sabato 9 maggio 2020

Sebastiano I, la leggenda del re vendicatore.

Sebastiano I, la leggenda del re vendicatore.

Con la morte de re Sebastiano I, inizia il declino dell’impero di un piccolo-grande paese e nasce la profezia del ritorno di un sovrano, simbolo dell’orgoglio del suo popolo. Un regno breve, un giovane bizzarro, una sola battaglia, disastrosamente perduta.

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Sebastiano I ritratto di Alonso Sánchez Coello, 1575, Kunsthistorisches Museum di Vienna

 

Il 4 agosto 1578 è il giorno del più grave lutto della Storia portoghese. In quella data scompariva il re 24enne Don Sebastiano I, insieme al fiore della nobiltà e dell’esercito lusitano, tutti periti nella disastrosa battaglia di Alcazarquivir, in Marocco, contro il formidabile esercito islamico del sultano Abd al-Malik. Una battaglia motivata solo dal fervore religioso del giovane sovrano e della sua errata valutazione delle forze nemiche.

Eppure, quel giovane re, tanto singolare di carattere, era destinato a rimanere nei cuori dei portoghesi suoi contemporanei e delle generazioni future. Un vero culto da re leggendario, benché rimasto sul trono solo pochi anni e senza imprese degne di gloria.


monastero di San Girolamo dove è stato seppellito il presunto corpo di Don Sebastiano

 

Un re eccentrico e sognatore. Educato con rigore dai gesuiti e distinto da una fede religiosa intrisa di misticismo, Sebastiano alternava momenti di castità ad eccessi di stravaganza, come quando disseppelliva le ossa dei suoi regali antenati per compiere macabre cerimonie di culto. Le esperienza di vita avevano di certo segnato la psiche dell’Infante de Portugal, costretto a divenire re a soli tre anni, dopo che il padre, il principe Giovanni Manuele d’Aviz, era morto 17enne due settimane prima della sua nascita. La madre, Giovanna d’Asburgo, sorella di Filippo II e figlia dell’imperatore Carlo V, quattro mesi dopo il parto era stata richiamata dal padre alla corte di Madrid per assumere la reggenza del Paese e non mise mai più piede in Portogallo. A completare il quadro di una crescita difficile, senza l’educazione e l’affetto genitoriale, vi erano anche i problemi fisici che fin da piccolo Sebastiano dovette affrontare. Infatti, l’accumulo di nozze tra parenti nel corso delle generazioni, dettati dalla ragion di Stato, aveva lasciato in eredità all’ultimo discendente della dinastia reale degli Aviz una salute estremamente ragionevole. Ciò nonostante, Sebastiano, sottoposto al regime di reggenza fino al raggiungimento dei 14 anni, era un giovane intelligente e focoso, dall’impeto mistico e cavalleresco, amatissimo dal suo popolo, che vedeva in lui il fautore glorioso per il Paese come in passato. Durante le lezioni di latino e grammatica dai gesuiti, il piccolo Sebastiano aveva lo sguardo assente e distratto di chi già sognava imprese degne della sua stirpe. Rifuggiva dalle feste e dai protocolli di corte, preferendo trascorre il tempo leggendo le storie epiche dei cavalieri medievali. Presto si convinse di essere un predestinato dalla Provvidenza a compiere una missione divina contro in nemici della fede. Tale ambizione era così totalizzante da farli trascurare le consuete abitudini dei giovani rampolli di ogni casa regnante, “parendo inimico quasi alle donne”, come lo descrisse Antonio Tiepolo, ambasciatore veneziano alla corte di Portogallo. La sua sete di avventure si tradusse nella missione di cristianizzare l’intera Africa, il continente che, con le rotte dell’oro, dell’avorio e degli schiavi, destava gli appetiti di mezza Europa. L’impero portoghese, a partire dall’occupazione di Ceuta e Tangeri in Marocco, aveva già molti interessi in nord Africa, che Sebastiano intendeva preservare arrestando l’avanzata della presenza militare ottomana; questo giustifica almeno in parte la sua improvvida impresa in Marocco.

L’occasione di coronare le proprie aspirazioni espansionistiche si presentò quando il sultano Muhammad al-Mutawakkil corse a Lisbona per chiedere aiuto, dopo che il trono del Marocco era stato usurpato dallo zio Abd al-Malik con l’appoggio delle forze ottomane. Questo fu il pretesto di Don Sebastiano I per inaugurare la cosiddetta crociata portoghese, contro il minaccioso Islam, benedetta da Gregorio XIII e da molti ritenuta un’impresa improbabile. Lo zio, Filippo II di Spagna, chiamato “el Rey Prudente”, aveva tentato invano di dissuadere il giovane dal suo azzardato proposito; più l’impresa era ardua e più l’esaltato Sebastiano si sentiva predestinato a realizzarla: voleva guadagnarsi il titolo di “el Rey cristiano”. I posteri lo avrebbero venerato come il salvatore dell’Europa dalla minaccia musulmana.


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Battaglia di Alcazarquivir

Possedimenti portoghesi in Marocco (XIV-XVI secolo).

L’impari guerra dei seguaci di due religioni. Non fu facile organizzare un corpo di spedizione composto solo da truppe lusitane, infatti l’ambasciatore Tiepolo scriveva: “Quanto l’industria e il valore dei portoghesi gli diede, tanto gli toglie il piccolo numero delle sue genti”. Sebastiano, perciò, pur essendo a capo di un impero marittimo ricco e vasto, i cui commerci si estendevano fino al Giappone, per compensare la scarsezza di militari portoghesi, fece assoldare volontari e mercenari tedeschi, spagnoli e italiani. 800 navi di ogni grandezza con a bordo un esercito di 20mila uomini salparono da Belém alla conquista del principato di Fez. Benché privo di esperienza e dottrina militari, Sebastiano non dubitava di essere l’uomo del destino, a cui nulla avrebbe potuto impedire di compiere la missione che gli era stata data dal Cielo. Approdato nel porto di Arzila, l’esercito cristiano si unì ai marocchini lealisti seguaci del re spodestato, Muhammad al-Mutawakkil, a cui Sebastiano, a breve, avrebbe generosamente restituito il trono. Dopo una lunga ed estenuante marcia nel deserto, i crociati arrivarono sul luogo della battaglia, Alcazarquivir, tra Tangeri e Fez. Era il 4 agosto, giorno che le cronache descrivono come il più torrido di una delle estate più calde del secolo. Ad aspettare i cristiani in armi, già accuratamente posizionati per lo scontro i 34 cannoni e gli almeno 50mila uomini dell’esercito islamico di Abd al-Malik. Una forza soverchiante, ben addestrata e motivata dalla fede in Allah, non meno di quanto le truppe portoghesi lo fossero dalla fede in Cristo. In poche ore i crociati europei e i loro alleati infedeli furono annientati dall’esercito islamico e dalla sua formidabile cavalleria. In quello scontro, tra polvere e clangore d’armi, perirono 8mila cristiani e altri 10mila furono fatti prigionieri. L’esoso riscatto, richiesto dagli islamici per salvare i superstiti della nobiltà portoghese catturata, prosciugò le già esigue casse della nazione che aveva finanziato la crociata. Nell’infausta giornata morirono sia i due sultani pretendenti al torno, sia Don Sebastiano, il cui corpo non venne inizialmente ritrovato sul campo di battaglia, dando origine alla leggende che il re fosse ancora vivo, tra le dune del deserto.

Alcazarquiv fu molto più che una disgrazia per il popolo lusitano: in quel giorno fatale il Portogallo, già sull’orlo della bancarotta, perdeva il suo re, la quasi totalità dei giovani aristocratici e tutto il suo esercito. Inoltre, quella sconfitta causò una profonda crisi di successione dinastica. L’erede più vicino a Sebastiano era suo zio, l’anziano cardinale Enrico, che alla fine di agosto fu mestamente incoronato sovrano del Portogallo. Debole e consumato dalla tubercolosi, il 67enne, detto ‘O Casto’, per la sua conclamata moralità, chiese al Papa il permesso di contrarre matrimonio al fine di assicurare la continuità dinastica. Filippo II di Spagna, che già mirava ad impadronirsi del Portogallo e unire la penisola iberica, fece valere tutta la sua autorità a Roma per impedire che il Papa liberasse il re porporato dai suoi voti. Alla morte di Enrico, nell’estate del 1580, le truppe spagnole invasero il Portogallo, incontrando una dura, ma vana, resistenza tra le strade di Lisbona.

Iniziava così il declino della nazione lusitana, che era riuscita a divenire il primo impero coloniale della Storia, aveva giocato un ruolo importante nell’era delle grandi esplorazioni e vantava il monopolio commerciale delle Indie Orientali, le miniere in Brasile e i domini africani. In quell’estate sciagurata per il destino del Portogallo, il più grande poeta lusitano, Luis de Camoes, scrisse sul letto di morte: “Tutti vedranno che la mia patria mi fu così cara che fui contento di morire non solo in essa ma con essa”.

 

Il calabrese che sognava di diventare re del Portogallo.

Marco Tullio Catizone, nato a Magisano in provincia di Catanzaro, viveva a Messina con la moglie e una figlia. Non si conoscono il mestiere e altri elementi importanti della vita di quest’uomo, ma è certo che nel 1598 si trovava a Roma, dove inviò due missive, nelle quali si firmava come Don Sebastiano I con tanto di sigillo reale, dando vita alla grandiosa impostura che segnò il suo destino. Non era un caso che Catizone facesse la sua comparsa nelle vesti del redivivo sovrano portoghese proprio alla morte di Filippo II di Spagna. Nobili e religiosi portoghesi esiliati in Italia avevano finanziato e convinto l’audace calabrese a improvvisare quella improbabile farsa, cercando in tal modo di ostacolare l’incoronazione di Filippo III, successore di Filippo II di Spagna. Nonostante all’avventuriero italiano fosse stato consegnato un libro sulle recenti cronache del Portogallo, il tentativo di frode era così ingenuo che il Catizone non riusciva a imitare nemmeno lentamente il re scomparso, una sola cosa lo avvicinava a Sebastiano: gli spericolati sogni di grandezza. Ma è a Venezia che il Catizone conquista una certa notorietà, nella mondana città lagunare erano in molti a dare credito alla falsa identità dell’impostore. Una nobile veneta gli chiese persino di convolare a nozze, mentre un soldato italiano, che aveva combattuto al fianco di Don Sebastiano, lo rassicurava circa una certa somiglianza col defunto re. Dal momento che questa celebrità del Catizone fomentava nuovi tumulti in Portogallo a favore del presunto Don Sebastiano, l’impostore venne arrestato, ma poi non si diede corso all’accusa. Dietro questa decisione si celava lo zampino del re di Francia, Enrico IV, che, nel clima di lotta contro la Spagna per il predominio sulla penisola italiana, si era raccomandato al Doge di ritardare il processo per destabilizzare il governo di Filippo III di Spagna. Fu così che la vicenda del “Sebasiao de Veneza” o del “Charlatan Calabrés”, come venne anche chiamato, fu al centro di una lotta diplomatica tra le grandi potenze dell’epoca. Liberato dal carcere e travestito da frate, Catizone approdò a Firenze e la sosta gli fu fatale: il Granduca di Toscana, Ferdinando de’ Medici, lo fece arrestare e sottoporre a tortura, per ingraziarsi la corte di Madrid, suscitando però le ire del re di Francia, che si era visto sfumare una buona pedina da utilizzare contro i rivali spagnoli. Il viceré spagnolo del Regno di Napoli reclamò il prigioniero, il quale gli fu consegnato in catene. La commedia era durata troppo a lungo per Catizone, che durante le udienze del processo napoletano ormai si lasciava sfuggire espressioni calabresi. Furono chiamati a testimoniare addirittura la moglie, la suocera ed un cognato del Catizone, che, ormai esausto, si gettò ai piedi del viceré, confessando le proprie colpe. Evitò l’esecuzione perché la Spagna aveva interesse a tenere in vita il conclamato impostore, allo scopo di smentire per sempre tutte le leggende di un ritorno di Don Sebastiano a sconvolgere gli equilibri della penisola iberica. Condannato al remo a vita, agli inizi del 1603, arrivò in Spagna a bordo di una galea su cui scontava la pena. Forse ubriaco, affermò a gran voce di essere Don Sebastiano, ridotto in catene. Nuovamente torturato, il 27 settembre 1603, Marco Tullio Catizone, nella cittadina andalusa di Sanlucar, subì il taglio della mano destra, prima di essere impiccato e fatto a pezzi, insieme ad alcuni complici e fautori. Ma la morte dell’impostore non significò la fine della leggenda, divenuta religione. Il sebastianismo, infatti, fu un movimento mistico e profetico che alimentò le speranze di una salvezza taumaturgica del Paese, modellando l’anima nazionale fino agli inizi del 1800, nonostante la restaurazione dell’indipendenza del Portogallo fosse avvenuta nel 1640. Il mito millenarista era stato suggellato dal famoso gesuita di Lisbona, Antonio Vieira, che nel suo libro “la historia del futuro” predisse il ritorno di Don Sebastiano e l’avvento del Quinto Impero (dopo quello egizio, assiro, persiano e romano), un ritrovato impero portoghese, cristiano e universale, che avrebbe assicurato mille anni di pace all’intera umanità. Il sebastianismo ha assunto varie forme nei secoli ed ebbe un’importante influenza anche in Brasile, dove si consolidò tra i brasiliani poveri come mito di salvezza e liberazione. Le ribellioni contadine, come quella di Canudos, nella regione del Nordeste, alla fine del XIX secolo, che causò 25mila morti, erano infervorate dalla leggenda del ritorno di Don Sebastiano, che con il suo esercito avrebbe spazzato via soprusi e disuguaglianze. Ancora nel XX secolo, il poeta Fernando Pessoa definiva se stesso come un nazionalista mistico e un sebastianista razionale, dedicando i versi della raccolta di componimenti Mensagem (messaggio) alla rinascita del Portogallo quale fondamento per un futuro impero dello spirito. Il ricordo di un’antica grandezza pervade la cultura portoghese, intrisa della saudade (nostalgia) dei giorni felici perduti per sempre.

                                                                       

Il mito di un re che non fu grande. Credendo di spegnere le voci di popolo, secondo cui Sebastiano fosse ancora in vita, Filippo II ordinò una spedizione in Africa per recuperare il presunto cadavere del re. Un corpo fu trovato cosicché la solenne cerimonia funebre e la sepoltura dei nobili resti avvennero nel Monastero dos Jeronimos, a Belém, ma tutto questo non arrestò il dilagare delle leggende più straordinarie su Don Sebastiano, fomentate in particolar modo dal clero portoghese. C’era chi sosteneva che il re avesse deciso di espiare i suoi peccati vagando in penitenza per 7 anni nel deserto, per poi tornare a liberare il Portogallo dal giogo spagnolo, e chi lo immaginava pellegrino a Gerusalemme. Altri, invece, sostenevano che fosse prigioniero dei mori, mentre altri ancora cedettero alla voce che al sovrano fosse semplicemente piaciuta la vita austera con i berberi tra le montagne: una pausa di meditazione prima dell’immancabile riscossa.

Mentre inglesi, olandesi e spagnoli mettevano le mani sulle ricchezze transatlantiche di Lisbona, il popolo portoghese continuava a credere che il re un giorno sarebbe tornato a far risorgere la nazione. La smania di rivincita e il bisogno di liberarsi dall’umiliazione della sconfitta erano così grandi, da far credere che il giovane re, un giorno, sarebbe uscito dalle mentite spoglie che lo occultavano e sarebbe tornato alla testa del suo esercito. Del resto, era facile riconoscere il sovrano in qualcuno che gli assomigliasse e un intero popolo era ben disposto a credere a qualunque millantatore che affermasse di essere re redivivo. Fu così che presto apparvero ben quattro sedicenti “Don Sebastiano”. Nel 1603 si fece strada, con successo, l’ultimo pretesto Sebastiano redivivo: il suo nome era Marco Tullio Catizone (vedi riquadro sopra), chiamato dai portoghesi “o calabrès”, per le sue origini, destinato ad essere protagonista di un vero e proprio affare internazionale. La catastrofe subita, la frustrazione della gloria e perfino l’identità perduta, creò nell’anima di un intero popolo il bisogno collettivo di un eroe mitico, identificato nello sconfitto Don Sebastiano I, o Encoberto (il Nascosto), che sarebbe risorto per restaurare l’età aurea del Portogallo.

 

Articolo di Dario Marino, studioso e ricercatore di Storia e politica pubblicato su BBC History n. 91 del mese di novembre 2018 – altri testi e immagini da Wikipedia.


giovedì 7 maggio 2020

Casanova, 007 da Trieste con furore.

Casanova, 007 da Trieste con furore.

Casanova, tra le sue mille maschere, indossò anche quella di agente segreto nella Trieste asburgica, ma non si rivelò proprio un uomo d’azione. Anzi…


Presunto ritratto di Giacomo Casanova, attribuito a Francesco Narici, e in passato ad Anton Raphael Mengs o al suo allievo Giovanni Battista Casanova (fratello di Giacomo).[19]

 

La Repubblica di Venezia, già dal ‘300, vantava una capillare agenzia di intelligence per guardarsi dai nemici esterni, ma soprattutto da quelli interni. Il più affascinante protagonista di questa rete di spionaggio fu il cavaliere di Seingalt, al secolo Giacomo Casanova, un personaggio che non aveva niente da invidiare ( se non i gadget) ai moderni 007, ma riuscì a fallire persino nella semplice missione di sorvegliare un tranquillo gruppo di frati. Alto, aitante (anche se bruttino), spericolato, con uno stuolo di belle donne sempre al suo fianco, il nostro libertino per antonomasia sicuramente non è entrato nel mito per la sua abilità di spia, ma piuttosto per le sue doti di seduttore. Eppure ebbe una carriera, anche se non memorabile, di informatore per la Serenissima.

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Uno scapestrato giramondo.

Illustrazione da Storia della mia fuga

Per essere un veneziano doc, Giacomo Casanova non trascorse molto tempo nella sua città natale. Nacque in Calle della Commedia (ora Calle Malpiero) nel 1725 ma. Ancora ragazzino, si ritrovò a Roma, segretario del cardinale Troiano Acquaviva d’Aragona. nel 1750 andò in Francia, a Lione, dove entrò nella massoneria. E dopo aver visitato Dresda, Praga e Vienna tornò a Venezia.

SEMPRE IN FUGA. Nel 1756 fuggì dai Piombi e iniziò a girovagare per l’Europa dove diventò una specie di eroe raccontando la vicenda della sua evasione. Poi, nel 1774, fece rientro nella Serenissima e vi rimase per otto anni. Nel 1782fu costretto nuovamente a fuggire in seguito a uno scandalo suscitato da un libello in cui calunniava un patrizio. Girò l’Europa per tre anni senza un soldo in tasca, finché nel 1785 il conte Jospeh-Charles Emannuel di Waldstein lo nominò bibliotecario del suo castello a Dux, in Boemia (oggi Duchcov, in Repubblica ceca). Lì rimase fino al 1798, anno della sua morte.

 

Patriottismo forzato. Il 31 ottobre1772, il console veneziano Marco Monti annunciò l’arrivo a Trieste di Casanova, uno dei personaggi più chiacchierati dei salotti settecenteschi. Ma cosa ci face li? Non poteva tornare nella sia Venezia, perché il 1° novembre 1756 era riuscito a fuggire dai Piombi, il carcere nel sottoetto di Palazzo Ducale. L’evasione (avvenuta un anno e mezzo dopo l’arresto) attraverso i tetti (secondo il suo racconto, in realtà probabilmente corrompendo una guardia) fece molto scalpore e gli regalò una certa fama, ma lo costrinse a lasciare in tutta fretta l’Italia. Proprio nella speranza di far rientro in patria, l’ex galeotto riparò nella vicina Trieste, dove accettò di arruolarsi tra gli 007 della Serenissima.

Il galante avventuriero non era nuovo a questo ruolo. Nel 1763 si era già messo al soldo dei francesi, così nel 1772, nella speranza che venisse revocato il bando emesso nei suoi confronti, vestì nuovamente i panni di agente segreto, questa volta impegnato in quello che oggi definiremmo spionaggio industriale.

 

Stai serena. La Repubblica di Venezia aveva considerato l’Adriatico un proprio dominio esclusivo e finché aveva potuto, aveva cercato d’impedire alle navi da guerra straniere di solcarlo, nonché imposto di far transitare i traffici commerciali attraverso il porto lagunare. Per questo motivo Trieste, caduta in mano agli Asburgo nel 1382, non si era mai sollevata dal rango di un borgo di saline (neanche di pescatori: i triestini non andavano per mare). Dal 1719 però cambiò tutto: Venezia orma non era che l’ombra della potenza di un tempo e l’imperatore Carlo VI concesse a Trieste il privilegio di porto franco, facendone il primo porto d’Austria. Da quel momento la città cominciò una corsa che la porterà al record di traffici di inizio Novecento. Maria Teresa d’Austria (1717-1780) ne mutò anche il volto urbanistico, costruendo sulle ex saline la nuova città, quella che ancor oggi si chiama Borgo Teresiano. Ecco perché i veneziani erano così preoccupati di veder sorgere un porto concorrente a sole 58 miglia nautiche di distanza, tanto da considerare Trieste una “sorvegliata speciale”. In quest’intricato contesto s’inserisce l’affaire Casanova. Il brillante libertino stava tentando - ,il tutto per tutto di farsi perdonare dagli Inquisitori di Stato l’evasione, così su consiglio di un patrizio veneziano, Pietro Zaguri, si trasferì a Trieste e accettò di arruolarsi tra gli 007 della Serenissima. Documenti ufficiali non ce ne sono, ma gli indizi sono molti. Zaguri si recò a Trieste per incontrare di persona Casanova: oggi sembra una banalità, ma nel 1772, il viaggio Venezia-Trieste non lo era affatto soprattutto per un patrizio che non poteva lasciare la Repubblica senza ottenere un permesso speciale. “Sono venuto a trovarla, sebbene la mia carica di avocador mi proibisca per legge, di allontanarmi dalla capitale.”, affermava Zaguri. Ma davvero il patrizio aveva corso il rischio di lasciare la Serenissima di nascosto? Più probabile che si fosse imbarcato per il porto asburgico con l’incarico di fare del cavaliere di Seingalt un informatore. Zaguri presentò Giacomo Casanova al console di Venezia, Marco Monti, lo introdusse nella migliore società triestina e lo portò dal barone Pietro Pittoni, capo della polizia asburgica. Ma non solo. “Pranzai, dunque, con Zaguri in casa del console, insieme a una numerosa compagnia, e il giorno successivo in casa del governatore. Da quel momento il fatto di aver ricevuto la visita di un avocado veneziano mi conferì un prestigio straordinario. Ormai nessuno poteva più guardarmi come un esiliato”, annota Casanova nella ‘Storia della mia vita’. A questo punto l’avventuriero cominciò a mandare relazioni a Venezia, tramite il console Monti.

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Chiesa dei mechitaristi armeni

 

Un libertino da manuale?

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Il suo nome è sinonimo di sciupa femmine. Ma la vita del tombeur veneziano fu anche altro…

La categoria degli avventurieri era ben nutrita nel Settecento. Quel che contraddisse Casanova è di essersi raccontato in un libro, ‘Storia della mia vita’, che ha avuto uno straordinario successo. Il grande seduttore, infatti, per guadagnarsi da vivere faceva anche lo scrittore, usando per lo più il francese, che gli consentiva di riscuotere incassi migliori.

ATTIVITA’ COLLATERALI. Massone, mago, giocatore d’azzardo, anche in questo caso Casanova era un figlio del suo tempo che non trascurava alcuna attività gli consentisse di ottenere denaro. Si dedicò per mesi alla marchesa d’Urfé, eccentrica vedova parigina, seguace dell’occulto, convincendola di averla messa in contatto con l’aldilà: usando l’accortezza di non chiederle mai denaro ma soltanto costose pietre preziose “per formare costellazioni”. Sempre a Parigi sedusse l’anglo-veneziana Giustiniana Wynne, convincendola che per curarsi fosse necessario inserire nel corpo una sostanza medicamentosa. Come questo inserimento sia avvenuto, trattandosi di Casanova, è facilmente intuibile.

A CONTI FATTI. Il suo rapporto con l’altro sesso è diventato proverbiale. Il più importante biografo casanoviano, lo scrittore Piero Chiara, si è dato la briga di contare le donne nominate nella ‘storia della mia vita’,arrivando a 116. Considerando che Giacomo ebbe il suo primo rapporto competo al 18 anni e che nei 13 anni di triste isolamento al Dux deve avere avuto nei quattro decenni di vita sessuale attiva ha totalizzato una madia di circa tre donne all’anno. Da un Casanova ci si potrebbe aspettare di meglio.

 

Spionaggio industriale. La missione più importante di Casanova non era certo una mission impossibile: doveva tenere d’occhio i padri mechitaristi armeni fuggiti a Trieste dall’isola di San Lazzaro, nella laguna veneziana, dopo un litigio con l’abate. La Serenissima temeva, a ragione, che gli armeni scissionisti intendessero mettere in piedi a Trieste una tipografia rivale di quella che già operava a Venezia (e che continuerà a stampare libri in armeno fino alla dissoluzione dell’Unione sovietica e alla nascita della Repubblica d’Armenia nel 1990). Giacomo Casanova non si limitò solo a mandare “riferte” (relazioni) agli Inquisitori di Stato, ma cercò anche di impedire che la tipografia venisse operativa.

Il nostro agente a Trieste intendeva fare pressioni sul vescovo attraverso il vicario incaricato dei rapporti con la confinante Serenissima, Girolamo Agapito, che “è veneziano e ha il core veneziano” affinché “si induca a persuadere il vescovo a inibir loro ogni sacra amministrazione”.  A questo punto Casanova perfettamente calato nella parte di informatore, scriveva al console Monti: “Una delle mie maggiori premure debba essere quella che non si arrivi mai in questa città a penetrare che io sono un suo secreto agente”. Mettendo, come un dilettante, il suo ruolo top secret anche per iscritto.

 

Magri risultati. I suoi sforzi non portarono a nulla di concreto. Tra luglio e agosto gli armeni amministravano i sacramenti e si muovevano liberamente nella città di Trieste. Il vescovo, che all’inizio non li vedeva di buon occhio, cambiò idea una volta saputo del favore con cui i tipografi armeni erano visti dalla corte di Vienna, tanto che “bramavasi dalla stessa imperatrice che potessero qui stabilirsi.”. tuttavia, il 3 settembre 1774, gli inquisitori firmarono il tanto sospirato salvacondotto che permetteva all’avventuriero di rientrare a Venezia. Le relazioni sui padri armeni erano stati determinanti per far pendere la bilance dalla parte di Casanova, anche se la tipografia continuò a lavorare tranquillamente. Tanto che, nel maggio 1775, stampava proclami bilingui in italiano e armeno per salutare l’imperatore Giuseppe II in visita a Trieste.

 

Articolo di Alessandro Marzo Magno pubblicato su Focus Storia del mese dicembre 2018 n. 146

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lunedì 4 maggio 2020

i mobili nell’antica Roma: i letti fra vizio e riposo.

i mobili nell’antica Roma: i letti fra vizio e riposo.

Non erano mobili pensati soltanto per dormire o riposare, ma anche per studiare, intrattenersi con gli ospiti, oppure sdraiarsi a mangiare, durante i fastosi e interminabili banchetti dell’Urbe.

riproduzione di un triclinium



Il letto era certamente l’arredo più comune nelle case romane, e a volte poteva essere addirittura il solo. In ogni caso, i Romani dormivano (di notte, di giorno e durante le ore di riposo pomeridiane), mangiavano, ricevevano gli ospiti, scrivevano e leggevano. Naturalmente si trattava di tanti letti diversi, pensati appositamente per ciascuno scopo, e diversi anche in base al ceto e al censo dei loro possessori. Il popolo, in genere, si accontentava di un letto di mattoni, attaccato al muro e ricoperto con un pagliericcio, mentre le classi più agiate avevano un numero variabile di letti, a secondo dell’uso che ne facevano, e si trattava assai spesso di mobili estremamente lussuosi.


triclinium

 

Un nido domestico. C’era, come oggi, il letto singolo, a una piazza chiamato lectus cubicularis, su cui si usava dormire, riposare o anche studiare (in tal caso, era definiti lectus lucubratorius); c’era il letto matrimoniale, a due piazze, chiamato lectus genailis, destinato alla consumazione del matrimonio e alla procreazione; c’era poi il triclinio (triclinium), letto a tre posti, pensato per la stanza da pranzo, su cui ci si sdraiava a banchettare. Dai triclini furono poi ideati anche pomposi letti a sei posti, messi in mostra da chi voleva rendere evidente la propria ricchezza e il fasto della sua casa. Tutti questi letti potevano esser fabbricati con diversi materiali: il più usato era naturalmente il legno, ma non mancavano i letti di bronzo. Il legno veniva scolpito e lavorato, per conferirgli l’aspetto più ricco possibile: allo scopo, oltre a legni robusti come la quercia, l’acero o il cipresso, venivano utilizzate anche essenze esotiche, dalle nervature ondulate e dai riflessi cangianti, che ricordavano il piumaggio e davano l’impressione di letti multicolori che, per questo motivo, venivano chiamati lecti pavonini. Infine, esistevano letti dai telai compositi, con la cornice di legno e i piedi in bronzo, oppure la cornice di bronzo e i piedi in avorio. Tutti questi materiali, a loro volta, potevano subire lavorazioni diverse, per esempio, era decorato con oro e argento, e il legno abbellito con intarsi in tartaruga. Letti differenti avevano anche usi differenti. Il lectus genialis, cioè il talamo nuziale, era a due piazze e vi veniva condotta la sposa il giorno delle nozze. Lo sposo la prendeva in braccio, in modo che non toccasse la soglia di casa con il piede sinistro, atto ritenuto infausto. Si trattava, si trattava, si può dire, di un letto “da cerimonia”: a volte. dopo avervi consumato la prima notte di nozze, le matrone lo facevano spostare nell’atrio della domus e, assise su di esse come su un trono, dirigevano le attività domestiche. In questo caso, prendeva il nome di lectus ad versus, poiché veniva sistemato di fronte all’ingresso della casa. Il letto nuziale era piuttosto alto, e per salirvi erano necessari sgabelli o una bassa scaletta. Bisogna dire che, in genere, gli sposi romani preferivano letti singoli, anche se dormivano nella stessa stanza, a volte disposte a L.

 

Dal letto alla stanza.

Dal triclinio prese nome il locale della domus in cui veniva servito il pranzo. Attorno al tavolo centrale erano posti i tre letti, chiamati, in ordine di importanza, summus, medius e imus. Il pranzo era un vero rito per i Romani ricchi e durava dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata. I commensali prendevano posto sui letti in modo tale da evidenziare la loro importanza, che cresceva man mano che ci si avvicinava al padrone di casa. Le pareti e i pavimenti del triclinio erano decorate con mosaici e affreschi, che spesso rappresentavano Dionisio, il dio dell’ebbrezza, o Venere, la dea del piacere.

Le case dei patrizi avevano in genere due triclini, ma non erano rare le domus che ne ospitavano addirittura quattro o cinque. In questi casi, il cosiddetto triclinus maius (triclino maggiore) veniva utilizzato per le feste con molti invitati. Spesso, durante i banchetti, nelle sale da pranzo si svolgevano anche spettacoli di mimi e giocolieri per divertire gli ospiti.



 


Letto in metallo e legno ricostruito per sdraiarsi per mangiare ( lectus triclinaris ), proveniente da una tomba romana ( Walters Museum , Baltimora )


Studiare e mangiare. Il lectus cubicularis, cioè il lettino singolo, assomigliava a un divano. Chiuso su tre lati da una spalliera, che serviva anche a contenere il materasso, di norma si trovava nella stanza da letto, chiamata cubiculum perché aveva la forma di un piccolo cubo privo di finestre e riceveva aria e luce esclusivamente dalla stanza adiacente. Per questo motivo, la porta consisteva spesso in una semplice tenda. La spalliera poteva essere di legno verniciato, oppure rivestito con un’imbottitura, ma esistevano anche spalliere in vimini intrecciato. Non era raro l’uso di un modello ancora più semplice, senza spalliere. Entrambi questi letti singoli erano basi, dalle strutture leggere e con un materasso (il torus) non troppo spesso, ma riccamente foderato di belle stoffe colorate. Imbottito di fieno, paglia, foglie secche, lana o piume, in origine veniva coperto con una pelle di capra o di pecora, poi sostituita da lenzuola e coperte. La struttura che reggeva il materasso era formata da stanghe di legno o da strisce di cuoio. Affine al lectus cubicularis era il lectus lucubratorius, su cui ci si stendeva per studiare. Non aveva spalliere ed era più corto di quello usato per dormire (in genere, tutti i letti romani erano più corti di quelli a cui siamo abituati, in ragione della statura media dell’epoca, che era di circa 165 cm per gli uomini e meno di 160 cm per le donne), ma dava comunque la possibilità di discendersi; inoltre, offriva spazio per appoggiare tavolette da scrittura, libri e altri materiali.

Un discorso a parte merita il triclinio, cioè il letto su cui  ci si sdraiava per mangiare. Naturalmente non si trovava in tutte le case, ma soltanto in quelle dei ricchi, in grado di offrire sontuosi e spettacolari banchetti che potevano durare per intere giornate. Il triclinio ospitava, di norma, tre persone sdraiate, a volte semplicemente due oppure addirittura sei, nel caso dei maestosi triclini doppi. Esistevano anche quelli ‘singoli’, che potevano comunque ospitare un paio di persone semisdraiate. Creati per fare sfoggio di ricchezza e potere, erano colorati, intarsiati e riccamente decorati, con frange, nastri e nappe. Costruiti in legno e bronzo, con inserti in argento, madreperla, avorio e pietre dure o preziose, presentavano anche parti dorate. Molto spesso, tra le decorazioni spiccavano teste o figure intere di animali reali e fantastici, oppure statuette di amorini. I letti triclinari erano in genere disposti i tavolinetti su cui venivano servite le portate.

Abitualmente si trovavano all’intero della domus, ma quando il clima lo consentiva, soprattutto in giornate particolarmente calde, erano disposti in giardino, sotto un pergolato o una tettoia. Non era raro che nei giardini esistessero anche letti triclinari in mattoni, su cui venivano stesi materassi e stoffe.

 

Articolo di Mario Santoni pubblicato su Civiltà Romana n, 3 – altri testi e immagini da wikipedia.


sabato 2 maggio 2020

Hastings Normanni contro Sassoni.

La battaglia di Hastings Normanni contro Sassoni.

Nel 1006 il duca Guglielmo di Normandia invase l’Inghilterra e rovesciò la dinastia sassone che governava il Paese. Qualche anno dopo fu realizzato un arazzo lungo quasi 70 metri le cui immagini raccontano la storia della vittoria normanna nella battaglia di Hastings.

 Battaglia di Hastings.png

Il 14 ottobre 1066 si svolse ad Hastings, una cittadina sulle sponde della Manica, una delle battaglie più importanti della storia inglese. Due settimane prima il duca Guglielmo di Normandia era sbarcato nel Sussex alla testa del suo esercito, che annoverava tra i quattro e i settemila uomini. Il suo obiettivo era il trono d’Inghilterra, che riteneva gli spettasse in quanto erede di Edoardo il Confessore, suo cugino, morto all’inizio dello stesso anno. A succedere al sovrano inglese era stato invece il cognato Aroldo, che si era proclamato re il 6 gennaio. Aroldo tentò di respingere l’invasore nello scontro di Hastings, ma per le sue truppe fu una disfatta. In poche settimane Guglielmo assunse il controllo del Paese e stabilì una solida monarchia dominata dalla nobiltà di origine normanna.


 

Abbazia di Battle, a Battle: la facciata.

Abbazia di Battle: l'epigrafe che ricorda il punto in cui sarebbe morto Aroldo II, re dei Sassoni


Rivali per il trono.

 

1064

Il re d’Inghilterra Edoardo in Confessore nomina suo erede Guglielmo di Normandia.

6-1-1066

Il giorno dopo la morte di Edoardo, suo cognato Aroldo viene proclamato re d’Inghilterra.

14-X-1066

Guglielmo sconfigge Arodl ad Hastings e diventa il nuovo sovrano inglese.

1077

L’arazzo che racconta la battaglia viene esposto durante la consacrazione della cattedrale di Bayeux.

  

la cattedrale di Bayeux l'arazzo commemorativo era destinato a decorare le pareti di questa cattedrale normanna consacrata nel 1077

Un’opera di propaganda. Esiste una fonte eccezionale di informazioni su questo evento epocale: un arazzo conservato presso il museo di Bayeux. Si tratta in realtà di un tessuto ricamato che venne elaborato nel decennio successivo alla battaglia per commemorare l’episodio. Questo capolavoro dell’arte medievale è stato attribuito all’arcivescovo Oddone di Bayeux, fratellastro di Guglielmo, che avrebbe commissionato il tessuto agli artigiani inglesi di Canterbury. A favore di questa teoria c’è il fatto che il primo riferimento scritto all’esistenza dell’arazzo si trova in un inventario dei beni della cattedrale di Bayeux redatto nel 1476. Inoltre il prelato compare in diverse scene, non solo in qualità di sacerdote ma anche di guerriero. Probabilmente l’opera fu realizzata in occasione della consacrazione della cattedrale, avvenuta nel 1077. Secondo un’altra ipotesi, la tela sarebbe stata esposta in vari luoghi della Normandia e dell’Inghilterra a scopo propagandistico, per poi concludere il suo viaggio a Bayeux. Una teoria più recente afferma che sarebbe stato lo stesso Guglielmo a commissionare l’esecuzione al monastero normanno di Saint-Florent, presso il castello di Saumur. In ogni caso, una volta arrivato a Bayeux l’arazzo fu collocato nella navata centrale della cattedrale, a un’altezza dove fosse ben visibile durante la festa delle reliquie che si celebrava il primo luglio. Le reliquie svolgono una funzione molto importante nelle vicende narrate dall’arazzo. Con i suoi circa 70 metri di lunghezza per 0,50 di larghezza, il ricamo rappresenta la conquista dell’Inghilterra da parte dei normanni in 58 scene successive che compongono una sorta di film. Ogni immagine è accompagnata da brevi testi in latino che descrivono l’evento e i personaggi coinvolti. Paradossalmente il vero protagonista non è Guglielmo II il Conquistatore, ma Aroldo, lo sconfitto, che appare molto più frequentemente nell’opera. La storia inizia nel 1064: non avendo eredi, re Edoardo incarica suo cognato Aroldo di recarsi in Normandia per nominare il duca Guglielmo suo legittimo successore. Il viaggio è un susseguirsi di peripezie. Inizialmente Aroldo sbarca sulle coste controllate dal duca Guido di Ponthieu, che lo fa prigioniero e poi o rilascia su ordine di Guglielmo. Quest’ultimo lo accoglie a braccia aperte e lo inviata a unirsi a una spedizione contro i bretoni. Aroldo si dimostra un guerriero valoroso e salva anche dei soldati dalle pericolose sabbie mobili che circondano Mont Saint-Michel, conquistandosi la stima di Guglielmo. Poi giura solennemente sulle reliquie della cattedrale di Bayeux che sosterrà la successione del duca normanno al trono d’Inghilterra. Ma a partire da questa scena il buon cavaliere sassone mostra il suo vero volto e alla morte di Edoardo si proclama re. La reazione di Guglielmo non tarda ad arrivare: il duca prepara la spedizione contro l’Inghilterra, attraversa la Manica e affronta nella battaglia di Hastings l’usurpatore viene ucciso per aver infranto il giuramento.

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immagine di Guglielmo il Conquistatore


 

Una cronaca visiva dell’invasione.

Luogo della battaglia

Le pagine seguenti mostrano alcune delle scene centrali dell’arazzo di Bayeux, scelte tra quasi sessanta che compongono l’intera storia.

Teppich von Bayeux.jpg

Teppich von Bayeux.jpg

 

Aroldo e i suoi uomini cavalcano verso Bosham.

Nel suo palazzo di Londra, il sovrano d’Inghilterra Edoardo discute con Aroldo che nell’immagine dell’arazzo appare in compagnia di un altro personaggio che non è stato identificato, e gli ordina di recarsi dal duca Guglielmo di Normandia per nominarlo successore al trono inglese. La scena seguente illustra il viaggio di Aroldo verso Bosham, sulla costa inglese. Da quella località attraverserà la Manica per raggiungere Guglielmo. Preceduto da un muta di cani, Aroldo ha un falco sull’avambraccio destro ed è in sella a un cavallo nero seguito da vari cavalieri.

Guglielmo riceve Aroldo nel suo palazzo.

Il duca Guglielmo precede Aroldo, che lo segue con il falco sulla mano. Un uomo accoglie i viaggiatori presso la torre  d’ingresso. All’interno del palazzo, Aroldo discute animatamente con il duca Guglielmo che siede in trono con la spada in mano ed è accompagnato da un consigliere. Nella sequenza successiva un ecclesiastico con la caratteristica tonsura tocca sulla guancia una donna situata tra due colonne sormontate da teste di animali. La scena è poco chiara; l’interpretazione comunemente accettata è che si tratti della promessa di matrimonio tra Aroldo e la figlia di Guglielmo Aelfgyva.

Il giuramento e il ritorno di Aroldo.

Aroldo presta giuramento vassallatico al duca Guglielmo nella cattedrale di Bayeux, su due reliquari e davanti a vari testimoni. Questa è la scena centrale dell’arazzo ed è il punto di svolta nell’atteggiamento di Aroldo, che fino a quel momento si è comportato nobilmente ma poi non onorerà la parola data. L’imbarcazione con la vela spiegata conduce Aroldo verso le coste inglesi. Da una torre di guardia un uomo osserva la nave mentre altre quattro persone contemplano da alcune finestrelle il ritorno di Aroldo che al suo arrivo si recherà presso la corte di re Edoardo a Londra.

Incoronazione di Aroldo e passaggio della cometa.

Dopo la morte di re Edoardo in una scena precedente, Aroldo viene meno al giuramento fatto al sovrano inglese e al duca di Normandia e si proclama re d’Inghilterra, seduto in trono con la corona in testa e gli attributi reali in mano. Gli viene anche offerta la spada, simbolo del potere regio. L’incoronazione di Aroldo è seguita da un evento straordinario che viene interpretato come un cattivo auspicio: il passaggio in cielo di una cometa osservata con ammirazione da un gruppo di persone. Alcuni commentatori identificano il corpo celeste con la cometa di Halley.

Il duca Guglielmo attraversa il canale.

Principali avvenimenti della conquista normanna dell'Inghilterra nel 1066

Il duca Guglielmo decide di invadere l’Inghilterra. Dopo la presentazione dei preparativi per l’invasione e dell’organizzazione dell’esercito normanno, c’è una scena di grande movimento dove il duca si dirige verso le navi in sella a un destriero nero seguito da quattro cavalieri. Diverse navi cariche di uomini e cavalli affrontano la traversata, accompagnate da altre più piccole sullo sfondo che creano un effetto prospettico, come dice la scritta in latino, in una sezione successiva dell’arazzo.

La battaglia di Hastings.

Viene qui rappresentato uno dei momenti più feroci della battaglia: “Caddero inglesi e franchi”, dice l’arazzo. I due eserciti sono armati in modo simile, lunga cotta di maglia ed elmo conico con protezione nasale. Sulla sinistra un inglese armato di ascia affronta un cavalieri normanno con lancia e scudo. Al centro c’è un altro scontro analogo, seguito da una scena molto vivace con una vista laterale dei cavalli normanni. La fanteria inglese si difende su una collina dalla carica della cavalleria normanna. Nella frangia inferiore sono rappresentati i cadaveri di uomini e cavalli.  

Il vescovo, il duca e i cavalieri franchi.

In un momento di debolezza delle truppe normanne, il vescovo Oddone incoraggia i soldati più giovani che stanno fuggendo dallo scontro. Con l’obiettivo di porre fine alle voci della sua morte, il duca Guglielmo con il bastone di comando in mano solleva l’elmo per farsi riconoscere dai suoi uomini, uno dei quali lo indica. Rincuorati dalla figura del loro comandante, i soldati franchi si lanciano in una carica decisiva contro la fanteria inglese alla caccia dell’autoproclamato re, Aroldo. Nella frangia inferiore si possono vedere gli arcieri normanni e i corpi mutilati dei combattenti.

La morte di Aroldo.

Aroldo cade colpito da una freccia in un occhio. Secondo alcuni commentatori la rappresentazione della sua morte è suddivisa in tre momenti: l’impatto del dardo, la caduta di Aroldo da cavallo e il suo cadavere per terra. Ormai privo del suo comandante, l’esercito sassone si ritrova allo sbando. I normanni inseguono i fuggitivi inglesi. Nella frangia inferiore appaiono immagini di spoliazione dei nemici uccisi in combattimento. Probabilmente l’arazzo terminava con altre due scene che non si sono conservate, una delle quali rappresentava l’incoronazione di Guglielmo.

 

Le donne misteriose dell'arazzo di Bayeux – Festival del Medioevo

le donne misteriose nell'Arazzo 

La vita quotidiana nell’XI secolo. L’arazzo fornisce informazioni sulla storia della conquista che non compaiono nelle cronache. Costituisce anche un documento di grande importanza per conoscere la vita quotidiana dell’XI secolo: mostra i personaggi vestiti con gli abiti dell’epoca, intenti a partecipare alle attività proprie della nobiltà – come la caccia, i ricevimenti, i banchetti, un’incoronazione o una sepoltura – spesso nella cornice di edifici stilizzati. Alcune sezioni del tessuto raffigurano la vita della gente umile, che lavora nei campi o serve nei palazzi. Le scene in mare o negli arsenali illustrano alcuni aspetti della navigazione e della costruzione di imbarcazioni. Le donne sono poco rappresentate e sempre nei limiti dei ruoli propri dell’epoca. Nell’opera compaiono solo tre figure femminili: una è probabilmente la figlia di Guglielmo, destinata ad andare in sposa ad Aroldo per rafforzare i legami tra le due casate; poi Edith, moglie di Edoardo e sorella di Aroldo, appare nella scienza della morte del sovrano; e una donna anonima che fugge con il figlio da una casa in fiamme, a simboleggiare le vittime di guerra. Gli aspetti bellici hanno una certa rilevanza nell’arazzo: sono raffigurati assedi, accampamenti e tattiche di combattimento della cavalleria normanna e della fanteria pesante inglese. il tessuto continua a stimolare ancor oggi nuovi studi, che ne evidenziano lo status di testimonianza storica senza precedenti.

 

Articolo di Fernando Lillo Redonet filologo classi e scrittore pubblicato su Storica National Geographic del mese di gennaio 2019 – altri testi e immagini da wikipedia.


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