazienti assistenza spirituale, oltre che fisica. Il benessere interiore ed emotivo dei mali era considerato particolarmente importante nei casi di malattie croniche come la lebbra.

 

Illustrazione del XIII secolo che mostra le vene

I rimedi più in uso del Medioevo.

UMORETEMPRAORGANONATURAELEMENTO
Bile neraMalinconicoMilzaFredda-AsciuttaTerra
FlegmaFlemmaticoPolmoniFredda-UmidaAcqua
SangueSanguignoTestaCalda-UmidaAria
Bile giallaCollericoCistifelleaCalda-AsciuttaFuoco

Salassi.

La flebotomia aveva lo scopo di conservare o ripristinare l’equilibrio tra gli umori del corpo tramite la rimozione di una certa quantità di sangue. Oggi sappiamo che una moderata perdita di sangue in genere non è pericolosa, ma non è nemmeno benefica. Anche nel Medioevo, comunque, si sapeva che fosse rischioso salassare gli anziani e le persone molto malate e che un’emorragia eccessiva, provocata da una ferita o un’altra causa, andasse fermata.

Uroscopia.

L’esame delle urine era uno dei pochi mezzi con cui un medico medievale potesse valutare le condizioni interne di un paziente. Le urine venivano raccolte in un’ampolla e si esaminavano il colore, l’odore e la consistenza. I manoscritti medici medievali contenevano spesso diagrammi dei diversi generi di urina e di come si collegavano ai vari stati di salute o malattia. i campioni di urina sono ancora oggi sottoposti ad importanti analisi diagnostiche.

 

Rimedi contraffatti.

I ciarlatani mettevano in commercio rimedi contraffatti, soprattutto nei periodi di particolare paura a causa delle epidemie. Tali trattamenti erano dannosi, se non altro perché potevano indurre i malati a non cercare cure mediche più appropriate.

 

Pianificazione familiare.

Alle donne che volevano abortire si somministravano di solito farmaci a base di salvia, ruta e menta romana, in genere in forma di bevanda. Oggi sappiamo che molte di queste pianto hanno proprietà stimolanti, che favoriscono la mestruazione e che una dose elevata di menta romana può realmente provocare un aborto.

 

Interventi alla cataratta.

I chirurghi medievali rimuovevano le lenti opache alla loro posizione davanti alla pupilla usando un ago. Erano altresì consapevoli che si trattasse di una procedura rischiosa che necessitava di una particolare abilità. Oggi, tuttavia, è ritenuta un metodo inefficace ed è noto che possa provocare la cecità.

 

Astrologia.

Molti medici studiavano i movimenti dei pianeti e dei segni dello zodiaco per decidere il momento migliore per trattare determinate malattie. Nell’immagine dell’Uomo Astrologico che si incontra di frequente nei manoscritti medievali, si vedono i segni dello zodiaco associati a specifiche parti del corpo. L’idea che i corpi celesti possano influire sulla salute umana (in particolare che la luna abbia influenza sulle mestruazioni) persiste ancora oggi, benché priva di qualunque fondamento.

 

Ricovero ospedaliero.

Sebbene in un ospedale medievale i pazienti fossero seguiti di rado da un medico o da un chirurgo, potevano comunque beneficiare dell’assistenza di personale infermieristico esperto, in genere donne. Gli ospedali provvedevano ai bisogni basilari dei malati – cibo, acqua, riparo – e, pur non prevedendo trattamenti specialistici, permettevano ai ricoverati di rimettersi in forze e dunque riprendersi più facilmente dalle malattie.

 

Teriaca.

Si riteneva che questo rimedio, composto di estratti vegetali, carne di vipera e altre sostanze, fosse un potente antidoto contro i veleni e avesse molte altre virtù curative.

 

Farmaci composti.

Gli ipotecari preparavano le loro medicine con una vasta gamma di sostanze. Alcune erano probabilmente inefficaci o persino dannose, ma altre, come lo zenzero o la senna, sono usate anche oggi per le loro proprietà medicinali.

 

Incantesimi.

I rimedi magici non erano del tutto privi di efficacia: a volte includevano erbe medicinali o altre sostanze con reali effetti terapeutici, oltre a rassicurare psicologicamente il paziente.

 


Mappa delle Università medioevali

I prodigi. Molti dei nostri antenati riponevano volentieri la loro fiducia in medici qualificati e in esperti esponenti del clero, alcuni però preferivano cercare soluzioni più radicali: sfogliando i testi medici medievali si incontrano anche incantesimi, presunti rimedi che dovevano la loro efficacia alla potenza delle parole. A legittimarli era spesso la loro attribuzione a santi o a figure della Bibbia. Un incantesimo quattrocentesco contro la febbre attribuito all’alchimista fiorentino Lorenzo da Bisticci diceva di scrivere alcune parole sacre su tre foglie di salvia e poi “mangiarle nel corso di tre giorni, una la giorno, stando precedentemente a digiuno”.  In tal modo, il paziente avrebbe letteralmente digerito il potere benefico delle parole sacre. Sull’efficacia di queste terapie non possiamo scommettere, ma non si può nemmeno escludere che in qualche caso abbia funzionato l’effetto placebo: se hai fede in un rimedio, il rimedio funziona. Altre forme di medicamento prescrivevano di impiegare sangue umano o tessuti corporei, ma si tratta chiaramente di pratiche che la Chiesa e le istituzioni governative non vedevano per nulla di buon occhio: ai primi del XV secolo l’ostetrica francese Perette de Ronen fu incarcerata a Parigi per essersi procurata il corpo di un bambino nato morto, con l’intenzione di usare le sue carni per curare la lebbra. I medici di professione inorridirono, non meno delle autorità, davanti a rimedi fasulli propinati dai ciarlatani. Negli anni Ottanta del Quattrocento Thomas Le Forestier, importantissimo medico francese residente a Londra, inserì, nella dedica del suo trattato sulla malattia del sudore donata a re Enrico VII, un attacco diretto contro quegli “uomini privi di esperienza, che ingannano il mondo intero con la loro falsità”. Ma nemmeno tutti quei ciarlatani e i loro inganni hanno potuto cambiare il fatto che i nostri antenati medievali possedevano una notevole conoscenza del corpo umano e non poche possibilità di intervenire su di esso. Il loro sapere, trasmesso ai posteri, ha permesso di maturare le conoscenze e le scoperte che sono conquista e orgoglio della medicina moderna.

                

Articolo di Elma Brenner Esperto di Medioevo e primo Rinascimento della Wellcome Collection pubblicata su BBC HISTORY n. 92 – altri testi e immagini da Wikipedia.

mercoledì 2 dicembre 2020

Le legioni danubiane

 Le legioni danubiane

I guardiani di Roma.

Sulle rive del Danubio, si estendeva una lunga catena di basi legionarie, fortificazioni e torri formava una potente cinta militare che proteggeva l’impero romano dagli attacchi del mondo germanico.

 

il fiume Danubio lungo il quale correva la via militare romana
Regionelimes reticolimes del Noricolimes pannonicus e limes moesicus.


Il primo imperatore di Roma, Ottaviano Augusto portò a termine un piano di conquiste per riorganizzare le frontiere dello stato. fu allora che le legioni romane si stabilirono lungo il Danubio. Per più di quattro secoli il fiume divenne la principale frontiera settentrionale dell’impero. I popoli al di là delle sue sponde, che i romani chiamavano spregiativamente, e senza distinzioni di sorta, barbari, erano la principale ragione di una simile frontiera fortificata. Il territorio imperiale li attraeva infatti irresistibilmente, poiché conteneva quelle ricchezze favolose (oro, argento, beni di lusso…) di cui potevano ottenere solo una piccola parte servendo nelle unità ausiliare dell’esercito, commerciando, ricevendo dalla diplomazia di Roma, i regali destinati a capi e nobili, o emigrando all’interno dell’impero. Ma se ciò non avveniva, potevano rischiare la sorte e guadagnarsele con la forza. La frontiera fortificata serviva quindi a proteggere l’impero dalle incursioni e a controllare il flusso di persone e merci. In caso di attacco, le torri e i forti permettevano di scoprire per tempo la minaccia e di tenera a bada in attesa di rinforzi, affinché il nemico potesse essere affrontato e vinto nella modalità preferita dall’esercito romano: lo scontro in campo aperto. Eredi di una tradizione militare particolarmente aggressiva che risaliva al periodo repubblicano, durante le guerre i romani ricorrevano spesso a operazioni offensive contro i barbari. Erano operazioni nelle quali l’esercito dava sfoggio di una terribile violenza: i legionari uccidevano, stupravano e rendevano schiavi in maniera indiscriminata, e non con fine ultimo di eliminare i barbari, bensì quello di costringerli a firmare un trattato di pace.

Le province balcaniche sotto l'Impero romano


6 d.C.

Durante la guerra contro i marcomanni, Tiberio innalza a centro strategico Camuntum, che diventerà la principale roccaforte della frontiera danubiana.

86-89 d.C.

Domiziano attacca i daci che gli infliggono due gravi sconfitte. L’imperatore si vede costretto a comprare la pace a Decebalo, il re dei daci.

101-102 d.C.

Traiano invade la Dacia, nell’attuale Romania. Le legioni vincono i daci. Decebalo si arrende e firma un trattato di pace con Roma.

105-106 d.C.

Ignorando le condizioni del trattato, Decebalo attacca il territorio romano. Inizia una nuova guerra. Traiano occupa la Dacia e l’annette all’impero.

167-175 d.C.

Prima guerra marcomannica. Sotto Marco Aurelio, quadi, marcomanni e altri superano la frontiera danubiana saccheggiano la Pannonia e la Mesia e assediano Aquileia.

177-180 d.C.

Seconda guerra maromannica, contro marcomamni e sarmati. Nel 180 d.C., durante le operazioni al fronte, Marco Aurelio muore di peste a Vindobona (Vienna)

 

 


Lo spiegamento dell’esercito. L’esercito romano era composto dalle legioni, che potevano contare su circa cinquemila soldati, e dalle truppe ausiliarie, divise in diversi tipi di unità (coorti e ali) di fanteria, cavalleria e miste, ognuna delle quali riuniva tra i cinquecento e i mille uomini. Alle truppe si aggiungevano i distaccamenti di origine barbara, costituita da circa duecento uomini, che si armavano e combattevano secondo gli usi dei propri popoli e non nello stile romano. Le forze sul Danubio potevano inoltre avvalersi dell’appoggio di due flotte: una pattugliava il fiume dalla fonte sino alle cateratte delle Porte di Ferro (nell’attuale Serbia), e l’altra controllava il tratto finale sino al mare. Nei primi decenni della presenza romana a settentrione, ovvero fino alla metà del I secolo d.C. il punto caldo della frontiera si trovava lungo l’altro grande fiume, il Reno. Dal governo di Domiziano, però, i problemi si spostarono lungo il Danubio dove sarmati e daci mettevano in pericolo i confini. Domiziano firmò la pace con il regno dacico, ma pochi anni più tardi Traiano decise di distruggerlo per estirpare la minaccia alla radice. Dopo ben due guerre, nel 106 d.C. incluse parte del loro territorio all’impero, creando la prima e unica provincia romana a nord del Danubio: la Dacia. In seguito all’annessione, quindi, un tratto considerevole del fiume non svolse più il ruolo di frontiera e il confine fu spostato più a nord della nuova provincia. Si cominciò a rendere stabile il limes: allora e durante il governo di Traiano le fortezze, prima edificate in legno e fango, divennero di pietra. Cinquant’anni più tardi, agli inizi del governo di Marco Aurelio, i popoli germanici provenienti dal corso mediano del Danubio si a minacciare persino la parte settentrionale della penisola italica, e tra il 167 e il 180 d.C., l’imperatore intraprese una serie di campagne punitive passate ai posteri con il nome di Guerre germaniche.

Tutti questi conflitti resero necessario un ingente schieramento di truppe romane lungo la frontiera. augusto aveva posizionato sul Danubio solo cinque legioni e destinato non meno di otto al fronte del Reno, a quel tempo più problematico, Marco Aurelio, invece, si concentrò sul Danubio con nove legioni. Se a queste aggiungiamo le due dispiegate in Daci, oltre al gran numero di unità ausiliare della zona (che corrispondevano alla metà di quelle dell’esercito romano), possiamo farci un’idea di quanto fosse divenuta importante la frontiera danubiana. La guarnigione del Reno era ormai costituita solamente da cinque legioni, e il Danubio era divenuto l’epicentro delle battaglie.

 

Le difese. Le truppe occupavano un’ampia rete di fortificazioni, o castri, che servivano da alloggio per i soldati e da punti di difesa. La maggior parte presentava una pianta rettangolare, a volte quadrata, con gli angoli smussati. I centri più grandi erano le basi legionarie di Lauricum (in Austria), Aquincum (in Ungheria) e Novae (in Bulgaria), di circa 20 ettari di superficie. Al loro interno queste comprendevano anche il quartier generale, la casa del comandante, le baracche, i granai, le stalle, i magazzini, un ospedale, le terme e le latrine.

Le fortezze, invece, accoglievano una coorte – o due, in casi eccezionali – e riproducevano in piccolo la pianta delle basi legionarie. La superficie poteva variare tra uno e quattro ettari. Nelle fortezze erano presenti gli stessi edifici delle basi, anche se spesso mancavano l’ospedale e le terme. Vi erano poi i fortini, ancora più piccoli, probabilmente occupati dalle unità dei numeri e dai distaccamenti delle coorti.

Venivano infine, le torri, i cui occupanti non vi risiedevano in modo permanente e che avevano la sola funzione di vigilanza. A differenza delle barriere artificiale, come il vallo di Adriano in Britannia, nel quale le fortificazioni venivano erette a distanza fisse, sulle frontiere fluviali i castri risultavano disposti in modo irregolare, a seconda delle caratteristiche del terreno e, soprattutto, di quelle del fiume. Con i suoi 2800 e più chilometri di lunghezza, il Danubio presenta una gran varietà di paesaggi, tra cui ampie valli, zone di montagne, gole anguste e un’esteso delte. In generale, le basi legionarie erano collocate in luoghi strategici, così da controllare i principali punti di guado del fiume e le vie che mettevano in comunicazione l’impero con il mondo barbaro. Le basi e i forti venivano spesso costruiti la dove il Danubio incontrava i suoi affluenti, che divennero rtte di accesso al territorio romano perché le navi vi potevano attraccare con maggior facilità.

Nell’ansa del Danubio, a nord dell’attuale Budapest, davanti cioè al territorio dei sarmati, gli accampamenti erano ancor più ravvicinati, a soli otto o nove chilometri l’uno dall’altro. Altri tratti del fiume, invece, erano sorvegliati in modo sommario, come nella zona delle Porte di Ferro, dove per 130 chilometri il fiume scorre tra montagne scoscese. Essendo inaccessibile, i castri erano pochi, e per lo più situati alle due estremità della gola. Lo spazio tra le basi legionarie e i forti ausiliari era disseminato di torri e fortini.

Ciononostante lungo il Danubio e il Reno sono documentate meno costruzioni di quante ve ne fossero in altre frontiere fortificate, come ad esempio il vallo di Adriano. Sebbene una parte sia ormai andata perduta, si ritiene che i punti di sorveglianza fossero comunque ridotti perché  i punti di sorveglianza fossero comunque ridotti perché la larghezza del fiume – mezzo chilometro in buona parte del suo percorso – costituiva di per sé un ostacolo per qualsiasi nemico.

La storia del limes.


Il Limes della Dacia romana dopo la conquista di Traiano.

Dopo le guerre portate avanti da Marco Aurelio, il limes danubiano rimase la frontiera dell’impero e i vari governanti lo rafforzarono con nuove fortificazioni. Tuttavia la situazione cambiò drasticamente con la sconfitta di Adrianopoli (378 d.C.), in cui buona parte dell’esercito dislocato nella metà orientale dell’impero fu annientata dai visigoti. Da quel momento le orde barbariche sarebbero penetrate nel territorio, obbedendo ai romani o attaccandoli. Per riorganizzare le legioni decimate, le truppe abbandonarono man mano il limes e vennero sostituite dai mercenari barbari, i foederati. A partire dal secondo decennio del V secolo d.C., il consolidarsi del potente regno unno sottrasse al controllo imperiale un vasto settore della frontiera. I romani non riuscirono a riprenderselo nemmeno dopo la morte di Attila nel 453 d.C. Dalla metà del secolo il Danubio non fu più la frontiera settentrionale di Roma. Sulla colonna Antonina conservata nei Musei vaticani possiamo ammirare le immagini che riproducono il limes danubiano.

Le pattuglie del Danubio.

Le due flotte romane del Danubio svolgevano lungo il fiume le stesse funzioni delle legioni di terra: pattugliavano le sponde per controllare i movimenti di persone e beni e assicuravano la riscossione di tributi; inoltre trasportavano truppe e parte delle forniture di cui avevano bisogno. Potevano contare su diversi tipi di navi. Tra quelle da guerra vi era la liburna, una galera leggera che i romani avevano copiato dai pirati illirici. Aveva una lunghezza tra i 25 e i 30 m e circa 60 remi; si usava pure in una versione ridotta, di 20 m di lunghezza e 50 remi, adatta all’uso fluviale. Le grandi triremi, di 40 m di lunghezza e 120 remi, non erano frequenti e venivano forse impiegate solo come navi ammiraglie. Per i trasporti comuni si usavano l’oneraria e l’acturia. Sulle imbarcazioni lavoravano sia i marinai (noutae) sia i rematore (remiges) e l’equivalente romano della fanteria di marinai: i militari classiarii.


I grandi fiumi era spesso attraversati da grandi "ponti di barche" degli eserciti romani in marcia (colonna Traiana, VII).

Ballomar contro l’impero.


L'invasione del 170 nel corso delle guerre marcomanniche.

Nel 168 d.C. un esercito di quadi e marcomanni guidati dal re Ballomar, invase l’Italia settentrionale. Un’ondata di terrore scosse la penisola italica, dove da due secoli non entrava un’armata barbara. Gli invasori saccheggiarono la piccola cittadina di Opitergium e lì vicino annientarono le truppe appena sopraggiunte. Quindi marciarono contro Aquileia, che resistette grazie alle mura. L’imperatore Marco Aurelio accorse in suo aiuto con un esercito riunito in tutta fretta, composto pure da gladiatori, mentre le legioni della Mesia scesero da nord per bloccare il passaggio ai barbari, che fuggirono ma furono intercettati e sconfitti sulle Alpi. I sopravissuti guadarono il Danubio in ordine sparso: la crisi era passata.

Sarmizegetusa.


Pianta della città di Sarmizegetusa Regia, capitale dei Daci.

Durante la campagna del 105-106 d.C. contro i daci, le legioni di Traiano ne presero la capitale, Sarmizegetusa. Al suo posto venne fondata la colonia Ulpia Tariaian Sarnuzegetusa, i cui primi abitanti erano veterani delle guerre daciche. Tale sito, potentemente fortificato, divenne il centro della Dacia, l’unica provincia romana oltre il Danubio.

 

In pace e in guerra. La frontiera si trovava continuamente in pericolo, e lo possiamo intuire pure dalle opere degli storici romani, i quali davano molta più enfasi agli scontri che alla vita quotidiana nei castri. Tuttavia, la realtà fu ben più complessa, e i periodi di pace si alternarono a quelli di guerra. Una recluta che avesse cominciato i suoi ventiquattro anni di servizio nel 10 d.C. avrebbe probabilmente dovuto affrontare le minacce dei briganti e qualche isolata incursione dei barbari; colui che, invece, li avesse cominciati nell’85 d.C. avrebbe potuto partecipare alle guerre di Domiziano e far fronte ai numerosi attacchi provenienti dal territorio germanico.

A ogni modo, il Danubio non fu mai una frontiera chiusa. Ai barbari non era certo impedito l’accesso al territorio imperiale, ma piuttosto regolato e ridotto, poiché non potevano entrarvi a loro piacimento, armati o in gruppi numerosi. E l’esercito svolgeva proprio una di queste funzioni: controllare gli spostamenti. Le unità romane pattugliavano le due sponde del Danubio, anche se è probabile che nella parte settentrionale del fiume si limitassero a sorvegliare un piccolo lembo di terra tra i dieci e i venti chilometri di lunghezza. I romani, in ogni caso, non ignoravano il barbaricum, ovvero il cosiddetto mondo barbaro: la prima strategia di difesa era sempre costituita dalla diplomazia, e i romani s’immischiavano non poco nella politica interna dei gruppi germanici, all’interno dei quali spesso si formavano fazioni favorevoli o contrari a Roma.

                                    

Lavori di ogni sorta. Al di là delle attività volte a controllare e a difendere, i soldati erano assillati da problemi ben più banali, e i loro sforzi andavano a soddisfare per lo più tali necessità. Difatti, malgrado una parte degli approvvigionamenti arrivasse da altre province, le varie unità dovevano provvedere da sole al sostentamento, coltivando i cereali e facendo pascolare le bestie. Alcuni soldati viaggiavano, a volte in zone molto lontano dalla base per procacciarsi prodotti come vesti o cavalli. I legionari dovevano svolgere compiti non necessariamente legati alle questioni militari.

Poiché l’impero non disponeva di forze di polizia, il mantenimento dell’ordine pubblico e la scorta ricadevano sui soldati stessi, che si occupavano pure di crimini, omicidi inclusi. Aiutavano inoltre nelle miniere o lavoravano a progetti civili come ponti, strade o acquedotti.

 

Il papiro egizio. È per merito di un papiro rinvenuto in Egitto che conosciamo oggi l’ampio ventaglio di attività cui si dedicavano i soldati di un’unità ausiliare distaccata sul Danubio agli inizi del II secolo d.C. Oltre a prestare servizio nella base, sorvegliavano altri due forti e scortavano funzionari imperiali. Tre gruppi si trovavano a nord del Danubio (uno sovrintendeva al raccolto, un altro esplorava e un terzo risultava ‘in spedizione’), due erano in viaggio nelle lontane Gallie per procurarsi vesti e cereali, un altro ancora si trovava sui monti Haemus alla ricerca di bestiame, infine un ultimo gruppo era distaccato nelle miniere della Dardania.

Il papiro egizio fornisce anche notizie delle perdite subite: il fatto che in quei tempi di pace fossero morti due soldati, uno in uno scontro con i banditi e un altro in combattimento, probabilmente contro i barbari, dimostra come la violenza fosse sempre presente lungo il Danubio.

 

Articolo di Boria Pelegero storico e archeologo pubblicato su Storica National Geographic n 120 del mese di febbraio 2019 – altri testi e immagini da Wikipedia

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