lunedì 17 febbraio 2020

Parigi nella Belle Epoque.



Parigi nella Belle Epoque.
Alla fine del XIX secolo Parigi si lanciò in gran corsa verso la modernità che non avrebbe più avuto fine. L’elettricità, i moderni mezzi di trasporto e le nuove forme di intrattenimento fecero della capitale francese un emblema dell’epoca felice che l’Europa visse prima del 1914.

Moulin Rouge - La Goulue manifesto di Henri de Toulouse-Lautrec del 1891

L’odore di fumo che impregnava le strade fu la prima cosa a colpire Sarah Bernhardt quando tornò a Parigi, nel 1871. La città delle luci faceva il suo ingresso nella Belle Epoque immersa nell’oscurità: centinaia di edifici erano in rovina a causa dei bombardamenti dell’esercito prussiano, che l’aveva assediata per oltre quattro mesi, e per le strade si ergevano ancora le barricate della rivolta della Comune. In pochi potevano immaginare che questa Parigi mutilata sarebbe divenuta la prospera città che, nel 1914, avrebbe destato l’ammirazione di tutto il mondo. In quel periodo Parigi avrebbe brillato più che mai grazie al progresso nella tecnologia e ai vertiginosi mutamenti sociali, destinanti a trasformarla in modo radicale.
La città era abituata ai cambiamenti. L’ambizioso piano urbanistico del barone Haussmann l’aveva totalmente modificata durante il Secondo impero (1852-1870); aveva demolito gli antichi quartieri dalle stradine strette e dai palazzi sovraffollati per sostituirli in ampi viali che facevano penetrare la luce e favorivano la circolazione di persone e vetture. Nel suo anelito di abbellire e rendere pulita Parigi, Haussmann aveva predisposto pure una rete fognaria, l’illuminazione con fanali a gas e la creazione di spazi verdi; tra i suoi obiettivi c’era quello di evitare che si alzassero di nuovo le barricate, com’era successo nel 1848. Le classi popolari furono quindi costrette a spostarsi nelle periferie, perché non potevano più permettersi gli affitti dei rinnovati palazzi del centro.
Quando lo scrittore Victor Hugo tornò da un esilio di circa vent’anni, nel 1870, notò con rammarico come la sua amata Parigi medievali fosse scomparsa. Ma le più grandi innovazioni erano da lì da venire perché, una volta rappacificato il Paese dopo la guerra con la Prussia e la Comune, la città proseguì l’opera di Haussmanm. Il progresso stava rivoluzionando il mondo intero.


 Le Galeries Lafayette situate in boulevard Haussmann

Anni di progresso e novita’.
1871
Il 28 maggio l’esercito francese sconfigge la Comune di Parigi e lascia la città semidistrutta. Si impone la legge marziale.
1884
Ha termine l’ultima epidemia di colera di Parigi. Di lì in poi le misure igieniche ridurranno l’impatto di questa e di altre malattie.
1894
Ha luogo la prima corsa di auto, organizzata da Le Petit Journal, da Parigi a Rouen. Il vincitore il vincitore impiega sei ore per percorrere 126 km.
1897
Dopo vari anni di lotte femministe, la Scuola superiore di belle arti ammette le prime donne nelle aule.
1906
Si inaugura la prima linea di autobus a motore, che copre il tragitto tra Montmartre e Saint-Germain-des-Prés.
1915
Viene inaugurato il Théatre des Champs-Elysée. La prima della Sagra della primavera di Stravinsky suscita molto scalpore.



tipico cartello della metro di Parigi

La Ville Lumière. Il primo passo fu l’elettricità. Sebbene Parigi fosse già famosa per le migliaia di lampioni a gas che ne illuminavano le strade, dal 1878 ebbe ancor più motivi per chiamarsi la Ville Lumière, la Città della Luce. L’installazione dei lampioni elettrici sull’avenue de l’Opéra venne accolta con grande entusiasmo: i parigini rimasero impressionati dalla bellezza delle nuove luminarie e chiesero che venissero estese ad altri viali. L’Esposizione universale del 1881 sfolgorò anche grazie all’illuminazione elettrica dei maestosi boulevard, illuminazione che a mano a mano si sarebbe diffusa nel resto del centro urbano. Nel 1910 le insegne al neon conferivano una nuova nota di luce e colore alle notti parigine. Ma non era cambiato soltanto lo sfavillio della città; anche l’odore ormai era diverso. I palazzi venivano ora collegati al sempre più ampio sistema di tubature, e il prefetto della Senna, Eugène Poubelle, prescrisse che fossero collocati dei secchi della spazzatura davanti a ogni edificio. Poubelle poteva ritenersi orgoglioso per aver contribuito a migliorare l’igiene di Parigi, anche se poi gli inviperiti cittadini si vendicarono battezzando i cassonetti con il suo nome – e, in effetti, da allora si chiamano ancora così, Poubelle.
Tutto questo portò a un generale miglioramento della vita degli abitanti, sebbene il progresso avesse toccato prima i settori privilegiati e, solo in un secondo momento, il resto della popolazione. Non allungò quindi solo l’aspettativa di vita dei parigini, fino ad allora sotto la media francese, ma ridusse notevolmente la differenza tra i residenti delle zone alte e quelli dei quartieri più poveri. E così durante la Belle Epoque Parigi passò da 1,8 a 2,8 milioni di abitanti. Questa incredibile crescita demografica era dovuta pure al fatto che la città diveniva sempre più attraente agli occhi dei migranti, i quali arrivavano a frotte da ogni angolo del Paese. E ciò non sarebbe stato possibile senza una rete più estesa ed efficace di mezzi pubblici.

Fulgence Bienvenüe, ideatore del metrò di Parigi, in posa davanti all'ingresso in ferro battuto di una stazione, opera di Hector Guimard.

Trasporti per tutti.  Nei secoli precedenti le classi umili vivevano il più vicino possibile al luogo del lavoro di norma raggiungibile a piedi. Nel corso dell’ottocento, però, l’avviamento di una rete di omnibus e tram trainati da cavalli aveva permesso di risiedere anche in posti più lontani. A mano a mano che la città si ingrandiva e si popolava, cresceva la necessità di migliorare e intensificare i trasporti. Fu il progresso a permettere di venire incontro a un simile bisogno. L’elettricità che serviva per illuminare le strade venne impiegata per i mezzi di trasporto: il primo tram elettrico fu inaugurato nel 1898. I taxi cominciarono a girare per Parigi nel 1905, e dai 417 del 1906 si arrivò ai 7mila del 1914; la classe lavoratrice dovette accontentarsi degli omnibus a motore, che iniziarono a circolare nel 1906.
Parte dei parigini accolse con trepidazione questi nuovi mezzi di trasporto: erano veloci ed evitavano i fastidiosi e maleodoranti mucchi di sterco dei cavalli. Ciononostante, era pure preoccupata per gli effetti sulle persone dell’alta velocità delle macchine, e temeva di essere investita o fare incidente. Al crepuscolo della Belle Epoque, Parigi era comunque una città su ruote: l’omnibus a cavallo completò la sua ultima corsa nel 1913, lo stesso anno in cui il servizio di nettezza urbana cominciò a usare gli autofurgoni. Ma ci fu un mezzo, in particolare, che suscitò illusione, paura e perplessità: la metropolitana, le mètro. Doveva essere alimentata dall’elettricità, a cui si guardava ancora con diffidenza, o dal vapore, che avrebbe potuto asfissiare i passeggeri? Parigi sarebbe rimasta la stessa? I parigini paventavano i possibili danni causati dai lavori, tanto più se parte della metro fosse passata in superficie. Alla fine si optò per la metropolitana elettrica soprattutto sotterranea, che venne aperta al pubblico il 19 luglio del 1900. Nonostante il disagio dei cantieri, l’entusiasmo e le attese per l’apertura della metropolitana furono immensi. Migliaia di persone parteciparono alla cerimonia di inaugurazione, convinte di proiettarsi nel futuro; il giornale Le Radical salutò la metro “come agente del progresso morale”. Tuttavia il terribile incidente del 1903 infranse molte di quelle illusioni: un incendio portò alla morte di 84 persone. Il giornale conservatore La Croix affermò che si era trattato di un castigo divino per l’impertinente arroganza della città. Ma con il tempo la paura scemò e la metropolitana divenne la vera protagonista della vita quotidiana: nel 1914 trasportava 500 milioni di passeggeri all’anno.
La metro non accompagnava i parigino solo al lavoro, perché ormai Parigi era una città che non dormiva mai. Dopo la giornata lavorativa, infatti, arrivava il momento di divertirsi, che si prolungava per tutta la notte. L’aumento dei salari e la stabilizzazione degli orari permisero ai dipendenti di guadagnare più denaro e di avere più tempo per spenderlo. Gli imprenditori accorsero in massa a soddisfare tale domanda.

Schema di costruzione della prima linea.


Fine del cantiere di costruzione della linea 2sud fra Sèvres - Lecourbe e Pasteur e posa dei binari

Un boulevard agli inizi del secolo.
In un’immagine del boulevard Edgar-Quinet, scattata agli inizi del XX secolo, mostra quanto fossero gremite le strade dell’epoca, tra passanti e carri trainati da cavalli. A terra sono visibili i binari dei tram a trazione animale, veicoli che per un certo periodo condivisero le strade con i nuovi tram a trazione animale, veicoli che per un certo periodo condivisero le strade con i nuovi tra a trazione elettrica, introdotti a partire dal 1900. Sulla destra compaiono un lampione elettrico e l’ingresso della metro Edgar Quinet inaugurata il 24 aprile del 1906. Anche se molte persone criticarono la cosiddetta “esistenza a zig-zag”, ovvero il dover corre da un treno a un autobus e biasimarono la scomodità della metro – alcune linee ricevettero il soprannome di “scatole di sardine” – di sicuro era meglio che camminare per ore o traslocare per arrivare al lavoro in un tempo ragionevole. 
Al via il primo rally della storia.
Tra il 19 e il 22 luglio del 1894 in Francia ci fu una prova insolita, indetta dal rotocalco Le Petit Journal: una corsa di automobili tra Parigi e Rouen, per un totale di 126 chilometri. L’evento ricevette all’inizio una risposta entusiasta, e al giornale giunsero 102 richieste di iscrizione, anche se alla fine si presentarono all’appello solo 32 vetture. Dopo le eliminatorie dei giorni precedenti, la domenica a 22 furono ventuno le macchine alla linea di partenza. La corsa includeva diverse fermate programmate: una nella località di Mantes-la-Jolie, affinché i partecipanti potessero concedersi una colazione in tutta tranquillità.


« Une journée sanglante », da Le Matin del 31 luglio 1908: la costruzione del metrò causò importanti conflitti sociali. Sotto Georges Clemenceau, fu indetto uno sciopero a Draveil-Villeneuve-Saint-Georges da parte di alcuni operai coinvolti nella realizzazione della rete.


Le Chat Noir (1929)

Un’ampia offerta di divertimenti. Le nuove forme di intrattenimento erano all’insegna del progresso, e specialmente il cinema riuscì a sedurre l’immaginario dei contemporanei. Nel 1895 u fratelli Lumière ne approfittarono e cominciarono a far pagare il biglietto d’ingresso alle loro proiezioni nel Grand Café. L’emozione iniziale, però, si gonfiò  ben presto: non appena la gente si fu abituata alle immagini in movimento, si annoiò di vedere sempre gli stessi filmati brevi e ordinari. Ci pensarono persone come Georges Méliès a raccontare delle storie: nasceva così il cinema come lo conosciamo oggi. la possibilità di ottenere sostanziosi guadagni era più che evidente per alcuni, tra cui Léon Gaumont, che nel 1911 aprì al pubblico un enorme cinema da circa cinquemila poltrone a prezzi accessibili e trasformò la settima arte in uno svago alla portata di tutti. Come nel cinema, altri risultati del progresso segnarono l’ozio e l’intrattenimento. La febbre per le macchine – sia nei saloni automobilistici alle Tuileries sia nelle strade che si dipartivano dalla città – era paragonabile soltanto a quella per la bicicletta. Lo stesso anno del primo Tour de France, il 1903, venne inaugurato il Velodromo d’Inverno per ospitare uno sport che aveva già molti sostenitori. Anche le partite di tennis e di calcio riempivano gli stadi. Non solo la Belle Epoque fu anche l’età d’oro del cabaret, con l’apertura del Le Chat Noir nel 1901 e del Moulin Rouge nel 1889. Louise Weber, nota come La Goulue (la Golosa) e Jean Avril, ballerine di can can di questo noto locale, divennero molto famose dentro e fuori Parigi. Cabaret e taverne traboccavano sempre di clienti; e chi preferiva un intrattenimento più culturale si recava nei musei: quello delle cere, inaugurato nel 1882, era uno dei favoriti dei parigini. Tanta offerta poteva forse disorientare e, infatti, parte della popolazione preferiva passare il tempo libero nei parchi urbani o facendo delle gite in campagna.
Se molti parigini approfittavano dei momenti d’ozio per uscire dalla città. sempre più stranieri giungevano a visitarla. Le esposizioni universali divennero la principale attrazione di Parigi: 23 milioni di persone parteciparono a quella del 1889, in cui venne inaugurata al pubblico la tour Eiffel, e 48 milioni a quella del 1900. Per far fronte a un turismo di tale mole, tra un’esposizione e l’altra, furono ampliati hotel come il Ritz e le stazioni dei treni. Parigi allargava la sua fama come meta turistica.

Muse della Belle Epoque.
Irma Gramatica
La Belle Epoque fu testimone del boom di attrici famose che comparivano spesso sui mezzi di informazione. Ne è un esempio la grande attrice francese Sarah Bernhardt che, grazie al suo stile naturale, lontano dalle vecchie consuetudini del teatro francese trionfò non solo in patri, ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti. Tra le italiane, invece, si ricordano Irma Gramatica, Lyda Borelli ed Eleonora Duse, le quali non furono solo delle grandi attrici di fama mondiale, ma fondarono anche compagnie proprie. Un altro esempio di donna di successo fu Lole Fuller, artista poliedrica ma anche scrittrice e produttrice, Fuller suscitò molta impressione con la sua danza serpentina, in cui utilizzava tessuti vaporosi e luci colorate. La Belle Otero è forse la più famosa tra le vedette di cabaret dell’epoca. Di origine galiziana, divenne la star di Folies Bergère. Insieme ad altre due attrici, Liane de Pougy ed Emillienne d’Alencon erano soprannominate “le tre grazie”. Le donne trionfarono anche nell’opera, come la soprano Lina Cavalieri, che venne descritta quale “donna più bella del mondo”. Pure la contessa Anna de Noailles, aristocratica di origine rumena, ebbe un ruolo fondamentale nella vita letteraria fin de siècle. Noialles ebbe un grande successo con le sue poesie piene di allusioni erotiche, e venne ritratta da molti artisti dell’epoca. 

La febbre del consumo. Se, da un lato, aumentavano gli spettacoli, dall’altro crescevano i consumi. I centri commerciali, che brillavano di luce propria, si imposero come le principali attrazioni e i turisti, in genere di classe agiata, non potevano certo rinunciare a una visita alle Galeries Lafayette. Ma nel 1895 Georges Dufayel fondò in uno dei quartieri poveri i Grands Magasins Dufayel, rivolti a un pubblico modesto: il suo motto era “Vendere a poco per vendere di più”. Grazie a strategie come la vendita a rate e gli annunci che invitavano i lavoratori a consumare, i Grands Magasin Dufayel diventarono uno dei luoghi più frequentati della città. Anche lì ci si poteva divertire: si poteva camminare tra i vasti locali, assistere a concerti, vedere film nel cinema interno e persino, il martedì e il sabato, farsi delle radiografie – tecnologia all’epoca affascinante. E ovviamente, comprare oggetti che limitavano il lusso, un tempo prerogativa delle classi borghesi. Il miglioramento delle condizioni di vita per i meno privilegiati si irradiava in molti settori, tra cui l’istruzione. Nel 1882 una legge rese obbligatoria la scuola primaria, e l’analfabetismo si ridusse enormemente: a Parigi la percentuale di persone analfabete era minore del 20 percento nei quartieri più poveri. La maggior parte dei parigini sapeva quindi leggere, dettaglio fondamentale per lo straordinario sviluppo della stampa. Questa, va detto, non migliorava solo il livello culturale dei lettori; in realtà serviva pure per diffondere notizie false e generare paure collettive. Per vendere di più, i giornalisti farcivano le pagine di notizie che i parigini leggevano con morbosità; erano talmente tante che la gente iniziò a ritenere Parigi una città violenta e pericolosa, sensazione accresciuta dal fatto che la polizia era ancor più efficiente nel risolvere i crimini: nel 1902 aveva, infatti, adottato la tecnica delle impronte digitali. La stampa alimentava anche l’impressione che la società francese stesse degenerando, e perciò i resoconti di delitti e scandali convinsero molti che le tecnologie e i nuovi comportamenti distruggevano la società tradizionale. L’anonimato di una grande città, l’affievolirsi di punti di riferimento come, per esempio, il parroco, e l’allargamento dell’istruzione permisero alle nuove generazioni di sentirsi più libere: a Parigi presero forza movimenti come il femminismo e uscirono allo scoperto comportamenti che stridevano con le norme sociali, come l’omosessualità.

Libertà, ma con restrizioni
Sebbene Parigi fosse percorso da un’ondata di libertà per le donne, le resistenze al cambiamento furono notevoli. Una normativa parigina proibiva alle donne di indossare i pantaloni se non montavano in bicicletta e, nonostante gli sforzi della femminista Marie-Rose Astié de Valsayere, il divieto non venne abrogato. La famosa giornalista, critica teatrale, scrittrice e attrice passata alla storia come Colette, poi, scandalizzava la società vestendo abiti maschili e fumando. Il maggiore ostacolo al cambiamento risiedeva, però, nella mentalità: le donne che si azzardavano a turbare il costume nei luoghi pubblici erano spesso vittima di insulti e aggressioni.

Marie-Rose Astié de Valsayre-crop.jpeg


Parigi 1910: la grande inondazione.
Si dice che ogni cento anni Parigi sia vittima di una grande inondazione. Quella del XX secolo ebbe luogo nel 1910, alla fine della Belle Epoque. Il 21 gennaio le acque della Senna raggiunsero un’altezza record di 8,62 metri, e lo straripamento fu inarrestabile. Alcune conquiste del progresso contribuirono ad aggravare la situazione: l’acqua scese per la rete fognaria e attraverso i tunnel della metro, appena costruiti. Si inondarono pure le stazioni elettriche e tutta la città – la Città della Luce – rimase al buio per diversi giorni in mancanza di tram, si dovette ricorrere a barche e cavalli. Fortunatamente, la piena non causò la morte di persone, anche se lo stato di emergenza permise per quasi due mesi.

Tolleranza limitata. Le persone omosessuali approfittarono della maggiore libertà che offriva la Belle Epoque. Le vaste zone verdi e i numerosi locali notturni divennero luoghi di corteggiamento, e le autorità potevano ben poco contro quella che la società considerava un’aberrazione. Quando il proprietario di un caffè su rue Monge, in pieno centro, denunciò alla polizia che i suoi clienti avevano trasformato il locale in un ritrovo di omosessuali, la polizia rispose che, se aveva i documenti in regola, non avrebbe potuto fare niente per chiuderlo. Ma in pubblico la società si dimostrò ben poco tollerante. Nel 1907 le attrici Sidonie-Gabrielle Colette, in arte Colette, e Mathilde de Morny scandalizzarono a tal punto gli spettatori del Moulin Rouge con una scena lesbica che la polizia dovette intervenire per placare gli animi. L’opera Sogno d’Egitto fu messa al bando, e le donne, che erano amanti, non poterono più vivere assieme.
Spaventati o emozionati i parigini avevano ormai capito che il cambiamento sarebbe divenuto una regola. La città semidistrutta del 1871 aveva poco in comune con quella che nel 1914 brulicava di vita, con le sue strade piene di vetture, i suoi cinema, i parchi e i centri commerciali pieni di gente, le sue sale da esposizione e i musei che ospitavano l’arte del nuovo secolo. In pochi potevano prevedere che le tenebre sarebbero presto tornate su Parigi.

Articolo in gran parte di Ainhoa Campos Posada storica e autrice di breve storia della Belle Epoque, pubblicato su Storica National Geographic del mese di dicembre 2018 – altri testi e immagini da Wikipedia.

martedì 11 febbraio 2020

Quando la guerra dettava la moda.


Quando la guerra dettava la moda.
Nel Rinascimento armi e armature ebbero, per la classe combattente un valore totalizzante. Non solo per il loro tradizionale uso in guerra, ma anche perché si imposero come status symbol, ecco perché le botteghe artigiani crearono capolavori artistici da sfoggiare in battaglia e nelle occasioni mondane come i tornei.

“Come trovasti, o scelerata e brutta invenzion, mai loco in uman core? / per te la militar gloria è distrutta, / per te il mestier de l’arme è senza onore”. Con questi versi dell’Orlando furioso Ludovico Ariosto lamentava, al principio del Cinquecento, l’introduzione dell’”abonimoso ordigno”, quell’arma da fuoco rea a suo dire di aver inferto un colpo mortale al concetto “cavalleresco” del “fare la guerra”. Lungi dall’essere una semplice attività militare, la guerra per i lunghi secoli medievali aveva rappresentato un insieme di valori peculiari, incarnati appunto nella romanzesca (e ambigua, oltre che storicamente molto più complessa) figura del cavaliere, concepito secondo la simbologia cristiana – benché la realtà fosse assai meno oleografica – come il difensore dei deboli e degli oppressi e il paladino della giustizia. Nel Rinascimento, però, l’arte bellica divenne appannaggio dei nuovi “signori della guerra” , i capitani di ventura, che combattevano al soldo dei potenti cambiando bandiera alla bisogna, una circostanza deplorata, con amaro rimpianto, nelle chanson de geste e in poemi fortemente nostalgici come la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso e, appunto il Furioso dell’Ariosto.
Il mondo simbolico legato all’arte marziale non cessò, tuttavia, di esistere quando tuonarono i primi colpi di bombarda e archibugio, ma anzi proseguì con inedite connotazioni nel Rinascimento, quando per principi e condottieri indossare armi – e soprattutto armature – straordinariamente elaborate divenne un modo per autorappresentarsi e, dato il costo esorbitante, ribadire in maniera plastica al mondo la propria ascendenza e il proprio rango.

Lancia in resta: le armature da giostra.
KHM Wien S XVI - Jousting armour of John the Constant, c. 1497-1505, front.jpg

Alle armature da piastra utilizzate in battagliArmatura da giostra tp. Stechzeug di Giovanni, Elettore di Sassonia - Kunsthistorisches Museum di Viennaa si affiancavano, nel Quattrocento, quelle da
“giostra” sfoggiate durante gli esercizi ludici (gli Hastliludi, giochi con l’asta o lancia) propedeutici alla pratica militare vera e propria, i tornei divennero pratica comune nell’aristocrazia europea a partire dal XIV secolo e conobbero nei secoli successivi, fino alla loro scomparsa nel XVII secolo, un’evoluzione che richiese un puntuale adeguamento tecnico anche per quanto riguarda le armi utilizzate, sia da carica (la lancia da giostra era più pesante e precisa dell’antica lancia da cinghiale) che da difesa. A infondervi grande impulso fu, a cavallo tra Quattro e Cinquecento, l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, grande collezionista e appassionato di armi: presso la sua corte si svilupparono due tipologie di tornei, il Rennen e lo Stechen, che produssero le corrispondenti tipologie di armatura, la Rennzeug e la Stechzeug, la prima notevolmente più leggera della seconda. Nel Rennen infatti l’obiettivo era colpire soltanto lo scudo dell’avversario, mentre nello Stechen il combattimento era a impatto pieno, ragion per cui la Stechzeug si presentava come una massiccia gabbia d’acciaio che lasciava scoperte solo le gambe protette dalla gualdrappa corazzata del destriero. La testa del cavaliere era completamente coperta con un elmo a bigoncia la cui evoluzione definitiva fu quella “a bocca di rana”. Le parti specifiche dell’armatura erano invece la guarda stanca, una piastra d’acciaio destinata a staccarsi non appena ricevuto il colpo da parte della lancia avversaria, e la resta, una sorta di gancio a uncino che doveva sorreggere la parte posteriore della lancia. Un altro tipo di scontro era il Kolbenturnier, nel quale i contendenti si affrontavano a colpi di clava o mazza ferrata con un tipo specifico di armatura a piastre: questa tipologia presentava relativamente poche protezioni alle braccia, per lasciarle il più possibile mobili, mentre viceversa concentrava l’attenzione sulla testa, coperta da grossi caschi sferici in acciaio che ricordano quelli del palombaro, con tanto di grata frontale per garantire la visibilità.  




Una funzione magico-sacrale. L’usanza di attribuire alle armi un significato simbolico era già presente nel periodo tardo antico e nel primissimo Medioevo. Presso i Longobardi, ad esempio, ogni uomo libero aveva il diritto e il dovere di portare le armi e tale condizione era simboleggiata dallo scramasax, un lungo coltello multiuso a filo unico – in pratica, simile al gladio – lungo dai 40 agli 80 cm e adatto alla caccia e ai combattimenti corpo a corpo. Grande importanza, inoltre, aveva la lancia. Lunga almeno due metri, possedeva un forte significato magico-sacrale, ed era connessa alla regalità: l’assemblea (gairethinx) dei guerrieri, riunita per scegliere il sovrano, lo acclamava infatti con le lance alzate. Tale circostanza ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi che, analogamente ai Sassoni i quali deriverebbero il loro nome dal seax (o sax, di cui lo scamasax rappresenta una variante), lo stesso nome “Longobardi” significasse “uomini dalle lunghe lance”. In realtà, com’è noto e ormai universalmente accettato, sta per “uomini dalla lunga barba”, ma ciò nulla toglie alla portata simbolica dell’arma nella loro cultura, tanto più che essa era utilizzata da Godan/Wotan/Odino, il dio della guerra del pantheon germanico e norreno, e anche dal santo più caro ai Longobardi dopo la loro conversione al Cristianesimo, l’arcangelo Michele. Un’altra arma simbolica medievale fu la Santa Lancia brandita da Ottone I contro gli Ungari nel 955 a Lechfeld: una tradizione la collegava a quella utilizzata sul Golgotha dal legionario Longino per trafiggere il corpo di Cristo crocifisso allo scopo di sincerarsi della sua morte, e la presenza nell’impugnatura del metallo ricavato dai presunti chiodi del patibolo elevò il sovrano sassone (nonché futuro imperatore del Sacro Romano Impero) al rango di intermediario fra Dio e l’esercito, conferendogli contro i temutissimi Ungari ancora pagani una sorta di missione soprannaturale. In età feudale cavalleresca, l’arma per eccellenza divenne la spada, alter ego del cavaliere da cui non si separava mai e che rappresentava anche il potere e la giustizia (umana e divina). La tradizione tramanda nomi di spade illustri appartenute a personaggi altrettanto celebri, storici o leggendari che fossero: la Durilindana di Orlando, la mitica Excalibur (letteralmente, “che taglia l’acciaio”) di re Artù, la Tizona di Rodigo Diaz de Vivar, meglio noto come il Cid Campeador. Il duo spada-cavaliere si scindeva soltanto quando il secondo moriva oppure decideva di donarla a un uomo del suo seguito particolarmente meritevole: è il caso della Durlindana, secondo la leggenda ricevuta da Orlando dal suo signore, Carlo Magno. La spada poteva essere  abbandonata – ma mai in battaglia, cosa considerata ignominiosa – solo se il cavaliere decideva di cambiare vita. Fu ciò che fece il senese Gaiano Guidotti nel XII secolo quando scelse di abbandonare la professione del guerriero per darsi all’eremitaggio. Salito sul Monte Siepi, cercò del legno per costruire una croce ma non lo trovò: estrasse allora la spada e l’affondò in una pietra. La “spada nella roccia” di Galgano, ancora oggi visibile nell’eremo da lui fondato, ricorda del resto molto da vicino la già citata Excalibur arturiana: lo stesso nome Galgano altro non è che una variante del Gawain, un cavaliere legato alle imprese di Artù. Possiamo qui soltanto accennare, inoltre, al fatto che, proprio per la sua grande valenza simbolica e religiosa (esaltata in epoca crociata), la spada divenne anche protagonista di molti trattati che insegnavano come maneggiarla, trasformando il combattimento da fatto militare in arte.

Massimiliano I d’Asburgo, l’imperatore che amava le armi.
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Armatura massimilianea (1514) - Polish Army Museum di Varsavia

Massimiliano I d’Asburgo (1459-1519), Imperatore del Sacro Romano Impero, nutriva un’autentica passione per le armi e le armature, che utilizzava non solo sui campi da battaglio (creò il reparto dei Lanzichenecchi) e nelle giostre ma anche come capo d’abbigliamento. Der letze Ritter (L’Ultimo cavaliere), come fu soprannominato, era cliente fisso dei principali armaioli tedeschi, favorendo così un’industria germanica, divenuta manifattura imperiale a Innsbruck, in grado competere con quella italiana di Milano e di Venezia. Collezionò inoltre moltissimi pezzi, gran parte dei quali originali, bizzarri e di gusto decisamente “gotico”come la celebre panoplia donata a Enrico VIII d’Inghilterra, realizzata nel 1514 da Konrad Seusemhoffer di Innsbruck, il cui elmo  era una maschera rappresentante lo stesso Massimiliano ghignante con un grosso paio di occhiali e due corna di capro  in ottone (oggi è esposta al Royal Armouries Museum di Leeds). All’imperatore e a Seusenhoffer si attribuirsi l’invenzione (ma sarebbe meglio dire perfezionamento) di una tipologia particolare di armature, le Schott-Sonnenberg, eleganti nella forma ma da utilizzare anche per il combattimento a piedi (come le precedenti Kastenbrust, diffuse già nel Quattrocento), alleggerite di determinate componenti considerate superflue come falde e spuntoni e munite invece di scarsella, una piastra di protezione per l’inguine. Accanto a questo tipo di armatura gotica, esisteva infine la Riefelhamisch (armatura scanalata), realizzata nella bottega dell’armoraro Lorenz Helmscmied di Norimberga fino al 1530 circa e caratterizzata dalle tipiche scanalature presenti su ogni parte dell’armatura stessa eccetto le gambe.


Cavaliere in armatura a piastre su cavallato bardato

Le armature, corazze viaggianti. L’arma più visibile era però l’armatura,che iniziò a farsi progressivamente più elaborata nel Basso Medioevo, acquisendo di pari passo una valenza particolare che andava ben oltre l’impiego bellico. La storia della sua evoluzione è lunga e complessa, ma in estrema sintesi si può dire che fino al tutto il XII secolo le armi difensive più diffuse fossero le antiche maglie di ferro, utilizzate già dai Romani che le avevano mutate a loro volta dai Galli: flessibili e poco ingombranti in quanto assimilabili, peso  e misure a parte, a un semplice indumento, erano indossate sopra a un’imbottitura di tessuto o cuoio che permetteva di assorbire i colpi di taglio limitando il rischio di fratture alle costole e agli arti. Le stoccate erano invece ostacolate dagli anelli, rivettati e saldati, di cui era composta la maglia, anche se nel caso di punte particolarmente aguzze (per esempio le frecce) la protezione non sempre risultava efficace, riuscendo i proiettili a infilarsi tra un anello e l’altro. dal Duecento in poi, per difendersi dai micidiali colpi delle balestre, cominciarono a comparire le cosiddette “lamerie”, lamiere anch’esse di metallo da indossare sopra la maglia in corrispondenza dei punti vitali (come il busto): si trattava però di difese che se offrivano sicuramente maggiore resistenza sia ai dardi che alle punte delle spade, risultavano però molto più ingombranti e pesanti della cotta di maglia (il cosiddetto usbergo) che si estendeva sul busto fino alle ginocchia e lungo le braccia fino ai gomiti. A completare l’area fino ad allora protetta dall’usbergo si aggiunsero schinieri di cuoio pesante. Lo stesso procedimento avvenne per le protezioni al capo, che divennero via via più complesse: al  classico elmo con nasale divo nell’XI-XII secolo, che lasciava in gran parte il volto scoperto, si affiancò la cervelliera e poi una tipologia di elmo chiuso da una visiera (grand’elmo) in seguito evolutosi – dopo altri complessi passaggi qui impossibili da riassumere – nella bigoncia o calata, che chiudeva completamente il capo lasciando una feritoia per gli occhi ed eventualmente completato da una barbozza per proteggere la gola. Nel corso del Trecento le protezioni del corpo si arricchirono di ulteriori elementi evolvendo verso l’armatura cosiddetta “a piastra” : le mani, coperte in genere da muffole di maglia, furono chiuse in guanti scaglie e poi nelle manopole “a clessidra”, con difese articolate per le dita; gli schinieri divennero di metallo e anche gli avambracci e le cosce passarono dall’avere protezioni in cuoio ad essere coperte pressoché totalmente in metallo. Queste protezioni, però, erano solo giustapposte, senza una visione organica totale ma messe “in aggiunta” alla maglia, la quale restava presente a coprire i varchi non difesi dalle piastre (ad esempio in corrispondenza delle ascelle), la schiena e le spalle. Per vedere la nascita delle prime vere e proprie “armature da uomo d’arme”, le cui parti erano una corazza toracica (petto globoide) in acciaio, arnesi di piastra per le gambe (raccordati dal ginocchiello) e bracciali composti da vambrace e rebrace uniti da una cubitiera in corrispondenza del gomito, si dovette attendere la seconda metà del Trecento. Nel secolo successivo, il Quattrocento, parallelamente all’introduzione delle armi da fuoco (il primo esemplare pervenutoci data al 1417) l’armatura conobbe il suo assetto definitivo aggiungendo, in una vera e propria “corsa agli armamenti”, ulteriori protezioni a quelle già presenti: lo spallaccio a tutela delle spalle, raccordato al bracciale; la panciera a rinforzare la corazza nella zona del ventre, il “batticulo” appena sopra il fondoschiena, unica zona a restare scoperta (insieme all’interno coscia) per consentire il combattimento a cavallo (del resto in quel frangente erano aree già coperte già dalla sella). Nell’armatura italiana, infine, le protezioni del braccio sinistro risultavano rinforzate rispetto a quello destro, dato che quest’ultimo era in genere quello che brandiva la spada (mentre il sinistro, reggente le briglie, risultava maggiormente esposto ai colpi avversari): questo espediente permise di eliminare lo scudo della panoplia del cavaliere eccezion fatta che nelle giostre e nei combattimenti appiedati.

 Armatura da corazziere in stile savoiardo, risalente al 1600-1620
Costosi capolavori artistici. Così celato, il cavaliere era molto difficilmente riconoscibile, perciò si rese necessario ricorrere all’araldica per consentirne l’identificazione: il combattente, cioè, oltre a indossare vesti recanti il suo blasone, prese ad arricchire la propria panoplia di elementi fortemente caratterizzanti e distintivi, ad esempio cimieri decorati e vistosi. Nacque così l’armatura come forma di “rappresentazione” do sé, del proprio casato e, a causa dell’altissimo costo di realizzazione, anche della propria ricchezza.
Questa esigenza conobbe la sua acme nel Rinascimento, quando ispirandosi al mondo classico, condottieri e principi amavano farsi ritrarre come gli eroi dell’antichità, rispecchiando tale magnificenza nelle armi che indossavano. Tra le figure più utilizzate come modello ci fu, naturalmente, quella del semidio eroe Ercole, che compare ad esempio sulla cinquedea, la tipica spada corta originatisi in ambito estense, di Cesare Borgia, prodotta nel 1499 da Salomone da Sesso (che si faceva chiare “Erculis Fidelis”). Sulle armature troviamo rimandi a imprese e personaggi significati del passato come Traiano, Cesare e Orazio Coclite, ma anche il Gorgoneion, un pendente che rappresentava la testa di una Gorgone utilizza come decorazione ma soprattutto a scopo apotropaico. Queste armature, fastose e monumentali come una scultura, avevano un costo esorbitante a causa della necessità di conciliare la logica estetica con il funzionamento meccanico delle parti, quindi erano appannaggio esclusivo dei principi e della casta militare, i quali le utilizzavano come strumenti di affermazione nella loro sprezzante superiorità e antica ascendenza, sovente ricollegata come si è detto al mito.
Nel Rinascimento i centri di produzione delle armature erano essenzialmente due, l’Italia e la Germania, pur non essendoci una netta dicotomia tra i due “stili”, si può però osservare che se la scuola tedesca era caratterizzata da piastre dai profili più appuntiti e nervosi, quella itlaina presentava armature più armoniose, con piastre lisce e lucidate a specchio. Tra i maggiori centri di produzione c’erano Venezia e soprattutto Milano, che nel Quattro e Cinquecento detenne il primato assoluto con la presenza, in città, di decine di botteghe – tutte concentrate nella zona delle odierne via Spadari e Armorari, che appunto le ricordano nel nome – le quali fornivano armature al fior fiore della nobiltà e alle coronate d’Europa.

Una armatura creata da Antonio Missaglia (1450 circa)

Conosciamo i nomi delle dinastie di questi artigiani – i Negroli, i Missaglia, i Modrone, Mozio, Merate e altre famiglie meno note – nonché dei prestigiosi committenti: gli imperatori Federico III, Massimiliano I e Carlo V, re Carlo VII di Francia, Sigismondo Malatesta, Luigi XI di Baviera. Ogni bottega contrassegnava i propri capolavori di arte suntuaria – perché di ciò, in effetti, si trattava con il proprio signum o marchio di fabbrica.
 Cinquedea1.jpg
spada cinquedea 

Dai campi di battaglia ai musei. Nonostante queste armature fossero create per essere indossate sul campo di battaglia (si ha una prova documentaria certa, per esempio, per gli apparecchi progettati dal geniale Filippo Negroli), è un dato di fatto che il combattente perdesse in mobilità e finisse per mostrare il fianco ai reparti di fanteria, sempre più agguerriti e ben equipaggiati, come i balestrieri e gli arcieri: fu così ad esempio per la cavalleria francese, travolta dagli inglesi a Crécy (1346) e ad Agincourt (1415), in quest’ultimo caso affondando nel fango e finendo trafitti da una pioggia di dardi. Sempre più pesante e impacciato, il cavaliere nel tardo Medioevo fece dunque speso l’ingloriosa fine di un “povero crostaceo” (l’espressione efficacissima, è dello storico Franco Cardini) infilzato dalla plebaglia; tuttavia non è vero, come vuole lo stereotipo, che una volta caduto a terra egli non potesse più muoversi, essendo questa un’eventualità che poteva capitare durante giostre e tornei, laddove il cavaliere indossava vere e proprie gabbie di ferro come le Stechzeug, queste si pesantissime e davvero difficili da gestire. Il declino del cavaliere si accentuò con l’introduzione delle armi da fuoco. Se ancora fino al XVII secolo le possenti armature riuscivano a offrire una discreta protezione ai colpi dei moschetti, si rivelavano però troppo pesanti e scomode e subirono, in battaglia, modifiche, come la scomparsa delle scarpe di ferro e degli schinieri, la sostituzione dei bracciali con maniche di maglia, fino all’eliminazione di tutte le pezze tranne il petto e la schiena “a prova di pallottola”, indossate insieme all’elmo. Chiusa ormai l’epoca degli eroi, era iniziata quella della guerra intesa non più come “esercizio di virtù” ma come “insano macello”, una concezione acuito dal protestantesimo e dalla Controriforma che alle esaltazioni epiche del passato sostituiva la tetra lettura dell’inconsistenza delle fortune umane.
Con l’età napoleonica, la gloriosa stagione delle armature può dirsi conclusa. Da allora corazze ed elmi divennero “pezzi da museo” da esporre nelle armerie dinastiche (l’inventario dell’Armeria medicea del 1715 contemplava quasi diecimila pezzi, per lo più armi “da mostra” ossia di pregio realizzate con metalli preziosi e riccamente ornate), da contendersi nelle aste oppure da far sfilare in collezioni aperte al pubblico. Oggi possiamo ammirarle in vari musei in Italia e nel mondo; da noi, le collezioni più complete si trovano al Museo Stibbert di Firenze, all’Armeria Reale di Torino, e presso la Collezione Odescalchi di Palazzo Venezia e il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma. Visitarle è un modo per ripercorrere questa straordinaria storia rinnovandone la suggestione.

Articolo in gran parte di Elena Percivaldi pubblicato storie di guerre e guerrieri n. 21. Altri testi e immagini da Wikipedia

giovedì 6 febbraio 2020

Catalina de Erauso; L’incredibile storia della suora alfiere.


L’incredibile storia della suora alfiere.
Nel XVII secolo divenne famosa Catalina de Erauso, una giovane basca che decise di vestirsi da uomo e andarsene in America, dove visse peripezie degne di un romanzo.

Eroina con cappa e spada.
1585
La minore di sei figli di un militare viene battezzata nella parrocchia di San Vicente a San Sebastian, il 10 febbraio.
1603
Vestita da uomo, si fa chiamare Francisco de Loyola e si arruola in una nave dell’Armata con cui arriva nella Nuova Spagna.
1606
Prende il nome di Alonso Diaz ed entra al servizio del fratello Miguel. Combatte contro i mapuche in Cile.
1620
Dopo diversi omicidi, confessa la sua identità per salvarsi dalla forca e viene richiusa in un convento.
1650
Muore nell’anonimato in Messico dopo aver ricevuto dal papa la dispensa per firmare e vestirsi come un uomo.

San Sebastián, Guipúzcoa, paese di nascita di Catalina
Novizia trasformatosi in militare, assassina confessa di aver ucciso almeno dieci uomini, attaccabrighe, ludopatica, vergine, omosessuale e travestita da uomo, Catalina de Erause è senza dubbio un personaggio romanzesco.
Conosciamo molte notizie della sua vita grazie ad un’autobiografia che era forse destinata, sotto forma di memoria, al re Filippo IV di Spagna, e che era stata da lei dettata assieme alla richiesta di un vitalizio. Pieno di circostanze vere ma costellato di situazioni e coincidenze forzate quanto incredibili, quel suo racconto divenne famoso. Se ne fecero almeno due edizioni,e, nel 1626, il drammaturgo Juan Pérez de Montalban, discepolo prediletto di Lope de Vega, scrisse e rappresentò a corte “La suora alfiere”, opera teatrale che consacrò definitivamente il personaggio alla fama. Contraddittoria perfino circa la sua data di nascita, nelle memorie assicurava di essere venuta al mondo a San Sebastian, nel 1585. Il suo certificato di battesimo della parrocchia di San Vencente, nella stessa città, indica invece il 10 febbraio del 1592. Figlia del capitano Miguel de Erauso, Catalina era la più piccola di sei fratelli. A quattro anni entrò nel convento domenicano di San Sebastian el Antiguo assieme a due sue sorelle. Dato che non si adattava ed era ribelle, venne trasferita nel convento di San Bartolomé, dalle regole e dalla clausura più rigide. Oppressa e vessata da una delle religiose, Catalina fuggì dal monastero a 15 anni, prima di prendere i voti.
L’aspetto coraggioso di un soldato.

In una lettera del 1626, lo scrittore Pedro della Valle descrive Catalina de Erauso, allora tretaquattrenne: “Alta e forte di taglia, dall’apparenza piuttosto mascolina, non ha più seno di una bambina… Di viso non è molto brutta, ma alquanto sciupata dagli anni. Veste da uomo alla spagnola; porta la spada con disinvoltura… ha l’aspetto coraggioso di un soldato che di un galante cortigiano”. Un ritratto opera di Juan van der Hamen, la ritrae con collare, collarina in ferro e giustacuore, mostra una donna con i capelli corti, lo sguardo severo, l’aria sera e un po’ assente.

itinerario di Catalina in Sud America 


Nei panni di un uomo. La sua fuga durò diversi giorni, e Catalina vagò “senza aver mangiato niente più dell’erba che incontrava su suo cammino” finché raggiunse Vitoria. Nell’odierna capitale dei Paesi Baschi la giovane iniziò a lavorare in casa di un medico, lontano parente, che non la riconobbe sotto gli abiti maschili: Catalina aveva infatti deciso di vivere e vestirsi come un uomo (molto probabilmente conscia del fatto che come donna non le sarebbe stato possibile muoversi liberamente). Tre mesi dopo scappò dalla casa con il denaro che aveva rubato al parente e si stabilì a Valladolid, dove divenne il paggio del segretario del re Juan Idiaquez, e si fece chiamare Francisco de Loyola. Nelle sue memorie racconta che lì incontrò il padre, il quale non la riconobbe. Catalina fuggì a Bilbao, dove prese a sassate alcuni ragazzi che dove prese a sassate alcuni ragazzi che la deridevano e ne ferì uno in modo talmente grave da essere imprigionata per un mese. Poi andò a Estella, nella Navarra, dove entrò al servizio di un signore in qualità di paggio. Due anni dopo tornò a San Sebastian, dove un giorno assistette alla messa accanto alla madre, che “non mi riconobbe”, assicura nelle memorie. Alla ricerca di nuove esperienze, Catalina si arruolò nella flotta in partenza per l’America. L’anno seguente, mentre i galeoni tornavano in Spagna carici di oro e di argento americani, Catalina rubò cinquecento pesos dalla cabina del capitano e si nascose nel porto di Nombre de Dios, in Panama, finché le navi si furono allontanate. Sempre con il nome di Francisco si trasferì in Perù, dove lavorò come aiutante di un mercante spagnolo servendolo con lealtà e zelo, ragion per cui in breve tempo passò ad amministrare uno dei suoi magazzini nella città di Sana. Tuttavia, l’indole spaccona la portò a essere coinvolta in una rissa, che si concluse con un cavaliere morte, un altro ferito e lei in manette. Il padrone la tirò fuori dal carcere, deciso a sposarla con la sua amante, ma Catalina si rifiutò, e allora lui la spedì a seguire i suoi affari a Trujillo. Un paio di mesi più tardi, il cavaliere che Cataliana aveva ferito a Sana andò a cercarla con due compari. Una nuova zuffa che culminò con un uomo trafitto dallo stocco della basca: Catalina fu costretta a chiedere asilo in una chiesa.
Per allontanarla dall’imputazione di omicidio e dai numerosi debiti di gioco, il campo la mandò a Lima affinché lavorasse nella bottega di un suo amico. A quanto riferisce lei stessa, lì ebbe dei rapporti con la cognata del superiore, che la licenziò. Senza soldi e lavoro, si presentò in uno degli uffici di arruolamento che reclutavano soldati per combattere gli indios mapuche nel sud del Cile. Decisa a “partire e vedere il mondo”, assieme a migliaia di soldati sbarcò a Concepion sotto l’identità di Alonso Diaz Ramirez de Guzman. E  lì si verificò un’altra di quelle straordinarie coincidenze per cui sembra che le memoria di Catalina possano essere state parzialmente alterate da uno o più autori con l’intenzione di aggiungere tinte romanzesche al racconto originale. solo così possiamo credere che il soldato Alonso si ritrovò al cospetto del fratello Miguel, allora segretario del governatore del Cile. Senza confessargli il legame familiare e senza essere mai scoperta, ne divenne una buona amica ed entrò a far parte del seguito personale di Miguel , “mangiando alla sua tavola per quasi tre anni”. Quando, però, Miguel venne a sapere che Alonso corteggiava una sua amante, la mandò al forte di Paicabì, un duro centro correttivo sul fronte araucano.

La decisione papale.
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papa Urbano VIII
Catalina de Erauso narra il suo incontro con il papa Urbano VIII: “Gli raccontai in breve la mia vita e le mie avventure, il mio sesso e la mia verginità… e con cordialità mi diede il permesso per continuare la mia vita in abiti maschili. Io mi impegnai a divenire onesta e a guardami dal recare danno al prossimo”.

Promossa ad alfiere. Catalina rimase quattro anni a combattere senza tregua contro i mapuche. Il soldato Diaz dimostrò grande coraggio nelle sue gesta, soprattutto quando riuscì a riprendere il vessillo del battaglione caduto nelle mani degli indigeni. Il fratello Miguel chiese quindi che venisse promossa a capitano. Tuttavia, a quanto sappiamo da lei stessa, divenne solo alfiere perché aveva impiccare un capo mapuche, Quispiguacha, invece di consegnarlo vivo perché venisse sottoposto a un interrogatorio. Una sera del 1609, mentre era a Concepcion in attesa di poter tornare a Lima, in una delle molte risse dovute alla sua passione per le carte ferì con la spada un'altra ufficiale e uccise la guardia che era accorsa ad arrestarla. Come in precedenza, chiese asilo in un convento, quello di San Francisco, dove rimase per più di sei mesi sotto il controllo delle truppe del governatore. Appena la vigilanza si allentò, decise di allontanarsi per fare da padrino d’armi. In una notte così scura “che non vedevamo le mani”, si batterono non solo i duellanti, ma anche i padrini. E qui compare un’altra incredibile circostanza, e cioè che il padrino contro cui Catalina si batté e che uccise era il fratello. Come se non bastasse, questi venne inumato nel convento di San Francisco, lo stesso in cui Catalina tornò a nascondersi per altri otto mesi prima di scappare a Tucaman assieme a due esuli, in un durissimo viaggio che li costrinse a mangiare uno dei cavalli. A Tucuman Catalina corteggiò e promise di sposare due donne, dalle quali si diede alla fuga prima che venisse svelato il suo genere. Per capire il personaggio e la sua storia bisogna anche tenere conto del fatto che l’identificazione tra il sesso biologico e un unico modello di femminilità non era così chiara nel XVII secolo come sarà in epoche successive.
 
monumento a Catalina a Orizaba, Messico

Condanna a morte. La donna raggiunse il villaggio di Potosì a cavallo. In quella località visse un paio di anni per poi arruolarsi in una compagnia militare di retta alla regione dei chunchos, dove affrontò gli indigeni con grande valore. L’alfiere racconta di uno scontro con questi – più di diecimila secondo lei – in cui “ci battemmo con tale coraggio e facemmo una tale strage che dal campo scorreva il sangue come un fiume, e li inseguimmo uccidendoli fin oltre il Rio Dorado”. Dopo aver ammassato quanto più oro poteva, lasciò le truppe e si stabilì a La Plata (oggi Sucre, in Bolivia) in qualità di amministratrice di una ricca vedova. Di nuovo coinvolta in un losco affare, venne accusata di aver sfregiato il volto di una donna con una lama da chirurgo per vendicare la sua signore, pure lei colpita al volto con una scarpa durante un accesso battibecco tra le due.
Ancora in fuga, si mise a commerciare grano a Cochabanba e Potosì. Attaccabrighe e lupodatica, uccise due uomini in altrettante risse, e per il secondo delitto venne condannata a morte. Quando aveva già il cappio al collo, riuscì a salvarsi la vita: due dei testimoni – condannati a loro volta – ritrattarono e assicurarono che “indotti e pagati, avevano giurato il falso” contro di lei. Quindi Catalina vagò senza meta per poi tornare a Cuzco, dove in un’altra zuffa mise mano alla spada. Venne colpita gravemente, ma ferì a morte l’avversario. Grazie all’aiuto di alcuni amici biscaglini, decise perciò “di cambiare aria”. Ricercata in tutto il Perù, venne alla fine riconosciuta e fermata a Huamanga (l’attuale Ayacucho), non senza aver prima ucciso una delle guardie che la volevano arrestare e averne ferite altre due.
Fu allora, davanti a una morte certa, che l’alfiera Diaz chiese di poter parlare con in vescovo Agustin de Carbajal, a cui raccontò la propria vota e svelò l’inganno delle vesti. “La verità è questa: sono una donna”. Il vescovo mandò due donne a verificare l’affermazione  e, quando loro ebbero confermato il sesso dell’alfiere, Carbajal decise commosso che avrebbe scontato la pena nel convento delle clarisse di Huamanga. La straordinaria storia di Catalina divenne di pubblico dominio ed episodi eclatanti della sua biografica circolarono in tutto il vicereame.

Ricevuta dal papa. Ormai una celebrità, Catalina fu chiamata dall’arcivescovo di Lima e dal viceré, che erano ansiosi di conoscerla. Rimase nel convento delle Comendadoras di San Bernardo per due anni, finché venne a sapere che diversamente da quanto lei sosteneva, non aveva mai preso i voti, perché a San Sebastian era stata solo una novizia. Pentita, perdonata ed esclaustrata, tornò in Spagna nel 1624 come uomo, con il nome di Antonio de Erauso. Durante il viaggio iniziò a scrivere o a dettare i testi che oggi conosciamo come sue memorie. Dopo essere stata ricevuta dal re Filippo IV andò in Italia, dove ebbe un colloquio con il papa Urbano VIII, che le concesse la dispensa di vestirsi e firmarsi come un uomo.
Da quel momento la sua leggenda crebbe ulteriormente, ma lei scomparve dalla vita pubblica. A quanto pare, tornò nella Nuova Spagna e, con una mandria di muli, si mise a trasportare passeggeri e merci dal porto di Veracruz a Città del Messico. Morì nel 1650 nella località di Cuitlaxtla.

Articolo in gran parte di José Maria Gonzalez Ochoa pubblicato su Storica National Geographic del mese di novembre 2018 – altri testi e foto da Wikipedia.

I vichinghi, gli eroi delle sagre.

  I   vichinghi gli eroi delle saghe. I popoli nordici vantano un tripudio di saghe che narrano le avventure di eroi reali o di fantasia. ...