martedì 17 dicembre 2019

L’epoca delle congiure.

L’epoca delle congiure.
Nel ‘500, per risolvere problemi e rivalità politiche si ricorreva spesso alla cospirazione.
Intrighi di corte, cospirazioni e omicidi: oltre che dai fervori artistici e culturali, il Rinascimento italiano fu segnato da una lunghissima serie di sordide trame, spesso sfociate in cruenti fatti di sangue. Sia che a morire fossero le vittime designate, oppure i congiurati, contro cui, in caso di fallimento, puntualmente si abbatteva la vendetta. Nel Quattrocento finirono per esempio ammazzati, nell’ambito di complotti nobiliare, i duchi di Milano Giovanni Maria Visconti (1412) e Galeazzo Maria Sforza (1476), mentre a Firenze nel 1478, Lorenzo de’ Medici riuscirà a sopravvivere (a differenza del fratello Giuliano) alla congiura ordita dalla famiglia de’ Pazzi. Oltre a queste cospirazioni, diventate celebri, ve ne furono molte altre, a volte meno note. Un modo di regolare i conti del potere, con relativa scia di sangue, che proseguì per tutto il Cinquecento, continuando a coinvolgere, nei molteplici Stati e Staterelli della Penisola, le più illustre famiglie del tempo, dai Borgia ai d’Este e dai Gonzaga ai Farnesi. Eccone alcuni.


1500 le nozze rosse dei Baglioni. Fu un orribile di sangue che sconvolse Perugia. Uno sfarzoso matrimonio, due settimane di festa e, una strage: le nozze divennero “rosse” come il sangue che vu versato. I Baglioni appartenevano a una nobile famiglia che le XV secolo affermò il proprio potere su Perugia, con il condottiero Braccio I. Morto Braccio (1479), il governo della città passò ai suoi fratelli, Rodolfo e Guido, e poi al figlio di questi, Astorre, che il 28 giugno 1500 sposò la nobile Lavinia Orsini Colonna. Una bella festa che coinvolse con i suoi banchetti e danze, tutta l’aristocrazia della città. Ma a guastare la festa ci pensarono alcuni membri della famiglia Baglioni, Grifonetto Baglioni, discendente diretto di Braccio I (che era il nonno), e suo zio Carlo, detto Barciglia. I due, ostili ad Astorre e a suo padre Guido volevano usurparne il potere. i congiurati agirono nottetempo e, tra il 14 e il 15 luglio, trucidarono nelle rispettive abitazioni gli sposi, il padre  di Astorre e altri loro consanguinei. Gettarono poi i corpi martoriati in strada e al mattino si proclamarono signori di Perugia. Chi la fa l’aspetti. Il loro potere durò però poche ore. Giampaolo Baglioni, il cugino di Astorre, scampato alla strage, radunato un piccolo esercito, tornò in città e ne prese le redini. I congiurati fuggirono, tutti tranne Grifonetto che prima di essere passato a fil di lama, chiese perdono. E sua madre, Atalanta, per ricordare la tragica fine del figlio, commissionò a Raffaello la cosiddetta Pala Baglioni (1507), una deposizione del Cristo, oggi conservata al Museo Borghese di Roma.


1502 La congiura della Magione e la vendetta di Senigallia. Il capitano di ventura Vitelozzo Vitelli, che aiutò Giampaolo Baglioni a rientrare a Perugia dopo la congiura di Grifanetto, fu a sua volta protagonista, nel 1502, di una storica cospirazione ai danni di Cesare Borgia. Cardinale e uomo d’arme, quest’ultimo, detto “il Valentino” (duca di Valentinois, in Francia), fu tra i personaggi più potenti d’epoca, al cui servizio vi era anche Vitelozzo. Dopo aver preso il controllo di parte dell’Italia Centrale, Borgia mise gli occhi anche su Bologna, ma i condottiero che lo sostenevano iniziarono a temere che le sue smanie di conquista potessero condurre a una disfatto. Per fermarlo alcuni crearono  una cospirazione, nota come “congiura della Magione” dal nome della località (poco distante da Perugia) in cui fu ordita. Tra i congiurati, oltre Vitellozzo, figurarono condottieri noti, come Oliverotto da Fermo, appoggiati dai nobili di altre città, favorevoli all’eventuale scomparsa del Borgia.
Il magnifico inganno. Tuttavia il complotto non andò a buon fine perché Cesare ne fu informato e, con un’astuta mossa, decise di fare circolare la voce che sapeva tutto, che era pronto a perdonare i ribelli e che avrebbe addirittura offerto loro paghe più alte. Così in molti decisero di desistere dall’oscuro piano, forse più intimoriti che lusingati. Si diceva infatti che, in aiuto al Valentino, stessero arrivando le truppe di Luigi XII di Francia (di cui il Borgia era luogotenente). La congiura naufragò ancora prima di cominciare, ma il Valentino si vendicò senza pietà. Invitò Vitellozzo, Oliverotto e altri congiurati a Senigallia, fingendo di averli perdonati. Poi tra il 31 dicembre e il 18 gennaio del 1503 li fece uccidere tutti: nella strage di Senigallia, i primi a essere strangolati furono Vitellozzo e Oliverotto.

Vitellozzo Vitelli, qui ritratto da Luca Signorelli, fu uno degli ideatori della Congiura.

1506 Fratelli coltelli alla corte estense. Il 1505 si aprì con la morte del duca di Ferrara Ercole d’Este, avvenuta il 25 gennaio, il cui posto fu preso da Alfonso I. Il nuovo duca scelse quale suo consigliere di fiducia uno dei suoi fratelli, il cardinale Ippolito, con grande scorno degli altri due, Ferrante e Giulio, con i quali invece i rapporti divennero sempre più tesi. Soprattutto dopo che Ippoliti sequestrò e fece rinchiudere un musicista al servizio di Giulio. L’uomo fu liberato proprio da Giulio, con l’aiuto di Ferrante. E il cardinale se ne lamento con Alfonso.
Rivali in amore. Non fu però l’unico episodio. Tra Giulio e Ippolito scoppiarono nuove tensioni a causa di una donna. Entrambi iniziarono a corteggiare Angela Borgia, cugina di Lucrezia Borgia (moglie di Alonso) e tra i due pretendenti Angela scelse Giulio. Ippolito, pieno di rabbia, lo fece aggredire e sfregiare in volto. Ma la faida non era ancora finita: Giulio se la prese con Alfonso perché non era intervenuto dopo l’episodio per punire Ippolito, e per vendicarsi, organizzò una congiura contro di lui, con l’aiuto di Ferrante che ambiva a diventare duca. Il piano, messo a punto nella primavera del 1506 e a cui aderirono molti nobili, prevedeva che Alfonso e Ippolito fossero aggrediti di notte in strada e venissero uccisi con pugnali avvelenati. Tuttavia per una serie di errori andò tutto in fumo: il duca scoprì la congiura e mandò a giudizio i suoi fratelli e tre dei cospiratori. Questi ultimi furono condannati alla pena capitale, mentre Giulio e Ferrante furono rinchiusi in una torre nel castello di Ferrara. Il primo ne uscì nel 1559, ormai ultraottantenne, mentre il secondo morì nella torre nel 1540.

Alfonso I d'Este (1476–1534), Duke of Ferrara MET 0571.jpg
Alfonso I d'Este

1547 Il giovane Fieschi contro l’anziano Doria. Nel 1547 anche la Liguria divenne teatro di una sanguinosa congiura nobiliare, ordita da Giovanni Luigi Fieschi, detto, Gianluigi, contro il principe e ammiraglio Andrea Doria, uomo forte della Repubblica di Genova (celebri le sue imprese contro i pirati barbareschi), e gli uomini a lui vicini. Quelle dei Fieschi e dei Doria erano due delle più illustri famiglie genovesi, l’una guelfa e l’altra ghibellina (Andrea aveva costruita la propria fortuna grazie agli ottimi rapporti con l’imperatore Carlo V). alla rivalità politico si sommò l’invidia del ventiquattrenne Gianluigi per la posizione di potere dell’anziano Doria (ottantunenne),
 Morte per annegamento. Il 2 gennaio 1547, raggiunto il porto con un manipolo di congiurati, Fieschi la flotta dei Doria. Nello scontro l’amato nipote di Doria, Giannettino, fu colpito a morte, ma anche Fieschi morì: cadde in mare e annegò a causa della pesante armatura. I congiurati si diedero quindi alla fuga, mentre Doria si rifugiava incolume nel vicino castello di Masone e uno dei fratelli di Gianluigi, Gerolamo, cercava disperatamente, invano, di sollevare la popolazione. Calmatesi le acque, l’ammiraglio tornò in città, fece recuperare il corpo di Fieschi e lo lasciò nel porto a decomporsi per due mesi, prima di rigettarlo in mare. Gerolamo e gli altri si asserragliarono nel castello di Montoggio, che fu poi assediato, espugnato e completamente distrutto dagli uomini di Doria. I pochi Fieschi sopravvissuti furono costretti ad abbandonare la Repubblica di Genova. E di loro fu cancellata ogni traccia.
Giovanni Luigi Fieschi


1547 I piacentini contro il bastardo del papa. A sostenere la congiura dei Fieschi del 1547 contro Andrea Doria, fu tra gli altri, Pier Luigi Farnese, il quale, per ironia della sorte, morì in quello stesso anno a causa di un complotto, in quel di Piacenza. Figlio di Paolo III era stato nominato gonfaloniere della chiesa e duca di Castro, nel 1545, aveva preso le redini del neonato ducato di Piacenza e Parma. Tuttavia per il suo carattere inquieto – in battaglia era noto per l’audacia e la brutalità – era malvisto dalla nobiltà emiliana e fu soprannominato con disprezzo il “bastardo del papa”. La sua figura era troppo autoritaria e ingombrante, e i nobili piacentini decisero così di sbarazzarsene alla maniera rinascimentale, con una congiura. Per l’operazione ebbero l’appoggio di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, vicino all’imperatore Carlo V.
 Finito nel fossato. La parte operativa del complotto fu coordinata dalle famiglie piacentine Pallavicino, Landi, Anguissola e Confalonieri. Il pomeriggio del 10 settembre 1547 i congiurati, con in prima fila il conte Giovanni Anguissola, si recarono nel fortilizio dove alloggiava il duca (la cittadella viscontea) e lo uccisero a pugnalate. Il suo corpo, dopo essere stato esposto in pubblico, venne gettato nel fossato sottostante (sarà poi ricomposto e sepolto). Il giorno dopo, mentre Ferrante entrava in città con le truppe imperiali, Paolo III si affrettò a rinominare nuovo duca Ottavio Farnese, uno dei figli di Pier Luigi, ma non riuscì a far punire i congiurati.
Pier Luigi Farnese di Tiziano.jpg
Pier Luigi Farnese ritratto da Tiziano (1546 ca), Museo nazionale di CapodimonteNapoli.


Articolo a cura di Matteo Liberti pubblicato su Focus Storia n. 144 – altri testi e immagini da Wikipedia. 

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