lunedì 19 agosto 2019

Lavrentij Berija


Lavrentij Berija
Feroce e inflessibile, il braccio destro del dittatore soveitico fece la stessa atroce fine delle sue innumerevoli  e disgraziate vittime.
Лаврентий Берия, 1920-е годы.jpg
Negli ultimi mesi del 1953, tutti gli abbonati alla monumentale Bol’saja Sovetskaija, Enciklopedija, la Grande enciclopedia sovietica in 55 volumi, ricevettero a domicilio un plico contenente quattro pagine dell’opera e una lettera d’accompagnamento “La casa editrice sciendeija raccomanda di togliere dal 5° volume le pagine 21, 22, 23, e 24, nonché il ritratto inserito tra le pagine 22 e 23. In sostituzione, vengono fornite nuove pagine con il nuovo testo. Le suddette pagine vanno tagliate con le forbici o con una lametta da barba, lasciando vicino alla cucitura un margine a cui incollare le nuove pagine”. Le pagine da sostituire erano dedicate a Lavrentij Berija, che il vecchio testo definiva “come dei più eminenti dirigenti del Partito e dello Stato sovietico, fedele seguace e tra i più stretti collaboratori di I.V. Stalin, membro del Politbjuro del Comitato centrale del Partito, vicepresidente del Consiglio dei ministri dell’Urrs” nonché, si sarebbe dovuto aggiungere, capo dei servizi segreti sovietici. Nell’estate di quello stesso 1853 Berija era morto, per mano dello stesso partito che aveva servito fedelmente per trent’anni. Non poteva più figurare nell’enciclopedia di Stato, per cui il suo posto fu preso da un accurato articolo sul Mare di Berling.
La prassi, benché inquietante agli occhi dell’Occidente, non era inconsueta in Unione Sovietica. i personaggi divenuti scomodi scomparivano dalle pagine dell’enciclopedia e dalle fotografie, modificando la memoria pubblica e la storia dell’Urss, proprio come descritto da George Orwell nel suo romanzo dispotico 1984. Ma che cosa aveva fatto Berija, il fedelissimo di Stalin, per meritarsi un simile trattamento?

Lettera in cui Berija chiede a Stalin e al Politburo il permesso di far giustiziare 346 "nemici del PCUS e del potere sovietico" (gennaio 1940)

UNA CARRIERA FOLGORANTE. Stalin lo chiamava “il nostro Himmler”, e non senza ragione. A parte un’indubbia e singolare somiglianza fisica con il Reichsfuhrer delle SS, Berija fu per la Russia sovietica quello che Himmler fu per la Germania nazista: un funzionario rigido e incorruttibile, un pianificatore cinico ed efficiente, un perfetto burocrate dello sterminio.
Nato nel 1899 in Georgia (come Stalin ma più giovane di lui di vent’anni), Lavrentij Pavlovic Berija era ancora un ragazzo quando la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 spazzò via il secolare imper o degli zar per sostituirgli un’autocrazia altrettanto oppressiva. La Storia è avara d’informazione sui suoi primi anni; si sa che era figlio di contadini, che studiò in una scuola tecnica e che, ancora ragazzo, si iscrisse al partito bolscevico, il PCUS, forse nel marzo 1917, quando era studente d’ingegneria a Baku (o forse nel 1919, a rivoluzione conclusa, come suggeriscono altre fonti). Si dice che in quel periodo si fosse arruolato nell’Armata Rossa per poi disertare, ma anche questo dato non è verificabile. Di sicuro era giovanissimo quando, tra il 1920 e il 1921, entrò nella polizia politica dell’Urss, la “Commissione straordinaria di tutte le Russie per combattere la controrivoluzione, la speculazione e l’abuso di potere” o Ceka, bruciando le tappe. Nel 1922, il giovane Lavrentij occupava già un posto di rilievo nella sezione georgiana della Gpu, il “Direttore principale per la sicurezza dello Stato” che aveva sostituito la Ceka. Nel 1925 fu lui a guidare la repressione della rivolta nazionalista scoppiata nella capitale georgiana Tbilisi, mettendosi in luce e per spietatezza. Stalin, favorevolmente impressionato, nel 1926 gli affidò la direzione della Gpu in Trancaucasia. Berija venne nominato segretario del Pcus in Georgia nel 1931 e per l’intera regione trans caucasica nel 1932; nel 1934, divenne membro del Comitato centrale del Partito Comunista. La sua ascesa era compiuta.
Berija con Stalin (sullo sfondo) e la figlia di Stalin, Svetlana

LE MARCE DELLA MORTE. In quello stesso 1934 venne istituito un nuovo organismo, il “Commissariato del popolo per gli affari interni”, o Nkvd, responsabile delle strutture detentive (carceri e campi di lavoro forzato) e del corpo di polizia. Ben presto fu chiaro che l’Nkvd era in realtà una polizia segreta, dotata di poteri straordinari che la sottraevano al normale controllo esercitato dall’apparato statale. Il suo ruolo divenne centrale nel drammatico periodo del Grande Terrore: il biennio 1936-1938, in cui una spietata repressione di massa colpì, oltre agli oppositori del regime, chiunque fosse anche soltanto vagamente sospettato di antistalinismo, espressione generica nella quale poteva rientrare di tutto, da una battuta fraintesa a un gesto male interpretato. Berija, che ormai era un fedelissimo di Stalin, applicò le purghe in Transcaucasia con particolare accanimento, imponendosi come il più feroce esecutore degli ordini provenienti dal Cremlino. Di fatto, il responsabile materiale delle spaventose purghe che devastarono l’Urss in quegli anni fu Nikolaj Ezov, capo dell’Nkvd, come dimostra che in Russia quel periodo sanguinoso è ricordato con il nome di Ezovscina, “era di Ezvo”. Sotto di lui, furono arrestati circa 7 milioni di russi, tra civili e militari, poi internati nel gulag; vennero espulsi dall’esercito 35mila ufficiali su 80mila, e fucilate oltre 680mila persone. Nel novembre 1938, fu lo stesso Stalin a criticare i metodi dell’Nkvd, sostituendo Ezov con Berija. Nel 1939 Ezov, arrestato con l’accusa di spionaggio e tradimento, venne giustiziato e la sua figura scomparve dalla storia sovietica. La decisione di rimuovere Ezov dall’incarico fu dettata a Stalin da considerazioni di carattere pragmatico e non certo etico: le epurazioni avevano raggiunto un’estensione tale da compromettere seriamente le infrastrutture dello Stato, ed era necessario porvi un freno. Sotto Berija, al contrario, la morsa repressiva si allentò e la situazione divenne relativamente più distesa.
Nel frattempo, però, era scoppiata la Seconda guerra mondiale, che diede a Berija l’occasione di rinverdire la propria triste fama. In una lettera del 5 marzo 1940 indirizzata a Stalin, fu lui a proporre l’eliminazione fisica di 25.700 polacchi: intellettuali, imprenditori, preti, oltre a 14700 prigionieri di guerra. Tra loro figuravano anche i 4500 ufficiali sterminati nel bosco di Katyn, la cui esecuzione fu per decenni attribuita alle truppe tedesche. Nel corso del conflitto, le responsabilità di Berija cambiarono. Nel giugno 1941, con l’invasione tedesca dell’Urss, egli entrò nel Comitato di difesa dello Stato e procedette alla riorganizzazione della produzione bellica. Nel 1944 fu incaricato della deportazione in Asia centrale delle minoranze etniche accusate di collaborazionismo: oltre mezzo milione di persone tra ceceni, ingusci, tatari e italiani (di origine genovese) di Crimea e tedeschi del Volga dovettero affrontare una “marcia della morte”, che li decimò ancor prima di arrivare a destinazione. Finita la guerra, si aprì la lotta alla successione tra i delfini di Stalin. il leader sovietico era ormai prossimo alla settantina, e occorreva pensare al futuro dell’Urss. Il nome più papabile era quello di Andrej Berija, ormai divenuto vice primo ministro, che ben presto cominciò a perdere consensi. A peggiorare la situazione intervenne il crescente antisemitismo di Stalin, e poiché l’entourage personale di Berija comprendeva un numero consistente di ebrei la sua posizione si fece delicata. Negli anni seguenti gli scontri, aperti o striscianti, tra Berija e i suoi detrattori si susseguirono senza posa, mentre lo dipingevano come un sadico pervertito, che amava torturare giovani donne e perfino bambine dopo averle stuprate. Dal canto suo, Berija continuava a operare con i metodi consueti delle epurazioni e violenze.
Numero del luglio 1953 della rivista statunitense TIME con Berija in copertina. Sotto la sua immagine si legge la scritta: "Nemico del popolo

DA PERSECUTORE A PERSEGUITATO. Il 5 marzo 1953, dopo quattro giorni di agonia, Stalin morì, vittima di un collasso dopo una cena alla quale aveva partecipato, tra gli altri, lo stesso Berija. Secondo le dichiarazioni rese quarant’anni più tardi dal ministro del Esteri Vjaceslv Molotov, Berija si sarebbe vantato con lui di aver avvelenato Stalin; non esistono prove che confermino questa testimonianza, mentre sembra certo che fu Berija a ritardare i soccorsi al leader moribondo, con la tacita approvazione dei presenti. In ogni caso, dopo la morte di Stalin, l’Urss conobbe un periodo d’inattesa liberalizzazione, di cui fu proprio Berija l’artefice: ordinò il rilascio di 1 milione di prigionieri dai gulag, firmò nell’aprile del 1953 un decreto che proibiva la tortura nelle carceri sovietiche, invitò il regime comunista della Germania dell’Est all’adozione di politiche più morbide e cercò di ridimensionare il ruolo politico del PCUS.
Forse Berija agì per un sincero desiderio di migliorare le condizioni del popolo, o forse per semplice propaganda in vista della scalata al potere. in ogni caso, i vertici del partito non approvarono, e il declino di Berija fu più rapido della folgorante ascesa. Il 26 giugno 1953, Nikita Chruscev lo accusò di essere al soldo dei servizi segreti britannici, facendolo arrestare ed eliminare immediatamente. Altri sostengono che fu imprigionato e giustiziato in un secondo, dopo aver implorato inutilmente pietà ai suoi carnefici, come dovevano aver fatto gli innumerevoli innocenti mandati a morte per suo ordine. Non lo rimpianse nessuno.

Articolo in gran pare di Amelia A. Badalà pubblicato su Conoscere la Storia n. 50. Altri testi e immagini da Wikipedia.



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