sabato 22 febbraio 2020

Quando gli dei bevevano il sangue.


Quando gli dei bevevano il sangue.

Persino Roma, madre della legge, ricorse ai sacrifici umani per superare i momenti di maggior pericolo. Fin dalla notte dei tempi le divinità hanno richiesto all’uomo il sangue dei loro simili, secondo riti agghiaccianti a cui nessuna civiltà sembrò del tutto aliena.


 Il sacrificio umano: secondo la Passio S. Caesarii, nel I sec. d. C., ogni anno a Terracina era consuetudine sacrificare un giovane in onore del dio Apollo, facendolo precipitare dall'alto della rupe; il diacono Cesario protestò contro questa orribile usanza.


“Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo”. Rispose “Eccomi”. Riprese “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò!”. Lo racconta, al capitolo 22, il libro della Genesi il primo della Bibbia. Sappiamo come finì. Abramo non esitò a ubbidire a Dio. Il quale, però, all’ultimo momento diede il contrordine, e dopo aver testato la fedeltà di Abramo, sostituì il sacrificio umano con uno animale. Secondo gli esperti, questo passaggio biblico è un ricordo della pratica mediorientale dei sacrifici umani, e al contempo è una sua condanna. Il popolo ebraico infatti sembra non aver mai praticato questo tipo di rituale, accusandone anzi i pagani circostanti. Semmai nella religione ebraica si praticava la sostituzione della vittima umana, come in molte altre culture si offrivano delle vittime animali per riscattare i propri figli, specie i primogeniti, che appartenevano a Dio. Un mostro si aggira nel mondo antico, qualcosa di così terribile che si fa fatica a immaginarlo, e soprattutto ad abbinarlo ad alcune delle civiltà che sono alle radici della nostra cultura. È lo spettro dei sacrifici umani. Una materia complicata e velata anche da numerosi elementi di incertezza. Non c’è dubbio che molte se non tutte le culture antiche conoscessero questa pratica, tanto che ne compaiono spesso testimonianze mitologiche, letterarie e in certi casi anche archeologiche. È altrettanto vero che la pratica è considerata così orribile ed estrema che diventa facilmente un utile elemento di paragone e propaganda: “gli altri fanno così, nei tempi antichi si faceva così ma noi no”. Allo stesso tempo l’elemento del sacrificio umano si mescola con altre realtà, prima tra tutte l’esecuzione dei prigioni di guerra. È chiaro che nel mondo antico non c’era una distinzione così netta tra gesto sacro e gesto profano, per cui una uccisione, persino in guerra o come atto di giustizia violava l’ordine delle cose o serviva a ripristinarlo, e come tale era quindi un’azione che aveva sempre religiosi e sacrali. La condanna a morte avveniva a Roma attraverso la formala sacer esto, vale a dire “sia consacrato agli dei”, e in certi casi arcaici nelle culture mediterranee non veniva nemmeno eseguita direttamente, ma appunto il condannato era posto fuori dal mondo degli umani e collocato in quello delle divinità infere, e chiunque quindi poteva ucciderlo restando impunito. Così sono molti i casi in cui il vincitore metteva a morte i nemici vinti, ma non sempre si trattava di sacrifici umani propriamente detti. In Egitto, per esempio, l’immagine del faraone che cala implacabile la sua mazza sui prigionieri nemici è un’immagine costantemente presente attraverso i millenni, ma non c’è un riferimento diretto a un sacrificio agli dei. Così come a Roma, dall’epoca tardo-repubblicana in poi, i nemici vinti venivano messi a morte dopo averli portati in trionfo (come nel celebre caso del gallo Vercingetorige), ma si tratta di un’azione del tutto laica e persino residuale, anzi poco scenica rispetto alla pomposità del ruolo assunto nel trionfo.

La “pacifica” Creta.


Della Creta del II millennio a.C., quella della civiltà minoica, è stata tramandata un’immagine pacifica e perfino pacifista. Ma non fu così, come ricorda il mito del Minotauro, al quale venivano sacrificati giovani delle nazioni sottomesse a cui sfuggì Teseo, che uccise il mostro. Ora sono stati trovati anche riscontri archeologici della pratica del sacrificio umano in questa antica civiltà.
Nel palazzo reale di Cidonia sono venuti alla luce i resti del sacrificio di una giovane in relazione a un terremoto. Le ossa del cranio erano state aperte giusto lungo le linee di sutura. Il tutto, accompagnato anche dal sacrificio di capre e maiali, è datato al XIII secolo a.C. Presso Abenispiliam sempre a Creta, è avvenuto il ritrovamento di quattro scheletri umani, uno dei quali con una lama di circa quaranta centimetri all’altezza dell’addome.

Sangue propiziatore. Altra cosa sono i sacrifici umani veri e propri, quelli che si compivano uccidendo qualcuno per aver qualcosa in cambio dagli dei. Anche qui, per la verità. Si potrebbe distinguere tra chi sacrificava qualcuno che gli era caro e chi invece impiegava servi e nemici. È una bella differenza. I sacrifici umani maggiormente accertati e documentati riguardano la seconda tipologia. I ritrovamenti archeologici in molti contesti non lasciano dubbi sul fatto che persone venissero uccise ritualmente in circostanze particolari. E il primo di questi contesti è quello funerario, dove il ruolo delle vittime era quello di onorare il morto, dargli la propria forza ma anche e soprattutto accompagnarlo per servirlo anche nell’aldilà. Si trattava dunque soprattutto di persone dipendenti dal defunto. Un caso eclatante ci viene dall’antica civiltà dei sumeri, nel III millennio a.C. Nella potente città di Ur un ricchissimo cimitero reale conserva molte pregevoli tombe con lussuosi corredi, ma una in particolare ha sempre attirato l’attenzione degli archeologi e degli studiosi. Si tratta della fossa PG 12-1237, che conserva i resti di molteplici persone riccamente vestite e ordinatamente disposte, con oggetti caratterizzanti molti lussuosi. Nella tomba ci sono i resti di ben 74 persone; sei sono maschi, sono vicini all’entrata e portavano elmi e lance. Le altre sono donne, accanto ad alcune delle quali si trovavano tre arpe. È facile pensare che gli uomini avessero il compito di guardie, mentre le donne erano forse le ancelle e la corte di un personaggio importante, che non è certo figurasse tra i corpi della tomba o giacesse in un sepolcro adiacente lai ritrovato. Che a Ur si tratti di un sacrificio umano è difficilmente contestabile. Gli studiosi discutono su come siano morte le persone sepolte: c’è chi sostiene, data l’ordinata posizione delle vittime, che esse si siano tolte spontaneamente la vita per seguire il loro signore o la loro signora nell’aldilà. Qualcosa di simile è documentato anche in altre culture, e pare che molti guerrieri unni e mongoli si immolarono spontaneamente sulle tombe dei loro capi più grandi, come Attila e Gengis Khan. Certamente, nella maggior parte dei casi, ad essere uccisi per continuare a servire anche dopo la morte devono essere stati servi abbastanza riluttanti. In Egitto questa pratica è comparsa presto e scomparsa rapidamente: già dopo la I dinastia (l’unica che sembra aver praticato veri sacrifici umani funerari) centinaia di statuette (le più diffuse delle quali erano dette ushabti) entrarono a far parte dei corredi funerari per sostituire i servitori che dovevano svolgere nell’aldilà qualsasi lavoro per conto del padrone defunto.

Orrori nel Nuovo Mondo.
Analisi di laboratorio di una delle "mummie di Llullaillaco", bambini incas sacrificati sulla cima del vulcano Llullaillaco, nella provincia di Salta (Argentina).

Le civiltà precolombiane sono famose per sacrifici umane di livello industriale. In tutte le Americhe la pratica di uccidere esseri umani in onore delle divinità era diffusissima, e l’archeologia ha confermato abbondantemente tali pratiche, messe in atto da Inca, Maya e soprattutto Aztechi, ma anche dalle civiltà minori che li hanno preceduti e accompagnati. Sulle Ande i sacrifici erano di entità limitata, e spesso prevedevano che le vittime fossero abbandonate in grotte, dove venivano mummificate. In Centro America, poi, era diffuso il gioco della palla che si concludeva con il sacrificio di una delle due squadre.
Ma nulla ha mai raggiunto nella storia quello che seppero fare gli Aztechi. Questa popolazione mesoamericana arrivò a sterminare centinaia di migliaia di vittime, strappando loro il cuore sulle piramidi per sostenere la vitalità del dio sole (sotto), o anche per placare altri dei, o per consacrare edifici, secondo una prassi diffusa in tutte le civiltà, dalla Mesopotania a Roma: si narra che per la riconsacrazione di Teotihuacan furono immolate decine di migliaia di prigioni in un giorno. Gli Aztechi facevano guerre anche solo per catturare prigionieri da sacrificare. Recenti scoperte archeologiche, infine, hanno dimostrato che tutte le società precolombiane sacrificavano, oltre ai maschi adulti, anche donne e bambini.

Sangue per la salvezza di Roma. Sempre in ambito funerario va ricondotta la nascita dei giochi gladiatori, avvenuta fra gli italici e gli etruschi: lo scontro tra due guerrieri sulla tomba del defunto doveva assicurargli al vita eterna bagnando la terra della sua sepoltura con il sangue. L’uccisione in combattimento di un combattente professionale o servile potrebbe anche aver sostituito l’oroginaria morte di personaggi importanti. Proprio i gladiatori mostrano come la pratica della morte rituale si sia andata secolarizzando nel corso della storia di Roma. Ma l’Urbe non fu certo esente dalla pratica del sacrificio umano nelle sue diverse forme. E tanto più nella forma assai diffusa nell’antichità legata a cerimonie propiziatorie per la guerra. È una pratica che doveva essere molto diffusa, sia prima sia dopo i combattimenti. I miti greci ne sono pieni, anche se le controprove storiche invece mancano. La più celebre testimonianza di sacrifici umani in Grecia è proprio il mito di Ifigenia, la figlia di
Agamennone, il re dei re degli Achei, cui venne chiesto di uccidere la figlia per permettere alla flotta greca la traversata marina verso Troia, ma anche tutto quello che venne dopo, cioè l’odio dela moglie Clitemnestra per il re di Micene, che ella ucciderà quando tornerà vincitore dalla guerra, generando a sua volta la vendetta del figlio Oreste che compirà il matricidio. È da questa lunga scia di sangue che gli ateniesi fecero scaturire la fine delle faide con la nascita della giustizia statale e dei tribunali. Achille sacrificò prigionieri troiani al funerale di Patroclo. Eppure i miti omerici (ed altri che comprendono ad esempio il sacrificio di Polissena o quello di Meceneo) potrebbero non esaurire il tema dei sacrifici propiziatori nella civilissima Grecia. Gli antichi ne parlano poco e malvolentieri, eppure episodi molto cruenti sono citati ancora in piena età classica. Temistocle, vincitore della Guerra Persiana del 480 a.C., avrebbe sacrificato tre nobili nemici prigionieri a Dionisio Omestes, cioè “mangiatore di carne cruda”, e secondo Plutarco un sacrificio umano sarebbe stato compiuto anche dal generale tebano Pelopida prima della battaglia di Leuttra. Nella colonia greca di Marsiglia era praticato lo stesso rito ateniese dei pharmakoi, dei giovani usati come capri espiatori contro le epidemie che venivano allontanati dalla città: ma a differenza di Atene essi venivano infine uccisi. Rituali di sangue sono ricordati anche in Arcadia, ad Abdera, nonché a Sparta, dove la flagellazione dei bambini in onore di Artemide Orthia sarebbe stata decisa dal legislatore Licurgo per sostituire la precedente pratica dei sacrifici umani.
E arriviamo dunque a Roma, patria del diritto moderno. Ma prima di questo anch’essa è stata una civiltà arcaica. Ebbene, ci sono diversi riti di sangue celebrati per propiziare la vittoria in guerra. Ne è ricordato uno in particolare in piena età classica, durante le guerre puniche. In realtà anzi esso fu ripetuto almeno due volte: nella prima occasione nel 226 a.C. durante la guerra contro i Galli padani, nella seconda nel 216 a.C. in occorrenza della battaglia di Canne che vide il più grande trionfo di Annibale. In entrambi i casi furono sepolti vivi nel Foro due galli e due greci, evidentemente simbolo dei nemici del nord e del sud. ma non fu l’ultima occasione in cui questo avvenne. Sembra che la pratica dei sacrifici umani sia stata vietata nel 97 a.C., ma sarebbe continuata anche dopo, anche se nel giudizio bisogna usare le dovute cautele, a causa delle distorsioni interpretative dettate dalla propaganda e dall’ideologia: per esempio, Cicerone accusa il nemico giurato Catilina di aver propiziato la propria congiura con un sacrificio umano. Persino Augusto, si dice, avrebbe sacrificato 300 notabili nemici dopo la Guerra di Perugia contro gli alleati di Marco Antonio. Anche popolazioni come i Celti e i Germani (e in seguito i Longobardi e altri barbari) praticarono usualmente rituali che prevedevano sacrifici umani in varie circostanze. Riti che in certe parti del mondo (in Africa, ma non solo) esistono ancora oggi, con l’unica consolazione che più la civiltà avanza e meno la nostra sensibilità è disposta a tollerare questo terribile modo di onorare la divinità.

Il famelico Baal.
busto di Baal

Il sacrificio umano più famoso del mondo antico è quello dei bambini immolati in onore dei Moloch, Tanit e Baal, nella civiltà fenicia e nelle sue colonie, soprattutto la potente Cartagine, nonché presso i cananei, in relazione a questi riti sono stati ritrovati ovunque moltissimi Tophet, vale a dire cimiteri dedicati solo ai resti combusti di bambini, di solito conservati dentro dei vasi. Chi sostiene la veridicità di questa pratica sottolinea che le iscrizioni ritrovate nei Tophet sono tutte di carattere votivo e non funerario. Ma altri studiosi contestano queste conclusioni e anche la reale esistenza di questi sacrifici. Bisogna tener presente che le testimonianze arrivano tute da nemici giurati dei Fenici: Ebrei, Greci e Romani, tutti interessati a metterli in cattiva luce. Una differenza importante con altri sacrifici umani sarebbe che in questi casi i Fenici avrebbero ucciso i loro stessi figli, quanto di più caro avevano, e non solo in circostanze straordinarie ma d’abitudine. Quanto basta per avere dei dubbi. Ma non per escludere del tutto che davvero sia esistita la grande statua di bronzo di Moloch, il cui torace era costituito da un forno dove i  bambini venivano bruciati. 

Articolo in gran parte di Valerio Sofia pubblicato su Conoscere la Storia n. 48  - altri testi e immagini da Wikipedia.

1 commento:

  1. Francesca Fusarri Io oserei dire che pure ''l'expositio'' della fammina o del malato sulla rupe Tarpea di epoca arcaica risultano non benpoco sacrificali,,,,,come la pena culleis dimostratasi alquanto aberrante o la sacer esto poi appunto sostituito con il sacrificio animale per ristabilire la pax deorum

    RispondiElimina

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...