venerdì 17 aprile 2020

Dietro i capolavori.

Dietro i capolavori.

Spiritualità, bellezza, eroismi: le opere del Rinascimento trasudano valori esemplari. Ma a dipingerle furono uomini non sempre perfetti.

 

Geniali, colti e misteriosi, ma anche capricciosi, sadici e criminali. Non sempre gli artisti del Rinascimento sono stati ‘esempio di virtù1’. Anzi, dietro i loro capolavori, riconosciuti a livello mondiale come la massima espressione di grazia e armonia, spesso si nascondono vite spericolate e condotte deplorevoli. Gli scritti del passato, su tutti le ‘Vite dei più eccellenti pittori, scultori, e archi tettori di Giorgio Vasari (1511-1574)’ considerata la prima storiografia artistica moderna, ci hanno tramandato notizie e aneddoti sulle biografie dei grandi maestri dell’arte svelandone anche gli aspetti più oscuri: scopriamo quindi soggetti dall’indole eccentrica e nevrotica, geni tormentati da stati depressivi, uomini dai costumi sessuali troppo disinvolti per le leggi dell’epoca, imbevute di morale cristiana.

Nella top ten dei vizi cui spesso indulgevano gli artisti, c’è la lussuria, ovviamente condannata dalla morale cristiana.

All’italiana. Particolarmente invisa alla società del Rinascimento era la sodomia, comportamento per cui si poteva finire sotto processo (capitò a Leonardo, e molti artisti ne furono sospettati) e rischiare la condanna capitale, indipendentemente dal fatto che si realizzasse o meno fra individui dello stesso sesso. La pratica era talmente diffusa in Italia, in particolare nella città di Firenze, che nel 1432 venne istituito un corpo speciale di guardie: gli “Ufficiali di notte”, così detti perché l’attività, essendo clandestina, aveva luogo soprattutto al calar del sole. La fama degli italiani in tal senso oltrepassò i confini, tant’è che in ambiente francese la sodomia era definita ‘rapporto alla maniera italiana, mentre in Germania diventò sinonimo di ‘fiorentino’.

I grandi artisti del Cinquecento finivano col cavarsela quasi sempre: le corti se li contendevano ed erano troppo preziosi per bloccarne l’ingegno.

Qui di seguito alcune storie dei geni che hanno avuto storie non proprio edificanti:

 

la vendetta di Benvenuto Cellini.

File:Benvenuto cellini, ninfa di fontainebleau, 1542-43 ca. 02.JPG

la ninfa di Fontanainebleau 

Scultore, scrittore e.. ‘fuorilegge’, questo potremmo dire del fiorentino Benvenuto Cellini (1500-1571) artista dal ricchissimo curriculum criminale. Tra i reati di cui si macchiò, uno in particolare stava per costargli la condanna al rogo: la sodomia. Si trovava in Francia alla corte di Francesco I, dove era stato chiamato nel 1540. Ad accusarlo di sodomia furono Caterina (che aveva posato per La ninfa di Fontanainebleau), e un inserviente di nome Pagolo. Per fortuna, la denuncia fu subito ritirata, ma Cellini, anziché rallegrarsene, reagì in maniera sadica: dopo aver obbligato i due giovani a sposarsi, costrinse la ragazza a orari di lavoro massacranti, abusandone sessualmente. In tal modo l’artista si prendeva una duplice vendetta, come affermò egli stesso nella autobiografia: “prima la faccio soffrire con lunghe pose completamente nuda, e poi posso dare del cornuto a Pagolo”.

                                                                                           

                                                                               Ritratto di Benvenuto Cellini alla Biblioteca Nazionale di Vienna

“il sodoma” Giovanni Antonio Bazzi.


Autoritratto del Sodoma in un dettaglio da uno degli affreschi dell'Abbazia di Monte Oliveto Magg


Fu tra i più apprezzati artisti dell’epoca, tanto da comparire ritratto da Raffaello nel grande a ffresco della Scuola di Atene nei panni di Protogene (pittore greco vissuto nel III secolo a.C.). Ma la notorietà di cui godeva non era dovuta solo al suo talento. Giovanni Antonio Bazzi (1477-1549) era conosciuto per il carattere sin troppo stravagante e una sessualità sregolata, tanto da essere soprannominato ‘Il Sodoma’. Per il pittore non era un’ingiuria: egli anzi si vantava di quel nomignolo, tanto che lo usava per firmare le proprie opere. Non deve stupire, quindi, il suo San Sebastiano particolarmente sensuale e conturbante. L’iconografia del martire era, tra l’altro, una delle più gettonate dagli artisti rinascimentali italiani, anche perché pretesto per la rappresentazione del nudo maschile.

                  

                                                                                           

Il Sodoma. Villa Farnesina fresco1.jpg

Le Nozze di Alessandro e Rossane sono un affresco (370x660 cm) di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma, databile al 1519 e situato sul lato nord della camera da letto di Agostino Chigi, al primo piano di Villa Farnesina a Roma.

Il rimorso di Rosso Fiorentino.

Giorgio Vasari e assistenti, Ritratto di Rosso Fiorentino, Casa Vasari, Firenze

La categoria degli è nota per un alto tasso di suicidi, e il primo caso riportato in letteratura pare sia stato quello di Rosso Fiorentino (1495-1540), autore della celebre Deposizione della Croce (la cui drammaticità ha ispirato intellettuali come Gabriele d’Annunzio e Pier Paolo Pasolini). A parlare del suo caso è ancora Vasari: “un giorno l’artista, vittima di un furto, accusò l’amico e collaboratore Francesco Pellegrini, che a sua volta gli intentò causa per diffamazione. Il Rosso, già travolto dai rimorsi per aver tradito l’amico (il quale tra l’altro dovette subire torture per confessare un crimine mai commesso), preferì allora uccidersi da sé stesso piuttosto che essere castigato da altri” e così, il 14 novembre 1540 si tolse la vita bevendo un velenosissimo liquore.

      

                                                                  

                                              Deposizione dalla Croce (1521), Volterra, Pinacoteca e museo Civico

                            

Il sesso secondo Marcantonio Raimondi.

 

Ritratto di Marcantonio Raimondi,
dalle Vite del Vasari

Anche l’Italia ha il suo kamasutra. Si tratta di un volumetto dal titolo ‘I modi o le sedici posizioni’ ed è il primo libro erotico dato alle stampe nel nostro Paese. esso raccoglie, appunto, sedici posizioni realizzate da Marcantonio Raimondi (1480-1534), su bozze di Giulio Romano, che ritraggono diverse “attitudini e positure con cui giacciono i disonesti”, come scriveva indignato il Vasari. Il libro si rivelò un grande successo editoriale, tanto che per frenarne la diffusione, papa Clemente VII dovette farne sequestrare ogni copia in circolazione e far arrestare l’autore. Grazie al poeta toscano Pietro Aretino, influente negli ambenti ecclesiastici, Raimondi fu tuttavia rilasciato e nel 1527 venne pubblicata una seconda edizione del libro ancora più scandalosa: ogni incisione era infatti accompagnata da un sonetto erotico composto dallo stesso Aretino. La censura pontificia colpì ancora, e degli originali non rimane perciò traccia.

  

                                                                          

                                                                                               Frammenti della seconda edizione de I Modi di Raimondi conservati al British Museum.[1]


Il misterioso Sandro Botticelli


La Primavera

Interprete del Rinascimento a 360 gradi, Sandro Botticelli (1445-1510) ha abbracciato la cultura umanista anche nei suoi aspetti più oscuri. Il dipinto La primavera ne è un esempio. Dietro la sua apparente limpidezza si cela infatti un significato più profondo non ancora del tutto svelato. Se per alcuni studiosi si tratta di un’allegoria dell’età dell’oro medicea, altre interpretazioni individuano nell’opera il paradigma del Neoplatonismo. Altre ancora vi leggono invece simboli che rimandano all’alchimia, pratica a cui in realtà si accostarono molti artisti dell’epoca. Nonostante la sua enorme popolarità, quindi, La primavera rimane uno dei dipinti più misteriosi della storia dell’arte, e con essa anche il suo autore: ciò ha contribuito ad alimentare la leggenda secondo cui Sandro Botticelli sarebbe stato uno dei Gran Maestri del fantomatico Priorato di Sion.


                                                                                                                                    

                                                                                                  

                                                                                                               Presunto autoritratto dall'Adorazione dei Magi degli Uffizi

Raffaello Sanzio: pazzo per le donne.

Raphael's Triumph of Galatea 02.jpg

Trionfo di Galatea

È tra i pittori più raffinati del Rinascimento italiano, dotato di uno stile così elegante che chiunque si aspetterebbe di avere a che fare con un uomo mite e discreto. Tutt’altro. Raffaello (1483-1520) era assai lussurioso, anzi, in tema di femmine trasudava una tal sicurezza da essere “con rispetto da’ suoi grandissimi amici osservato”, come scriveva Vasari. La fissa per le donne se la portava pure al lavoro, chiamato a Roma per dipingere la loggia del palazzo della Farnesina di Agostino Chigi, l’artista urbinate pretese e ottenne che anche la sua amata si trasferisse lì. Quella donna era Margherita Luti, il cui volto è impresso nel Trionfo di Galatea della Farnesina. Quello per Margherita fu un amore travolgente, che condusse Raffaello fino alla tomba: stando sempre al Vasari, egli morì il 6 aprile 1520 in seguito a una notte di eccessi sessuali.

 Presunto autoritratto (1506 circa), Galleria degli Uffizi, Firenze


L’enigma Albert Durer.

Dürer Melancholia I.jpg

Melencolia I


È noto per essere stato il massimo esponente del Rinascimento tedesco. L’incisione Melencolia I, la sua opera più famosa, è diventata l’emblema dello spirito introspettivo dell’artista stesso. Secondo la ‘dottrina dei quattro umori’, tornata di gran moda proprio nel Rinascimento, la Melencolia è lo stato patologico tipico dei creativi, nei quali provoca un atteggiamento che oscilla tra ‘mal di vivere’ e genialità. Ma il senso dell’incisione, ricca simboli spesso indecifrabili, non si esaurisce qui. Come La primavera di Botticelli, anche l’opera di Durer (1471-1528), si presta a più livelli di lettura, tra cui molti in chiave alchemica, a dimostrazione di quanto questa scienza occulta fosse diffusa. L’oggetto più misterioso è il “quadrato magico” o “planetario”, dove i numero sono disposti in modo tale che la somma su ogni riga, colonna e diagonale, dia sempre lo stesso risultato: 34.

 

                                                          

Albrecht Dürer, Autoritratto con fiore d'eringio (1493)

Il sanguigno Carlo Crivelli.

Carlo crivelli, madonna della passione, 1460 ca. 01.jpg

Madonna della Passione

“Chi fa le cose di Cristo, con Cristo deve stare per sempre”, diceva Fra’ Beato Angelico, secondo cui gli artisti dovevano essere uomini santi dalla condotta impeccabile. Eppure il pittore veneziano Carlo Crivelli (1430-1495) santo non lo era affatto, a dispetto delle sue opere dall’indiscutibile spiritualità, coma la Madonna della Passione. e fu proprio per passione che un giorno Crivelli si macchiò di un grave misfatto: in preda al desiderio per una donna sposata, prima la sequestrò (approfittando dell’assenza del marito) e poi la segregò in casa propria. Il 5 marzo 1457 fu per questo condannato a sei mesi di carcere duro e al pagamento di una multa di 100 lire. Tanta immoralità avrebbe dovuto porre fine alla sua carriera, e invece la fama del pittore e l’alto valore sacro delle sue opere non risentirono mai del peccato commesso, con buona pace del Beato Angelico.


 

Articolo a cura di Federica Campanelli, pubblicato su Focus storia n. 144 – altri testi e immagini da Wikipedia.


mercoledì 15 aprile 2020

Attila il flagello di Dio.

Attila il flagello di Dio.

 

L’apparire degli Unni nelle steppe dell’Europa orientale portò mutamenti di tali portata da provocare la caduta dell’impero romano d’Occidente. Abili e spietati cavalieri. Le truppe di Attila lasciarono dietro di loro una scia di morte e distruzione il cui ricordo è ancora vivo nella memoria europea.

 Litografia di Attila

Sono davvero poche – si contano sulle dita di una mano – le figure storiche in grado di rivaleggiare in termini di brutalità con Attila. Il suo nome nell’immaginario collettivo dell’Europa occidentale, è inteso da secoli come una delle massime incarnazioni della violenza. Non si spiegherebbero altrimenti espressioni del tipo ‘il flagello di Dio’ o ‘dove passa Attila non cresce più l’erba’. Lo stesso Dante nel canto XII dell’Inferno, nel girone dei violenti contro il prossimo, non troverà più illustre rappresentante che ‘quell’Attila che fu flagello in terra. E non è certo il solo, se consideriamo che nel celebre romanzo Dracula di Bram Stoker, il più famoso dei vampiri si definisce senza mezzi termini un discendente di Attila. L’elenco di riferimenti storici e letterari sul tema è davvero senza fine. Basta citare il suo nome e immediatamente la mente ritorna indietro al V secolo, quando l’esercito unno, di cui era re incontrastato, mise a ferro e fuoco ciò che rimaneva dell’Impero romano d’Occidente, ormai prossimo al collasso, e minacciò l’esistenza di quello d’Oriente, prima ancora che si tramutasse nell’eterna Bisanzio. Ma c’è dell’altro. Talvolta si ha perfino l’impressione che questa figura e i suoi fedeli cavalieri si siano materializzati solo per pochi decenni, quanto basta per terrorizzare ciò che restava di Roma, per poi uscire dalla porta di servizio alla sua morte, avvenuta in un giorno indefinito del 453. Una sintesi che non rende giustizia agli unni, perché in realtà la storia di queste genti è molto più complessa di quanto si possa pensare.

 

Un aspetto orribile.

Lo storico romano Ammiano Marcellino, nel 390 riferisce senza mezzi termini che gli unni erano “stranamente brutti” ed erano abituati a procurarsi, fin dalla tenere età, profonde ferite sul volte che li sfiguravano, rendendoli spaventosi a vedersi. Ma non è la sola testimonianza al riguardo. La civile società romana del tempo provava un vero e proprio senso di repulsione verso queste genti più assimilabili ad animali che esseri viventi, sia per lo stile di vita, sia per la totale assenza di pietà. Ma era in particolare il loro aspetto a incutere repulsione. Ma era davvero così? Anche se con tutta probabilità si tratta di una visione esagerata per ovvie ragioni di propaganda, un minimo di verità potrebbe esserci. E in questo caso l’archeologia ci è venuta in aiuto. In alcune necropoli della Russia sono venute alla luce scheletri che hanno evidenziato una sorta di deformazione volontaria del cranio, finalizzata ad una allungamento della testa. Una pratica che a quanto pare era diffusa anche tra le popolazioni sarmatiche, di origine indo-iranica (sempre nelle steppe dell’Asia centrale), ma anche in altre regioni del globo. Fin dalla tenera età era prassi bendare il cranio dei fanciulli, in modo tale che le ossa ancora morbide assumessero nel tempo la forma tanto desiderata. È stato dimostrato che in alcune culture una simile usanza era dovuta a pratiche religiose, ma nel caso degli unni non esistono certezze. Secondo lo storico John Man sarebbe da mettere in relazione a una forma di distinzione sociale: in sostanza era un onore riservati ai membri dell’aristocrazia nobiliare.

 

 

Carta storica che descrive l'invasione della Gallia da parte degli Unni nel 451 d.C., e la battaglia dei Campi Catalaunici. Sono mostrati i probabili itinerari, e le città conquistate o risparmiate dagli Unni

Il caos venne da oriente. Secondo una teoria che ha fatto scuola, ma oggi in parte ridimensionata, gli unni, una serie di tribù della Siberia meridionale di ceppo turco, sarebbero da identificare con gli Xiongnu, una popolazione citata in alcuni documenti cinesi. Grazie alle loro indubbie capacità militari sarebbero riusciti, nel corso del II secolo a.C., a creare un potente regno ai confini settentrionali del Celeste Impero. Poi le notizie sul loro conto diventano piuttosto nebulose. È molto probabile comunque che una parte di queste genti – le altre rimasero stanziate sul confine cinese – si sia separata dal nucleo originale per muoversi nel cuore dell’Asia centrale (nella regione compresa tra il Caspio e il lago di Aral) e dare vita a una potente confederazione tribale che riuniva anche altre etnie. Solo ulteriori ricerche potranno consentire di fare luce su questo aspetto, al momento ancora piuttosto nebuloso. L’unica certezza è che la loro apparizione sul palcoscenico della storia si colloca con una certa precisione sul finire del IV secolo, quando le orde unne, guidate da re Octar, invasero gli attuali territori compresi tra Ucraina e Bielorussia, provocando il caos e generando quell’effetto domino le cui conseguenze si avvertiranno fino a Roma. Nel giro di un biennio (374-376) infatti, prima sarmati, alani, brugundi, rugi e sciri (ripetutamente battuti sul campo) e furono costretti ad abbandonare le loro terre per fuggire verso est, abbattendosi sui confini dell’Impero romano d’Occidente. Una pressione di tale entità che ne avrebbe provocato il collasso nel giro di soli settant’anni. Allo stesso tempo una seconda onda, comprendente anche tribù avare, bulgare e turche, mise a ferro e fuoco la Persia sassanide, fino ai confini con il Continente indiano. Nel complesso quindi possiamo immaginare l’ampiezza del fenomeno unno come esteso dai confini cinesi fino alle steppe dell’Europa orientale, in grado di muoversi su più direzioni in virtù della loro mobilità a cavallo. La parentesi europea che culminerà con l’apparizione di Attila è quindi solo una delle tante manifestazioni, per quanto la più conosciuta, della loro potenza. Si può notare, per esempio, come nel 395 fosse presente una forte concentrazione unna nell’area del Mar Nero e del Caucaso, capace di ripetute incursioni nei territori dell’Impero Romano d’Oriente, fino alla lontana Palestina. In un drammatico resoconto lasciatoci da San Gerolamo leggiamo: “Proprio un anno fa, eccoti piombare su di noi, dalle più lontane regioni rupestri del Caucaso, dei lupi. Non erano dell’Arabia… erano del Nord e in poco tempo hanno attraversato immensi territori. Quanti monasteri hanno requisito! Quanti fiumi hanno visto cambiare l’acqua in sangue umano!... l’Arabia, la Fenicia, la Palestina e l’Egitto sono in preda al terrore, come paralizzate. Potessi avere anche cento lingue e cento bocche e una voce di ferro, non potrei ugualmente fare una rassegna completa di tutti questi disastri”.

 

Incontro tra Papa Leone Magno e Attila (affresco, 1514, Stanza di Eliodoro, Palazzi Pontifici, Vaticano).
L'affresco fu completato durante il pontificato di Leone X (papa dal 1513 al 1521). Secondo la leggenda, la miracolosa apparizione dei Santi Pietro e Paolo armati con spade durante l'incontro tra Papa Leone e Attila (452) avrebbe spinto il re degli Unni a ritirarsi, rinunciando al sacco di Roma.

Strategie e tattiche.

La massima estensione dei territori degli Unni, dalle steppe dell'Asia centrale alla Germania e dal mar Baltico al mar Nero

Una delle ragioni che resero gli unni quasi imbattibili era il loro approccio al campo di battaglia, in grado di stravolgere i dettami della guerra del tempo: l’impiego di una veloce cavalleria mobile, ottimamente addestrata e ben armata. Uno schema che sotto certi punti di vista anticiperà di secoli il modo di combattere delle armate mongole. Secondo lo Strategikon, un manuale militare bizantino del VI secolo, gli eserciti unni adottavano strategie inusuali come attacchi a sorpresa, imboscate, improvvise ritirare e fulminei contrattacchi. Prediligevano inoltre isolare il nemico, privandolo dei rifornimenti per poi sfinirlo con assalti ripetuti. Prima di disporsi per la battaglia non erigevano campi fortificati, ma avanzavano divisi in gruppi alla ricerca di foraggio per il loro cavalli. Ogni guerriero infatti era abituato a portarsi a presso diverse cavalcature sia per ragioni logistiche che per dare l’idea che l’esercito era molto più grande. Disponevano anche di veloci esploratori in grado di avvertire della presenza nemica nei paraggi e prevenire possibili attacchi a sorpresa. A differenza di romani e persiani, non formavano una linea di battaglia compatta ma si frazionavano in divisioni irregolari con reparti predisposti per imboscate, altri in retroguardia. L’attacco frontale era portato da reparti chiusi a ranghi molto profondi, disposti a cuneo, suddivisi secondo regole di appartenenza ai clan familiare e guidati da capi chiamati cur. In genere però preferivano combattere il nemico tenendolo a distanza, bersagliandolo con frecce al fine di indebolirlo e aprirne i ranghi. Mettendo in atto finte ritirate, cercavano inoltre di indurre alcuni reparti a mettersi al loro inseguimento: la soluzione ideale per attirarli in imboscate.

 

Alleati prima, nemici poi. Agli inizio del V secolo, poi, si verificò la loro seconda grande migrazione, verso le pianure ungheresi, come dimostrato da un’ambasceria condotta da Olimpiodoro di Tebe per conto di Roma nel 412. Un evento di enorme portata che genererà un altro esodo di massa verso il limes romano: vandali, alani, burgundi e svevi in Gallia e ostrogoti in Italia. Gli unni stessi, sotto la guida di re Uldino, misero a ferro e fuoco la ricca regione della Tracia. Ma erano le avvisaglie di un periodo ancora più grave che si sarebbe concretizzato con l’unificazione di tutte le tribù intorno al 430: un fenomeno iniziato ai tempi di re Rua e conclusosi con la salita al potere di Attila. La nascita di questo potente regno, che avrebbe inglobato altre etnie sottomesse (alani, sarmati, slavi, ecc.) fu possibile grazie a una superiorità militare disarmante: potenti reparti di cavalleria, in grado di mettere in atto sofisticate tattiche, e un’arma, l’arco composito. Roma non tardò a comprenderne il loro valore in battaglia, visto che almeno inizialmente un certo numero di cavalieri unni fu arruolato come mercenari nelle file dell’esercito imperiale all’epoca di Valentiniano III, contribuendo a risollevare non poco, anche se momentaneamente, le sorti delle guerre contro le popolazioni barbariche in Gallia: nel 436 furono annientati i burgundi, nel 439 i visigoti subirono una cocente sconfitta. Una scelta decisamente saggia, che dobbiamo alle capacità militari dell’ultimo grande condottiero romano, quel Flavio Ezio, che sarà poi l’unico in grado di sconfiggere gli unni in battaglia. L’elezione di Attila nel 445 però cambiò tutte le carte in tavola. Ottimo stratega, abile tattico, ma soprattutto temuto e rispettato dai suoi, agì con determinazione e ferocia senza pari. Che senso aveva essere alleato di Roma se in fin dei conti avrebbe potuto prenderla? E così fece. Il suo primo obiettivo furono le provincie balcaniche, invase e razziate ripetutamente senza che gli eserciti di Teodosio II, più volte sconfitti, potessero far nulla per impedirglielo. Non riuscì a conquistare Costantinopoli, ma devastò i territori limitrofi. Solo l’oro lo convinse a non andare oltre. Secondo la testimonianza dello storico Prisco il trattato di pace fu particolarmente umiliante per l’impero: “Bisognò versare 6mila libbra d'oro per le rate arretrate del tributo e di lì in avanti il tributo stesso sarebbe stato di 2mila libbre d’oro all’anno”. Ma è senza alcun dubbio la ferocia ad aver lasciato un segno indelebile nell’immaginario del tempo. Il quadro che ne fa Ammiano è rimasto famoso: “Sono infidi e incostanti nelle tregue, mobilissimi a ogni soffio di una nuova speranza e sacrificano ogni sentimento a un violentissimo furore. Ignorano profondamente, come animali privi di ragione, il bene e il male, sono ambigui e oscuri quando parlano, né mai sono legati dal rispetto per una religione o superstizione”.

 

L’esercito unno.

Ricostruzione moderna di arco composito unno (costruito in Ungheria)

Secondo lo Strategikon, redatto dall’imperatore bizantino Maurizio, i cavalieri unni, protetti da cotte di maglia ed elmo, disponevano di spade e lance che impiegavano in maniera intercambiale. Per proteggere le loro cavalcature, invece, ricorrevano a bardature in lino o lana e talvolta in ferro. Tutti gli elementi che hanno trovato riscontro nei ritrovamenti archeologici. Nelle necropoli di Volnikovka e Brut (Russia) i reperti più interessanti son elmi segmentati e armature lamellari. Nel loro equipaggiamento era prevista anche un’ascia lunga con lama di 60 cm che sarebbe diventata popolare anche tra i barbari che invasero l’impero romano. La spada invece era mutuata dalla spartha di derivazione persiana e aveva una lama dritta di circa 80 cm. L’arma che rese famosi questi cavalieri era tuttavia un arco, chiamato anche ‘arco unno’, di tipo composito (legno, osso e corno) e lunghezza variabile tra i 145 e i 155 centimetri. Ideale per tiri di precisione entro i 40 metri, aveva comunque una gittata di almeno 250. Dotati di una potenza superire a qualsiasi controparte occidentale, era in grado di penetrare con facilità scudi e armature. Le frecce, molto lunghe, 75 cm, avevano una punta romboidale in ferro. Gli eserciti unni disponevano anche di reparti di fanteria forniti da popoli assoggettati, come i goti.

 

Il terrore in Gallia. Anche le province occidentali avrebbero presto conosciuto la sua ferocia. E il tutto per un colossale fraintendimento: una supplica d’aiuto rivolta dal condottiero unno da parte di Onoria, sorella dell’imperatore, per sottrarsi a un matrimonio con un senatore sgradito, fu interpretata da Attila come una richiesta di matrimonio rivolta alla sua persona. A cui rispose affermativamente pretendendo però in dote metà dell’Impero d’Occidente. Non servì a nulla l’intervento dell’imperatore romano che sconfessò la sorella e la esiliò in Italia. Attila decise di prendersi ciò che aveva chiesto con la forza. Per questa incredibile incomprensione il suo esercito, che le fonti quantificano in mezzo milione di uomini (cifra sicuramente esagerata) sciamò nel 451, dopo aver varcato il Danubio, sulle Gallie senza che nessuno potesse opporvisi. Ovunque si registrarono morte e distruzione. Alcune delle più importanti città imperiali furono prese e devastare Magonza, Colonia, Treviri, Reims, Strasburgo. Solo un miracolo militare scongiurò ulteriori devastazioni: il 20 giugno presso Chalons (Campi Catalaunici), proprio Ezio, a capo di un esercito composto da ausiliari barbari e supportato dai visigoti (120mila uomini), riuscì a sconfiggere gli unni in una drammatica battaglia durata ore, in bilico fino all’ultimo. Ma non si trattò di uno scontro decisivo – Ezio si rifiutò di inseguire il nemico, permettendogli di ritirarsi – perché l’anno successivo Attila tornò nuovamente in Italia per pretendere ciò per cui aveva scatenato la guerra. Dopo aver preso Aquileia, al termine di tre mesi di assedio, puntò su Milano, trasformandola in sua residenza temporanea.

Ma era solo una tappa obbligata prima della sua calata sull’Urbe. Ancora una volta però accadde l’impossibile, perché, in procinto di attraversare il Po, fu raggiunto da un’ambasciata capeggiata dal console Avienno e da papa Leone I. cosa accadde in quel frangente è uno dei più curiosi misteri dell’antichità: il condottiero infatti, dopo un breve colloquio, decise di interrompere la sua marcia e ritirarsi, abbandonando l’idea di conquista e le pretese sulla mano di Onoria. La leggenda vuole che il pontefice l’abbia riportato sulla retta via, mostrandogli semplicemente la croce di Cristo, convertendolo al suo messaggio di pace e amore. La spiegazione va ricercata altrove probabilmente. C’è chi ha sostenuto che una terribile epidemia di colera, che stava infuriando in Italia, potrebbe aver falcidiato le sue truppe, impedendogli di proseguire. Oppure fu messo in allarme dalla notizia che un esercito romano, guidato dall’Augusto dell’Impero d’Oriente Marciano, aveva attraversato il Danubio con l’intenzione di tagliarli la strada. O entrambe le cose C’è perfino chi ha sostenuto che fu comprato con una favolosa quantità d’oro. Fatto sta che Roma in quell’occasione riuscì a salvarsi.

 

I Campi Catalunici in tre mosse.

Battle of the Catalaunian plains.jpg

La battaglia dei Campi Catalaunici, manoscritto del XIV secolo (Biblioteca Nazionale Olandese

Il 20 maggio del 451, nella piana di Chalons-en-Champagne, va in scena quella che può essere considerata l’ultima grande vittoria dell’impero romano d’Occidente. Da una parte il generale Flavio Ezio, a capo di uno schieramento di circa 120mila uomini comprendente  un esercito romano, truppe ausiliarie (alani e germani) e l’esercito visigoto di Teodorico I come alleato; dall’altra Attila con 150mila uomini divisi in tre contingenti (unno, germanico e ostrogoto). L’andamento dello scontro, che le fonti dell’epoca definiscono selvaggio e durissimo, si protrasse per l’intero giorno e può essere suddiviso in tre fasi.

 



Fase 1: le forze romane, divise in tre contingenti, approcciano il terreno di battaglia scelto da Attila nei giorni precedenti, dopodiché si dispongono per la battaglia. le truppe romane di Ezio nel frattempo provano a occupare un’altura strategica che domina il campo di battaglia, cercando di sottrarla alle mire avversarie.

 

Fase 2: i romani riescono a prendere la collina e resistono ai tentativi di assalto del nemico. A quel punto la cavalleria di alani e visigoti inquadrata con i romani riesce a sorprendere e battere le truppe germaniche e unne, impegnate nell’attacco alle alture, costringendole alla ritirata. Sul lato destro del dispositivo i visigoti invece hanno la meglio sugli ostrogoti.

 

Fase 3: le forze di Attila, sconfitte su tutta la linea e costrette a ripiegare, si rifugiano all’interno del loro campo incalzate dai visigoti che nel frattempo subiscono la perdita del loro re Teodorico. Quando l’esercito viene informato della morte del sovrano vorrebbe lanciarsi all’attacco del nemico per vendicarlo, ma viene fermato da Ezio preoccupato che la disfatta unna possa avvantaggiare proprio i visigoti. In tal modo il giorno seguente Attila è libero di levare il campo indisturbato e ritirarsi.

 

 

Morte e oblio. Attila a quel punto decise di riattraversare il Danubio e tornare nelle sue terre, da dove pianificò una nuova incursione contro Costantinopoli, rea di aver interrotto il pagamento dei tributi pattuiti. Ma non ebbe il tempo di mettere in atto i suoi progetti. In un giorno indefinito del 453 morì. Secondo la tradizione ciò accadde mentre celebrava l’ultimo dei suoi innumerevoli matrimoni con una giovane principessa gota, Krimhilda, forse a causa di un’emorragia celebrale, come scrive lo storico bizantino del VI secolo Giordane. La notizia fu accolta tra le fila dell’esercito tra le file dell’esercito con sgomento, tanto che i suoi decisero. di radersi i capelli a zero e sfregiarsi in segno di lutto. Scrive Giordane: “Il più grande di tutti i guerrieri fu pianto senza lamenti femminili e senza lacrime, ma con il sangue degli uomini” . Seguì un funerale sontuoso lontano dalla capitale e dagli sguardi indiscreti: il suo corpo fu rinchiuso in tre sarcofaghi (uno in legno, uno d’argento e il terzo d’oro) e sepolto insieme a tutte le sue ricchezze: cavalli, mogli, servi e gli stessi schiavi a cui era andato l’onore di scavargli la fossa. Il luogo non è mai stato  appurato con certezza. La sua improvvisa scomparsa decretò l’inizio del disgregamento del suo impero, perché le lotte per la successione finirono con il porre uno contro l’altro  suoi tre figli (Dengizich, Ellac ed Ernac). Incapaci di accordarsi sul futuro re, non riuscirono ad arginare le forze indipendentiste dei popoli recentemente sottomessi: i primi a liberarsi dal giogo furono i gepidi di re Ardarico, capaci di annientare l’esercito unno nella battaglia di Nedao (454); dopodiché fu la volta di longobardi, ostrogoti, eruli e via via tutti gli altri. In capo a pochi anni, quelle genti, capaci di terrorizzare un Impero romano in agonia, finirono con il perdere la loro identità o in alcuni casi rifluire verso oriente, nelle steppe da cui erano arrivate in forze poco meno di un secolo prima.

 

Articolo di Antonio Ratti pubblicato su Storie di guerre e guerrieri, Sprea editore n. 22 – altri testi e immagini da Wikipedia.


domenica 12 aprile 2020

Imperativo e categorico: bombardare New York.

Imperativo e categorico: bombardare New  York.

Mentre i quadrimotori americani bombardavano le città italiane e tedesche, gli strateghi del Patto Tripartito preparavano la laoro risposta. Numerosi progetti per mandare aerei a lunga autonomia a bombardare gli Usa erano in preparazione, ma non ci fu il tempo per portarli a termine.


Bundesarchiv Bild 146-1989-039-16A, Schwerer Bomber Me 264.jpg

Il prototipo Me 264 V1 del 1942

Gli Stati Uniti divennero formalmente paesi belligeranti della Seconda Guerra mondiale il 7 dicembre 1941, trascinati nel conflitto dal pesante attacco giapponese senza preavviso alle Hawaii, seguito a poche ore di distanza da incursioni aeree sulle Filippine e sulle isole di Guam e Wake. Nel Pacifico, quindi, la guerra era già stata scatenata dal Giappone, per assicurarsi il controllo di vaste aree del continente asiatico e questo lasciava pochi dubbi sul fatto che il coinvolgimento degli USA si sarebbe esteso in Europa. Infatti, come conseguenza della guerra del Giappone, gli Stati Uniti si trovarono di fatto in conflitto armato anche con i suoi alleati: la Germania e l’Italia, uniti nel cosiddetto Asse.

Del resto, il coinvolgimento USA era praticamente già in atto, con numerose schermaglie sull’Oceano Atlantico poiché, seppur formalmente neutrale, Washington forniva materiali di prima necessità (armamenti compresi) alla Gran Bretagna, con la quale manteneva stretti rapporti di cooperazione.

 I400 2.jpg

sommergible I 400 avevano un hangar a tenuta stagna, in grado di contenere tre idrovolanti Yokosuka M6A1

                                                                  

Gli USA al sicuro da ogni minaccia. Nell’immane conflitto che in brevissimo tempo sarebbe divampato a livelli senza precedenti, gli Stati Uniti si trovavano in una situazione privilegiata: a Occidente avevano l’Oceano Pacifico, a Nord vi erano le acque artiche ben difficilmente percorribili, a Sud c’era l’America Latina, con stati neutrali o amici, e a Oriente c’era l’Oceano Atlantico. Per avvicinarsi al nemico, il Giappone riuscì a occupare le isole Aleutine (arcipelago inospitale che costituiva una propaggina dell’Alaska) mentre la Germania pose qualche base in Groenlandia (allora appartenente alla Danimarca), nessuna di queste azioni, però, fu risolutiva per minacciare da vicino gli USA, al sicuro grazie al loro isolamento geografico. Per dare un’idea delle difficoltà che si sarebbero incontrate per bombardare importi centri del Nord America, partendo da aeroporti accessibili a Germania, Giappone e Italia basti ricordare che decollando dagli aeroporti del Nord della Francia occupata per arrivare a New York, sarebbe stato necessario percorrere 5800 km. Tra l’area di Tokyo e Seattle, sulla costa nordoccidentale degli USA, c’erano 5700 km e ancora più difficile per l’Italia colpire New York, partendo da un aeroporto della Sardegna: 6800 km (sempre parlando della sola andata). Nonostante ciò, i Quartieri generali del Tripartito studiarono dei piani per portare una reale minaccia sui cieli degli USA. Questo non solo avrebbe in qualche modo pareggiato i conti con la potenza che bombardava le città italiane e tedesche ma avrebbe avuto un valore altamente simbolico e un forte impatto sul morale della popolazione nordamericana, che in parte era contraria al coinvolgimento USA nel conflitto europeo.

Forte di un’industria aeronautica all’avanguardia, la Germania era la nazione con le maggiori possibilità di realizzare l’ambizioso piano: portare uno stormo di bombardieri su New York, sganciare un carico di bombe devastanti e poi ripiegare su un aeroporto amico, una difficile sfida da affrontare. Su indicazione del Ministero dell’Aeronautica (il potentissimo RLM), l’Aviazione tedesca mise in cantiere numerosi progetti, prendendo in considerazione differenti opzioni, compresa quella di una missione senza ritorno, sacrificando gli aerei e salvando solo gli equipaggi, paracadutati in mare e raccolti da un sommergibile. Fin dalla fine degli anni Trenta, quando si stavano delineando gli scenari possibili per la guerra che già appariva inevitabile, i vertici della Luftwaffe si resero conto che un aereo in grado di bombardare gli Stati Uniti partendo dalla Germania non sarebbe stato tecnicamente possibile. Furono fatti ugualmente dei passi in avanti negli studi, che avrebbero portato alla realizzazione di bombardieri a grande autonomia con la possibilità di svolgere azioni limitate contro insediamenti industriali americani della costa orientale, soprattutto allo scopo di cogliere un importante risultato di immagine.



 

Un razzo V-2 in posizione di lancio nella chiatta sottomarina trainata Prüfstand XII . Nota la sala di controllo e lo stoccaggio di ossigeno liquido sotto il razzo.


I tedeschi progettano, gli americani bombardano. Già nel 1937 l’industriale e progettista Willy Messerschmitt, desideroso di imporre la sua azienda anche nel settore dei grandi aeroplani plurimotori e non solo in quello dei monomotori e bimotori da caccia, aveva proposto un Amerikabomber a Hitler, ma i vertici della Luftwaffe erano dubbiosi sulla reale fattibilità di un aereo del genere. Anche Hermann Goring, asso della Prima guerra mondiale e dal luglio 1940 Maresciallo del Reich (il grado più alto della gerarchia militare tedesca), nonché uno dei personaggi più influenti del regime, rimase sempre piuttosto tiepido sulla possibilità di un volo senza scalo per attaccare il continente nordamericano. Tuttavia, la Germania dell’epoca non corrispondeva affatto all’immagine granitica e unitaria che la propaganda cercava di accreditare: personaggi influenti dell’industria e gruppi di potere all’interno della macchina statale e delle forze armate procedevano spesso in autonomia e magari in contrasto con le direttive dei vertici. Così si mise mano ai progetti di bombardieri pesanti a lungo raggio, potenzialmente in grado di colpire l’America. D’altra parte, a dispetto del parere degli strateghi della Luftwaffe, Hitler considerava favorevolmente l’idea di attaccare gli Stati Uniti e il 18 giugno 1940 ne aveva parlato anche a Mussolini. In quei giorni di grande ottimismo niente sembrava impossibile.

Il primo aereo concepito per realizzare questo ambizioso piano fu il Messerschmitt ME 264 che, dopo mille incertezze durante il suo sviluppo, arrivò al primo volo il 23 dicembre 1942: era un aeroplano dalle linee eleganti, con quattro motori Junkers 211 da 1340 CV, considerati provvisori in attesa della disponibilità di una motorizzazione più adeguata; l’autonomia (teorica) era di 13000-15000 km. Purtroppo per la Germania di Hilter, il 18 luglio 1944 il prototipo, ancora impegnato nella laboriosa messa a punto, fu casualmente distrutto da un bombardamento americano. Ci fu un altro Amerikabomber che giunse a realizzazione, lo Junkers JU 390, una rielaborazione con sei motori BMW 901 da 1970 CV dei quadrimotori da trasporti JU 90 e 290. Ne furono costruiti due, il primo dei quali decollò il 20 ottobre 1943. Di questo aereo si disse che in collaudo del gennaio 1944, partendo da un aeroporto francese, fosse arrivato a 19 km da New York per poi rientrare alla base, dopo 32 ore di volo; successivi approfondimenti, però, hanno riscontrato diverse incongruenze in quest’affermazione e tendono a farla rientrare nelle ‘leggende di guerra’. Per aeroplani di questo tipo (ed anche per altri progetti), furono studiate soluzioni fantasiose, come quella di trasportare una caccia ‘parassita’ Messerschmitt ME 328, armato con una bomba da 1000 kg, ma non vi fu alcuna realizzazione pratica. L’ultimo aeroplano a concorrere al ruolo di Amerikabomber fu l’avveniristico Horten HVIII, un’ala volante con sei motori Junkers 004 da 900 kg/s; l’autonomia sarebbe stata di soli 6450 km e perciò fu ipotizzato il ritorno ad un aeroporti in Groelandio. Tra febbraio ed aprile del 1945 fu iniziata la costruzione dei primi elementi strutturali ma di lì a poco la guerra sarebbe finita.

 

L’offensiva giapponese con palloni aerostatici.

pallone bomba giapponese

Il Giappone, durante la Seconda guerra mondiale, aveva pianificato un’opzione alternativa per colpire la costa Ovest del continente nordamericano, dai costi e  dal livello tecnologico meno impegnativi rispetto alle altre: il lancio, sfruttando la direzione prevalente dei venti, di palloni aerostatici senza equipaggio, armati con bombe esplosive ed incendiarie. Paradossalmente, quest’arma ottenne effetti maggiori di quelli registrati dagli attacchi con i sommergibili o dall’accoppiata sommergibile più idrovolante.

Questi palloni, chiamati Fu-Go (ma anche Fu-5, cioè involucro 5), erano aerostati riempiti di idrogeno ai quali erano sospese alcune bombe incendiare alla termine o antiuomo di piccolo calibro. Dal 3 novembre 1944 ne furono lanciati più di 9000 e solo 361 arrivarono sul continente americano, dal Canada al Messico; altri 210 furono ripescati in mare e circa un centinaio esplose in aria. Uno cadde su una città, Medford (Oregon), il 4 gennaio 1945, mentre un altro a Bly (sempre nell’Oregon), il 5 maggio, provocò la morte di una maestra e 5  bambini: quello fu il più alto numero di vittime causato alla popolazione civile degli Stati Uniti continentali da un’azione nemica.

 

La soluzione giapponese. In Giappone, come negli Stati Uniti, esistevano due forze aeree, rispettivamente alle dipendenze dell’esercito e della marina: entrambe disponevano di bombardieri strategici con buone doti di autonomia ma, in ogni caso, non in grado di raggiungere il Nord America e rientrare in una base amica. Per questo motivo il Giappone si dedicò allo studio di metodologie di attacco differenti, puntando inizialmente sul connubio tra aeroplano e sommergibile.

Il 9 settembre 1942, infatti, il maresciallo Nobuo Fujita, a bordo di un piccolo idrovolante da osservazione Yokosuka E141Y1, messo in mare dal sommergibile oceanico I-25, lanciò due bombe incendiare su una zona boscosa dell’Oregon, sulla costa occidentale, ripetendo l’operazione il 29 settembre. Un collaudo che non ebbe seguito. Lo stesso Fujita fu l’ideatore di un progettato attacco al Canale di Panama mediante l’Aichi M6A1 Seiran. Vi furono anche dei piani che prevedevano di attaccare gli Stati Uniti con ondate di aerei dalle portaerei Shokaku e Zuikaku, ma non giunsero mai all’attuazione pratica, anche perché, dopo Pearl Harbor, non vi sarebbe potuto più essere un effetto sorpresa: una portaerei in avvicinamento verso le coste americane sarebbe stata identificata e prontamente neutralizzata.

Per attaccare il Canale di Panama si sarebbero impiegati i sommergibili classe I-400, da 6500 tonnellate in immersione. Queste unità prevedevano un hangar a tenuta stagna nel quale potevano entrare 2 o 3 aerei Yokosuka M6A1 Seiran (tempesta a cielo sereno), modernissimi idrovolanti capaci di trasportare una o due bombe da 250 kg. o una da 850 kg. (oppure un siluro). Al rientro della missione il pilota avrebbe compiuto un ammaraggio di fortuna presso il sommergibile e l’aereo sarebbe andato perso. I primi aeroplani di questo tipo furono pronti nell’ottobre 1944. La loro prima missione operativa sarebbe dovuta essere un attacco condotto da quattro sommergibili porta idrovolanti (I-400, I-401 e I-14) e dieci Seiran, con il carico bellico massimo, contro le chiuse di Gatun del Canale di Panama.

Nel corso del mese di giugno del 1945, tuttavia, fu deciso di rinunciare all’attacco a Panama in favore dell’Operazione Arashi (tempesta) contro la flotta americana all’ancora presso l’atollo di Ulithi. Neppure quest’evenienza si verificò, perché la piccola flotta di sommergibili (con i loro aerei a bordo) fu intercettata dai radar americani e l’effetto sorpresa sfumò. Entrambe le forze aeree del Giappone intrapresero allora congiuntamente la realizzazione di bombardieri con carico bellico ed autonomia che andasse ben oltre le possibilità dei tipi fino a quel momento disponibili. Su questo tema (come del resto su quello degli analoghi progetti tedeschi) si innesta quello dell’ipotesi di impiegare bombardieri, tanto giapponesi quanto tedeschi, per trasportare ordigni atomici. Anche in questo caso, però, le attività portate avanti in Germania e in Giappone erano soltanto a uno stadio embrionale, utili per un futuro non certo vicino: infatti non vi furono piani concreti per bombardare gli Stati Uniti con armi atomiche perché nessuna delle potenze del Tripartito ne poteva disporre. Tra i programmi che presentavano un certo livello di concretezza vi fu, da parte dell’Esercito Imperiale, il Kawaski Ki.91, con quattro motori Mitsubisbhi HA214 da 2500 CV, un carico bellico di 4270 kg ed un’autonomia di 10000 km. Mentre era in costruzione, però, nel febbraio 1945 il prototipo fu distrutto da un bombardamento. La tenace Marina Imperiale lavorò al più ambizioso Nakajima GION Fugaku (catena di montagne), con sei motori Nakajima NK11 da 250 CV ed un’autonomia massima stimata tra 16500 e 19400 km. Nel luglio 1944, tuttavia, la lentezza delle operazioni e l’enorme dispendio di risorse indussero alla cancellazione del progetto.

 

Armi d’avanguardia tedesche.

Horten Ho 229 sketch.jpg

Vista artistica dell'Horten Ho 229

In Germania si prestò grande attenzione alle armi non convenzionali e tra esse due erano idonee ad attacchi contro gli Stati Uniti.

La prima fu studiata dai coniugi austriaci Eugen Sanger e Irene Bredt e fu chiamata ‘bombardiere antipodico’, talvolta citato come Sibervogel (uccello d’argento): l’idea verteva su un aeroplano, con propulsione a razzo, che avrebbe dovuto ‘rimbalzare’ sugli strati più alti dell’atmosfera, dopo aver raggiunto quote orbitali ed una velocità di oltre 22000 km/h. Il progetto teorico prese forma nella seconda metà degli anni Trenta ma fu abbandonato nella primavera del 1941. La seconda prese il via l’11 dicembre 1944 con lo studio per impiegare contro gli Stati Uniti i missili balistici A4 (universalmente noti come V-2): il progetto prevedeva un contenitore di lancio da rimorchiare mediante un sottomarino fino a distanza utile dalle coste degli Stati Uniti. Si trattava di una sorta di enorme siluro lungo 45 m, con la possibilità di assumere la posizione verticale, idonea al lancio del missile contenuto al suo interno. I cantieri Vulkan ne consegnarono il prototipo (con il nome in codice Prufstand XII) il 25 marzo 1945, mentre iniziava anche la produzione, ma dopo pochi giorni la guerra finì.

 

Le pianificazioni italiane. Nel nostro paese la Regia Aeronautica aveva una grande esperienza di voli sulle lunghe distanze e prese in considerazione ogni possibilità di compiere un attacco a New York. Poiché, in ogni caso, si sarebbe trattato di un’azione essenzialmente dimostrativa, furono valutate tutte le opzioni che andavano dal massimo risultato possibile con un unico bombardamento da parte di un solo aeroplano fino alla semplice missione di guerra psicologica con il lancio di volantini inneggianti all’amicizia italoamericana. A suggerire una missione a New York era stato, nella primavera del 1942, Nicolò Lana, capo collaudatore della Piaggio, che intendeva impiegare il trimotore da record P.23R, in grado di trasportare una bomba da 1000 kg. Poiché l’autonomia non avrebbe consentito il rientro in Europa, il trimotore avrebbe compiuto un ammaraggio in prossimità della costa americana dove i due uomini d’equipaggio sarebbero stati raccolti da un sommergibile. L’idea fu però scartata, anche perché il P.23R andò fuori uso il 23 maggio 1942 per un incidente, ma fu ripresa dalla Regia Aeronautica in ottobre, quando valutò l’impiego dei quadrimotori CRDA cant. Z.511 e SIAI Marchetti SM.95. Il secondo sarebbe stato in grado di trasportare due bomba da 250 kg con un’autonomia di 11000 km ma la caduta del regime, il 25 luglio 1943, ed il conseguente disorientamento dei vertici militari, unitamente al fatto che nessuno dei tre SM.95 in allestimento per questo scopo era ancora pronto, portarono ad un nulla di fatto.

In quegli stessi giorni anche la X Flottiglia MAS della Regia Marina stava vagliando la possibilità di caricare sul Cant.Z.511 (che era un idrovolante) due siluri pilotati modello SLC Maiale con i loro equipaggi o un SLC, un motoscafo esplosivo MTSM e sette incursori subacquei, con i quali compiere azioni all’interno di alcuni porti degli Stati Uniti, ma, per gli stessi motivi, neppure quest’ipotesi giunse a realizzazione pratica.

 

Articolo di Nico Sgarlato, giornalista e saggista pubblicato su BBC History Sprea editoridel mese di dicembre 2018 – altri eventuali testi e immagini da Wikipedia.


I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...