giovedì 9 luglio 2020

Luigi XIV splendido guerrafondaio.

 

Luigi XIV splendido guerrafondaio.

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Ritratto di re Luigi XIV di Francia di Hyacinthe Rigaud, 1702. Oggi questo dipinto è conservato nel Museo del Louvre a Parigi
Re di Francia e di Navarra
Stemma

 

Il Re Sole ha lasciato un segno nella Storia non solo per lo splendore della sua corte, per la cultura e il mecenatismo che lo hanno contraddistinto, ma anche perché fu lui a rendere grande la Francia, grazie soprattutto all’esercito, potente e efficiente, che vinse mille battaglie e allargò i confini del regno.

 

Ormai anziano, malato e giunto alla fine dei suoi giorni, per il re Sole, Luigi XIV, fu tempo di bilanci. Ripercorrendo i 54 anni di regno, dei quali ben 34 lo avevano visto combattere per realizzare le proprie ambizioni, constatò con amara sincerità di “aver amato troppo la guerra”. Più delle scintillanti feste nei suoi sontuosi palazzi, più delle sue innumerevoli amanti, più dell’ebbrezza del potere assoluto, Luigi XIV infatti amò la guerra e con quelle parole pronunciate sul letto di morte volle riassumere il suo regno e la sua più duratura eredità nella Storia. Scrisse Voltaire: “che egli bramasse appassionatamente la gloria, più che le conquiste stesse (le guerre di Luigi XIV). Luigi di Borbone fu incoronato re quando aveva appena 4 anni, ma ascese al potere assoluto solo nel 1661, dopo la morte del cardinale Giulio Raimondo Mazzarino, al quale sua madre, Anna d’Austria, aveva affidato il governo effetti del Paese.

Con 18 milioni di abitanti, la Francia era allora di gran lunga la nazione più popolata d’Europa – l’Austria degli Asburgo ne contata 8, la Spagna e Inghilterra 6 – ma “il disordine vi regnava sovrano”, annotò Luigi nelle sue Memorie. Un Paese grande e prospero, all’avanguardia nello sviluppo agricolo e ben avviato in quello commerciale e industriale, ma privo di peso politico e ancora feudale nella sua struttura più intima, con un potere frammentato nelle mani di una classe nobiliare senza altre ambizione che quella di conservare i propri privilegi.

 

Territori del regno di Francia e conquiste di Luigi XIV dal 1643 al 1715

Cominciò dall’esercito. Per diventare il Re Sole, Luigi dovette dare un obiettivo a quella nobiltà cinica e demotivata, e ci riuscì imponendo ad essa per prima, ma anche a tutto il popolo, il dovere  di mettersi al servizio della corona e di realizzare i suoi sogni di un Francia più grande e potente. Fu lui l’inventore del concetto, caro a tutti i francesi, di grandeur.

Era la premessa di una lunga stagione di guerre. Gli obiettivi territoriali di Luigi XIV erano ambiziosi: l’estensione della Francia su quelli che egli considerava i suoi confini naturali, dal Reno, a Est, fino ai Pirenei, a Sud. In particolare, le sue mire sul versante orientale riguardano territori di lingua francese – l’Artois, la Lorena, la Franca Contea – ma anche provincie storicamente estranee alla Storia del Paese, come le Fiandre spagnole e l’Alsazia. Mise così in gioco l’equilibrio tra i poteri delle nazioni europee, e tutte le grandi potenze continentali si coalizzarono per contrastare quello che era esplicitamente un progetto egemonico.

Ma prima di combattere i nemici esterni, Luigi dovette fare i conti con quelli interni. L’esercito che avrebbe dovuto realizzare i suoi ambiziosi disegni, infatti, era nelle peggiori condizioni possibili. Solo 70mila uomini, oltretutto indisciplinati, scarsamente addestrati, sottoposti a una gerarchia corrotta e inefficiente. I gradi non si guadagnavano con il valore ma si acquistavano.

Come era accaduto per la sua ascesa al potere, resa possibile dalla morte del cardinale Mazzarino, anche in questo caso fu la morte di un anziano notabile a spianargli la strada. Il duca di Epernon, Bernard de Nogaret de la Valette, rivestiva infatti il ruolo di Colonnello Generale della Fanteria, un incarico chiave nell’amministrazione francese dell’epoca, perché da lui dipendeva tutta la gestione delle Forze Armate francesi, il cui poter, affermò Luigi nelle sue Memorie, “era infinito, superiore a quello stesso re”. Tra le varie prerogative del Colonnello Generale, la più importante era l’assegnazione delle commissioni da ufficiale: un sistema, allora in uso in tutta Europa, mediante il quale l’incarico di colonnello comandante di un reggimento era un vero e proprio investimento economico riservato ai nobili più facoltosi. Questi comperavano il titolo dal Colonnello Generale, divenendone a tutti gli effetti il proprietario, e poi lucravano sulle spese del suo mantenimento, che erano a carico delle casse reali. Un mercato estremamente lucroso: in questo modo il Colonnello Generale poteva esercitare un’enorme influenza sulla nobiltà, non solo assegnando gli incarichi ai propri amici, ma soprattutto chiudendo un occhio, o entrambi, sulle loro malversazioni. Morto de La Valette, Luigi prese nelle sue mani anche questo potere, abolì l’incarico di Colonnello Generale e avviò una profonda opera di ristrutturazione delle Forze Armate, affidando questo compito a un uomo che può essere considerato – al parti dello stesso re – uno dei più grandi riformatori militari di tutti i tempi: François Michel le Tellier, marchese di Louvois. Competente e risoluto, appoggiato senza riserve dal re, trasformò in pochi anni un’armata fatiscente in un’efficiente macchina da guerra.

Il grado di colonnello, con l’annessa proprietà del reggimento, rimase oggetto di compravendita dei nobili, ma il comando effettivo dei reggimenti fu loro sottratto e trasferito a militari di professione con gradi creati ad hoc: tenente colonnello, comandante del reggimento, mentre i maggiori comandavano i battaglioni. Questa riforma fu completata nel 1667, quando Luigi creò che a questo incarico potessero accedere anche i tenenti colonnelli, definendo in questo modo una via interna all’esercito di avanzamento per merito agli ufficiali più dotati, indipendentemente dalla loro nobiltà o ricchezza, e contemporaneamente conferendo al suo esercito una solida ossatura professionale.


 

Mappa dell'Europa dopo il trattato di Utrecht.

Le principali battaglie del Re Sole.

In trent’anni di guerre, non tutte con esito favorevole alla Francia, il Re Sole allargò notevolmente i confini del suo regno, anche se a costo di insanabili crisi economiche, annettendosi l’Alsazia, Metz, Toul, il Rossiglione, l’Artois, le Fiandre francesi, Cambrai, la Contea di Borgogna, la regio della Saar, l’Hainaut e la Bassa Alsazia. Ecco in dettaglio 4 delle sue principali battaglie.

 

GUERRA OLANDESE (1672-1678)

Battaglia di Seneffe

Località: Belgio

Data: 11 agosto 1674

Comandante francese: principe Luigi II di Borbone-condé.

Comandante avversario: principe Guglielmo III d’Orange.

Avversari: Stati tedeschi, Spagna, Olanda.

Forze in campo: 44000 francesi contro 65000 alleati.

Perdite: 8000 francesi, 20000 alleati.

Esito: vittoria francese.

GUERRA OLANDESE (1672-1678)

Battaglia di Entzheim

Località: Alsazia, Francia

Data: 4 ottobre 1674

Comandante francese: visconte di Turenne.

Comandante avversario: principe Alexander von Bournonville.

Avversario: impero asburgico.

Forze in campo: 22000 francesi contro 38000 imperiali.  

Perdite: 3500 francesi, 4000 imperiali

Esito: vittoria francese.

GUERRA DELLA GRANDE ALLEANZA (1688-1697)

Piano di battaglia - 4 ottobre 1693: si nota chiaramente la disposizione, prima e durante lo scontro, delle due armate (a sinistra i francesi, a destra gli alleati) nella piana compresa tra Piossasco, Volvera ed Orbassano

Località: Marsaglia, presso Torino

Data: 4 ottobre 1693.

Comandante francese: maresciallo Nicolas Catinat.

Comandante avversario: duca Vittorio Amedeo II

Avversari: Spagna e Savoia

Forze in campo: 35000 francesi contro 30000 spagnoli e savoiardi.

Perdite: 1800 francesi, 10000 alleati.

Esito: vittoria francese.

GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA (1702-1713)

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La battaglia di Malplaquet, dipinto del XVIII secolo.

Battaglia di Malplaquet

Località: Francia

Data: 11 settembre 1709

Comandanti francesi: duca de Villars e duca de Bouffiers.

Avversario: Grande Alleanza

Forze in campo: 100-120mila alleato contro 90mila francesi

Perdite: 25000 alleati, 12000 francesi.

Esito: vittoria alleata.

La Fronda.


Prima di Luigi XIV fu il cardinale Mazzarino a reggereIl cardinale Giulio Mazarino le sorti della Francia. La sua politica, però, scatenò la rivolta del Parlamento e della nobiltà, conosciuta come “La Fronda”, per le fionde con le quali i parigini tempestarono di sassi le finestre del cardinale. Luigi e sua madre furono costretti alla fuga e il giovane re ne fu profondamente segnato dagli avvenimenti, nei quali era coinvolto anche il cugino, principe di Condé, che venne perdonato divenendo uno dei suoi generali di maggiore successo (1648-1652). Sconfitta la Fronda Luigi si avvicinò gradatamente al potere effettivo, che raggiunse però solo alla morte di Mazzarino (1661).

 

Per i feriti gravi c’era l’Hotel des Invalides. Con questa lungimirante riforma, la Francia di Luigi XIV promosse una generazione di comandanti militari di altissimo livello. Se quella partorita dalla Rivoluzione, oltre un secolo dopo – Napoleone e i suoi Marescialli – gode sicuramente di maggiore fama, non si deve dimenticare che essa per ben due volte subì l’onta di vedere violata Parigi dagli eserciti nemici, mentre i generali del Re Sole riuscirono sempre a evitarlo. I loro nomi sono poco conosciuti, ma personalità come Turenne, Condé, Vauban, Catinat, meritano un posto d’onore nell’empireo dei più grandi comandanti militari.

Henri de la Tour d’Auvergne, visconte di Turenne (1611-1675) fu il più vincente tra tutti i marescialli di Francia del XVII secolo, un maestro della guerra di manovra. Il principe Luigi II di Borbone, detto Le Grand Condé, fu un genio militare precocissimo a soli 22 anni vinse forze superiori spagnole nella Battaglia di Rocroi. Sébastien Le Preste de Vauban (1633-1707) rivoluzionò con le sue idee le tecniche d’assedio e l’ingegneria militare, perfezionando il sistema della traccia da bastionata italiana (un nuovo tipo di fortificazione da contrapporre ai progressi dell’artiglieria). Nicolas Catinat (1637-1712), di nascita borghese, iniziò la carriera militare nelle guardie di Luigi XIV salendo per i suoi meriti fino al grado più alto, Maresciallo di Francia. Costituendo un corpo ufficiali con responsabilità e compiti ben definiti, si stabiliva una catena di comando e una gerarchia chiare e indiscutibili: era il rango militare e non il prestigio sociale o i vincoli personali a determinare chi doveva comandare e chi obbedire, e questo divenne il principio operativo futuro di tutti gli eserciti. Le forme della guerra sono cambiate molte volte da allora, ma le istituzioni militari ancora oggi impiegano gli stessi titoli, adottano le stesse categorie e instaurano le stesse relazioni stabilite per i reggimenti francesi del XVII secolo. Con la riforma di Luigi XIV, quella dell’ufficiale diventò una professione, la più nobile delle professioni. Il principio base del suo esercito, e lo sarebbe diventato per tutti gli eserciti, fu: ordine, disciplina, abnegazione.

Il controllo di Louvois e dello stesso re sul grado di efficienza raggiunto dai suoi reggimenti era continuo e capillare. Luigi dedicava quotidianamente ore e ore ad assistere alle esercitazioni e alle manovre sul campo delle proprie truppe, e il suo esempio spingeva anche i nobili proprietari dei reggimenti a emularlo per guadagnarsene la benevolenza. “Più battaglie sono vinte dal buon ordine e dal contegno delle truppe che dai colpi di spada e di moschetto e questa abitudine a marciare bene e a tenere l’ordine può essere ottenuta solo con l’addestramento”, scrisse il Re Sole nelle sue Memorie, aggiungendo: “Il buon ordine ci fa sembrare sicuri, ed è sufficiente a farci apparire coraggiosi, perché molto spesso i nostri nemici non aspettano che ci avviciniamo abbastanza da costringerci a dimostrare di esserlo veramente”. Agli occhi di Luigi XIV il combattimento era innanzitutto uno scontro di volontà dal quale sarebbe uscita vincitrice la schiera con il più alto spirito di sacrificio: una convinzione che si radicò in tutti gli eserciti europei e che ha rappresentato un dogma inconfutabile fino alle stragi sui campi di battaglia della Grande Guerra, dove si immolarono senza esitazioni milioni di uomini. Il soldato del re Sole non aveva più tempo per oziare: ogni momento della sua giornata era dedicato a una precisa attività, in una routine che si sarebbe ripetuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino alla morte o al suo onorevole congedo. L’esercito divenne una famiglia, con un padre severo ma giusto e riconoscente: la disciplina veniva fatta rispettare anche a costo di crudeli pene corporali, ma per i meritevoli c’erano premi e avanzamenti di carriera, e chi era stato gravemente ferito aveva diritto alle cure che l’Hotel des Invalides, a Parigi, riservava ai reduce dei campi di battaglia, come stabilito dall’editto reale del 1670, che recitava: “Per coloro i quali hanno rischiato la loro vita e profuso il loro sangue per la difesa della monarchia, affinché passino il resto dei loro giorni in tranquillità”.

 

Jean-Baptiste Colbert.

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Ritratto di Jean-Baptiste Colbert di Philippe de Champaigne, 1655

Jean-Baptiste Colbert fu controllore generale delle finanze di Francia dal 1665 fino alla morte, avvenuta nel 1683. Fu un eccellente e infaticabile amministratore: a lui Luigi XIV dovette il risanamento economico del suo regno e il reperimento delle immense risorse necessarie per i suoi progetti miliari. L’influenza di Colbert si estese a ogni settore di attività che avesse anche il pur minimo risvolto economico: dagli incentivi all’industria e al commercio, fino all’attenzione per lo sviluppo culturale, tecnologico e scientifico. Ma nemmeno Colbert, il suo genio e la sua dedizione, furono sufficienti a trovare le risorse necessarie per pagare i costi delle guerre di Luigi IV, per cui alla morte del re le condizioni economiche della Francia erano tutt’altro che floride. Colbert fu ben più di un ministro delle finanze: si deve a lui la dottrina economica nota come Colbertismo o mercantismo.

 

 

Armate, non carovane in divisa. Grazie all’addestramento ossessivo, le truppe agivano meccanicamente ed obbedivano senza la minima esitazione ai propri ufficiali. Questi ultimi però dovevano essere pronti a condurli in battaglia offrendo loro l’esempio di massimo coraggio e sprezzo del pericolo: la mortalità tra gli ufficiali francesi raggiunse livelli molto più alti che negli altri eserciti europei, ma le truppe francesi si guadagnarono la fama di un coraggio ineguagliabile. Nessun dettaglio venne trascurato per raggiungere l’obiettivo. Prima della riforma di Luigi XIV, gli eserciti durante le campagne militari avevano un numeroso seguito di non combattenti: le mogli e i figli dei soldati, prostitute, mercanti e chiunque altro trovasse conveniente unirsi alle armate. In nome dell’efficienza e della moralità, le armate francesi abolirono questo uso, eccettuato un ristretto numero di vivandiere e ambulanti per servire le truppe, e una ventina di mogli di buona reputazione dei soldati in qualità di sarte, lavandaie e infermiere, ruoli comunque indispensabili. Se si confronto le rappresentazioni artistiche degli eserciti della prima metà del Seicento con quelle dell’epoca del Re Sole, la differenza salta all’occhio: a dipinti che ritraggono soldati oziosi e carovane e accampamenti ammassati alla rinfusa, si sostituiscono rappresentazioni di uomini intenti ad addestrarsi perfettamente inquadrati, focolari e tende allineati con un ordine che avrebbe fatto invidia alle pur disciplinate Legioni romane. I reggimenti divennero così comunità esclusivamente maschili, che isolavano i loro appartenenti dal contesto sociale per concentrare tutte le loro attenzioni e il loro tempo all’unità di cui facevano parte, cementando il legame tra commilitoni, la fedeltà al reggimento e al re.

Vennero introdotte a questo scopo uniformità di reclutamento, equipaggiamento, vestiario e organizzazione, uguaglianza nel trattamento economico e disciplinare, una parità di condizioni che rafforzava ancor di più il senso di appartenenza ed è alla base del reggimento moderno, con la sua storia, la sua tradizione e il suo spirito di corpo. Le uniformi grigie delle fanterie francesi distinguevano un reggimento dall’altro grazie ad un preciso schema di colori, il reclutamento territoriale rafforzava la lealtà reciproca tra soldati e “paesani” e diede impulso al culto della tradizione e allo spirito di corpo. La Francia di Luigi XIV si era quindi dotata della più moderna macchina da guerra dell’epoca, grazie anche alla sua numerosa popolazione in pochi anni, nel 1667, le truppe di Luigi raggiunsero le 125mila unità, per il primo atto della campagne di conquista previste da Luigi XIV, ossia la Guerra di devoluzione contro l’alleanza tra Olanda, Spagna, Inghilterra e Svezia. Nel corso degli anni l’intera Europa si coalizzò contro la Francia, e questa rispose mobilitando e armando mediamente 300mila uomini fino ad un massimo di 450mila, una cifra straordinaria mai più raggiunta fino alle guerre napoleoniche. Questo sforzo gigantesco non solo fu alla lunga troppo gravoso per l’economia e la società francese, ma non fu nemmeno sufficiente a vincere contro le forze coalizzate dell’Europa intera. Il tramonto del Re Sole proiettò malinconiche ombre sulle sue ambizioni deluse, e semmai delineò il profilarsi all’orizzonte di quel “diluvio” che dopo di lui avrebbe sommerso l’antico regime, proprio a causa di quel suo irriducibile e incontenibile amore per la guerra.

 

Articolo di Nicola Zotti, Storico ed esperto di storia militare, pubblicato su BBC History n. 97 – altri testi e articoli da Wikipedia.


sabato 4 luglio 2020

Costantinopoli, la rivolta di Nika

Rivolta di Nika a Costantinopoli.

Nel 532 d.C. i tifosi dell’ippodromo misero a ferro e fuoco la capitale dell’Impero romano d’Oriente. Fino quasi a far cadere chi lo reggeva.

 

Mosaico raffigurante un auriga

“Nika, nika”, “vinci, vinci”, urlava il pubblico a squarciagola, incitando i carri che si sfidavano nella pista dell’antico ippodromo di Costantinopoli, i cui spalti ospitavano la bellezza di 100mila spettatori. Tra questi, si distinguevano i turbolenti antenati dei moderni ultras, che vantavano importanti amicizie nelle stanze del potere e che nell’anno 532 d.C. furono protagonisti di una delle più violente sommosse nella storia della città, passata alle cronache come “rivolta di Nika”. Per l’occasione il celebre incitamento sportivo divenne infatti un grido di guerra.

 

L'obelisco di Teodosio, vicino all'ippodromo di Costantinopoli

Febbre da ippodromo. Oggi gli ultras affollano principalmente le curve degli stadi calcio, nei tempi antichi i loro avi si accalcavano negli ippodromi sorti sull’esempio del Circo Massimo di Roma. Uno dei più grandi, secondo soltanto all’impianto dell’Urbe, era proprio quello di Costantinopoli, città rifondata nel 330 (dove sorgeva Bisanzio) dall’imperatore Costantino I, che investì molti denari per ultimare, su una struttura preesistente, il monumentale impianto sportivo, lungo 400 metri e largo 130. Qui il sovrano aveva una sua tribuna privata, accessibile dalla residenza imperiale, in cui amava celebrare il proprio potere tra la folla, proprio come avveniva a Roma. E come nell’Urbe, l’ippodromo attirò presto masse di tifosi di ogni estrazione sociale, pronti a prendere le parti di questa o quella scuderia durante le corse che si tenevano nelle occasioni di festa. Divenuta nel 395 capitale del neonato Impero romano d’Oriente, o bizantino. Costantinopoli si andò intanto affermando come una delle città più grandi, popolose e cosmopolite del mondo, conoscendo un’eccezionale fioritura con l’imperatore Giustiniano I (482-565), salito al trono nel 527 assieme alla carismatica moglie Teodora (497-548). Al pari dei sovrani precedenti, anch’essi furono colti da una crescente “febbre da ippodromo” (la stessa Teodora, di umili origini, era figlia di un addetto alla struttura sportiva), coltivando pericolose amicizie con la fazione degli Azzurri, i tifosi più esagitati di tutti, sempre pronti alla rissa e con l’ambizione di dettar legge all’intera città. d’altronde, già da tempo le fortune e le sfortune di un imperatore erano condizionate dagli esiti delle gare che si tenevano nell’ippodromo, o meglio dai rapporti che egli sapeva intrecciare con gli ultras più turbolenti.

Pianta dell'Ippodromo


 

L'Ippodromo al centro degli altri edifici imperiali

Divisi da tutto. Al pari di oggi, il mondo dei tifosi di Costantinopoli era popolato da gruppi fieramente rivali tra loro, ognuno connotato da un particolare colore, derivato dalle vesti indossate dagli aurighi che si sfidavano in pista. Tra le varie fazioni, oltre agli Azzurri, detti “miserabili”, e rappresentanti delle frange più povere della popolazione, raccoglievano attorno a sé gli esponenti delle fasce alte (mentre rivestivano un ruolo secondario i Bianchi e i Rossi). I due gruppi, divisi anche da dispute religiose interne al cristianesimo, disponevano entrambi di squadroni militarizzati e, a seconda dei favori che facevano a questo o quel sovrano – intimorendone magari un rivale – ricevevano agevolazioni o compensi. Nello specifico, se Giustiniano e Teodora erano stati appoggiati dagli Azzurri, i Verdi avevano invece sostenuto Ipazio e Flavio Pompeo, nipoti del precedente imperatore Anastasio I (sul trono dal 491 al 518). Avendo avuto la peggio, gli stessi Verdi iniziarono a subire le angherie degli Azzurri, famigerati sia per i tafferugli nell’ippodromo sia per i radi notturni nelle strade di Costantinopoli, in cui terrorizzavano  la popolazione con rapine e omicidi che rimanevano spesso impuniti, dato il lassismo di Giustiniano.

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L'imperatrice Teodora in un particolare dei mosaici della basilica di San Vitale a Ravenna.

Il pretesto. A un certo punto le ripetute prepotenze degli ultras spazientirono l’imperatore, che ordinò al prefetto della città, Eudemone, di arrestare gli esponenti più agitati di tutte le fazioni. Il 10 gennaio 532 questi furono quindi giustiziati, ma due di loro, uno per fazione, si salvarono per la rottura del patibolo, implorando clemenza a Giustiniano. Questi continuò tuttavia a mostrarsi inflessibile, creando un casus belli: i tifosi delle due fazioni misero infatti da parte l’antica rivalità e si coalizzarono contro di lui. D’altro canto, già da tempo essi mal digerivano la sua dura politica fiscale (destinata alle spese belliche e, secondo i maligni, a soddisfare i lussuosi capricci dell’imperatrice), amministrata da due funzionari ritenuti corrotti: il questore Triboniano e il prefetto del pretorio d’Oriente Giovanni di Cappadocia. La mattina dell’11 gennaio, giorno di gare, nel catino dell’ippodromo l’imperatore e l’imperatrice furono travolti da fischi e insulti, finché, al grido “Nika, nika”, Azzurri e Verdi iniziarono a mettere a ferro e fuoco l’intera città. A darci una descrizione di questi hooligan ante litteram è lo storico bizantino Procopio di Cesarea, che nella sua Arcana historia si soffermò sull’aspetto degli Azzurri, contraddistinti tra l’altro da capelli tagliati “alla maniera dei barbari”, con frangia sulla fronte, tempie rasate e chioma lunga. Oltre a ciò, giravano sempre armati di pugnali. Di fronte alle intemperanze degli ultras, che trascinarono nella rivolta gran parte della popolazione, Giustiniano corse a rinchiudersi nel suo palazzo, pronto a darsi alla fuga dopo aver fatto stipare su una nave tutto il tesoro imperiale.

 

Senza via di fuga. I tumulti continuarono senza sosta, e i rivoltosi diedero addirittura alle fiamme la grande basilica di Santa Sofia, mentre sul piano politico, dopo aver ottenuto la rimozione dei funzionari coinvolti negli arresti e di quelli accusati di vessazione fiscale, nonché la promessa di una riduzione delle tasse, giunsero a reclamare l’abdicazione del governo. Arrivarono a eleggere arbitrariamente come nuovo imperatore Ipazio, che a detta di Procopio di Cesarea fu peraltro poco entusiasta di questa prova di forza. A quel punto, mentre gli ultras minacciavano ormai il palazzo imperiale, Teodora convinse il marito, pronto a lasciare il trono, ad affrontare i ribelli. queste le carismatiche parole con cui, secondo una fonte, si rivolse all’intimorito consorte: “Anche se con la fuga mi dovessi salvare, non vorrò vivere senza essere salutata da imperatrice … se vuoi, … vai pure; quanto a me … non fuggirò”.

 

Sedata nel sangue. A riportare la situazione sotto controllo furono i generali Narsete e Belisario. Il primo tramite abili negoziati con gli Azzurri (a cui girò parte del tesoro del sovrano), riuscì a erodere la compattezza dei ribelli, mentre il secondo, radunato l’esercito imperiale, iniziò una vasta azione militare senza lesinare nella violenza. La brutale repressione partì proprio dall’ippodromo, dove gli insorti vennero trucidati a centinaia. Furono poi spazzate via le barricate allestite lungo le strade e il 18 gennaio, a una settimana dall’inizio, la rivolta poté dirsi sedata. I funzionari allontanati vennero quindi richiamati al loro posto, Belisario fu ricompensato con la carica di magister militum, le corse ripresero e, per volontà di Teodora, la basilica di Santa Sofia fu ricostruita più bella e grande di prima, allargandosi a parte dell’area dell’ippodromo. All’interno della struttura sacra trovò tra l’altro posto un pilastro in marmo detto “colonna piangente”. Pare infatti che esso trasudi umidità presente nel terreno sottostante, ma secondo una leggenda le goccioline sprigionate sarebbero in realtà lacrime dei ribelli lì assassinati (secondo Procopio di Cesarea, morirono più di 30mila popolani). Tra loro c’erano anche l’usurpatore Ipazio e suo fratello Pompeo, uccisi e gettati in mare su esplicito ordine di Teodora, vera vincitrice di quel primo, storico scontro tra istituzioni e ultras.

 

Articolo di Matteo Liberti pubblicato su Focus storia n. 150. Altri testi e immagini da Wikipedia.   


giovedì 2 luglio 2020

Il B-17 la fortezza volante

Il B-17 la fortezza volante

L’icona della potenza statunitense. Il B-17 era una macchina da guerra straordinariamente temibile. Un bombardiere a lungo raggio capace di scaricare sul nemico un’enorme quantità di bombe. Presto divenne il terrore delle città del terzo Reich.

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B-17E nel 1942

B-17B alla base di March Field, in California, prima dell'attacco a Pearl Harbor

Tipo: bombardiere strategico

Costruttore: Boeing

Progettista: E. Gifford Emert, Edward Curtis Wells

Data primo volo: 28 luglio 1935

Data entrata in servizio: aprile 1938

Equipaggio: 10

Lunghezza: 22,66 m

Apertura alare: 31,62 m

Peso: 16391 kg

Motore: 4 radiali Wright R-1820-1927 Cyclone con turbocompressore che azionavano eliche                  Hamilton Standar del diametro di 3,5 m

Velocità massima: 462 km/h

Autonomia: 5500 km

Raggio di azione: circa 3200 km

Armamento: 13 mitragliatrici Browning M2 calibro 50 BMG 12,7 mm

Bombe: da 3600 a 5800 kg. potevano trasportare per 3200 km diverse tonnellate di bombe viaggiando a 9mila metri di quota

 

Il B-17 è stato un’arma decisiva del Secondo conflitto mondiale, protagonista praticamente su tutti i fronti, dall’Africa al Pacifico, anche se la sua leggenda è legata soprattutto ai cieli d’Europa. Questo bombardiere strategico quadrimotore, infatti, nonostante fosse un gigante non aveva un’autonomia di volo sufficiente per i grandi spazi del Pacifico. Nel Vecchio continente, invece, il B-17 poteva raggiungere quasi ogni angolo dei territori nemici, prima partendo dalle basi in Gran Bretagna e Nord Africa e poi dagli aeroporti via via conquistati in Europa, tra cui ebbero un volo importante quelli pugliesi della 15a Air Force. Furono ben 640mila le tonnellate di bombe sganciate dai B-17 sui territori controllati dai nazisti, su un totale di 1,5 milioni di bombe impiegate dagli statunitensi in Europa. Il B-17 fu lo strumento perfetto per mettere in atto la nuova teoria del bombardamento strategico, la quale, a differenza del bombardamento tattico che prevedeva di bombardare le unità nemiche sul campo di battaglia, si prefissava di seminare morte e terrore sul territorio dell’avversario, ben oltre la linea del fronte, minandone il morale, distruggendo le sue infrastrutture e neutralizzandone il potenziale industriale. In sintesi, cercando di metterlo in ginocchio per renderlo incapace di continuare la guerra.

 

La tattica di volo: formazione a box.

Combat box di una squadriglia di 12 bombardieri B-17 sviluppata nell'ottobre 1943. Tre di questi box formavano un group box di 36 aerei
1. Lead Element
2. High Element
3. Low Element
4. Low Low Element

Per proteggersi dai caccia nemici i piloti dei bombardieri USA si addestravano a volare in formazioni serrate. La formazione standard era detta a box, basata su un gruppo di 3 squadroni ciascuno composto da sei o sette B-17. Lo squadrone più avanzato era seguito da uno alla destra a una quota più alta e uno alla sua sinistra a una quota più bassa (ma sempre in formazioni strette e chiuse). Gli aerei dovevano disporsi in modo preciso a diverse altitudini, per non finire mai sulla linea di tiro delle mitragliatrici di un altro velivolo né sulla traiettoria delle bombe sganciate dalia ere soprastanti. Gli aerei più in basso e/o di coda erano quelli che rimanevo più esposti. Tre box formavano un’ala.

Il sistema di puntamento Norden.

Il sistema di puntamento Norden

I bombardieri americani erano dotati di strumenti per rendere più precisi i bombardamenti. Il puntatore inseriva nell’apparecchio chiamato “collimatore Norden” i dati relativi a posizione del bersaglio, velocità del velivolo, forza e direzione del vento e altre misurazioni necessarie. La macchina a quel punto generava due reticoli che si dovevano fissare sul bersaglio, e in base a questo il sistema di puntamento indicava quale fosse il punto e il momento giusto per sganciare le bombe sull’obiettivo, ma secondo gli studi statistici solo il 7 per cento delle bombe cadde all’interno di quel raggio. Il Norden era per gli americani così prezioso e segreto che non condiviso neanche con gli alleati britannici.

 

Missioni pericolose. La sveglia per gli equipaggi dell’8a Air Force statunitense di stanza in Gran Bretagna scattava nel cuore della notte. Poco dopo l’1.00 c’era già il briefing per conoscere l’obiettivo del giorno, alle 4.00 la colazione e il lavoro per approntare e armare i bombardieri. Alle 5.00 tutti erano pronti nell’attesa che la torre di controllo lanciasse il razzo rosso che ordinava di accendere i motori. A quel punto si alzavano in volo le grandi formazioni da battaglia composte dai B-17 color verde oliva e dai B-17G che invece erano argentei. Decollavano in serie uno dopo l’altro a intervalli di 30 secondi, sollevandosi lentamente e andando a prendere il loro posto nella formazione di volo. In media, ciascuno trasportava una cinquantina di bombe, 9500 litri di carburante e grandi casse colme di munizioni per le mitragliatrici di bordo. Questi possenti velivoli ogni giorno dovevano aprirsi la strada verso il cuore della Germania resistendo agli attacchi dei caccia tedeschi e alla tempesta di fuoco dei temibili caccia tedeschi e alla tempesta di fuoco dei temibili cannoni contraerei della Flack. Una volta raggiunto l’obiettivo ciascun bombardiere sganciava il suo carico di morte e poi invertiva la rotta per tornare alla base. Anche lungo la strada del ritorno però nessuno poteva rilassarsi, perché gli aerei e l’artiglieria nemica cercavano di infliggere il massimo danno anche ai velivoli ormai privi del loro carico di bombe e non era uno scherzo: per quanto possa sembrare che i possenti bombardieri americani colpissero dall’alto dei cieli restando al riparo dal pericolo, non era così. Gli equipaggi di questi aerei furono tra le specialità che subirono i più alti tassi di mortalità di tutte le Forze Armate Alleate.

 

Modelli.

 

Model 299.

 

Fu il prototipo con 8 uomini di equipaggio.

YB-17 Furono i prototipi realizzati per le sperimentazioni, 13 in tutto, uno per i test di volo e l’altra dozzina per le prove di bombardamento. Fu su questi modelli che vennero sviluppati i turbocompressori che poi divennero standard. Aveva un equipaggio di 6 uomini.

B-17B Ebbe un timone e dei flap maggiorati per aumentare le performance a velocità basse.

B-17C La caratteristica principale fu la variazione dei finestrini, a forma di lacrima, che eliminavano le turbolenze registrate in precedenza grazie al fatto di essere piatti. Furono introdotti nuovi motori e vennero fatte alcune modifiche alle mitragliatrici.

Fortress I Era la versione britannica del modello B-17C. Per gli americani non era ancora pronto per il combattimento, ma i britannici, essendo alle corde, con piccole modifiche impiegarono subito questo velivolo.

B-17D L’equipaggio fu portato a 10 uomini. Vennero anche eliminati gli attacchi esterni per le bombe, limitate al vano carico.

B-17E Aveva una fusoliera più lunga di 3 m rispetto alle versioni precedenti. Venne aggiunta in coda una postazione per mitragliatrice e le postazioni per i mitraglieri vennero migliorate per renderle più efficienti. I motori furono potenziati, furono creati una pinna verticale e un timone più grandi. Anche il muso subì alcune modifiche. Il Fortress IIA è il B-17E fornito agli inglesi, che lo utilizzarono per la caccia ai sottomarini.

B-17F Aveva il naso completamente in plexiglas senza intelaiatura. Vennero poi apportati altri miglioramenti minori in diversi settori.

B-17G La versione definitiva assorbiva le modifiche delle versioni precedenti fino al modello B-17F. Le mitragliatrici divennero stabilmente 13 e una torretta anteriore telecomandata assicurava una valida difesa frontale. Assegnato all’VIII e alla V Forza Aerea sul finire del 1943, è la variante prodotta in maggior numero. Vennero costruiti quasi 9mila esemplari del G, e alcuni furono convertiti per missioni diverse dal bombardamento. Come trasporto, ricognizione, salvataggio e sperimentazione.

YB-40 Ancora più del suo originale era pensato per essere una vera fortezza volante, con il compito di fare da scorta agli altri bombardieri più che di bombardare a sua volta. Era dotato di una torretta binata dorsale e di una torretta binata sotto al muso, e aveva due mitragliatori invece di uno nelle postazioni laterali. Il tutto però lo rendeva così pesante da farlo risultare più lento dei bombardieri che doveva scortare e fu presto sostituito dai caccia.

Boeing-Lockheed Vega B-40.jpg

L’equipaggio.

B-17E BO AAF S/N 41-9211
Typhoon McGoon II, ripreso nel gennaio 1943 a Nuova Caledonia. Notare le antenne installate sul muso di polimetilmetacrilato impiegate per la tracciatura radar di vascelli di superficie.

Quella del B-17 era una vera squadra da battaglia. il pilota e il copilota erano sempre ufficiali, molto spesso laureati. Erano ufficiali anche il bombardiere e il navigatore. C’erano poi l’operatore radio, il meccanico di volo e i mitraglieri. I mitraglieri si dovevano muovere in spazi molto angusti: per raggiungere la torretta di coda bisognava camminare a quattro zampe, e per brandeggiare le mitragliatrici della fusoliera e non si poteva stare completamente eretti. A bordo si indossava il giubbotto antiproiettile per proteggersi dal fuoco della contraerea e dei caccia nemici, le tutte di volo erano riscaldate (ad alta quota la temperature all’interno dell’aereo poteva raggiungere i 45 gradi sotto zero), e bisognava portare maschere per l’ossigeno. Ciascuno inoltre indossava un salvagente che si gonfiava in caso di necessità grazie a una bomboletta di anidride carbonica attivata da cordicelle.

 

Un inizio in sordina. La storia del Boeing B-17 Flying Fortress (Fortezza volante) cominciò negli anni Trenta. Nel 1914 l’Aviazione americana lanciò la gara per un bombardiere plurimotore in grado di colpire dalle coste americane una eventuale flotta di invasione in avvicinamento. Dopo un primo progetto con la sigla B-15, giudicato troppo complesso e costoso, la Boeing mise al lavoro un gruppo di ingegneri che pose le basi per la realizzazione dei B-17. Fin dalle prime fasi questo bombardiere fu caratterizzato dalla presenza di un elevato numero di mitragliatrici che lo mettevano in condizione di difendersi da solo, dato che la sua autonomia era superiore a quella dei caccia di scorta dell’epoca. Fu per questo che un giornalista lo soprannominò “Fortezza volante”, un epiteto che un giornalista lo soprannominò Fortezza volante, un epiteto che piacque tanto da diventare ufficiale. All’inizio, l’Aviazione statunitense preferì ai B-17 altri aerei, come il bimotore Douglas D-18, ma questo non fermò le sperimentazioni e le migliorie, che aggiornarono costantemente i modelli. Si continuò fino a quando da Washington non arrivarono alla Boeing gli ordinativi per la fornitura dei primi B-17: prima dell’attacco a Pearl Harbor ce n’erano attivi poco meno di 200. Da quel momento in poi, però, la crescita fu esponenziale, tanto che alla fine della guerra, nel 1945, me erano stati prodotti, nelle varie versioni, quasi 13mila.

L’aereo, infatti, non solo si dimostrò molto efficace nel colpire il nemico, ma era anche molto apprezzato dagli stessi equipaggi perché veloce, manovrabile, ben difeso, affidabile e soprattutto robusto, il che voleva dire avere molte più probabilità di portare a casa la pelle. Il B-17 aveva in effetti un’eccezionale capacità di resistere ai danni: molti B-17, rientrarono alle basi ance dopo aver ricevuto colpi che li avevano privati di grossi pezzi dell’ala, della fusoliera o della coda. Come disse un ufficiale americano: “Era un velivolo facile da pilotare e molto robusto, che nonostante i danni ti avrebbe comunque riportato indietro”. La quota di volo poteva esser di 9mila m. ai limiti dell’altezza raggiunta dal fuoco contraereo. Le 13 mitragliatrici Browning da 12,7 mm di cui i B-17 erano dotati sparavano in tutte le direzioni rendendo impossibile ai caccia tedeschi un’avvicinamento che non li facesse finire sotto il fuoco dei mitraglieri. Quando poi gli Stati Uniti svilupparono una versione del caccia P-51 Mustang con maggiore autonomia, mettendolo in grado di scortare i bombardieri fin nel cuore della Germania, il gioco fu chiuso: la combinazione di bombardieri pesanti e di caccia più efficienti – sostenuti dalla impressionante produzione industriale americana il cui divario con quella tedesca si andava accrescendo mese dopo mese – diede alle forze aeree Alleate il dominio dei cieli d’Europa e di conseguenza la vittoria della guerra. Gli squadroni B-17 pagarono comunque un prezzo rilevante: in combattimento ne andarono persi 4750 esemplari. Molti dei loro resti ancora giacciono sui fondali dei mari europei.

 

Articolo di Osvaldo Baldacci pubblicato da Storie di guerre e guerrieri n. 23 Sprea Editori. Altri testi e immagini da Wikipedia


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