giovedì 1 agosto 2019

Un arco per Tito. Distruttore di Gerusalemme.

Un arco per Tito. Distruttore di Gerusalemme.
Costruito alla fine del I secolo d.C., l’arco di Tito è uno dei monumenti più rappresentativi della prima arte imperiale e ci restituisce la preziosa testimonianza di un tragico ed epocale evento storico.

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Il 9 agosto del 70 d.C., l’esercito romano guidato da Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano, appiccò il fuoco al Tempio di Gerusalemme. Anche se gli scontri si protrassero ancora per alcuni anni, era l’ultimo atto della Guerra giudaica, un conflitto costato agli Ebrei più di 1 milione di morti (almeno stando alle testimonianze dello storico ebreo Giuseppe Flavio) e ai Romani circa 20mila uomini. L’anno successivo, il condottiero vittorioso festeggiò il suo trionfo a Roma insieme al padre, che prima di tornare nella capitale per essere acclamato imperatore aveva a sua volta condotto la campagna militare. Fece sfilare per le vie dell’Urbe, affollate di gente, 700 prigionieri giudei scelti fra i più prestanti, che furono trascinati in catene; insieme a loro, alcuni dei loro capi e tutti gli arredi del Tempio, razziati dopo la vittoria. Del tesoro portato a Roma faceva parte il candelabro a sette bracci (la famosa Memorah), usato dagli Ebrei durante le loro celebrazioni, oltre a trombe d’argento e, pare, ai rivestimenti d’oro del Tempio. Un tesoro tanto importante che, recentemente, in base alla ricostruzione di un’iscrizione dell’epoca, si è ipotizzato che lo stesso Colosseo sia stato edificato grazie al bottino raccolto durante la campagna in Giudea. Tra i beni razziati dai Romani non ci sarebbe stata invece l’Arca dell’Alleanza, nonostante una tradizione affermi che l’imperatore l’abbia donata alla principessa Berenice, figlia di Erode Agrippa II: secondo gli archeologi, il sacro manufatto era già scomparso da tempo.

 
Rilievo della processione sull'Arco di Tito

DEDICHE E RILIEVI. Tito, che lo storico Svetonio definisce “amor ac deliciae generis humani”, (amore e delizia del genere umano), salì al trono imperiale il 24 giugno del 79 d.C., succedendo al padre Vespasiano. Il suo regno durò poco più di due anni: Tito morì il 13 settembre dell’81, colpito da una letale febbre malarica o forse  avvelenato per ordine del fratello, Domiziano, che gli succedette come imperatore. Fu proprio Domiziano, qualche anno dopo, la morte di Tito, a far edificare in sua memoria l’arco che ancora sorge nella parte occidentale del Foro Romano, sulle pendici del colle Palatino. Si tratta di un monumento a una sola arcata, solido e compatto, costruito in marmo bianco. Lo zoccolo, invece, è di robusto travertino, il lapis tiburtinus, che veniva scavato nella zona di Tivoli e rappresentava una delle principali risorse edilizie dei Romani. Ai fianchi dell’arcata dell’arcata, su ogni facciata, due semicolonne reggono una trabeazione. Sopra quest’ultima, s’innalza il cosiddetto “attico”, su cui campeggia l’iscrizione dedicatoria:
“SENATUS POPULUSQUE ROMANUS DIVO TITO DIVI VESPASIANI F(ILIO) VESPASIANO AUGUSTO”

(“Il Senato e il popolo di Roma al divino Tito Vespasiano Augusto, figlio del divino Vespasiano). Il fatto che Tito sia citato come divo (“divino”) indica che la costruzione è successiva alla sua morte, poiché l’apoteosi degli imperatori, ossia la divinizzazione, avveniva soltanto dopo la loro scomparsa. L’interno del monumento è di cementizio (calcestruzzo composto di calce, cenere vulcanica e polvere di tufo legate con acqua di mare), ampiamente usato a Roma fin dal III secolo a.C.: un materiale economico e andato ai cosiddetti riempimenti. Le semicolonne sono chiuse da capitelli composti, anch’essi tipici dell’architettura romana, caratterizzati dalla sintesi degli ordini greci ionico (con le sue eleganti volute) e corinzio (di cui sono propri i decori e a foglia d’acanto). Il fregio della trabeazione, piuttosto semplice, rappresenta una scena di sacrificio, i suovetaurilia, che consisteva nell’immolazione alle divinità di tre animali: un maiale (sus), un montone (ovis) e un toro (taurus). Il sacrificio era genericamente rivolto a Marte, a cui veniva dedicato espressamente il toro, mentre il montone spettava a Quirino (protettore del popolo romano) e il maiale alle divinità infere. Sempre in alto, al centro della volta, si trova una piccola scultura rappresentante Tito portato in cielo da un’aquila, allusione evidente alla sua divinizzazione.


Ricostruzione del rilievo dell'Arco di Tito

IL TESORO DEL TEMPIO. Le due realizzazioni scultoree più interessanti sono poste all’interno del fornice, sui due lati contrapposti, e rappresentano i motivi del trionfo decretato in onore di Tito. Il rilievo sulla parete nord raffigura l’imperatore in trionfo su una quadriga, mentre viene incoronato dalla dea Vittoria. Forse si riferisce a una scena realmente vissuta da Tito dopo il ritorno vittorioso da Gerusalemme; in origine, gli archi di trionfo altro non erano che costruzioni vegetali, costituire da rami intrecciati, addobbati con fronde di quercia e lauro, sotto cui venivano fatti passare i vincitori, come se si trattasse di numi capaci, grazie alle loro forza vittoriosa, d’infondere fertilità nella terra patria. Il passaggio di Tito sulla quadriga, guidata da piedi dalla dea Virtù, che precede il corteo del popolo dei Quiriti e di Roma stessa, ha probabilmente la stessa funzione: l’imperatore, in quanto padre della Patria, ne è anche il vivificatore. Questo significato è accentuato dalla presenza dei littori che, con i fasci fra le mani, danno al corteo un significato sacro e religioso.
Sul lato opposto, cioè quello sud della costruzione, alla dimensione “spirituale” dell’evento viene contrapposta quella “materiale”. Vi si vedono i soldati reduci dalla guerra, con le loro insegne, che trasportano le ricchezze conquistate grazie all’ultima vittoriosa battaglia, seguita dal saccheggio di Gerusalemme. In bella mostra ci sono il candelabro a sette bracci e le trombe d’argento, che durante l’esodo erano utilizzate per segnalare al popolo di Mosè che era il momento di rimettersi in marci o per convocare l’assemblea popolare dei capi tribù. Erano le stesse trombe che ogni giorni, nel Beit Hamikdash, il Santuario di Gerusalemme, venivano suonate durante i sacrifici, ma anche per indicare l’apertura del Tempio, la fine del lavoro quotidiano e l’inizio del Sabato, giorno sacro agli Ebrei. Completava il bottino la tavola su cui ogni giorno veniva presentato a Dio il pane che gli officianti preparavano per lui.
Il rilievo di queste figure è talmente vivido, e i loro profili resi con tale accurato realismo, da dare l’impressione, ancora oggi, di assistere al corteo trionfale del divino Tito.

Rilievo con la quadriga

Articolo in gran parte di Stefano Bandera pubblicato su Civiltà Romana n. 3 – altri testi e immagini da wikipedia. 

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