domenica 8 dicembre 2019

I gladiatori. Morire nell’arena.


I gladiatori.
Morire nell’arena.
Idoli delle folle, i gladiatori conducevano una vita spartana, segnata da duri allenamenti e scanditi da continui duelli nelle arene. Erano reclutati dai lanisti tra gli schiavi e i prigionieri di guerra, ma non mancavano galeotti ed ex legionari in cerca di fortuna. Ecco come vivevano e combattevano.

Mosaico del I secolo rinvenuto a Leptis Magna

Che gli spettacoli nell’antica Roma fossero seguiti con grande clamore e passione è cosa ben nota a tutti. Né, del resto, poteva essere diversamente in una società per la quale i giochi, organizzati in concomitanza delle numerose festività religiose e civili, erano non solo un’importantissima occasione di aggregazione, ma anche un formidabile mezzo di propaganda politica. Ciò spiega anche perché i loro protagonisti assoluti, i gladiatori, fossero venerati dalle folle al pari delle odierne stelle del cinema, con tanto di donne (per lo più ricche matrone) disposte a far folle pur di trascorrere una notte d’amore con il campione di turno, ritenuto l’emblema della virilità e della potenza sessuale. Né mancavano i fanatici che ne raccoglievano il sangue sparso sul terreno dell’arena per venderlo, o addirittura chi come gli epilettici e gli anemici – lo narra per esempio Plinio il Vecchio – si faceva condurre sul campo per sorbirlo ancora caldo dai morenti, ritenendo così di poter guarire dai suoi mali. Ma se è vero che i gladiatori erano ammirati (e temuti) per la prestanza fisica e il loro coraggio, che li portava a mettere continuamente a repentaglio la propria incolumità combattendo, lo è altrettanto che la loro immagine ha subito, nel corso del tempo, una continua mistificazione, restando vittime di molti luoghi comuni duri a morire e che solo un puntuale studio delle fonti e dell’iconografia, confrontato con numerosi ritrovamenti archeologici, ha permesso di interpretare correttamente.
Statuetta di terracotta, antico-romana, di gladiatore, conservata nell'Antiquarium di Milano

Armi e categorie di gladiatori.
In epoca repubblicana l’equipaggiamento del gladiatore non era regolamentato ed era uguale a quello dell’esercito. Da Augusto in poi, ogni categoria portava armi differenti: elmi, scudi, gladii, lance, schinieri per le gambe e protezioni per le braccia. Quasi tutti combattevano con il perizoma (subligaculum). Oltre ai gladiatori “classici” esistevano i paegniani, sorta di buffoni che si esibivano armati di bastoni e di pedum, la verga ricurva usata dai pastori. Ecco le categorie principali:

MIRMILLONE. Combatteva con la spada corta (gladius) e un grande scudo rettangolare (scutum). Le protezioni erano costituite da un parabraccio (lonca manica) portato a destra, e uno schiniere (ocrea), sul lato sinistro. L’elmo (decorato con il murma, un pesce da qui il nome) era dotato di visiera e cresta diritta con piume colorate. Il suo avversario era un trace.

Un mirmillone in un disegno di Jean-Léon Gérôme

TRACE. Così chiamato perché l’armamento ricordava quello dei guerrieri traci, sfoggiava un grande elmo piumato con visiera a testa di grifone. Il parabraccio e su entrambe le gambe le ocreae. Usava una corta spada a lama ricurva (sica supina) e un piccolo scudo rettangolare incurvato.

REZIARO. Dotato di tridente (fuscina), pugnale (pugio) e rete da lancio non aveva né scudo né elmo ma proteggeva l’arto superiore sinistro con il paraspalla (galerus) e il parabraccia. Il suo avversario era normalmente il secutor.

Un reziario trafigge col suo tridente un secutor in un mosaico trovato nella cittadina di Nennig, comune di Perl, in Germania (ca. II-III secolo

SECUTOR. Il suo nome significava letteralmente inseguitore. Combatteva contro il reziario per questo aveva un elmo liscio e ovale (che impediva alla rete di attaccarsi) con due piccole fessure per gli occhi (per evitare i colpi del tridente). Le sue armi erano il gladio e lo scutum come il mirmillone.

PROVOCATOR. Il termine voleva dire provocatore. Portava scudo di medie dimensioni che usava come arma. Dotato il gladio come il secutor, indossava un elmo senza cimiero ma con visiera, le protezioni per gli arti e un pettorale di metallo a forma di mezzaluna.

HOPLOMACHUS Molto simile al trace, portava però oltre al gladio anche una lancia corta (hasta) e uno scudo rotondo di dimensioni contenute. Di solito combatteva contro il marmillione, ma a volte poteva scontrarsi anche contro il trace.

EQUES. Apriva i giochi entrando a cavallo, poi proseguiva appiedato. Le armi erano elmo, scudo piatto e tondo, lancia e spatha (lama più lunga del gladio). Non aveva il perizoma, ma la tunica.
 
Ricostruzione durante un evento a Carnuntum, in Austria

ESSEDARIUS. Entrava su un carro (essedum), poi combatteva come l’eques a piedi. Era equipaggiato con un elmo simile a quello del secutor, portava il parabraccio e fasciature su entrambe le gambe. Anche lui era dotato di gladio.

Gli eroi dell’arena. Prima di parlare della figura del gladiatore ed esaminare come veniva reclutato e come si addestrava, occorre ricordare brevemente come funzionava uno spettacolo di combattimento e che ne erano i protagonisti dietro le quinte. Allora come oggi il popolo era interessato a due cose: il pane e i giochi circensi. Risolto il fabbisogno alimentare, occorreva dare ai sudditi anche lo svago, meglio se sottoforma di emozione forte, di spettacolo grandioso e indimenticabile. Finanziare i giochi gladiatori, le naumachie (scontri tra navi), le venationes (cacce di animali esotici), spettacoli teatrali e giochi equestri, era si dispendioso ma garantiva ai potenti – spesso erano gli stessi imperatori a mettere mano al patrimonio personale per promuovere questi passatempi – un credito politico subito spendibile. Per questo motivo i giochi si chiamavano munera, a indicare un’opera di munificenza privata offerta da un singolo a vantaggio di un’intera comunità. Quanto più giochi riuscivano monumentali, tanto più cresceva la gloria del loro sponsor e la gratitudine del popolo nei suoi confronti, riconoscenza che poteva sconfinare nell’indulgenza riguardo la pratica di governo, anche quando diventava abuso e malversazione.
A organizzare materialmente i giochi erano l’editor (o munerarius), il quale li offriva a sue spese, e il curatori, il responsabile dell’ufficio municipale che aveva il compito di controllare la spesa pubblica destinata ai giochi. Ma i protagonisti ovviamente erano loro, i gladiatori, combattenti professionisti che scendevano materialmente nell’arena. Essi derivavano il loro nome dal gladius, la spada corta che costituiva la loro arma per eccellenza. Si trattava di uomini provenienti per lo più da categorie disagiate e relegate ai margini della società, come già schiavi e i prigionieri di guerra: erano reclutati dai lanisti, individui spesso di dubbia reputazione – eloquente, da questo punto di vista, era il loro stesso nome, che deriva latino lanire, fare a pezzi, che li addestravano e poi ne affittavano le prestazioni all’editor e per mettere in scena i giochi.
Resi duri e coriacei da una vita di violenza e privazioni, tra le figure preferite dai lanisti c’erano gli ex carcerati e galeotti, in grado di offrire quella brutalità che il pubblico andava cercando. Altre volte a finire nell’arena erano invece persone normali rovinate dai debiti, obbligate a vendersi ai lanisti e a combattere come unica via d’uscita per racimo stele di Alicarnassolare il contante e tacitare il creditore. Si imbracciava il gladio anche per vocazione. Succedeva soprattutto agli ex legionari che, dopo una vita passata in battaglia, preferivano continuare a farlo nei giochi, piuttosto che reinventarsi un altro lavoro per sbarcare il lunario. Fama e guadagno attiravano anche non pochi avventurieri. Alla variegata umanità protagonista degli spettacoli si aggiunsero con il tempo anche le donne, considerate ovviamente in questo contesto un’intrigante rarità. Proprio di questo si vantava, per esempio un tale Ostiliano in un’iscrizione rinvenuta a Ostia: di essere stato, cioè il primo a offrire giochi con la presenza di muleres ad ferrum (donne armate). Una stele conservata al British Musuem di Londra, ne dà una significativa testimonianza: nel bassorilievo sono rappresentate due gladiatrici in combattimento.

Le tecniche di combattimento: tanti gladiatori, un unico destino.
La tecnica di combattimento dei gladiatori, così come il tipo di armamento sfoggiato, variavano a seconda della familia (categoria  o specializzazione) di appartenenza. Grazie alle fonti storiche e alle testimonianze iconografiche, in particolare pitture, bassorilievi e mosaici, è possibile ricostruire con una buona approssimazione non solo l’armamento ma anche le mosse caratteristiche che ciascuno di essi poteva utilizzare in campo per tentare di prevalere sull’avversario. Normalmente i combattenti si affrontavano a coppie e gli abbinamenti erano studiati tenendo conto del diverso equipaggiamento, così da garantire che lo scontro fosse equilibrato e prolungato nel tempo e soddisfare le aspettative del pubblico. Inutile dire che per affrontare simili combattimento lunghi e impegnativi, era necessaria una preparazione fisica impeccabile unita a una grande resistenza: gli allenamenti a cui si sottoponevano i gladiatori, quindi, non erano solo improntati ad apprendere le tecniche, ma anche a sopportare il peso (che poteva essere ragguardevole) delle panoplie di armi e a resistere alla stanchezza e al caldo. Il mirmillo (mirmillone) affrontava generalmente il traex (trace): lo scontro consisteva in un furioso corpo a corpo che si risolveva quando uno dei due riusciva a colpire l’altro con la lama, eludendo la protezione offerta dallo scudo. Il mirmillone, solitamente un guerriero possente, era armato in maniera molto più pesante del trace: il suo scudo, rettangolare, era ben più grande della parmula e assai simile a quello in uso presso la fanteria. Una delle mosse più efficaci per abbatterlo da parte del più agile trace consisteva dunque nell’attaccarlo rapidamente di lato, approfittando il più possibile della sua lentezza. Contro entrambi poteva opporsi anche l’hoplomachus, il cui equipaggiamento ricordava quello degli opliti greci. Il mimillne poteva per la verità anche incontrare il retiarus (reziario), munito di rete e tridente, ma l’avversario tradizionale di quest’ultimo era comunque normalmente il secutor (inseguitore) il quale, come chiarisce il nome, per combattere incalzava il nemico fino a portarsi sotto misura per poi offendere con il gladio. Il reziario, al contrario, tendeva a eludere e ritardare lo scontro diretto, girando intorno all’avversario e tenendolo a distanza per catturarlo con la rete: ma gli spettatori spesso si spazientivano per questa tattica attendista, preferendo di gran lunga i più spettacolari e violenti duelli diretti. Il reziario poteva anche colpire l’avversario alle parti basse dopo averlo costretto, con cuna finta verso l’alto ad alzare lo scudo. Il provocator (provocatore), armato in maniera simile a quella dei legionari, aveva il compito di eccitare il pubblico all’inizio dello spettacolo e di pungolare gli altri combattenti, provocandoli appunto. Vi era poi l’eques, che in genere apriva i giochi entrando a cavallo e proseguiva appiedato, come l’essedarius, il quale esordiva invece su un carro (essedum) trainato da due o quattro equini e guidato da un auriga, per poi scendere e combattere anch’egli a piedi. La tecnica dell’essedarius ricordava quella dei Galli, che avevano messo in difficoltà gli eserciti della Roma repubblicana usando proprio i loro micidiali carri da guerra. Tra gli altri gladiatori presenti nell’arena (le familiae, come detto, erano parecchie) citiamo infine il dimachaerus che combatteva con due lame corte come la sica del trace (macharal), brandendole una per mano. Oltre a questi gladiatori combattenti, sul campo scendevano probabilmente durante le lusio o prulusio – i paegnanrli, sorta di buffoni che si esibivano armati di armi spuntate o del tutto particolari quali bastoni, fruste e una specie di verga ricurva simile a quella usata dai pastori. 

Una vita per il combattimento. Non bastavano però prestanza fisica e sprezzo del pericolo per diventare gladiatori occorreva sottoporsi a uno specifico addestramento impartito in speciali scuole, denominate ludi, strutture gestite dai lanisti. Non era ovviamente come iscriversi in una semplice palestra. Il futuro gladiatore veniva di fatto adottato dal lanista che lo faceva entrare simbolicamente nella sua famiglia legandolo a sé con un contratto,spesso capestro. Se era libero, il gladiatore rinunciava espressamente alla sua libertà diventando auctoratus, cioè proprietà del lanista, e l’auctoramentum aveva le caratteristiche di un vero e proprio contratto dove meticolosamente erano previsti i numeri dei combattimenti da affrontare e anche gli eventuali guadagni in caso di vittoria. L’ingresso del novizio nel ludus era seguito da alcune prove di resitenza ed abilità al quale veniva sottoposto per permettere a una speciale commissione composta dallo stesso lanista, coadiuvato dai magistri o doctores (istruttori) e dal medicus (il medico) – di valutarne le caratteristiche fisiche e tecniche e assegnarlo alla familia (disciplina) più idonea per esaltarne e affinarne le caratteristiche. Da questo momento in avanti l’addestramento della recluta avveniva per gradi, passando dalla simulazione del combattimento contro sagome (palum) per poi approdare al corpo a corpo contro avversari veri e propri. Le armi da addestramento erano ovviamente spuntate, o addirittura di legno, per evitare inutili ferite che avrebbero compromesso il futuro del gladiatore e lo stesso investimento del lanista. Anche per questo la vita del gladiatore era scandita da divieti e rigide prescrizioni che non riguardavano soltanto l’allenamento, ma anche la dieta, il tempo libero e la disciplina. Una clausura che per i liberi o i liberti non era assoluta, prova ne sia che molti gladiatori mettevano su famiglia, altri invece avevano il tempo di sollazzare, con le loro prestazioni eseguite in arene ben più comode e piacevoli, le cupide matrone della Roma bene.

Non c’è spazio per la pietà. Per la maggioranza, però, si trattava di una vita quasi monacale, clausura dalla quale si evadeva soltanto per andare a combattere e dove gli spazi di libertà erano assenti o ridotti al minimo. Il ludus di Carnuntum, scoperto nel 2014 in una località presso Vienna, con la sua severa sago di fortezza-prigione ci può dare un’idea di queste esistenza tutta votata al combattimento e alla preparazione allo stesso. Isolato e protetto dal resto dell’abitato, l’imponente complesso poteva ospitare fino a un massimo di cento gladiatori, stipati in celle anguste e buie di tre metri quadrati di superficie. La zona alloggio, una palazzina a due paini, aveva una sola entrata, vigilata giorno e notte da guardie armate. Più confortevoli erano invece le sistemazioni previste per i magistri e i doctores. A disposizione dei gladiatori c’era un pianoro con pavimento riscaldato per consentire gli allenamenti anche d’inverno il tutto era completato da un impianto idrico che alimentava i bagni e da un piccolo cimitero destinato ad accogliere i caduti in combattimento. Il ludus di Carnuntum era una delle tante scuole gladiatore sparse per l’impero, le più importanti delle quali erano ovviamente nell’Urbe, a partire da quella prossima al Colosseo, il Ludus Magnum, cui era collegata tramite una galleria sotterranea. In città molto famosi erano anche i ludus Gallicus e Dacicus, riservati rispettivamente ai combattenti in arrivo dalla Gallia e dalla Dacia. Il Matutinus, invece, era il ludus dove si svolgeva l’addestramento dei gladiatori destinati ad affrontare le fiere durante le venationes. Tra le varie scuole si scatenava una fiera concorrenza per accaparrarsi gli elementi più promettenti. Solida fama avevano poi i ludi di Pompei, Capua e Ravenna.
All’interno delle scuole vigeva una disciplina durissima che contemplava punizioni esemplari commisurate alle violazioni. Per chi si ribellava o provava a fuggire c’erano i ceppi, la fustigazione o l’isolamento in celle di rigore così basse da non permettere al prigioniero di rimanere in piedi. Più raro, ma non del tutto escluso, era il ricorso alla pena capitale. La morte del gladiatore era in fatti un pessimo affare soprattutto per il lanista che sull’uomo e la sua formazione aveva investito forte. E continuava a spendere per offrire al combattente la dieta necessaria a sopportare gli sfiancanti allenamenti quotidiani cui doveva sottoporsi.

Il gladio, un’arma simbolo.
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L’arma simbolo dei gladiatori è il gladio di tipo “Pompei” così chiamato dal luogo dove è stata rinvenuta la maggior parte degli esemplari, ossia la città distrutta dall’eruzione del 28 a.C., sede di una importante scuola gladiatoria. Diffuso dalla seconda metà del 1 secolo d.C., il gladio è dotato di una lama larga tra i 4 e i 4,5 cm e lunga circa mezzo metro. L’arma ha i lati perfettamente paralleli ed è chiusa da un pomello di legno o metallo che ne consente la perfetta bilanciatura. La punta è corta e affilata, ideale per causare profonde ferite da taglio e da affondo. L’efficacia del gladio Pompei nell’impiego corpo a corpo e la sua forma semplice, che ne consentiva la produzione e la diffusione in grandi quantità, ne decretò il successo non solo nelle arene, ma anche come arma nelle legioni, dove finì per soppiantare un altro tipo di gladio più lungo, il tipo Mainz o Magonza (con lama tra i 40 e i 59 cm), che a sua volta aveva sostituito l’ancora più imponente e antico ispanico (lungo fino a 70 cm).

Un lauto banchetto. Al contrario di quanto si possa pensare nell’alimentazione non prevale la carne, somministrata invece in quantità modica, ma un’estrema varietà di alimenti: legumi e latticni, vegetali e cereali, olio e miele e un’abbondanza di cibi fortemente energetici come fichi e frutta secca. La sera prima del muns, inoltre, era il lanista a pagare la cena al gladiatore e ai suoi tifosi, banchetto durante il quale all’atleta era permesso di abbondare con focacce d’orzo speziate arricchite di miele e fieno greco. Poteva essere la sua ultima cene, ma il più delle volte non era così perché nemmeno all’editor conveniva che durante i giochi il gladiatore perdesse la vita, eventualità che, da contratto, l’avrebbe costretto a risarcire la perdita al lanista. Nonostante le preoccupazioni di ordine economico che saldavano gli interessi di editor e lanista, la vita media di questi combattenti a contratto era comunque piuttosto breve, poco più di vent’anni, come ci raccontano i reperti ossei finora esaminati e le epigrafi dedicate ai gladiatori defunti dalle loro mogli: emblematiche le iscrizioni dedicate da Aurelia al marito Glauco, morto a 23 anni a Verona, e di Urbicus, rimasto ucciso nell’arena di Milano a soli 22 anni.
Gli schiavi che riuscivano a chiudere la carriera da vivi potevano riscattarsi e andare in pensione, ricevendo una buona uscita e il rudis, la spada di legno che insieme al rango di rudiarius, conferiva loro l’agognata libertà per ottenere la quale avevano tanto lottato. Non erano in molti a riuscirci, ma soltanto il fatto che fossero contemplate delle gratificazioni per chi andava a riposo, testimonia come l’esistenza del gladiatore, per quanto dura e pericolosa, non era votata a morte certa come invece proposto da alcune pellicole cinematografiche.
Altrettanto forzato è ritenere che fosse demandato al pubblico di decidere della sorte dello sconfitto, scelta che invece toccava all’editor, il quale non poteva ignorare le pulsioni della folla, ma era solito ascoltare le ragioni del suo tornaconto e decidere per il “mitte”, graziando lo sconfitto, piuttosto che pronunciare il fatidico “iugula” (sgozzalo) che l’avrebbe perduto. Il luogo comune, però, è duro a morire, così come la credenza che prima di battersi i gladiatori salutassero l’imperatore con la frase “Ave Caesar, morituri te salutant” (l’uso non è infatti attestato da alcuna fonte). Lo stesso può dirsi dell’intramontabile mito del pollice verso, reso popolare da Hollywood e ispirato al celebre quadro di Jean-Léon Gérome del 1872 che a sua volta nasce da un’errata interpretazione di una frase di Giovernale (verso pollice vugus cum iubet) sembra al contrario che quando si optava per la morte il pollice venisse rivolto all’insù e non all’ingiù.

Stele del "secutor" (gladiatore) Urbico, fiorentino, morto dopo 13 combattimenti, a 22 anni, nel III secolo avanzato. Nella lapide è compianto dalla moglie (da sette anni) Lauricia e dalle figlie bambine, Olimpia e Fortunense. L'iscrizione conclude minacciando "chi uccide colui che aveva vinto" (?) e ammonendo che i tifosi (amatores) avrebbero coltivato il ricordo di Urbico. La stele è conservata nell'Antiquarium di Milano


Tante tipologie di scontri. Prima di combattere, i gladiatori si esibivano in duelli non cruenti – la Iusio e la prolusio – per riscaldarsi in visto dello scontro vero e proprio, ma i romani non amavano molto questo tipo di spettacolo, preferendo sempre e comunque gli scontri veri e propri che si consumavano, una volta scesi nell’arena, solitamente a coppie. Mirmilloni, traci, reziari, secutores – queste le denominazioni delle principali categorie – erano combattenti specializzati ed equipaggiati in modo diverso gli uni dagli altri, contrastando ciascuno un preciso avversario, vantaggi e svantaggi erano ridotti alla pari, garantendo che lo spettacolo non terminasse dopo pochi rapidi assalti. I duelli non erano comunque improntati alla cieca violenza. I resti dei gladiatori ritrovati nel 1993 in un cimitero di Efeso (Turchia) e databili tra il II e il III secolo d.C. mostrano chiaramente che i combattimenti erano regolati da arbitri – un dettaglio confermato dall’iconografia – e secondo regole ben definite: i teschi presentavano vecchie ferite rimarginate, mentre gli arti e il tronco tracce di lesioni anche gravi ma non sempre mortali. Solo dieci dei crani presentavano un’unica ferita letale: probabilmente era il colpo di grazia inferto al gladiatore, gravemente ferito, da un boia travestito da Dis-Pater (Dite), divinità del sottosuolo e personificazione della morte, per mezzo di un apposito martello. Il macabro dettaglio conferma peraltro quanto tramandato tra il II e il III secolo dallo scrittore cristiano Tertulliano, secondo il quale i corpi dei gladiatori morti venivano trasportavi via da schiavi mascherati da Caronte oppure da Mercurio Psicopompo. Il ritrovamento di fosse comuni a Londra e York, in Inghilterra, contenente i resti di uomini giovani e robusti decapitati, con ferite compatibili a quelle di gladiatori adusi a combattere nelle arene, ha però suggerito che la morte del combattente ferito potesse essere inferta anche tagliandoli la testa con un colpo di spada.
Il successo riscosso dai giochi era tale che il numero dei munera aumentò esponenzialmente e durante l’età imperiale non esisteva un solo centro durante l’età imperiale non esisteva un solo centro di medie dimensioni che non avesse il suo anfiteatro e potesse atteggiarsi a piccola Roma, dove durante la dinastia Flavia sorse quello che poi sarebbe passato alla storia come il Colosseo: il più grande anfiteatro del mondo, capace di ospitare tra i 50 e i 75mila spettatori. La fortuna dei giochi cominciò a declinare a cominciare dal IV secolo: l’imperatore Costantino non li amava e il Cristianesimo mal sopportava l’esistenza di spettacoli così cruenti. I ludi cominciarono, uno dopo l’altro, a chiudere finché i giochi vennero ufficialmente vietati. Grazie all’immensa popolarità di cui godevano, continuarono però a essere messi in scena fin quasi agli albori del Medioevo. Nel 439 il popolo salutò gli ultimi gladiatori impegnati nell’arena e poco meno di un secolo dopo il Colosseo ospitò le ultime venationes. Da allora, su quanti del combattimento cruento e spettacolare avevano fatto per secoli la loro esaltante professione calò, mestamente e per sempre, il sipario.


"Pollice verso" di Jean-Léon Gérôme1872, il quadro all'origine dell'equivoco gestuale.

Articolo in gran parte di Elena Percivaldi pubblica su storie di guerre e guerrieri n. 22 Sprea editori – altri testi e immagini daWikipedia.



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