venerdì 25 ottobre 2019

Elisabetta I versus Filippo II – scacco al re.


Elisabetta I versus Filippo II – scacco al re.
La religione e la politica trasformarono la sovrana britannica e il re spagnolo da quasi sposi in rivali, in una lotta senza tregua per la gloria e il potere sul palcoscenico mondiale che sarebbe culminata con la vittoria della regina sul re.


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Elisabetta I con l'ermellino. Olio su tela attribuito a William Segar, 1585Regina d'Inghilterra e d'Irlanda
Stemma
In carica17 novembre 1558 –
24 marzo 1603Incoronazione15 gennaio 1559PredecessoreMaria ISuccessoreGiacomo INome completoElizabeth TudorTrattamentoMaestàNascitaPalace of Placentia, Greenwich, 7 settembre 1533MorteRichmond Palace, Richmond, Londra, 24 marzo 1603Luogo di sepolturaAbbazia di Westminster, LondraCasa realeTudorPadreEnrico VIIIMadreAnna BolenaReligioneAnglicanesimoFirmaAutograph of Elizabeth I of England.svg

Nell’estate del 1588 l’Inghilterra si preparava ad affrontare il suo nemico più potente e pericoloso, l’impero spagnolo. L’immensa armata navale di Filippo II si dirigeva verso le coste britanniche con il suo carico di soldati pronto a invadere il Paese. In previsione dell’attacco, la regina Elisabetta I pronunciò un discorso di fronte alle sue truppe di stanza a Tilbury Fort. I resoconti dell’epoca la descrivono come una specie di dea della guerra. In sella al suo cavallo, con i capelli ornati di piume e e un’armatura sopra l’abito bianco, motivò i suoi soldati con un discorso infuocato: “So di avere il corpo debole e delicato di una donna; ma ho il cuore e lo stomaco di un sovrano, e per di più di un sovrano d’Inghilterra, e penso con disprezzo al fatto che (…) il re di Spagna, o qualsiasi altro principe d’Europa, osi invadere i confini del mio regno”. La sconfitta finale degli spagnoli avrebbe consolidato il suo ruolo di leader carismatica di una potenza mondiale capace di tenere testa a Filippo II. Eppure un tempo il sovrano iberico aveva fratto parte della famiglia di Elisabetta ed era stato un suo timido alleato. All’inizio la loro relazione era stata pacifica, addirittura calorosa, ma ben presto i due regnanti si erano ritrovati sui lati opposti di uno scontro fra imperi e fedi che sarebbe durato fino alla loro morte.


Maria I
Mary I of England.jpg
La regina Maria I Tudor, ritratto di Anthonis Mor.Regina d'Inghilterra e d'Irlanda
Stemma
In carica19 luglio 1553 -
17 novembre 1558Incoronazione1º ottobre 1553PredecessoreEdoardo VI (de iure)
Jane (de facto)SuccessoreElisabetta I Maria StuardaRegina consorte di SpagnaIn carica16 gennaio 1556 –
17 novembre 1558PredecessoreIsabella d'AvizSuccessoreElisabetta di ValoisNome completoMary TudorTrattamentoMaestàAltri titoliRegina consorte di Napoli, Sicilia, Sardegna, Portogallo e Algarve e Regina di Francia (in pretesa)NascitaPalace of Placentia, Greenwich, 18 febbraio 1516MorteSt. James's Palace, Londra, 17 novembre 1558Luogo di sepolturaAbbazia di Westminster, Londra, 14 dicembre 1558Casa realeTudorPadreEnrico VIIIMadreCaterina d'AragonaConsorteFilippo II di SpagnaReligionecattolica romanaFirmaMary I Signature.svg


Il regno della regina vergine.
7 settembre 1533
Nasce Elisabetta, seconda figlia legittima sopravvissuta di Enrico VIII. Circa due anni più tardi viene giustiziata la madre, la protestante Anna Bolena.
1553
Alla morte del re protestante Edoardo VII, sale al trono la sorellastra di Elisabetta Maria I, intenzionata a riportare in Inghilterra la fede cattolica.
1554
Maria I sposa Filippo di Spagna. Elisabetta è accusata di aver partecipato a una congiura protestante, ma Filippo la fa liberare.
1558
Elisabetta diventa regina e rifiuta l’offerta di matrimonio di Filippo II che vede in lei un’alleata contro il loro nemico comune, la Francia.
1580
Il Papa dichiara che uccidere Elisabetta non sarebbe un peccato. La regina autorizza gli attacchi corsari alle navi spagnoli.
1588
La repressione spagnola della rivolta protestante in Olanda provoca il deterioramento dei rapporti tra Elisabetta e Filippo.
24 marzo 1603
Elisabetta muore a Richmond sei anni dopo Filippo. La pace tra i due paesi verrà firmata l’anno seguente.

Una sovrana improbabile. La futura regina Elisabetta I venne alla luce in una situazione complessa, che forse contribuì a plasmare fin da subito il carattere. Il padre Enrico VIII aveva rotto con la chiesa cattolica per divorziare dalla prima moglie, Caterina d’Aragona, e sposare Anna Bolena, da cui sarebbe nata Elisabetta. Il re inglese sperava in una discendenza maschile e non accolse con gioia quella figlia. Anna Bolena cadde presto in disgrazia e fu giustiziata, mentre Enrico iniziava a cercarsi una nuova compagna che potesse dargli un figlio. E alla fine la trovò. Con la nascita di Edoardo, Elisabetta I, divenne terza in linea di successione dopo il nuovo fratellastro e la sorellastra maggiore Maria, figlia cattolica del primo matrimonio di Enrico. Nel 1547 il sovrano morì ed Edoardo gli succedette, a soli nove anni. Ma il suo regno finì bruscamente spezzato da malattia incurabile. Maria prese il suo posto nel 1553, per la gioia dei suoi sudditi cattolici e fra lo sgomento dei protestanti. Nonostante gli sconvolgimenti religiosi del regno di Enrico, Maria era rimasta devota alla fede romana e ora cercava un marito con cui dare all’Inghilterra un successore cattolico. Lo individuò nel principe Filippo di Spagna, figlio ventisettenne di Carlo V ed erede dell’impero spagnolo. Se i due futuri coniugi avessero avuto un discendente maschio, la protestante Elisabetta non sarebbe mai salita al trono.
La notizia delle nozze tra Maria e Filippo provocò un forte malcontento. Nel marzo del 1554 alcuni protestanti inglesi congiurarono per rovesciare Maria e mettere sul trono Elisabetta, ma la rivolta fu schiacciata, i cospiratori vennero giustiziati ed Elisabetta fu rinchiusa alla torre di Londra. Due mesi più tardi, dopo aver proclamato la sua innocenza, fu messa agli arresti domiciliari a Woodstock Palace, un centinaio di chilometri a nord della capitale. Quattro mesi dopo, il promesso sposo di Maria si presentò in Inghilterra per le nozze, con una flotta di 180 navi e un seguito di diecimali soldati spagnoli. Pur essendo un fervente cattolico romano, Filippo era contrario all’idea di processare Elisabetta, perché temeva di suscitare le ire dei protestanti. Il suo intervento salvò la futura regina, ma questa mossa gli sarebbe rivoltata contro.


Philip II portrait by Titian.jpg
Tiziano; Ritratto di Filippo II di SpagnaRe di Spagna
Stemma
In carica16 gennaio 1556 - 13 settembre 1598PredecessoreCarlo VSuccessoreFilippo IIIRe consorte d'Inghilterra e d'IrlandaTrattamentoMaestàAltri titoliRe di Napoli
Re di Sicilia
Re di Sardegna
Duca di Milano
Re del Portogallo (dal 1581)
Duca delle Fiandre
Duca di Borgogna
Re del Perù
Signore del Vicereame della Nuova Spagna e delle Filippine
Re consorte d'Inghilterra e d'Irlanda (1554-1558)
Arciduca d'AustriaNascitaValladolid, Spagna, 21 maggio 1527MorteEl Escorial, Spagna, 13 settembre 1598SepolturaCripta Reale del Monastero dell'EscorialCasa realeAsburgoPadreCarlo V d'AsburgoMadreIsabella del PortogalloConiugiMaria Emanuela d'Aviz
Maria I d'Inghilterra
Elisabetta di Valois
Anna d'AustriaFigliDon Carlos, Principe delle Asturie
Isabella Clara Eugenia
Caterina Michela
Filippo IIIMottoNON SUFFICIT ORBISFirmaFirma del Rey Felipe II.svg



SVILUPPI SORPRENDENTI.
Elisabetta d’Inghilterra e Filippo di Spagna ebbero una relazione complessa. I rispettivi inizi non lasciavano supporre che un giorno si sarebbero scontrati ad armi pari. Nato nel 1527, Filippo era destinato a ereditare un impero che andava dall’Europa al Nuovo mondo. Elisabetta venne alla luce sei anni più tardi ed era una principessa indesiderata e priva di potere. Filippo crebbe sotto la guida del padre Carlo V e ottenne la sua prima vittoria militare contro la Francia all’età di 15 anni. La gioventù di Elisabetta fu segnata dagli sconvolgimenti religiosi dei regni dei suoi fratellastri. Ma contro ogni aspettativa la regina finì per governare a lungo, conquistandosi una gloriosa reputazione. Filippo invece passò alla storia per il suo carattere ossessivo e sospettoso, e per aver avvelenato l’impero con il suo odio verso il protestantesimo. Oggi però gli studiosi tendono a rimettere in discussione tanto l’immagine della “buona regina Bess” quanto la figura controversa di Filippo. Più intelligente e aperto di quanto comunemente riconosciuto, il re spagnolo fu un mecenate capace di mettere insieme una delle più grandi collezioni reali di sempre, in cui figurano a titolo di esempio vari capolavori di Tiziano ed El Greco.

Tutto in famiglia. Sei anni più vecchio di Elisabetta, Filippo aveva sposato Maria a malincuore. Era solito riferirsi alla moglie come “mia zia”, non solo perché lei aveva 11 anni più di lui, ma anche perché era la figlia della sua prozia, Caterina d’Aragona. Per molti aspetti avrebbe forse preferito sposare Elisabetta, ma all’epoca i matrimoni reali erano guidati soprattutto da ragioni strategiche. Il padre di Filippo, Carlo V, era l’uomo più potente d’Europa e governava un impero che comprendeva la Spagna, l’Olanda, il sud Italia, e il Nuovo mondo. Il sovrano voleva avvicinarsi all’Inghilterra, anche perché i suoi due nemici storici – Francia e Scozia – erano in procinto di stringere un’alleanza matrimoniale tra loro. Molti dei sudditi di Maria non apprezzavano la separazione tra Chiesa inglese e romana voluta da Enrico VII dopo che il papa si era rifiutato di riconoscere il suo divorzio. Durante il regno di Edoardo VI il Paese si era ulteriormente allontanato dal cattolicesimo imboccando la via di una riforma in senso protestante. Maria pensava che Filippo, in qualità di re consorte, avrebbe potuto a invertire la rotta.
La regina si guadagnò il soprannome di Maria la Sanguinaria a causa delle persecuzioni degli eretici e dei roghi su cui bruciarono centinaia di protestanti. La sovrana adorava il marito, ma non riuscì ad avere da lui quell’erede che forse le avrebbe permesso di restaurare il cattolicesimo in Inghilterra. I brutali atteggiamenti di Maria non giovarono alla popolarità del consorte, contro cui furono orditi vari complotti. Filippo non trascorreva molto tempo in Inghilterra, preferendo i territori paterni in Olanda. Fu lì che nel 1558 lo raggiunse la notizia della morte della moglie. La sua reazione fu pragmatica come com’era stata anni prima la decisione di sposarla. Mentre il re francese approfittò per attaccare immediatamente Elisabetta, definendola una “bastarda” inadatta al governo, Filippo sostenne il suo diritto di successione al trono. Entro la fine dell’anno la figlia di Enrico VII e Anna Bolena era la nuova regina di d’Inghilterra.
I due giovani sovrano avevano molti punti in comune. Colti e intelligenti, in questa fase della loro vita amavano vestirsi in modo semplice, come richiesto tanto dall’etica protestante quanto da quella cattolica. Condividevano le stesse passioni: la caccia, specie con i falconi, e i cavalli. Ma fu comunque per ragioni strategiche che Filippo chiese a Elisabetta di sposarlo, dichiarando che si sarebbe fatto carico degli affari dell’”amata sorella” con la stessa cura che dedicava ai suoi. Le nozze tra l’erede al trono francese, Francesco e la regina cattolica di Scozia Maria Stuarda, rappresentavano una minaccia sia per la Spagna sia per l’Inghilterra. Sembrava prudente contrapporvi un’alleanza anglo-iberica. Ma Filippo insisteva perché Elisabetta abbandonasse la sua fede: un passo troppo lungo per la giovane regina, che esitò e alla fine  lo respinse, facendone il primo di una lunga serie di pretendenti rifiutati. Rimasero in buoni rapporti, che si sarebbero però deteriorati negli anni successivi.
Sia Filippo sia Elisabetta credevano che i sovrani regnassero per volere divino. Tuttavia Dio poteva essere venerato in forme differenti. Il rapporto tra protestanti e cattolici era degenerato in conflitto ormai in tutta Europa. Quando nel 1570 il papa scomunicò Elisabetta, Filippo inizialmente non appoggiò la sua decisione. Ma con tempo l’istinto religioso ebbe la meglio su altre considerazioni di ordine politico. Era da sempre un fervente cattolico e aveva la convinzione messianica che il mondo dovesse essere purificato dall’eresia prima dell’avvento finale.

La ribellione che minacciò il re.

Guerra degli ottant'anni
Slag bij Nieuwpoort.jpg
La battaglia di Neoporto (2 luglio 1600)Data1568 - 1648LuogoPaesi Bassi e scontri coloniali e marittimoCasus belliRibellione delle Province Unite contro il dominio spagnoloEsito Schieramenti Comandanti Voci di guerre presenti su Wikipedia
La rivolta dei Paesi Bassi trascinò Filippo in una lunga guerra che avrebbe esaurito le finanze spagnole e garantito Elisabetta un alleato protestante nel mare del Nord. I problemi nei Paesi Bassi spagnoli erano iniziati con l’avvento al trono della regina inglese, verso il 1560. L’aristocrazia locale, in prevalenza cattolica, si opponeva all’ingerenza di Filippo nel governo, mentre l’ala dura dei calvinisti protestanti fremeva di fronte alle misure repressive dell’Inquisizione. Nel 1567 Filippo mandò il duca d’Alba a schiacciare la resistenza nobiliare. Il lungo regno di terre di Alba scatenò una rivolta generale. I numerosi profughi protestante della regione si radicalizzarono, dando vita a un gruppo di corsari che abbordava le navi spagnole. La rivolta olandese fu rinvigorita dalla sconfitta inferta da Elisabetta a Filippo nel 1588. L’indipendenza dei Paesi Bassi era ormai solo questione di tempo.


Cambio di fronte. Nel 1566 Carlo V abdicò e divise il suo impero assegnando al figlio la Spagna, i territori americani e i Paesi Bassi. La Spagna era la potenza egemone a livello europeo e proprio per questo aveva anche molti nemici. I principali erano i protestanti, la Francia e gli ottomani. Filippo cercò di gestire in modo accorto queste minacce. Le navi provenienti dal Nuovo Mondo cariche di oro e argento gli permisero nell’immediato di sovvenzionare i suoi eserciti. Ma nel lungo periodo il sovrano cominciò a ritrovarsi a corto di fondi. Per far fronte alle ristrettezze finanziarie, negli anni sessanta del ‘500 impose nuove tasse agli olandesi, già esasperati dagli editti religiosi e dalle leggi contro i protestanti con cui il governo spagnolo cercava di riportare i Paesi Bassi alla fede cattolica. Scoppiò la rivolta, e Filippo si ritrovò incastrato in una lunga guerra. In un primo momento Elisabetta si mantenne in disparte, riluttante a immischiarsi nelle vicende di un altro Paese.
Nel 1571 Filippo inflisse una sonora sconfitta all’impero ottomano nella battaglia navale di Lepanto. Nello stesso anno cambiò la sua posizione in merito all’Inghilterra protestante. Diede ordine al suo miglior generale, il duca d’Alba, di preparare un’invasione dell’isola britannica con un esercito di soli seimila uomini. Quando il duca gli disse che era una follia, Filippo ribatté che quella era la volontà divina. Era già stato capace una volta di riportare l’Inghilterra al cattolicesimo grazie al suo primo matrimonio, e ora lo avrebbe fatto di nuovo. Iniziò a sostenere l’ascesa al trono di Maria Stuarda, dichiarando che Elisabetta non era altro che una tiranna usurpatrice, mentre la “vera e legittima erede” era appunto la regina di Scozia, il cui marito era morto nel 1560 mettendo fine all’alleanza franco-scozzese. L’invasione alla fine non ci fu, ma tra Spagna e Inghilterra era ormai inimicizia aperta.

Il lupo di mare più amato.
Elisabetta si rese conto che la pirateria era utile per colpire Filippo senza arrivare a uno scontro frontale. Riportò quindi in vita l’antica usanza di rilasciare lettere di corsa, ovvero dei permessi reali che autorizzavano i capitani ad assalire bastimenti nemici in mare. Il più famoso corsaro fu Francis Drake, che con il bottino dei galeoni spagnoli accumulò intenti ricchezze per sé, il suo equipaggio e naturalmente per la stessa regina, suscitando al contempo le ire di Filippo. Con l’accelerarsi dei preparativi per la spedizione dell’armata spagnola, il ruolo di Drake divenne più apertamente conflittuale. Nel 1587 guidò un’incursione nel porto di Cadice, dove distrusse navi e rifornimenti destinati all’invasione dell’Inghilterra. Le audaci imprese di Drake – che lui stesso definita “bruciare la barba al re di Spagna – ritardarono di un anno l’attacco dell’armata.  

Sir Francis Drake, 1590, opera di Marcus Gheeraerts



La spedizione dell'Invincibile Armata

La sconfitta dell'Invincibile Armada, 8 agosto 1588 di Philippe-Jacques de Loutherbourg, dipinto nel 1796.

La sfida della regina. Elisabetta controllava saldamente il regno, il suo linguaggio colorito, il suo spirito pungente e il piacere con cui si mostrava al popolo – spesso ammantata di simboli di potere – facevano di lei una figura allo stesso tempo popolare e riverita. Si vantava della sua ascendenza puramente inglese e si guadagnò l’affettuoso soprannome di “buona regina Bess”. Seppe mettere uno contro l’altro i nobili britannici e gli alleati stranieri, lusingandoli con la speranza di un matrimonio e seducendoli con la sua padronanza delle lingue, la sua profonda cultura e la sua capacità di comporre sonetti.
Ma sullo scacchiere internazionale non poteva competere con Filippo II, nel cui regno vivevano circa 50 milioni di persone. Nello stesso periodo la popolazione totale dell’Inghilterra non raggiungeva i quattro milioni. Anche se con Elisabetta la potenza navale del Paese era cresciuta, la marina era ancora fortemente dipendente da navi mercantili e private per la difesa delle coste. Le principali esplorazioni britanniche dell’epoca, come le spedizioni di Martin Frobisher in Groelandia e Canada e la circumnavigazione del globo di Francis Drake (1577-1580), erano state dei notevoli successi, ma non rappresentavano una minaccia per la Spagna. Filippo II aveva un’arma in più, perché poteva contare sui porti delle Americhe. Negli anni ottanta del ‘500 fallirono i tentativi di Humphrey Gilbert e Walter Raleigh di fondare colonie inglesi rispettivamente a Terranova e sull’isola di Roanoke (Carolina del Nord). Nonostante quest’evidente inferiorità. La regina trovò altri modi per mettere in difficoltà la Spagna. Uno dei più riusciti fu la pirateria, che le permise di arricchirsi colpendo allo stesso tempo il trasporto dei tesori americani verso la penisola iberica. Molti dei più grandi corsari dell’epoca erano inglesi, temprati lupi di mare come William Hawkings e lo stesso Drake. Elisabetta finanziò le loro scorribande, incoraggiandoli a saccheggiare gli avamposti spagnoli nei Caraibi e ad assaltare le flotte provenienti dal Nuovo Mondo.
Nel 1585 Elisabetta iniziò a sostenere attivamente gli oppositori di Filippo nei Paesi Bassi. Le azioni di disturbo contro il re di Spagna si trasformarono in un’aggressione su larga scala dopo che la regina scoprì l’ennesimo complotto contro di lei. Elisabetta prima sostenne economicamente i ribelli grazie al bottino dei corsari, poi nel 1585 ordinò a Drake di raggiungere le coste della Galizia e mettere a ferro e fuoco la regione. Per dieci anni fu un susseguirsi di devastazioni, rapimenti, saccheggi e profanazioni di chiese. Due anni più tardi Drake avrebbe ripetuto l’impresa a Cadice. L’aggressione inglese suscitò una veemente reazione spagnola. Una quindicina di giorni dopo la spedizione di Drake, Filippo decise di contrattaccare, ma con maggiore forza. Coniugando il suo amore per le azioni audaci alla sua ossessiva pianificazione dei dettagli, riprese in mano l’idea di invadere l’Inghilterra. Il sovrano supervisionò personalmente l’organizzazione di una campagna senza precedenti: 130 navi partirono alla volta delle coste britanniche con 30mila uomini a bordo. L’obiettivo era restituire il regno britannico al cattolicesimo.


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Anonimo inglese rappresentante l'Invincibile Armada attorniata da navi inglesi nell'agosto del 1588

L’attacco dell’Armata. Nel maggio del 1588 la Grande y Felicisima Armada (in seguito sarcasticamente definita “invincibile” dai suoi avversari) salpò da Lisbona, che da sette anni era entrata a far parte dei domini di Filippo II insieme a resto del territorio portoghese. Si trattava della più grande flotta militare mai vista in acque europee. Il piano d’attacco era ben congegnato, ma aveva una debolezza di fondo. Infatti, se il sovrano spagnolo si era preoccupato di stabilire regole chiare per prevenire l’ubriachezza, il gioco d’azzardo e la sodomia tra i membri dell’equipaggio, non aveva prestato altrettanta attenzione a come coordinare tra loro i due eserciti di diversa provenienza. Il 30 luglio con uno schieramento a forma di mezzaluna disposto su un fronte di tre miglia di lunghezza. Gli inglesi avevano preparato dei falò sulle colline circostanti per segnalare l’arrivo dei nemici. Quando videro le colonne di fumo alzarsi lungo la costa, le piccole e agili imbarcazioni capitanate da Francis Drake cominciarono ad attaccare la massiccia flotta spagnola.
Il 6 agosto l’Armata ormeggiò al largo del porto francese di Calais. Avrebbe dovuto imbarcare l’esercito che si trovava a Dunkerque, a soli 40 chilometri di distanza, ma dei problemi di comunicazione ritardarono le operazioni. Nelle successive 36 ore avvennero due fatti determinanti. Innanzitutto la flotta fu attaccata da otto navi incendiarie inglesi, cariche di pece ardente e zolfo. Inoltre, quando i capitani spagnoli levarono le ancore per evitare i vascelli nemici infuocati, furono sorpresi da una violenta tempesta. Per mettersi in salvo avevano un’unica possibilità: una lunga e pericolosa rotta che circumnaviga la Scozia e l’Irlanda. Ma le burrasche non dettero tregua all’armata, che al rientro in Spagna aveva perso più di metà delle navi e dei rispettivi equipaggi.
La speciale medaglia voluta da Elisabetta per commemorare la vittoria recitava: Flavit Jehovah et Dissipati Sunt (Dio soffiò e quelli si dispersero), di fronte a quello che uno storico dell’epoca definì “il più grande disastro che ha colpito il Paese in 600 anni”, la Spagna entrò in lutto. L’impero di Filippo II era ancora enorme, ma niente sarebbe stato più come prima. Nel decennio successivo gli scontro navali tra i due regni proseguirono. Ma nel 1596 Cadice dovette soffrire un secondo attacco. Nel frattempo le guerre ininterrotte prosciugarono le finanze spagnole, che furono schiacciate dal peso dei debiti. Quando il re si spense nel 1598, la Spagna stava negoziando la pace con molti dei suoi avversari. Prima di morire nel 1603, Elisabetta fu omaggiata con l’appellativo di Gloriana. Di lei si diceva che avesse rinunciato agli uomini per sposare il suo Paese.
La rivalità tra britannici e iberici non sopravvisse alla morte dei due sovrani; nel 1604 il re Giacomo I – figlio della regina di Scozia Maria Stuarda, che un tempo era stata nemico di entrambi – firmò il trattato di pace che pose fine a più di 15 anni di conflitto.

Articolo in gran parte di Giles Tremlett autore di Isabella of Castlile pubblicato su Storica National Geographic del mese dicembre 2018 – altri testi e immagini da Wikipedia. 

martedì 15 ottobre 2019

La spada corta dell’uomo libero.


La spada corta dell’uomo libero.
Diffusi in Europa dall’Oriente, il seax o scramasax compare sospeso alla cintura di molti popoli barbarici (ma non solo) durante l’età delle migrazioni.

Merowingian seaxes Württembergisches Landesmuseum Stuttgart.jpg



Alcuni scramasax merovingi
Impiego
UtilizzatoriVichinghi, Franchi, Angli, Sassoni, Longobardi
Descrizione
Lunghezza7,5 cm - 75 cm
voci di armi bianche presenti su Wikipedia

“Così Sigeberto arrivò alla città di Vitry: tutto l’esercito si raccolse attorno a lui e, alzatolo sopra a uno scudo, lo elesse re dei Franchi. Al che due giovani, armati di grossi coltelli del tipo chiamato volgarmente scramasax, intrisi di veleno per maleficio delle regina Fredegonda, facendo finta di voler fare un’altra cosa lo colpirono in entrambi i fianchi. Sigeberto gridò e cadde, e poco dopo esalo l’ultimo respiro”. Gregorio di Tours (538 ca-594), narrando alla fine del Iv libro della sua Storia dei Franchi il clamoroso fatto di sangue avvenuto nel 575, menziona per la prima volta l’esistenza dello scramasax, una sorta di coltellaccio o spada corta abbondantemente attestato nelle panoplie d’armi tra il periodo tardo antico e l’età delle migrazioni.
Nota anche con il nome sassone scax (ossia coltello; nel composto ìl termine “scrama” dervorebbe da “scramo”, “tagliare, colpire”), l’arma, a un solo taglio e priva di guardia, era costituita da una lama innesta su un codolo piatto ricoperto di legno ed osso a formare l’impugnatura. Come testimoniano i ritrovamenti archeologici e l’iconografia, la lunghezza della lama era assai variabile: nei modelli più antichi, databili al V e VI secolo, era stretta e compresa tra i 7-8 e i 30 centimetri, in quelli più tardi (VII secolo) più larga e lunga fino ai 70-80. I primi (handseax) erano utilizzati per lo più come coltelli da lavoro: servivano, cioè, a tagliare oggetti, rami e carni. I più piccoli – con lama di 7-10 cm – erano impiegati anche come utensili da tavola, i più lunghi, al pari dei coltelli militari tardo romani a un solo filo diffusi tra il IV e il V secolo, erano assai probabilmente usati anche come arma da corpo a corpo, sia in battaglia che nei duelli sorti per risolvere le contese private assai frequenti nel sistema giuridico germanico prima che le legislazioni scritte inserissero, al fine di sanare le controversie, altre forme di accordo come la composizione pecuniaria. I modelli più lunghi (langseax), invece, erano certamente utilizzati per combattere in scontri ravvicinanti, sia a piedi che a cavallo, ed erano, come vedremo tra breve, quasi sicuramente di derivazione orientale.
In ogni caso, nelle società barbariche pare che il possesso del seax denotasse lo status giuridico dell’uomo libero, il solo che avesse diritto a portare le armi: per questa ragione il seax era sospeso orizzontalmente a una cintura multipla in cuoio accanto alla spada, sul lato sinistro, così da consentire al guerriero (in genere destroso) di estrarre facilmente la lama, e lo seguiva nella tomba quando cessava di vivere. La forma della fama era variabile: ne sono state identificate sei tipologie (con larghezze diverse), la più diffusa delle quali risulta lievemente curvata in entrambi i lati verso la punta, più o meno aguzza. Il modello sassone, invece, risulta “tagliato” in maniera piuttosto angolata nella parte non affilata, conferendo alla lama una tipica forma trapezoidale, inoltre, possedeva un’impugnatura più lunga, adatta ad essere brandita a due mani.

Le varie tipologie
Handseax
Lunghezza: 7-20 cm circa.
Diffusione: V-VI secolo.
Uso: utensile per uso quotidiano.
Seax
Lunghezza lama: fino ai 35 cm. (alcuni modelli fino ai 50 cm)
diffusione: VI-VIII secolo
uso: utensile per uso quotidiano e arma
Longseax
Lunghezza lama: oltre i 50 e fino a 70-80 cm
Diffusione: VII-VIII secolo
Uso: impiego in battaglia (cavalleria e fanteria)


 
 I resti di uno scramasax accostati a una replica ricostruita in era moderna

Dai Franchi ai Longobardi. In Europa le prime attestazioni del seax risalgono al V secolo e sono relative a tombe franche (uno è lo scramasax che fa parte del celebre tesoro di Childerico, il primo re merovingio morto nel 482 e la cui ricchissima sepoltura fu rinvenuta a Tournai, in Belgio, nel 1655). Tale arma era però sicuramente utilizzata anche dagli Alemanni (la necropoli di Hemmingen, in Bassa Sassonia, ha restituito vari langseax lunghi tra i 38 e i 79 cm) e dai Longobardi (ne sono stati ritrovati numerosi nelle necropoli italiane), ed è menzionata nelle Leggi dei Visigoti insieme a scudi, spade, lance e frecce. Tutto ciò consente di rimettere in discussione la tesi tradizionale che identifica nel seax l’arma “nazionale” esclusiva dei Sassoni, così come per analogia l’ascia francisca lo sarebbe per i Franchi e la lancia, secondo alcune vecchie interpretazioni, per i Longobardi (secondo un’etimologia ormai superata, il nome di questi ultimi sarebbe infatti stato composto da “lang”, lungo e “bard”, lancia: pare invece assodato che l’etnomino derivi dalle “lunghe barbe” sfoggiate dai guerrieri longobardi, come narrato dall’Origo gentis Langobardorum e ripreso dal loro massimo cronista, Paolo Diacono.

Seax spezzato da Sittingbourne nel Kent

Lo scramsax longobardo e quello bizantino.
Lo Scramsax è piuttosto diffuso nelle sepolture che risalgono al periodo successivo l’ingresso dei Longobardi in Italia, avvenuto nel 568. La gran parte dei ritrovamenti – si tratta naturalmente solo delle lame con codolo in quanto l’impugnatura, così come il fodero in cuoio, era costituita interamente di materiali deperibili – è  concentrata nell’Italia settentrionali. Gli Scramsax ritrovati nelle grandi necropoli dell’Italia centrale, Castel Trosino e Nocera Umbra, appaiono invece possedere dimensioni (lama corta, inferiore ai 30 cm, e più stretta) e caratteristiche (sospensione del fodero a forma di P, che consente di attaccarlo alla cintura in due punti, di origine orientale, nonché la decorazione delle guarnizioni metalliche a motivi floreali e mostri marini, di matrice romana orientale) che rimanderebbero a una loro produzione bizantina: ciò, in effetti, non deve stupire perché una Novella, emanata da Gistiniano nel 539, normava in maniera chiara la  produzione delle armi da taglio destinate all’uso militare, che potevano uscire solo dalle fabbriche statali autorizzate, istituite da Diocleziano tra il III e il IV secolo. Nonostante siano indicate nella Notitia Dignitatum (un documento di fine IV – inizio V secolo che testimonia l’amministrazione civile e militare del tardo impero romano), l’ubicazione di tali fabbriche non è nota con precisione. È comunque probabile che nell’Italia bizantina officine di questo tipo, anche di nuova creazione, fossero presenti e attive: una potrebbe essere quella ritrovata a Roma nella cosiddetta “Crypta Balbi”, che ha restituito resti metallici compatibili con la produzione di armi.    

Non solo sassoni. La tesi in questione si basa sulla menzione, nelle Res Gestae Saxonicae di Widuchindo di Corvey,  di coltelli che “nella nostra lingua (cioè il sassone) sono chiamati sahs, da cui traggono il nome i Sassoni”. In realtà, come è stato rilevato da vari studiosi tra cui Walter Pohl, quella di Widuchindo è una testimonianza tarda – risale al X secolo – e proveniente da un cronista la cui affidabilità è stata spesso messa in discussione. La prima citazione del nome del nome dell’arma (scramsax) è,come anticipato, opera nel VI secolo del franco Gregorio di Tours, seguita dalla menzione nell’anonima Liber Historiae Francorum (circa 730) in occasione di un altro regicidio, avvenuti a colpi di “duo bus scramasaxiis”. Sempre a proposito del collegamento tra arma e popolo, inoltre, il ben noto Isidoro da Siviglia (560-636) nelle Etimologie collega esplicitamente il nome dei Sassoni al latino saxum, pietra, e non al coltello. Quanto poi alla connotazione del seax in senso etnico, lo stesso carattere “aperto” delle genti barbariche, composte da tribù diverse, farebbe cadere i presupposti per autorappresentarsi in tal senso: e in effetti il seax nelle varie versioni appare diffuso non solo tra i Sassoni, ma anche, come detto, tra le altre popolazioni barbariche come i già citati Franchi, Alemanni, e Longobardi (e in genere nell’Europa settentrionale e orientale).
Le fonti testimoniano inoltre la presenza di armi a un solo filo tagliente,m denominate parameria, anche nel mondo bizantino: con molta probabilità si tratta di langseax il cui uso, almeno come arma da cavalleria, fu introdotto su influenza delle popolazioni orientali, in particolare Unni e Sasanidi. Entrambi questi popoli, con cui Costantinopoli ebbe occasione di misurarsi più volte, erano noti per essere dotati di formidabili cavalieri; stando alle fondi letterarie i primi (in particolare Vegezio) e archeologiche i secondi, essi utilizzavano semispathae (spade corte) di questo tipo. Dalle steppe e dall’Oriente, quindi, per tramite di Bisanzio o degli Unni – dei quali alcune popolazioni barbariche come gli Alamanni erano tributarie – tali armi giunsero nell’Europa centro-orientale e poi si irradiarono nel cuore del Continente, sospese alla cintura dei popoli in migrazione.

Articolo in gran parte di Elena Percivaldi pubblicato su Storie di guerre e guerrieri n. 22 – altri testi e immagini da wikipedia.

martedì 8 ottobre 2019

Diana signora delle selve.



Diana signora delle selve.

Era una delle più antiche e seducenti divinità italiche. A lei, nel bosco di Nemi, a sud dell’Urbe, era dedicato un antichissimo culto che esponeva la vita dell’officiante a un costante pericolo.
Statua di Diana/Artemide con un capriolo, copia romana di originale ellenistico. Parigi, museo del Louv

 
Lucas Cranach il Vecchio, Diana in riposo, primo quarto del XVI secolo, Besançon, Musée des Beaux-Arts.
Diana, il cui nome arcaico era forse Diviana (dall’aggettivo divias, divino), era un’antichissima dea delle popolazioni italiche: non solo dei Latini, ma anche dei Sabini, Equi ed Ernici, anch’essi abitanti del Lazio. Era la signora delle selve, protettrice degli animali selvatici e custode delle fonti e dei corsi d’acqua. Inoltre, aiutava le donne durante il travaglio e veniva invocata perché i parti non fossero troppo dolorosi. Solamente in epoca tarda, in ragione di alcune similitudini, venne identificata con la greca Artemide e con la dea Luna. In origine, era invece una divinità della luce del giorno, che penetra nella foresta attraverso il fogliame.


La dea Diana che ancora nel Seicento appare associata al simbolismo lunare delle corna, come in questo quadro di Guercino

UN CULTO OSCURO. Il suo culto era diffuso in tutta la regione dei Colli Albani, a sudest di Roma, in una zona anticamente vulcanica, e si localizzava principalmente nei pressi di Aricia (l’attuale Ariccia), da cui le veniva il nome di Diana Aricina. Aricia, la cui origine, secondo la tradizione tramandata anche da Ovidio, è legata a Ippolito, figlio di Teseo, era stata fondata molto prima dell’Urbe (il geografo tedesco Philipp Cluver, nella sua opera Italia antiqua, pubblicata nel 1624, ipotizza addirittura una data precedente al 2000 a.C.) e custodiva tradizioni e riti religiosi arcaici. In particolare, Diana era venerata in un boschetto sacro, nei pressi del lago di Nemi, conosciuto come Speculum Dianae.
L’officiante del culto, come ricorda James Frazer (1854-1941) nel suo saggio Il ramo d’oro, era il rex Nemorensis, il re di Nemi, che viveva nel bosco affacciato sulla sponda del lago. La leggenda riguardante questo re-sacerdote è contenuta in diverse fonti antiche (per esempio nei Fasti di Ovidio) e racconta che il ruolo di sovrano delle selve spettava a uno schiavo sfuggito al padrone, che otteneva l’onore della carica sacerdotale uccidendo il suo predecessore in un duello rituale e poteva conservare il prestigioso ruolo solo fino al giorno in cui fosse riuscito a difendere il suo rango contro i nuovi sfidanti. Si trattava di una tradizione oscura, di cui i Romani stessi faticavano a trovare l’origine. Così, per trovarle una spiegazione, avevano inventato la leggenda secondo cui Ippolito, figlio di Teseo, mitico fondatore di Atene, sarebbe stato costretto a fuggire dalla Grecia dopo essere stato accusato di stupro dalla matrigna, Fedra. Ippolito si rifugiò in territorio italico, nel Lazio, e prese dimora nel bosco dedicato a Diana. La dea gli cambiò nome in Virbio (probabilmente derivato da vir bis, “uomo doppio” o “uomo nato due volte”, in relazione alla sua nuova identità), facendo di lui il suo primo sacerdote. In seguito, Ippolito avrebbe sposato una donna del luogo, Aricia, e fondato la città a cui avrebbe dato il nome della moglie. Dalla coppia sarebbe nato un figlio, chiamato anch’esso Virbio, che sarebbe succeduto al padre nel ruolo di rex Nemerensis.

Il volto tenebroso della Dea.
Come accaduto a molte altre divinità antiche, anche Diana, nel corso del tempo, subì una lenta trasformazione di significato. Se in origine era legato alla luce diurna, in epoca imperiale finì per essere associata a quella della Luna e alle tenebre della notte. Questo fece si che quando il pagamento cedette il passo al cristianesimo, la dea si trasformasse in una divinità malefica, al punto da divenire, in epoca medievale, una figura demoniaca. La ragione va ricercata nella sopravvivenza dei culti pagani e dei riti di fertilità, praticati soprattutto nelle campagne anche dopo la definitiva cristianizzazione del mondo romano. La nuova religione colpì in particolar modo le divinità femminili in cui sopravviveva il culto delle dee madri, che vennero sostituite dalla Vergine Maria. Diana, in quanto divinità lunare fu così associata alla stregoneria e considerata oggetto di devozione da parte delle donne possedute da Satana.

COPPIA DIVINA. Al di là della leggenda (ripresa anche da Virgilio, che fa del figlio di Virbio uno degli alleati di Turno nella guerra contro Enea), è probabile che lo stesso Virbio fosse un essere semidivino, o comunque un nome legato alle selve e alla vegetazione. Primo sacerdote di Diana nel boschetto di Nemi, fu lui a istituire la tradizione secondo cui il ruolo di sacerdote veniva conteso con un duello alla spada. Prima di affrontare il rex Nemorensis in carica, il pretendente doveva però staccare un rametto (forse di vischio, identificato in seguito con il ramo d’oro che permette a Enea la discesa nell’Ade) da uno specifico albero del bosco. Secondo Frazer, Virbio era uno spirito degli alberi, a cui normalmente era vietato l’ingresso nella selva sacra a Diana. Si trattava probabilmente di un bosco di querce, alberi sacre a Giove, ragione per cui è stata avanzata anche l’ipotesi che il re del bosco (Virbio) fosse una sorta di “Giove locale”, oppure il dio delle acque di Nemi. In ogni caso, la coppia formata da Diana (divinità femminile) e Virbio (divinità maschile) era legata alla fertilità, alla vegetazione e alla natura in perenne rinnovamento. La morte stessa del re, appare come una forma di sacrificio umano più o meno mascherato, si collegherebbe a culti di rinascita legati alla vegetazione, diffusi in molte altre parti del mondo, dove è sempre una divinità a morire e poi rinascere. Il luogo sacro di Nemi, ricordato anche da scrittori di età imperiale come Vitruvio, Appiano e Svetonio (che, nelle Vite dei Cesari, narra di come l’imperatore Caligola, stanco di un sacerdote che officiava il culto da troppo tempo, cercò egli stesso un competitore in grado di sconfiggerlo), era uno dei più importanti del Lazio, sorto forse come santuario della Lega Latina.
A Roma, il culto di Diana Aricina si officiava invece sul colle Aventino, dove sorgeva un tempio a lei dedicato, con feste che si celebravano alle Idi di agosto (il giorno 13). Che Diana fosse una divinità arcaica e di grande importanza è dimostrato anche dal fatto che, nel suo santuario, si conservavano importanti leggi e tratti di alleanza.

FIACCOLE E VERGINI. Diana era anche una divinità della luce, ma più per ragioni etimologiche (il suo nome potrebbe derivare dal termine arcaico dius, “della luce”, o da dies, “la luce del giorno”) che per i riti che ne accompagnavano il culto, come la fiaccolata delle donne da Roma ad Aricia. Il culto della divinità era associato a quello di silvano, dio dei boschi. Come lui, Diana cacciava e proteggeva chiunque abitasse le selve: non soltanto le piante, quindi, ma anche gli animali. Quelli a lei sacri erano il cane e la cerva, mentre i suoi attributi erano l’arco e la fiaccola.
La dea, inoltre, era la protettrice della plebe e degli schiavi. Presso il tempio dell’Aventino si trovava un asilo per gli schiavi fuggiti (un luogo simile esisteva anche a Nemi), il che spiega perché il dies natalis (o giorno festivo) di Diana era detto anche servo rum dies festus (festa degli schiavi).
La dea era associata anche a un’altra divinità secondaria, la ninfa Egeria, leggendaria consigliera del re Numa Pompilio. Dopo la morte del sovrano, sarebbe stata proprio Diana a trasformare in fonte l’inconsolabile Egeria, distrutta dal lutto. Divinità vergine per eccellenza (e proprio per questo in grado di garantire la continua rigenerazione della natura), Diana era anche la protettrice delle fanciulle che, se morivano delle nozze, venivano considerate pari alla dea.
Articolo in gran parte di Edwar Foster pubblicato Civiltà Romana n. 3 – altri testi e foto da wikipeida.  

mercoledì 2 ottobre 2019

William Wallace, Braveheart.


William Wallace, Braveheart.
Può il coraggio di un giovane patriota fuorilegge ribaltare le sorti di un antico regno soggiogato da una superpotenza? Ecco come William Vallace, meglio noto come Braveheart ci riuscì, liberando in Scozia dalla invadente Inghilterra.


«Pro Libertate!»
(IT)
«Per la Libertà!»
(Motto del Clan Wallace)
Sir William Wallace
William Wallace.jpg
Sir William Wallace
1270 – 23 agosto 1305
Nato aElderslie, Scozia
Morto aSmithfield, Londra
Cause della morteImpiccato, sventrato e squartato
ReligioneCattolicesimo
Dati militari
Paese servitoScozia Scozia
Anni di servizio1297-1305
GradoComandante nelle Guerre d'indipendenza scozzesi
BattaglieBattaglia di Stirling Bridge
Battaglia di Falkirk
voci di militari presenti su Wikipedia
Sir William Wallace, in scozzese medievale: Uilliam Uallas; scozzese moderno: Uilleam Uallas; latino: Guillelmus le Walois de Scotia miles (Elderslie, 1270 – Smithfield, 23 agosto 1305), è stato un condottiero scozzese che guidò i suoi connazionali alla ribellione contro l'occupazione della Scozia da parte degli Inglesi; nel quadro delle Guerre di indipendenza scozzesi, Wallace combatté anche contro re Edoardo I d'Inghilterra. È considerato l'eroe nazionale scozzese.
La visione popolare consolidata spesso descrive Wallace come una "persona del popolo", in contrasto con il connazionale Roberto di Scozia, che era di nobile lignaggio. Tuttavia, a seguito delle eroiche imprese conseguite, Wallace divenne ben presto simbolo dell'assoluta libertà tanto agognata dal popolo scozzese.[1]


“Nell’anno del signore 1314, patrioti scozzesi, affamati e soverchiati nel numero, sfidarono il campo di Bannockbunr. Si batterono come poeti guerrieri. Si batterono come scozzesi. E si guadagnarono la libertà”. Con queste parole, accompagnate dal suono delle cornamuse, si conclude Braveheart, cult movie dedicato alle imprese dell’eroe scozzese William Wallace e alla lotta del suo popolo per liberarsi dal giogo inglese. Il campo di cui si parla è quello della battaglia decisiva tra le due parti, dove gli scozzesi ottennero un trionfo epocale. Fu la ciliegina su una torta che aveva iniziato a preparare molti anni prima lo stesso Wallace, il cui cuore impavido si era risvegliato di fronte all’arroganza del re d’Inghilterra di fronte all’arroganza del re d’Inghilterra Edoardo Plantageneto, alias Edoardo I.

INGERENZA INGLESE. Tutto iniziò nel 1286, quando il re scozzese Alessandro III morì lasciando come erede una nipotina di tre anni, Margherita. Nell’attesa che la piccola crescesse, con la reggenza affidata a un gruppo di nobili detti “guardiani”, ne fu programmato il matrimonio con il figlio di Edoardo I, ma nel 1290 la giovane si ammalò e morì. La nobiltà scozzese iniziò allora una disputa su chi dovesse salire sul trono, finché il Plantageneto, sfruttando le rivalità interne, si fece nominare Signore Supremo della Scozia (1291) per vestire i panni di mediatore. La sua scelta ricadde su John Balliol (pronipote di un re scozzese del XII secolo), che Edoardo designò sperando di fargli ricoprire solo un ruolo da “figurante”.
Incoronato nel 1292 nella cittadina di Scone, Ballio però non era disposto a fare il burattino, e quando Edoardo I cercò di trascinare gli scozzesi in una guerra contro la Francia, preferì accordarsi con i francesi, stipulando un’alleanza (la Auld Alliance) che mandò su tutte le furie il re inglese. Così nel 1296 il Plantageneto rispose al tradimento invadendo le terre scozzesi. A questo punto l’Antico Regno di Scozia (le cui origini salgono all’anno 843), caduto in mano inglese, si trovò costretto a giurare fedeltà a Edoardo.

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Ritratto che si suppone di Edoardo, nell'abbazia di Westminster

CUORE IMPAVIDO. Quando la Scozia sembrava spacciata, entrò in scena William Wallace. Figlio di un proprietario terriero, nato nel Sud-ovest del Paese intorno al 1270, studiò presso uno zio chierico per intraprendere la carriera ecclesiastica. Imparò il latino e il francese, si appassionò agli autori classici e crebbe in un ambiente culturale che lo portò a coltivare un forte ideale libertario. Nel XV secolo sfruttando il suo carisma, le doti da combattente e il fisico vigoroso avviò insieme a Robert Wishart, vescovo di Glasgow, una campagna contro gli sceriffi esattori delle tasse. Nel 1297 assaltò una guarnigione nel villaggio di Lamark, uccidendo un governatore inglese che, secondo alcuni cronisti, aveva giustiziato Marion Braidfute, sua giovane sposa (Wallace subì anche la perdita del padre e del fratello per mano inglese). guadagnata la fama di fuorilegge, continuò la sua battaglia coinvolgendo bande di contadini, artigiani, guerrieri e nobili (molti però rimasero fedeli a Edoardo) nella rivolta anti inglese. Ma un altro valoroso condottiero di nome Andrew de Moray stava portando aventi un progetto simile nel Nord del regno, nei territori montuosi delle Highilands.
L’11 settembre 1297 Wallace e Moray unirono le forze a Stirling, a nord-ovest di Edimburgo, per realizzare un’impresa epocale: con un’astuta mossa attaccarono il nemico presso un ponte sul fiume Forth, dove non passavano più di due cavalli per volta, riuscendo così a vanificare la superiorità numerica degli inglesi. Durante lo scontro il ponte crollò e per gli inglesi fu un’ecatombe: oltre 5mila persero la vita e altrettanti si diedero alla fuga. Nella ressa Andrew de Moray fu colpito e poi morì per le ferite riportate, ma gli scozzesi celebrarono una vittoria che lanciò definitivamente Wallace nell’olimpo degli  eroi nazionali. Nominato cavaliere, nel 1298 fu messo a capo dei territori strappati agli inglesi con il titolo di Guardiano di Scozia.
Stirling Bridge.jpg

Battaglia di Stirling Bridge
parte della prima guerra d'indipendenza scozzese

Il ponte oggi

LA VENDETTA DEL PLANTIl ponte oggiAGENETO. Il 22 luglio del 1298, a Falkirk, vicino a Stirling, Wallace e i suoi uomini sfidarono nuovamente gli inglesi guidati da Edoardo in persona. L’idea era di riuscire ad attrarli su un terreno fangoso per limitarne i movimenti, ma la cavalleria nemica aggirò la trappola e colpì ai fianchi gli scozzesi. Nonostante l’efficacia delle formazioni loro difensive: i celebri schiltron, gruppi di soldati con lunghe lance schierati compatti a forma di porcospino, gli scozzesi ebbero la peggio.
William Wallace fece perdere le proprie tracce e trascorse un periodo in Francia, in ceca di appoggi (forse andò anche a Roma), prima di tornare in patria per fomentare nuove sommosse nell’area di Newcastle. Il ruolo di Guardiano di Scozia, intanto, venne ricoperto da più di un condottiero, tra questi si distinsero i nobili Robert Bruce e John Comyn, che aspiravano tutti e due a regnare incontrastati. Le scorrerie di Wallace durarono fino al 3 agosto 1305, quando fu catturato dagli inglesi e condotto a Londra. Condannato a morte, il 23 agosto 1305 fu torturato, impiccato, sbudellato e mutilata. La testa fu poi esposta sul London Bridge e i quattro arti vennero spediti in altrettante località.

RISCOSSA SCOZZESE. Morto Wallace, gli scozzesi prepararono a un accordo di pace con Edoardo 1, ma lo scenario mutò il 25 marzo 1306, quando Robert Bruce ferì a morte il nobile rivale John Comyn e si fece incoronare re di Scozia. Rotto ogni rapporto con Edoardo 1, predispose nuove azioni militari anti inglesi, che si rivelarono ancora più efficaci dopo la morte del re d’Inghilterra, nel 1307. Il figlio Edoardo II, meno carismatico, subì la pressione scozzese fino alla disfatta nella battaglia di Bannockburn (sempre vicino a Stirling) del 23-24 giugno 1314, il cui esito sancì l’indipendenza del Regno di Scozia e vide Robert Bruce – un tempo ostile alla rivolta di Wallace – ascendere anch’egli al rango di eroe.
Dopo Bannockburn vi furono scontri minori finché gli inglesi, temendo una contro-invasione, riconobbero l’indipendenza scozzese con il trattato di Edimburgo-Northampton del 1328: la guerra era finita. L’anno prima si era spento Edoardo II, mentre quello dopo si spense Robert I Bruce. I due furono avvicendati dai figli Edoardo III e David, protagonisti di un altro conflitto (Seconda guerra d’Indipendenza scozzese, 1332-1357) in cui la Scozia riuscirà di nuovo a frenare la pressione inglese. Restò indipendente fino al 1707, quando con la nascita del Regno di Gran Bretagna il trono di Scozia sarà inglobato da quello inglese (a cui è ancora legato, data la vittoria dei no al referendum del 2014 sulla separa
Tornando ai fasti post Bannockburn, il 6 aprile 1320 i nobili scozzesi fecero pervenire a Papa Giovanni XXIII una lettera, nota come Declaration of Arbroath, che era una vera dichiarazione d’indipendenza. Il passaggio più celebre suonava così: “non per la gloria, né per le ricchezze, né per l’onore (…) stiamo combattendo ma per la libertà”. Frase che avrebbe approvato William Wallace e con lui ogni poeta guerriero scozzese, così come la scelta, nel 1996 (700° anniversario dell’inizio della guerra con gli inglesi), di riportare in patria, nel castello di Edimburgo la Roccia di Scone, simbolo defraudato dell’antico Regno di Scozia.

Articolo in gran parte di Matteo Liberto pubblicato su Focus storia n. 146. Altri testi e foto da Wikipedia.

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...