venerdì 12 giugno 2020

Le aviatrici di Stalin.

Le aviatrici di Stalin.

Una squadriglia aerea di sole donne – studentesse e operaie russe con il brevetto di volo – diventò nella Seconda guerra mondiale l’incubo dei tedeschi che le ribattezzarono “Le streghe della notte”.

 Евдокия Давыдовна Бершанская.jpg

Evdokija Beršanskaja, comandante del 558° reggimento 


A bordo di antiquati aerei di legno e tela piombavano sugli obiettivi dal tramonto all’alba, volando radenti al suolo o lasciandosi cadere in picchiata dall’alto con il motore al minimo, quasi impercettibili: soltanto un sibilo nella notte, prodotto dal vento che sfregava sulle ali dei loro biplani, era l’annuncio di morte percepito dal nemico. Le eroine protagoniste di queste incursioni facevano parte di un reggimento tutto femminile, composta da giovanissime aviatrici russe – la più anziana aveva soltanto 23 anni – che dal 1941 e per tutta la Seconda guerra mondiale rappresentò uno dei peggiori incubi delle truppe di occupazione tedesca. Non per niente i nazisti concessero la Croce di Ferro a quei soldati che riuscirono ad abbattere una di queste giovani temerarie che, notte dopo notte, tormentavano le truppe e distruggevano ponti, e  ferrovie. E furono sempre i tedeschi a battezzarle “Nachthexen, le Streghe della Notte”, un soprannome figlio del timore e del rispetto che sapevano incutere, un nome di battaglia che piacque alle aviatrici così tanto da farlo proprio. In questo modo le descrisse un capitano tedesco – Johannes Steinhoff – al quale si deve la primogenitura del nomignolo “streghe” – in un rapporto del 1942: “I piloti sovietici che ci danno più problemi sono donne. Donne. Non temono nulla, vengono con il buio a tormentarci con i loro obsoleti biplani e non ci fanno chiudere occhio per molte notti”. Ufficialmente, queste combattenti erano inquadrate nel 558° Reggimento per i bombardamenti notturni dell’aviazione sovietica, posto sotto la guida del comandante Yevdokiya Bershankaya: non c’erano solo piloti, ma anche navigatori, meccanici, motoriste, addette alle mitragliatrici e radio-operatrici, tutte giovani patriote corse a contribuire allo sforzo bellico per respingere l’invasione tedesca del 22 giugno 1941, che segnò l’inizio dell’Operazione Barbarossa. Dopo tre settimane, i soldati del Reich avevano già percorsi 700 chilometri all’interno del Paese sbaragliando ogni resistenza. Ad ottobre erano soli a 60 km. da Mosca e la Russia sembrava sul punto di capitolare.

 

Il Polikarpov PO-2, l’aereo da granturco.

CSS-13 Góraszka 2008 241.JPG

Un CSS-13, versione polacca su licenza del Po-2, in volo al Góraszka Air Picnic 200

Nato dall’esigenza del governo sovietico di avere in dotazione un aereo da addestramento che sostituisse quello precedente risalente alla Prima guerra mondiale, il Polikarpov (dal nome dell’ingegnere Nikolaj Nikolaevic Polikarpov che lo progettò) entrò in produzione nel 1930. All’originale versione destinata all’addestramento dei futuri piloti, vennero affiancate delle varianti civili del biplano, adattate per il trasporto di passeggeri e l’utilizzo come elisoccorso, oltre a una versione idrovolante e una agricola per irrorare i campo in insetticidi. L’Aerflot lo utilizzò per i collegamenti civili di corto raggio e lo stesso fecero altri Paesi del blocco comunista. L’invasione nazista della Russia impose il bimotore nato per tutt’altri scopi di adattarsi all’impiego bellico: due bombe con meccanismo di sgancio furono collocate sotto le ali inferiori e il Polikarpov divenne l’aereo delle “Streghe della notte”. Finito il conflitto, il vecchio biplano ebbe una nuova primavera durante la Guerra di Corea, diventando lo strumento in mano ai piloti delle forze del Nord per incessanti azioni di disturbo contro gli americani. Le “streghe” avevano fatto scuola.

Un Po-2 catturato dalle truppe della Wehrmacht dopo un atterraggio d'emergenza, Ucraina, 21 giugno 1941.


 

CARATTERISTICHE TECNICHE:

progettista Nikolaj Nikolaevic Polikarpov

entrata in servizio 1930

peso: 740 kg vuoto, carico massimo 1250 kg.

lunghezza: 8,17 m

apertura alare: 11,4 m

altezza: 2.25 m

velocità massima 140/150 km/h

autonomia di volo 530 km

armamento: mitragliatrice ShKas calibro 7,62 mm, in dotazione dal 1944, due bombe da 250 kg collocate sotto le ali inferiori, dotate di un meccanismo di sgancio.

motore: Shvetsov M-11 radiale a 5 cilindri, raffreddato ad aria, prodotto in Unione Sovietica tra il 1923 ed il 1952.

 

Una icona da emulare. A partire dagli anni Trenta in Russia si era diffusa la passione per il volo e in tanti avevano approfittato per affollare gli aeroclub e prendere il brevetto da pilota. Tra questi c’erano molte ragazze, nella maggior pare dei casi studentesse universitarie, che a guerra iniziata decisero di rispondere al richiamo della patria e seguire l’esempio delle loro coetanee, che in massa si erano già arruolate in fanteria. A migliaia scrissero a Marina Raskova, icona russa del volo femminile, protagonista di alcune epiche trasvolate e membro del Soviet Supremo, perché usasse la sua influenza al fine di smuovere il muro di maschilismo che albergava nell’Armata Rossa e ottenere la costituzione di squadriglie aeree femminili.

La Raskova non si arrese di fronte ai primi niet, e pretese di incontrare Stalin, a sua volta poco propenso a sacrificare una generazione di ragazze, seppure in un frangente tanto tragico. Ma persino il dittatore dovette capitolare quando la Raskova gli prospettò la possibilità che molte giovani, di fronte all’ennesimo rifiuto, avrebbero fatto da sé, rubando un aereo per arrivare al fronte. Consapevole che nazisti avevano abbattuto molti bombardieri russi e che l’aviazione sovietica era semidistrutta, Stalin diede alla fine il suo assenso e la Raskova poté selezionare mille donne tra piloti, meccanici e personale logistico. Per la prima volta nella storia dell’aviazione furono formati tre reggimenti aerei con un’abbondante presenza femminile: il 586° (caccia bombardieri) comandato da Tamara Kazarinova, ufficiale dell’aereonautica militare decorata con l’Ordine di Lenin, il 587° (bombardieri in picchiata) agli ordini della stessa Marina Raskova e il 588° (bombardamenti notturni) guidato da Yevdokiya Bershankaya. Quest’ultimo, l’unico interamente formato da donne – dal comandate all’ultimo meccanico di aereo – grazie alle straordinarie prestazioni delle sue aviatrici ottenne i risultati più rilevanti ed ebbe il maggior numero di piloti decora, superando addirittura i migliori squadroni maschili.

 

Contro ogni pregiudizio. Ma gli esordi per le ragazze non furono facili. Il nemico alle porte della capitale e la patria in ginocchio imposero un taglio drastico ai tempi di addestramento, ridotti a soli 6 mesi e condotti a ritmi forsennati di 14 ore al giorno tra teoria (10 materie) e pratica militare; un tour de force non certo agevolato dall’irrisione dei colleghi maschi a cui erano sottoposte le allieve. Il primo ordine intimato alle ragazze della squadriglia fu quello di tagliarsi i capelli “come maschi”, facendoli ricadere davanti solo “fino a metà orecchio”. Le trecce potevano essere conservate unicamente dietro un’autorizzazione speciale di Marina Raskova. La durezza dell’addestramento, il timore di non farcela e il peso della responsabilità non scoraggiarono le future “streghe”: ci fu qualche lacrima, ma alla fine vinse il formidabile spirito di corpo che andò cementandosi in quei mesi. Un’arma in più che in prima linea sarebbe risultata decisiva.

 

Inizia la leggenda. Il battesimo del fuoco del 558° si svolse in Ucraina l’8 giugno del 1942. L’obiettivo affidato alle “streghe” era un Comando generale della Wehrmacht nella città di Donec’k, nel Donbas. Quella notte c’era nebbia fitta e l’aereo ricognitore continuava ad alzarsi in volo per poi tornare alla base. Le ragazze aspettarono per ore nelle carlinghe in attesa del via libera: nessuna voleva rientrare negli allotti. Finalmente la nebbia si diradò e gli aerei poterono decollare e raggiungere il comando nazista: uno dopo l’altro sganciarono il loro carico di bombe, poi tornarono alla base per il rifornimento e ripresero il volo per un’altra missione. Continuarono così fino alle prime luci dell’alba, che insieme alle tenebre cominciarono a diradare anche lo scetticismo dei colleghi maschi. L’epopea delle “streghe” era cominciata.

Patriottismo, ardimento, tenacia e un pizzico di rivalsa di genere: soltanto così si spiega come un manipolo di ragazze poterono trasformare un “aereo per granturco” in una macchina da guerra. Alle “streghe”, infatti, toccò in dotazione il Polikarpov Po-2, un obsoleto biplano fabbricato nel 1927 generalmente utilizzato per la fumigazione dei campi o per il trasporto della posta. Era un aereo costruito in legno e tela, quasi un giocattolo, privo di tecnologia di bordo, con una leva per alzarsi e un’altra per abbassarsi altrettanto bruscamente. A bordo trovavano posto solo trovavano posto solo due indicatori, per rilevare uno la velocità e l’altro la quota di volo. Soprattutto, il vecchio biplano non era dotato di nessun strumento per il volo di notte, guarda caso proprio il momento in cui le giovani aviatrici dovevano entrare in azione. Il 558° Reggimento era composto da 60 equipaggi di due donne ciascuno, 60 piloti e 60 navigatrici o ufficiali di rotta: dal 1941 al 1945, dal Donetsk in Ucraina fino a Berlino furono protagonisti, sempre in prima linea, di oltre 23mila missioni e sganciarono sul nemico 3mila tonnellate di bombe. I velivoli partivano al tramonto con le due aviatrici costrette in posti angusti: davanti la pilotessa, dietro la navigatrice. Le carlinghe erano aperte e le streghe dovevano sopportare l’altitudine, il vento e il rigore delle notti russe senza altro mezzo per proteggersi dal freddo se non dagli insufficienti giubbotti foderati di pelliccia. Durante il volo le braccia e le gambe si intirizzivano e perdevano sensibilità, eppure era necessario tenere i sensi all’erta perché, in assenza di strumentazioni adeguate, l’unica guida attraverso le tenebre era la cartina, la bussola e il calcolo manuale della deriva dei venti. Spesso anche il lancio delle bombe necessitava dell’intervento umano, nell’eventualità nemmeno troppo remota che il meccanismo di lancio, adattato alla bisogna per ragioni belliche, si inceppasse. Inoltre, gli ufficiali di rotta tenevano gli ordigni più piccoli sulle proprie ginocchia e li lanciavano con le mani dallo sportello dell’aereo.

 

Marina Raskova, la madre delle squadriglie femminili.

Marina Raskova portrait.png

Giovane, bella e appassionata di musica e canto, Marina Michajlovna Malinina sognava un futuro da musicista – si vedeva già cantante di lirica – ma non aveva fatto i conti con il demone del volo, una passione bruciante che ne fece un’eroina dei cieli e una patriota della Seconda guerra mondiale. Eppure al pilotaggio ci arrivò per caso, complici le difficoltà economiche della famiglia dopo la morte prematura del padre. Marina studiò chimica e si impiegò dapprima in una fabbrica di vernici, quindi a 19 anni venne assunta come tecnico di laboratorio all’Accademia dell’aviazione militare sovietica. Intanto si era sposata con un ingegnere e aveva assunto il cognome Rakova con il quale divenne famosa. Nel 1934 aveva già conseguito il diploma da navigatore e un anno dopo quello da pilota a soli 23 anni. Fu l’inizio della carriera che si rivelò strepitosa, carica di record ed onorificenze. Insieme a Valentina Grizodubova, ai comandi di un biposto, nel 1937 stabilì il record mondiale femminile  di volo senza scalo (1445 km); record ritoccato due volte l’anno successivo fino a portarlo a 2241 km. Sempre nel 1938 al comando di un Sukhoi ANT-37bis chiamato Rodina (Madrepatria) volò senza scalo da Mosca alla costa del Pacifico. Diventata Eroe dell’Unione Sovietica  ed entrata nel Soviet Supremo, fu a lei che si rivolsero le migliaia di giovani che all’indomani dell’invasione nazista del 1941, intendevano servire la patria in una squadriglia al femminile. Fu sempre Marina a convincere Stalin della bontà dell’impresa e a farsi carico di selezionare 1000 giovani poi raccolte nel 122° Gruppo Aereo. Dopo un rapido apprendistato, condotto a ritmi forzati, le giovani aviere furono suddivise in tre Reggimenti: il 586° Caccia bombardieri, il 587° Bombardieri in picchiata e il 588° Bombardamenti notturni, le future “streghe della notte”. La Raskova riservò per sé il comando del 587°, quello che combatteva sui bimotori Petljakov PE-2. Ed era al comando di uno di questi velivoli quando trovò la morte a soli 30 anni durante una tempesta di neve, mentre si stava recando a dare man forte alle squadre aeree di Stalingrado. Ala pioniera del volo e alla patriota Marina, madre dei battaglioni femminili che contribuirono a liberare la Russia dai nazisti, vennero riservati funerali di stato. le sue ceneri furono tumulate nel muro del Cremlino.

 

Un biplano obsoleto. A onta della sua disarmante arretratezza – o forse proprio grazie a questa e alla semplicità della sua costruzione – il Polikarpov offriva però alcune prestazione che aerei più evoluti non potuto offrire, opportunità che le “streghe” seppero sfruttare fino in fondo. Grazie alla sua leggerezza e alle doppie ali, il biplano poteva infatti planare lungamente anche al minimo dei giri, caratteristica che permise alle aviatrici del 588° di conquistarsi la sua fama, diventando praticamente invisibili ai radar e silenziose fino al lancio degli ordini. Una volta sganciate le bombe sull’obiettivo, l’aviatrice alzava i giri del motore, riprendeva quota e cercava di fuggire nella nebbia per tornare alla base. Anche la relativa lentezza del Polikarpov – al massimo 150 km all’ora – se da un lato rappresentava un elemento di vulnerabilità, dall’altra si rivelò un vantaggio: i più potenti ed evoluti Messerscmitt Bf 100 dell’aviazione tedesca superavano agevolmente i 600 km orari, ma avevano una velocità minima di sostentamento in volo che non poteva scendere sotto i 150, il che precludeva loro la possibilità di mettersi in scia alle “streghe” e prendere meglio la mira. Se inseguite, le aviatrici russe cabravano e capovolgevano l’aereo puntando decise verso il terreno, dove proseguivano a volo radente nascondendosi tra gli alberi, laddove i caccia tedeschi non potevano seguirle.

Ma anche sfruttando fino in fondo quel poco che l’aereo poteva offrire, le incursioni del 588° rimanevano comunque ad altissimo rischio. Nell’avvicinamento all’obiettivo, come nella fuga, restava infatti da superare il micidiale fuoco di sbarramento dei Flak (FlugabwehrKanone) della contraerea tedesca e i potenti riflettori che incessantemente scrutavano il cielo accecando le aviatrici. Per non appesantirsi, gli equipaggi portavano soltanto due bombe a missione e una volta sganciate, ed elusa la contraerea, tornavano velocemente alla base per prepararsi ad una nuova incursione. Supportavano molte missioni consecutive: gli intervalli tra le partenze erano di 5-8 minuti e ogni equipaggio era impegnato, in estate, dai 6 agli 8 voli a notte; dai 10 ai 12 d’inverno. Per tenere ritmi così forsennati, spesso provate dal freddo e vinte dal sonno, pilotessa e navigatrice si accordavano per dormire in turno in volo, una all’andata e l’altra al ritorno.

 

Non avevano nemmeno il paracadute. Una storia di eroismo a cui diede un decisivo contributo il comandante del 588° Reggimento. Yevdokiya Bershanskaya, una delle poche pilotesse militari dell’aeronautica sovietica allo scoppio delle guerra. A lei si deve lo sviluppo delle tattiche di bombardamento adottate dalle “streghe” della notti russe, in particolare l’adozione di uno spericolato assetto d’attacco azzardato ma efficace. Le “streghe” attaccavano in squadriglie di tre aerei, di cui uno era a volo radente mentre gli altri due si posizionavano più in alto e attiravano l’attenzione della contraerea sganciando dei razzi illuminanti appesi a un paracadute. In questo modo i tedeschi concentravano il fuoco sui due Polikarpov inquadrati dalla luce delle fotoelettriche, mentre l’aereo a volo radente rimaneva libero di sganciare le sue bombe. I rischi per i primi due equipaggi erano ovviamente elevatissimi. La carlinga in legno e le ali di tela, oltre all’assenza di barriere di protezione contro il tiro nemico, rendeva il Polikarpov estremamente fragile e incapace di rispondere agli attacchi se non con la fuga. Soltanto nel 1944 venne installa a bordo una mitragliatrice: prima di quella data le aviatrici erano armate soltanto della pistola d’ordinanza. Colpito dal tiro nemico il biplano prendeva facilmente fuoco. Se ad andare in fiamme era un’ala, la pilotessa tentava di spegnere l’incendio effettuando una scivolata, cioè facendo abbassare di quota il velivolo sperando così che la velocità facesse spegnere il fuoco a bordo. Altrimenti non restava che fare un atterraggio di emergenza, confidando nella maneggevolezza del Polikarpov e nella sua adattabilità anche a terrene sconnessi. Una volta a terra, le “streghe” si toglievano velocemente la divisa e tornavano a essere le operaie o le studentesse che erano state, confondendosi con la popolazione civile così da non essere individuate dai nazisti.

 

Il giusto tributo. Se a prendere fuoco era invece la carlinga, il destino per le aviatrici era praticamente segnato. La notte del 25 agosto del 1942 l’equipaggio formato dalla pilotessa Tana Makarova e dalla sua navigatrice Vera Belik morì arso vivo nei cieli dopo aver attaccato in solitaria dei carri armati tedeschi. prima di arruolarsi, la Makarova lavorava come pasticcera in una fabbrica vicino a Mosca. Aviatrice esperta, con 628 missioni alle spalle, riuscì a eludere la contraerea tedesca, ma non i colpi di un caccia che si mise sulle tracce del biplano. Le due streghe morirono bruciate nell’aereo abbattuto ma il loro sacrificio servì a convincere il 588° a inserire fra la dotazione di volo anche il paracadute, fino ad allora non utilizzato perché si preferiva risparmiare sul peso. Tania e Vera non furono le sole streghe a morire sul fronte. Condivise lo stesso destino atroce una donna su tre del reggimento: il 588° risultò l’unità più decorata dell’intera aviazione sovietica durante la Seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto, ciascuna delle donne pilota che era rimasta in vita aveva portato a termine almeno mille missioni, 24 di loro si erano appuntate la Stella d’oro che toccava agli eroi dell’Unione Sovietica, 31 erano cadute in prima linea.

Terminata la guerra i comandi militari concessero alle aviatrici superstiti di alzarsi in volo e attraversare tutta la Russia per scendere nella Berlino occupata, sorvolando la porta di Brandeburgo. Atterrarono fra gli applausi dell’Armata Rossa. Estremo tributo a quelle donne vincitrici di due guerre: una ai nazisti e l’altra al pregiudizio maschile. Con le “streghe” non c’era però Marina Raskova, loro mentore e comandante, caduta nel 1943 con il suo aereo sul Volga durante una bufera di neve, mentre raggiungeva il fronte a Stalingrado.

 

Articolo di Mario Galloni, pubblicato su Storie di guerre e guerrieri n. 23 Sprea editori – altri testi e immagini da Wikipedia.


venerdì 5 giugno 2020

La medicina nell’antica Roma: dall’oracolo al chirurgo estetico.

La medicina nell’antica Roma: dall’oracolo al chirurgo estetico.

Nei primi secoli dell’Urbe le cure erano affidate a preghiere e sacrifici, o al “fai da te” del pater familias.

Medicina e chirurgia arrivarono soltanto con i Greci.

Il tempio di Esculapio-salvatore da un dipinto di John William Waterhouse.

 

«I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperimenti con la morte; soltanto il medico gode di impunità completa quando ha provocato la morte di qualcuno»

(Plinio, Naturalis Historia, XXIX, 18)

Il primo medico dell’antica Roma fu il pater familias. Depositario degli antichi valori dell’Urbe e detentore del potere di vita e di morte sui consanguinei e sulle persone alle sue dipendenze, era a lui che ci si rivolgeva in caso di malanni o piccole invalidità tra i componenti del nucleo familiare. La sua era una sapienza empirica, trasmessa di generazione in generazione all’interno delle mura domestiche, e non andava oltre l’uso di erbe medicamentose, infusi e impacchi. Era fondata su pochi rimedi, tra cui lana, olio e vino, senza dimenticare il cavolo, considerato un toccasana per guarire molte infermità. Con questi pochi strumenti a sua disposizione, il pater familias non poteva miracoli. Nella Roma monarchica, e ancora nei primi secoli della Repubblica, era invalsa la pratica di portare l’infermo grave al tempio di Esculapio (poi anche di Iside) perché fosse l’oracolo a guarirlo, o perlomeno ad apparigli in sogno e indicargli la cura. Alla ricerca di una diagnosi, e soprattutto di una prodigiosa guarigione, non era raro che il malato fosse accompagnato nei portici pubblici, nella speranza che tra i passanti ci fosse qualcuno in grado di proporgli qualche rimedio che lo risanasse. In generale, le malattie erano ancora viste come una punizione divina per qualche mancanza commessa, e la guarigione affidata a preghiere e sacrifici.


Pittura romana: intervento chirurgico su un soldato. Da una pittura murale di Pompei.

 

Il carnefice greco. Un timido embrione di medicina, intesa come scienza, si sviluppò soltanto con l’arrivo dei Greci, migrati n gran massa a Roma a seguito della conquista romana della penisola ellenica, dilaniata e resa poverissima da decenni di guerre. Il primo professionista di cui si abbia notizia (di lui parlano, seppur malissimo, sia Plinio il Vecchio che Carone) si chiamava Archagatos ed era approdato a Roma dal Peloponneso intorno al 219 a.C., ossia all’epoca delle Guerre puniche. Ebbe un’accoglienza straordinaria: gli venne concessa la cittadinanza e lo Stato si fece carico dell’affitto del suo ambulatoria, la prima taberna medicinae sorta in città altre ne verranno costruite, soprattutto accanto ai templi, dove i malati più gravi erano tenuti sotto osservazione dai medici greci e dai loro discepoli. Ma la fortuna di Archagatos non durò a lungo. La disinvoltura con la quale pratica interventi cruenti e amputazioni gli fece ben presto conquistare la fama di carnifex, carnefice, e il suo atteggiamento ingenerò in certo sospetto nei confronti della nuove professione, esercitata tra l’altro da stranieri. Sulla sfortuna postuma di Archagatos pesano i giudizi Plinio il Vecchio e Catone (entrambi contrari all’arrivo dei medici greci); in particolare del secondo, convinto che essi facessero parte di una congiura antiromana. Tali giudizi non erano però condivisi da altri medici, tra i quali il romano Celso, che invece lodarono, anche ad anni di distanza, alcune pratiche introdotte dal collega greco. Il malanimo di Plinio era rivolto agli epigoni di Archagatos: una pletora di presunti medici ellenici, molti dei quali si riversarono nell’Urbe con l’unico intento di fuggire da una vita di stenti o da problemi politici, e che si preoccupavano soltanto di sbarcare il lunario, spacciando per medicina pratiche da ciarlatano, che a volte sfioravano la circonvenzione d’incapace. Nonostante la pessima reputazione che costoro fecero ricadere sull’intera categoria, ricordando i disastrosi risultati dell’arcaica medicina fai da te, i Romani non seguirono le sirene dei tradizionalisti e preferirono l’evoluta scienza straniera alle formule magiche dei loro antenati. Così. I malati presero a recarsi nelle tabernae medicinaes, luoghi non molto diversi, per gli arredi spartani, dalle altre tabernae aperte su strade e portici, dove si mangiava o si acquistavano mercanzie. Il mobilio era essenziale: panche e sgabelli, un cassettone per gli attrezzi del mestiere, farmaci e bende, contenitori per acqua e olio, in alcuni casi una brandina. Accanto all’ambulatorio poteva trovare posto anche un lazzaretto, dove i malati più gravi venivano ricoverati e seguiti in modo assiduo. Durante le visite e le terapie più impegnative, il medico era coadiuvato da assistenti, ragazzi di bottega che imparavano il mestiere e risultavano molto utili quando c’era da tenere fermo il paziente durante un intervento. Gli anestici erano conosciuti e utilizzati, ma sul dosaggio c’erano ancora da fare passi in avanti. Soltanto i cittadini più abbienti potevano permettersi visite a domicilio e spesso mandavano il loro schiavo più dotato a impratichirsi di nozioni mediche, così da trasformarlo in medico di famiglia e averlo sempre a disposizione.

Strumenti chirurgici romani trovati a Pompei

Cateteri romani in bronzo.

 

L’arte medica di Galieno.

 

Galeno in una litografia di Pierre Roche Vigneron


Greco di Pergamo (oggi in Turchia), Claudio Galeno fu il medico più noto e importante dell’epoca romana: con le su intuizioni e i suoi scritti condizionò per secoli la cultura medica occidentale. Visse a Roma nel II secolo d.C. e iniziò la pratica chirurgica lavorando un una scuola di gladiatori, dove fece esperienza nella cura di traumi e ferite. Fu medico degli imperatori Marco Aurelio e Settimio Severo. Al suo genio si deve la comprensione dell’importanza degli organi interni del corpo umano e del ruolo svolto da alcuni di essi (per i suoi esperimenti utilizzò la dissezione degli animali). Ispirandosi agli insegnamenti dello scienziato greco Ippocrate, fondatore della medicina antica, dimostrò che nelle arterie scorre sangue e non aria, come si credeva. Inoltre, provò che il sangue viene spinto dal cuore, che funziona come una pompa. Vivace polemista, fu autore di numerose opere di argomento medico e filosofico, in gran parte distrutte, nel 191, dal fuoco divampato nella biblioteca del Tempio della Pace. Il suo libro più influente fu l’Ars medica, per molti secoli il testo su cui si basò l’insegnamento della medicina in Europa.

 

Divaricatori per ispezioni anali e vaginali. In basso i "pestelli dell'oculista"


Tra pubblico e privato. Il medico romano era un professionista generico. Soltanto in alcune grandi città, a partire dal I secolo d.C., si poterono trovare degli specialisti chirurghi (chirurgi), oculisti (ocularii) e otorinolaringoiatri (auricularii). La nuova scienza, comunque, scontò per secoli un grave lacuna normativa: per i medici non esisteva una formazione istituzionale, di conseguenza nemmeno un certificato o diploma che ne potesse arrestare gli studi. Vigeva un sistema di libero mercato, all’interno del quale operava chiunque si definisse medico, e la cui competenza era testata direttamente sul campo e sulla pelle dei pazienti. Inutile dire che in una rete di selezione a maglie così larghe passassero non pochi ciarlatani o guaritori privi di qualsiasi conoscenza teorica. Restava come unico argine la Lex Aquil, promulgata nel 286 a.C., che riteneva responsabile, in caso di morte del malato, che avesse agito con trascuratezza. Soltanto con Giulio Cesare, alla metà del I secolo a.C., sorsero le prime scuole per l’insegnamento della medicina, istituti privati cui si accedeva volontariamente e che comunque non rilasciavano attestati. Il mestiere si imparava sul campo, seguendo il maestro durante le visite, esercitandosi a tastare il polso, a esplorare gli occhi del paziente, a sentirne il battito del cuore appoggiando l’orecchio sul petto.

Accanto ai medici privati, che ricevevano in ambulatori propri, ve n’erano altri che operavano sotto il controllo statale e prestavano il loro servizio nell’esercito, nelle scuole di gladiatori e nelle corporazioni artigiane. Privati erano anche i valetudinaria, ricoveri ospitati nelle grandi aziende agricole, dove trovavano le cure necessarie familiares e schiavi; ci lavoravano medici, infermieri e anche personale femminile, tendenzialmente nell’ostetricia. Non molto diversi da quelli moderni erano gli strumenti chirurgici, realizzati in bronzo e ferro. Oltre a coltelli dritti e curvi, c’erano bisturi (scalpellum), rasoio (novacula), forbici e pinze vari. Il chirurgo eseguiva molti interventi: la trapanazione del cranio, già praticata dagli antichi Egizi, era in uso anche a Roma e si faceva mediante trapani a corona o a trivella. Si interveniva anche su emorroidi e varici, che venivano legate e cauterizzate.

 

I valetudinari militari.

Tipica struttura di un valetudinarium militare nella fortezza legionaria di Novae nella Mesia inferiore.

La riforma dell’esercito, promossa nel I secolo d.C. dall’imperatore Augusto, introdusse i medici militari, professionisti che avevano ricevuto una preparazione specifica per il compito a cui venivano chiamati. Erano arruolati come gli altri soldati e prestavano servizio nelle legioni per 16 anni, lavorando presso i valetudinaria, veri ospedali militari. Il capo della struttura era il medicus costrensis, esentato da ogni altro servizio e assistito da capsani (infermieri), fricotres (massaggiatori), unguentarii, curatores operis (addetti al servizio farmaceutico) e optiones valetudinarii (addetti al vitto e all’amministrazione. La cavalleria romana aveva medici propri (medici alarum) e la marina i medici triremis. I medici militari erano inquadrati in base a una gerarchia, corrispondente a quella degli ufficiali: il medicus legionaris era superiore al medicus coorti, e il medicus ordinarii era simile al centurione, ma esentato dal comando sui soldati.

  

Sterco di topo. I medici riducevano le fratture con manovre di forza e steccature, ma se erano scomposte difficilmente si poteva evitare l’amputazione. Anche il tumore al seno poteva essere rimosso, né mancava la chirurgia plastica: con il bisturi si poteva porre rimedio alle imperfezioni di palpebre, naso, labbra e orecchi. La pratica d’intervento sul labbro leperino  è rimasta in uso fino ai nostri giorni. Restava, tuttavia, l’incognita delle infezioni post-operatorie, spesso letali in mancanza di antibiotici. Il medico detergeva le ferite con una spugna o un batuffolo di lana imbevuti di acqua fredda, acero oppure vino. In seguito potevano essere applicati punti di sutura ed emulastri disinfettanti, da cospargere sulla ferita con una spatola. Per cicatrizzare ci si affidava all’argilla rossa. Nonostante l’importante sviluppo della farmacopea, i medici producevano in proprio i medicamenti, perché il mestiere del farmacista era sconosciuto. Per curare i malanni più lievi, i Romani continuarono a rivolgersi ai mondi vegetale e animale. La regina delle piante medicamentose era il laserpizio (genziana bianca), un toccasana ad ampio spettro, utile soprattutto come digestivo. Per calmare il dolore ai denti si usava la polpa di zucca con assenzio e sale, o il succo lattiginoso ricavato dallo stelo della senape. Dalla bile di vipera si otteneva iun collirio per alleviare il bruciore agli occhi.

Un ottimo emostatico si ricavava da un intruglio composto da sterco di cavallo (o asino) e mosto di aceto. Infine, non poteva mancare un rimedio per il problema che, allora come oggi, preoccupava molti uomini maturi: la caduta dei capelli. Tra le diverse soluzioni proposte dalla farmacopea romana, c’era una lozione ottenuta da un complicato miscuglio di zafferano, vino, pepe, aceto, l’immancabile laserpizio e lo sterco di topo. Purtroppo, pare non avesse alcuna reale efficacia.

 

Articolo di Mario Galloni pubblicato su Civiltà Romana n. 3 – Sprea editori altri testi e immagini da Wikipedia.


mercoledì 3 giugno 2020

Il Duomo di Firenze.

Il Duomo di Firenze.

Gioiello del Rinascimento, simbolo del potere e della prosperità della città toscana, la cattedrale di Santa Maria del Fiore stupì il mondo con la gigantesca cupola progettata da Filippo Brunelleschi.


 

Coerenza stilistica fra Santa Maria del Fiore, il Campanile e il Battistero



“Chi mai si duro o si invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampia da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di traviamenti o di copia di legname …”. A quasi sei secoli di distanza non è ancora svanita l’ammirazione che nel 1436 Leon Battista Alberti esprimeva di fronte all’opera di Filippo Brunelleschi, Pippo per i suoi concittadini. Per dimensioni, purezza delle linee e sorprendente ingegnosità dei suoi creatori la cattedrale di Santa Maria del Fiore è senz’ombra di dubbio una delle grandi imprese dell’architettura e dell’ingegneria rinascimentali.

La costruzione prese avvio nel 1296 e durò 175 anni. Il primo capomastro fu Arnolfo di Cambio, un architetto la cui opera s’inserisce nell’ambito del gotico italiano, una versione “temperata” del gotico diffuso in altre parti d’Europa. Dopo la sua morte, avvenuta tra il 1302 e il 1310, i lavori subirono una battuta d’arresto. Nel 1330 l’istituzione incaricata del cantiere, l’Opera del duomo, passò sotto la direzione dell’Arte della lana, una delle corporazioni più potenti della vita politica fiorentina, che finanziò la ripresa dei lavori. Da quel momento diversi architetti si succedettero nel ruolo di capomastro. Tra questi Andrea Pisano, che nel 1337 intraprese l’edificazione del campanile secondo il progetto originale di Giotto di Bondone. Nel 1348 i lavori s’interruppero di nuovo a causa della grande epidemia di peste, che colpì molto duramente Firenze. Nonostante  gli sforzi per importare manodopera straniera nel 1355 erano state terminate solo le pareti laterali e una parte della facciata principale. In quell’anno Francesco Talenti, al quale nel frattempo era stata affidata la direzione dei lavori, propose un ampliamento delle dimensioni originali della navata principale. Tale progetto fu approvato due anni dopo.


la facciata di Santa Maria del Fiore

 

Modello persiano. Nel 1359 Talenti cedetti il passo a Giovanni di Lapo Ghini, che si trovò di fronte al problema di elaborare una cupola adatta a ricoprire la crociera disegnata da Di Cambio. Ghini propose una soluzione in stile gotico tradizionale, con pareti sottili sorrette esternamente da una nervatura di contrafforti. L’architetto fiorentino Neri di Fioravanti presentò invece un progetto che si distingueva dai modelli utilizzati in Europa settentrionale in quanto era privo di sostegni esterni. La struttura da lui immaginata si reggeva tramite l’utilizzo di anelli di pietra e legno, che come i cerchi in ferro delle botti avrebbero impedito alla cupola di cedere alla punta laterale. A differenza della proposta più tradizionale di Giovanni di Lapo Ghini, quella di Neri di Fioravanti suscitò grandi discussioni perché non prevedeva il ricorso ai tipici elementi gotici. Nel 1367 l’Opera del duomo deliberò a favore dell’idea di Neri, con una riserva: i pilastri del transetto sarebbero stati ampliati e la cupola avrebbe avuto un diametro di 55 metri. La soluzione del Fioravanti era a doppia calotta, prevedeva cioè la costruzione di due strati sovrapposti, uno interno di maggiore robustezza e un secondo più leggero che sarebbe servito da protezione contro le intemperie. Non era la prima volta che in Europa si adottava questa formula, originaria della Persia e molto popolare nell’architettura islamica. La proposta di Neri prevedeva una cupola ottagonale suddivisa in otto spicchi di pietra e dal profilo ogivale, che avrebbe raggiunto i 91 metri di altezza, diventando così la più grande cupola della storia occidentale.

Fioravanti concretizzò la sua idea in un modello in mattoni, di circa 4 metri di altezza per 9 di lunghezza, che fu esposto all’interno del cantiere della cattedrale a indicare che i futuri lavori non avrebbero dovuto discostarsi dal progetto originale. ogni anno l’Opera del duomo e i suoi architetti erano obbligati a confermare il loro impegno prestando giuramento davanti a esso con una mano sulla Bibbia. Il problema era che nessuno sapeva come realizzare un’impresa così eccezionale. Così nel 1418, una volta terminata la costruzione del tamburo alla base della cupola, fu indetto un concorso per decidere come concludere l’opera. A sfidarsi furono due celebri artisti: Lorenzo Ghilberti e Filippo Brunelleschi.

l'interno della Cattedrale 

Cronologia dei lavori.

1059-1170

Finisce la costruzione del battistero, insieme all’antica chiesa di Santa Reparata.

 

1296

Inizia la costruzione della cattedrale.

1359

Termina la costruzione del campanile.

 

1377

Nasce a Firenze Filippo Brunelleschi.

1402

Brunelleschi si sposta a Roma.

 

1418

Bruelleschi partecipa al concorso per la costruzione della cattedrale.

1420

Costruzione della cupola.

 

1446

Muore Brunelleschi.

1471

Finisce la costruzione della cattedrale.

 

Il segreto della cupola.

Florence duomo fc10.jpg

Brunelleschi era noto per mantenere la massima segretezza sui suoi progetti. Non sono molti i bozzetti della sua opera arrivati fino ai giorni nostri. I pochi disegni conservati furono realizzati da collaboratori come Taccola o Bonaccorso Ghiberti, che videro in azione i paranchi e i montacarichi utilizzati durante la costruzione della cattedrale e ne descrissero il funzionamento, ma nulla si sa dell’origine di queste macchine. La riserve tazza di Brunelleschi era tale che non volle rivelare all’Opera del duomo alcun dettaglio su come intendeva realizzare la cupola. Narra un aneddoto che durante il concorso del 1418 l’istituzione pretese che i partecipanti esponessero pubblicamente le proprie soluzioni, ma Brunelleschi si rifiutò e propose in alternativa una prova di abilità: si sarebbe aggiudicato la vittoria chi fosse riuscito a far stare in piedi un uovo su un tavolo di marmo. Dopo aver contemplato il fallimento dei suoi avversari, Brunelleschi si limitò a schiacciare la parte inferiore del guscio picchiettandola contro il tavolo: l’uovo restò dritto. Quando gli fecero notare che così erano capaci tutti, Filippo risposte che era lo stesso per quanto riguardava la cupola: se avesse rivelato i suoi segreti tutti avrebbero potuto costruirla. Alcuni attribuiscono invece l’aneddoto ad altri personaggi, ad esempio a Cristoforo Colombo.  

 

Interno della cupola con l'affresco del Giudizio universale, iniziato da Giorgio Vasari e per la maggior parte completato da Federico Zuccari e collaboratori


Brunelleschi vince il concorso. Nel 1418 Filippo Brunelleschi aveva 41 anni ed era un rinomato maestro orafo. Era nato a Firenze nel 1377, dieci anni dopo la votazione a favore del progetto di Neri di Fioravanti cui aveva preso parte anche suo padre. Di fatto la casa di famiglia della famiglia Brunelleschi si trovava proprio di fronte al cantiere della cattedrale. Non è difficile immaginare l’infanzia e la giovinezza di Pippo all’ombra crescente di Santa Maria del Fiore e davanti al modello di quella cupola così piena di incognite. Brunelleschi partecipò anche al concorso del 1401 per il battistero di San Giovanni. La prima delle tre porte in bronzo era stata realizzata tra il 1330 e il 1336 da Andrea Pisano, capomastro della cattedrale, e ora si cercava un progetto scultoreo più monumentale per la seconda porta, quella nord. In quel caso la sfida fu vinta da Lorenzo Ghilberti; Brunelleschi, sconfitto, si trasferì con l’amico Donatello a Roma, dedicando i quindi anni successivi allo studio della città, seppur tornando spesso a Firenze. Tra il 1416 e il 1417 l’architetto tornò definitivamente nella sua città, dove si stabilì nella vecchia casa di famiglia. Poco dopo il suo arrivo, l’Opera del duomo gli commissionò i disegni della cupola a partire dal modello in mattoni. Il concorso del 1418 doveva stabilire il sistema con cui procedere alla realizzazione del progetto di Fioravanti. Tra i favoriti, oltre a Brunelleschi, c’era il suo rivale Ghiberti. Una delle possibili soluzioni prevedeva il ricorso a una centinatura in legno, ovvero un sistema di sostegno centrale che tenesse in piedi le pareti durante la fase di costruzione. Un’alternativa era quella di riempire la crociera di terra per creare un cumulo di oltre 90 metri su cui poggiare la cupola. Questa tecnica era già stata usata in altre opere romaniche e gotiche, e intorno al 1496 sarebbe stata impiegata anche nella cattedrale francese di Troyes, dove fu eretto un cumolo di 30 metri di altezza. L’Opera del duomo con sdegno tale ipotesi. Brunelleschi aveva una proposta molto diversa: avrebbe costruita la cupola senz’alcun sistema di supporto. Quest’idea fece grande scalpore, perché nessuno sapeva come avrebbe fatto. Sebbene l’architetto fiorentino avesse deciso di non rivelare alla commissione i segreti tecnici alla base del suo approccio, il suo prestigio e la sua esperienza in precedenti incarichi svolti per l’Arte della lana gli valsero la vittoria. Nel 1420 fu scelta la sua soluzione a condizione che si spartisse la direzione dei lavori con Lorenzo Ghiberti. Ma il suo rivale era ormai in una posizione di secondo piano.

 

La cupola.


Lo schema della cupola secondo la ricostruzione arbitrariamente regolarizzata da Giovan Battista Nelli

Il 7 agosto 1420 i muratori, gli scalpellini e gli altri lavoratori salirono sul tamburo della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Ammirando Firenze stendersi davanti a lor, consumarono una colazione a base di pane, melone e vino Trebbiano. Questo particolare rituale segnò l’inizio dei lavori di costruzione della cupola.

 

IL PROGETTO. La cupola di Santa Maria del Fiore si erge su un tam

buro ottagonale in pietra, dotato di grandi finestre circolari su ogni lato. Tra la base e la cuspide ci sono quattro catene di pietra arenaria rinforzate con ferro che insieme a una serie di anelli di legni ingabbiano la struttura impedendo che si apra verso l’esterno. La cupola è sormontata da un oculo e una lanterna completata nel 1461. La sfera dorata (realizzata da Andrea del Verrocchio) fu collocata sopra la lanterna il 27 maggio del 1471.

Costoloni e nervature tra la cupola interna ed esterna.

 

FORME E LINEE. La proposta del Brunelleschi rispetta il progetto originale di Neri di Fioravanti, che prevedeva una cupola a sezione ogivale. Gli architetti seguono la regola della quinto acuto, cioè il raggio della loro curvatura è quattro quinti del diametro di base, e i rispettivi centri sono posti a un quinto di diametro dagli angoli dell’ottagono interno. Il tamburo, separo ai vertici da elementi di pietra, è privo di un centro esatto, un’irregolarità prova vilmente dovuta ad alcune imprecisioni in fase di costruzione.

La costruzione della cupola.

La proposta senza l’ausilio di centine di legno rappresentava una sfida inedita per  la Firenze del XV secolo. Brunelleschi confidava che utilizzando le tecniche corrette la struttura si sarebbe sostenuta da sé. A questo scopo ricorse a quattro strategie principali. In primo luogo, sia la calotta interna sia quella esterna furono suddivise in due sezioni. Quella inferiore è in pietra e va dal tamburo fino a circa 14,5 metri di altezza. Quella superiore è in mattoni e il suo spessore diminuisce mano a mano che procede verso l’alto per ridurre il carico sugli anelli inferiori. La seconda strategia fu il ricorso alla disposizione dei mattoni a spina di pesce, che permetteva di connettere ogni nuovo anello di laterizi al precedente, prevenendo il rischio di distacco durante la fase di presa della malta. In terzo luogo il piano di posa dei mattoni non era orizzontale ma si inclinava progressivamente verso l’interno della cupola. Questa tecnica in apparenza rischiosa permise di massimizzare la superficie di frizione tra i diversi strati della costruzione, evitando che gli elementi interni si staccassero per mancanza di un punto di appoggio. Infine Brunelleschi utilizzò dei costoloni interni per collegare i due strati della cupola e degli archi verticali di pietra e mattoni per contenere la struttura dall’esterno.

LA DISPOSIZIONE DEI MATTONI. La spina di pesce (in latino, opus spicatum) è una tecnica utilizzata fin dall’antichità a scopo decorativo. Brunelleschi la applicò alla cattedrale con un obiettivo strutturale. Gli archi obliqui a spina di pesce dividono gli anelli orizzontali di mattoni in segmenti separati l’uno dall’altro e allo stesso tempo li collegano alle sezioni inferiori della cupola. Ciò rende possibile costruire ogni segmento in modo indipendente, limitando i rischi di crolli. Una volta terminato un anello orizzontale, prima di procedere con lo strato successivo si collocano altri mattoni a spina di pesce.

Un modello della muratura a spina di pesce della cupola.

LA LANTERNA. Santa Maria del Fiore fu consacrata nel 1436. Nello stesso anno venne bandito un concorso per il progetto della lanterna, l’elemento terminale della cupola destinato a filtrare la luce che entra attraverso l’oculo. Vinse Brunelleschi seguito da Ciaccheri, un suo ex collaboratore che avrebbe proseguito i lavori dopo la morte del maestro. La lanterna, anch’essa a pianta ottagonale, presenta dei contrafforti a sostegno degli otto pilastri in corrispondenza dei costoloni della cupola ed è dotata di otto finestre.


Modello ligneo della lanterna erroneamente attribuito a Filippo Brunelleschi, attualmente esposto presso il Museo dell'Opera del Duomo.[10]

I PARANCHI. Brunelleschi è particolarmente noto per le sue macchine, cui ricorse sia per la cupola del duomo sia in altri contesti civili e militari. I paranchi e i montacarichi utilizzati a Santa Maria del Fiore avevano complessi ingranaggi a trazione animale e sistemi di arresto che impedivano la caduta dei blocchi di arenaria. Per la costruzione della lanterna furono usati esemplari di dimensioni ridotte pensati per essere azionati dalla forza umana, con meccanismi di precisione che consentivano di collocare i conci con grande accuratezza.

Ricostruzione dei ponteggi interni della cupola, in un disegno di Giovan Battista Nelli


Le cupole più grandi del mondo.

La storia delle grandi cupole è un costante susseguirsi di influenze incrociate. Il Pantheon di Roma, la cui struttura superiore è alleggerita mediante il ricorso ad anfore vuote, o la cupola sorretta da pennacchi di Santa Sofia a Instanbul hanno influenzato architetture di luoghi e stili molto diversi. La cupola del duomo di Firenze riprende elementi di entrambi i monumenti, ma ricorre anche a soluzioni innovative, come la doppia calotta e i costoloni intermedi, che le permettono di raggiungere dimensioni mai viste prima. Nemmeno la cupola di San Pietro, opera di Michelangelo e discendente diretta del capolavoro di Brunelleschi, riesce ad eguagliarla.

 

IL PANTHEON DI ROMA. È formata da cinque file di cassettoni decrescenti, e culmina con un oculo di quasi 9 metri di diametro. Fu costruita nel II secolo d.C. è la costruzione durò dieci anni.

 


Cupola del Pantheon di Roma

SANTA SOFIA. L’enorme cupola si erge sopra la navata centrale ed è sorretta da quattro giganteschi pennacchi, che a loro volta poggiano su quattro pilastri. VI secolo.


 

Santa Sofia, Istanbul


IL DUOMO DI FIRENZE. La cupola di Santa Maria del Fiore è la più grande del mondo. Fu iniziata da Filippo Brunelleschi nel 1420 e si concluse nel 1471.

 

La Cupola del Brunelleschi di Firenze

IL TAJ MAHAL. Tra i vertici dell’architettura moghul dell’India settentrionale, fu eretto nel XVII secolo per ordine di Shah Jahan. La cupola fu progettata dall’ottomano Ismail Khan.


 Taj Mahal N-UP-A28-a.jpg

Taj Mahal


SAN PIETRO A ROMA. Michelangelo Buonarotti progettò la cupola nel 1547. Il suo discepolo Giacomo della Porta la portò a termine sotto Sisto V (1558-90).

Cupola di San Pietro

 

Tagli e sabotaggi. Nello stesso anno venne redatto un memorandum in dodici punti che elencava i principi fondamentali del progetto. Nel testo si menzionavano  le dimensioni degli anelli strutturali e della doppi calotta, così come l’imperativo di costruire la cupola “senza alcuna armatura”. Ma ancora una volta non venivano definite le modalità operative. In mancanza di documenti che descrivevano con esattezza quale fu il procedimento seguito,tutto ciò che sappiamo è stato dedotto dall’osservazione e dall’analisi a posteriori. All’inizio dei lavori la fazione di Ghiberti ricorse a vari stratagemmi per sabotare la proposta di Brunelleschi. Questi fu più volte accusato di non essersi attenuto alle disposizioni del progetto originale di Fioravanti; la sua opera fu tacciata di problemi strutturali e criticata per non avere abbastanza finestre. Ma nessuna di queste controversie riuscì a delegittimare la sua soluzione, e nel 1426 fu approvato il proseguimento dei lavori senza strutture ausiliarie.

Nel 1429 il peso della cupola provocò l’apertura di alcune crepe, rendendo necessari interventi di rinforzo con anelli di ferro e legno. Brunelleschi propose anche la costruzione di un nuovo circolo di cappelle che avrebbe dovuto migliorare la resistenza dell’edificio, ma l’Opera del duomo non approvò. Gli anni trenta del quattrocento furono un periodo di crisi economica, tagli salariali e carenza di materiali da costruzione. Ciononostante i lavori andarono avanti e nel 1436 il papa potè consacrare il duomo.

 

Tomba di Filippo Brunelleschi

La conclusione dei lavori. Nello stesso anno fu assegnato a Brunelleschi anche il progetto della lanterna che doveva completare la sommità della struttura, ma questi morì nel 1446 senza vedere la conclusione della sua opera, che venne terminata nel 1471, quando venne collocata la palla dorata sopra la lanterna (conclusa nel 1461 da Antonio Ciaccheri) nel XVI secolo furono eseguiti nuovi interventi, tra cui la spettacolare decorazione interna della cupola. L’affresco, raffigurante il giudizio universale, fu realizzato principalmente da Giorgio Vasari tra il 1568 e il 1574, anno della sua morte, e quindi concluso da Federico Zuccari con l’aiuto di Vincenzo Borghini nel 1579. La facciata della cattedrale, ancora incompiuta, fu oggetto di proposte e dibattiti per tutto il XVI secolo. Alla fine fu demolita nel 1587 su ordine di Francesco I de’ Medici. Venne ricostruita nel 1887, in base a un progetto neogotico che mirava a recuperare i dettami stilistici proposti da Giotto cinque secoli prima. La tradizione vuole che sotto il duomo siano sepolti Giotto, Andrea Pisano, Arnolfo di Cambio e Filippo Brunelleschi. Anche se negli scavi del 1972 è stata rinvenuta solo la tomba di quest’ultimo, è affascinante pensare che i grandi precursori del Rinascimento riposino accanto alla loro opera immortale.

 

Articolo di Manuel Saga, architetto e scrittore pubblicato su Storica National Geographic del mese di gennaio 2019 – altri testi e immagini da Wikipedia

mercoledì 27 maggio 2020

Dove nacque la parità dei sessi.

Dove nacque la parità dei sessi.

Operaie, contadine, infermiere, tramviere: costrette a sostituire gli uomini al fronte, le donne, durante la Grande Guerra, hanno scoperto ruoli e responsabilità, impegni e soddisfazioni prima sconosciuti. Così hanno preso coscienza della parità di diritti che avrebbe dato presto i suoi frutti.

 Le donne nella Grande Guerra - Cultura e Spettacoli - Trentino

I grandi conflitti armati sono tragedie ma, paradossalmente, anche stimoli di progresso: la Rivoluzione Francese e l’Impero Napoleonico hanno insanguinato l’Europa per quasi tre decenni, eppure hanno permesso di passare dal mondo dei privilegi settecenteschi al mondo dei diritti ottocentesco. Il 1914-15, a sua volta, ha transitato la società dal mondo delle élites borghesi e aristocratiche al mondo delle masse del XX. Milioni di uomini mobilitati nel primo conflitto mondiale  (5 milioni l’Italia, 7 la Francia, 8 la Germania) hanno infatti creato un evento epocale che, per la prima volta  nella storia, ha coinvolto tutta la popolazione dei paesi in guerra, qualunque casa, villa o catapecchia, dal villaggio più lontano della Russia zarista all’ultimo paese di pescatore della Sicilia mediterranea, ha al fronte qualcuno (un figlio, un padre, un parente, un amico). La guerra entra nella coscienza collettiva, tutti vogliono sapere come, dove, perché si combatte: l’informazione, prima riservata a pochi, si diffonde a macchia d’olio, le tirature dei giornali e dei periodi illustrati raggiungono numeri inimmaginabili qualche anno prima. Con la Grande Guerra nasce l’opinione pubblica: la società della partecipazione così come siamo stati abituati a conoscerla oggi. Sulla strada della modernizzazione c’è tuttavia un altro elemento caratterizzante, figlio indiretto delle trincee del Fronte occidentale e dell’Isonzo: l’emancipazione della donna. Movimento ispirati dalla battaglia per la parità di genere esistono sin dalla battaglia per la parità di genere esistono sin dalla seconda metà del XIX secolo, soprattutto nei Paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti: sono i cosiddetti movimenti delle suffragette, termine sottilmente denigratorio con il quale si indicano i gruppi che si batto per il diritto delle donne al suffragio (perché non chiamarle siffragiste?). Si trattava tuttavia di movimenti elitari, che coinvolgevano donne delle classi alte, ai quali restavano fondamentalmente estranee le figlie del popolo, alle prese con il problema pratico di mettere in tavola la minestra o la polenta tutti i giorni.

 

Il reggiseno.

Il 12 febbraio 1914 Mary Phelps Jacob, una ricca ereditiera americana appena ventenne, pronipote del celebre inventore del battello a vapore Robert Fulton, richiede all’Ufficio brevetti di New York il riconoscimento di una sua curiosa invenzione, brevetto che gli venne concesso nel novembre successivo con il n. 1.115.674: si trattava di un paio di piccoli triangoli di stoffa uniti tra loro e sorretti da bretelle, in modo da fornire un adeguato sostegno al seno femminile. Apparentemente si tratta di un capo di abbigliamento vagamente  erotico per un pubblico femminile delle classi agiate: dal punto di vista pratico, si rivela invece un’invenzione fondamentale perché introduce una vistosa miglioria fisica e psichica nelle donne, sino ad allora costrette alla tortura delle stecche di balena dei corsetti. La Grande Guerra fa il resto: la mobilitazione della manodopera femminile innesca un processo di semplificazione del vestiario che trasforma l’intuizione di Mary Phelps Jacob non solo in un simbolo di emancipazione femminile ma anche in elemento di vestiario irrinunciabile, riprodotto in milioni di esemplari in tutto il mondo. Il nome iniziale, reggipetto, viene trasformato in reggiseno, le bretelle perfezionate, le fogge moltiplicate. Come afferma l’inventrice con tono profetico, “non ritengo che il reggiseno cambierà il mondo come il battello a vapore del mio antenato, ma quasi”. Certamente, esso è un’eredità che 1914-18 lascia alle posterità del mondo occidentale.

 

 La dedizione delle donne nella Grande Guerra 1915-1918

Donne al posto degli uomini. La situazione cambiò bruscamente nel 1914-18: la mobilitazione al fronte di milioni di maschi per un periodo ininterrotto di 4 anni determina infatti una frattura nell’ordine sociale e familiare. Per le donne rimaste a casa non ci sono solo lutto e ansia: la nuova realtà, l’assenza degli uomini significa anche assumere responsabilità in ambito familiare prima riservate ai mariti e ai padri, significa entrare nel mondo del lavoro per sostituire gli uomini sotto le armi, significa uscire dalla gabbia (come affermano molte testimoni) e vedersi dischiudere nuovi orizzonti, inquietanti e stimolanti al tempo stesso. Il primo mutamento dell’ordine si registra in casa: accanto alla tradizionale educazione dei figli, le donne devono occuparsi di pratiche burocratiche, rapporti con gli uffici pubblici, acquisti e vendita di prodotti agricoli e di bestiame, contrattazione dei prezzi, controversie legali, rapporto con le banche. In alcuni casi (soprattutto nelle piccole aziende agricole) si tratta di decidere se ricorrere ai lavorati salariati, assumendo la responsabilità dei relativi costi; in altri di avviare lavori costosi di restauro (un tetto, un muro di recinzione, un’intonacatura); in generale, si tratta di far quadrare i bilanci con entrate inevitabilmente ridotte. Non a caso, nella corrispondenza privata si intrecciano affetti e affari, come scrive la contadina piemontese Angela Gottero, classe 1894, al marito Luigi nel gennaio 1916: “oggi ho ricevuto la tua cara lettera e mi ha fatto piacere nel sentire che hai speranza di venire in licenza: io desidero tanto quel giorno per poterti abbracciare e per aggiustare gli affari di interesse”. Il mutamento più vistoso si ha però nel mondo della produzione agricola e, soprattutto, industriale. Secondo calcoli riportati da Antonio Gibelli ne “La grande guerra degli Italiani”: “Nelle campagne restano attivi solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne”. Ne deriva l’occupazione femminile in mansioni agricole dalle quali erano solitamente esentate: da quelle più pesanti (ammucchiare i covoni, scaricare il grano, tagliare la legna) a quelle tecnologiche come la manovra delle macchine agricole. Altrettanto significativo l’ingresso nell’ambito della fabbrica: le esigenze belliche richiedono uno sforzo produttivo ingente, le donne vengono impiegate nelle officine metalmeccaniche che realizzano fucili, mitragliatrici, esplosivi, proiettili, cannoni di piccolo e medio calibro, alcune acquisiscono livelli alti di specializzazione (per esempio, quelle addette al montaggio di macchine di precisione per motori di aerei). Personale femminile compare negli uffici postali, nelle banche, nelle assicurazioni, sui tram e sui treni. Donne vengono coinvolte nell’estrazione dei minerali di ferro destinati all’industria siderurgica. Il Corriere della Sera titola “Donne al posto degli uomini” una pagina nella quale compaiono fotografie di donne italiane o straniere in mansioni come spazzine, tramviere, barbiere.

Il fenomeno, così rapido e dirompente, suscita curiosità e, insieme, sospetto: se Ugo Ojetti osserva che “per tutti gli interstizi una fiumana di donne è penetrata, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini (i campi, le fabbriche … ), e le più di esse lavorano e sono preziose e s’ha bisogno di loro”, altri esprimono riserve e ironie, come il contadino emiliano mobilitato sull’Isonzo che, lamentando la lentezza della moglie nel rispondere alle lettere, scrive “adesso che fate tutto voialtre e niente noi uomini non avete tempo da perdere in tanti scritti”.

 

Il suffragio femminile.

Le suffragette britanniche Annie Kenney e Christabel Pankhurst manifestano a favore del suffragio femminile (1908 circa).

Nell’immediato dopoguerra la celebrazione “dell’indispensabile contributo femminile al conflitto”, da una parte accentua la campagna contro i rischi per la moralità pubblica, dall’altra, al contrario, apre notevoli spiragli al riconoscimento del movimento di emancipazione femminile, nel campo dei diritti civili, del diritto di istruzione, di accesso alle professioni, di emancipazione della tutela giuridica, di accesso al voto. In Germania nel 1918 viene concesso il suffragio femminile, in Inghilterra (pur con limitazione dei 30 anni di età), nel 1919, in Francia nel 1925 limitatamente alle elezioni municipali, in Italia la legge Sacchi nel 1919, comunemente definita “premio di smobilitazione”, decreta il riconoscimento della parità giuridica della donna con l’abolizione dell’autorizzazione maritale per tutti gli atti di proprietà all’esercizio delle professioni e degli impieghi pubblici, con eccezioni (peraltro molto restrittive). Solo nel 1925 Mussolini, prima di eliminare del tutto e per tutti il diritto di voto, concede il diritto di voto, concede il suffragio amministrativo alle donne “decorate della medaglia o della croce di merito di guerra” o che siano “decorate di medaglia al valor civile, o della medaglia di benemerite della sanità pubblica” o madri e vedove di cadute in guerra o donne che abbiano la patria potestà o licenze o diplomi e “paghino annuo contributo al Comune” (Laura Derossi, “1915 il voto alle donne”)

 

Si rompono i ceppi della tradizione. Il rapporto tra lavoro ed emancipazione è evidente: lavorare significa uscire dall’ambito della casa, uscire dall’ombra maritale o paterna, acquisire consapevolezza di sé, stabilire una nuova rete di rapporti sociali, avere la disponibilità di un salario con il conseguente senso di indipendenza, assumere comportamenti che prima erano considerati prerogative maschili (dal bere alcolici all’uscire di sera, al frequentare luoghi di divertimento). E, soprattutto, decidere il proprio destino, da sempre nelle mani degli uomini. In molti casi (soprattutto per le donne giovani ancora senza famiglia propria) lavorare significa spostarsi dalla campagna alla città, scoprendo nuovi orizzonti geografici e sociali, oppure trasferirsi da una fabbrica all’altra cambiando luogo e mansioni, in una dimensione di fluidità in netto contrasto con la tradizione di stabilità alla quale le classi popolari sono state educate. Questo mutamento nel rapporto tra spazio domestico e spazio esterno rappresenta un sensibile rimescolamento della vita sociale. Cambia persino il modo di vestire: se ancora all’inizio del Novecento le donne hanno i vestiti lunghi sino a terra, nel momento in cui esse entrano nel mondo del lavoro hanno bisogno di indumenti più pratici e funzionali e le gonne si accorciano sino al ginocchio. Allo stesso modo scompaiono i corsetti, i busti che stringevano il petto rendendo impacciati i movimenti, e vengono sostituiti dai più agili reggiseni. La donna del 1914-18 è una donna che si libera dai limiti augusti del ruolo femminile tradizionale e si avvia sulla strada della modernizzazione. Non a caso in molte testimonianze femminili sulla Grande Guerra si parla di “senso di libertà”, di andare a lavorare “quasi come un divertimento”, di “cose che non avremmo mai potuto fare prima”, mentre in quelle maschili la memoria è interamente collegata alla sofferenza e alla paura del fronte.

 

La lotta per la parità dei diritti. Il fenomeno emancipatorio, ovviamente, non va esagerato nelle sue implicazioni. Ogni momento di rottura comporta anche reazioni in contro tendenza. C’è chi, negli anni di guerra, lamenta l’allentarsi della moralità pubblica, chi accusa la manodopera femminile di scarsa professionalità e capacità di lavoro, chi è insofferente per l’irrequietezza esistenziale e denuncia una preoccupante indisciplina, chi cerca di imporre il “comando dei vecchi” per lasciare inalterate le gerarchie di genere. Alcuni giornali di ispirazione più conservatrice richiedono maggiore severità e vigilanza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, la quale a sua volta opera sulla base di una legislazione che limita fortemente l’agibilità. Il tutto è comunque conferma di come i modi di vivere stiano cambiando. “La guerra cominciava a incrinare modelli di comportamento, relazioni tra generi e classi di età, nonché tra classi sociali, mettendo in discussione gerarchie, distinzioni di ruoli e autorità ritenute immutabili: un effetto che – contenuto per il momento dalla legislazione repressiva – sarebbe emerso più ampiamente nel dopoguerra, contribuendo a conferire alle lotte sociali un’impronta di contestazione radicale dell’ordine esistente”, afferma Gibelli nel suo libro. Sostenere che la donna si è emancipata durante il conflitto è improprio, è però vero che il movimento di emancipazione femminile ha trovato nelle condizioni eccezionali del 1914-18 le sue radici e la sua spinta propulsiva che avrebbe presto dato i suoi frutti. Non a caso in alcuni Paesi europei il diritto di voto viene concesso alle donne proprio dopo la fine della Prima guerra mondiale.

 

Articolo di Gianni Oliva storica e giornalista, autori di libri pubblicato su BBC History n. 91 Sprea editori, altri testi e immagini


I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...