mercoledì 10 luglio 2019

Ludwig II di Baviera


Ludwig II di Baviera
Il re che sognava troppo.
Il 13 giugno 1886 moriva (probabilmente assassinato dai suoi stessi ministri) il sovrano più bizzarro d’Europa. Un uomo affascinante, colto e pacifico, strenuo difensore delle arti.

De 20 jarige Ludwig II in kroningsmantel door Ferdinand von Piloty 1865.jpg
Ludovico II di Baviera nel giorno dell'incoronazione, dipinto di Ferdinand von Piloty, 1865

Benché non più ricchissima e potente come lo era stata un tempo, la Baviera del XIX secolo era un regno in cui le radicate tradizioni cattoliche convivevano in pace con un progressismo politico piuttosto sciatto. La sua storia è intimamente legata a quella della dinastia che lo governa da quasi mille anni, i Wittelsbach. Così nel 1848, quando l’Europa viene scossa dalle rivonluzioni che chiedono a gran voce costituzioni e riconoscimenti dei diritti dei cittadini, in Baviera si costringe il re, il simpatico Ludwig I, ad abdicare per colpa di una scandalosa relazione con un’avventuriera irlandese che si spaccia per ballerina spagnola, la famosa Lola Montez. Al vecchio monarca libertino, ancora amatissimo dal popola per la sua stravagante personalità, succede il più prosaico figlio di Massimiliano II, monarca morigerato e prudente, malaticcio e dedito allo studio in questo scenario, il 25 agosto 1845, viene alla luce Ludwig, principe ereditario di Baviera, primogenito di quello che i bavaresi impareranno a chiamare il “buon re Max” accanto alla meno amata regina Maria di Prussia.
Come si conviene ai principi ereditari, per i primi dieci anni della sua vita il piccolo Ludwig venne allevato da balle e istitutrici. Protetto dalle amorevoli cure della governante Sibylle von Meilhaus, alla quale resterà intimamente legato anche in età adulta, il giovane principe vive tra le due regge di Monaco (il sontuoso palazzo barocco di Nymphenburg e la più austera Residenz) e il castello di Hohenschwangau, situato a pochi chilometri a sud della capitale, piccolo gioiello neogotico le cui pareti sono decorate da affreschi che riproducono le antiche saghe germaniche. Sono immagini che catturano (fin troppo) la fantasia del giovane principe, traboccanti come sono di cavalieri chiusi in scintillanti armature che corrono in soccorso di sventurate principesse.
Fotografia di Ludovico II di Baviera all'età di trent'anni

Neuschwanstein l’olimpio degli dei del nord.


Quando Ludwig fece erigere il ciclopico castello di Neuschwanstein, tra il 1869 e il 1886, lo fece soprattutto per offrire a Wagner un luogo perfetto d’ispirazione. L’interno del maniero venne decorato con cicli di affreschi dedicati a quella mitologia germanica di cui il grande drammaturgo stava creando una sintesi con la celeberrima tetralogia dell’Anello del Nibelungo.
Il risultato fu sorprendente, corse di cattivo gusto, ma capace comunque di affascinare. Non per nulla, al giorno d’oggi, un milione e mezzo di persone all’anno visitano le sue sale istoriate, si meravigliano sotto le sue torri snelle dalle guglie azzurre, sognano ai piedi di un trono che pare uscito più dagli studi di Hollywood degli anni Cinquanta che dal Medioevo. Anche Walt Disney ne fu colpito, tanto da farne il prototipo per il castello abitato dalla perfida regina Grimilde del film a disegni animati Biancaneve e i sette nani del 1937. Nel 1868, Ludwig scriveva al suo amico Wagner: “E’ mia intenzione far ricostruire l’antica rovina del castello di Hohenschwangau, nei pressi della gola di Pollat, nello stile autentico delle antiche fortezze dei cavalieri tedeschi e devo confessarVi di rallegrarmi all’idea di potervi soggiornare un giorno”.
Sala del Trono



A UN FUTURO RE TUTTO E’ PERMESSO. I rigori della scuola militare, che lo costringe a fare bagni ghiacciati o a patire la fame per temprare il fisico alle privazioni del campo di battaglia, non intollerabili per il giovani principe, che sembra non assomigliare in nulla all’apatico padre ma molto all’eclettico nonno: perfettamente consapevole del proprio ruolo, Ludwig non perde l’occasione per sottolineare che un giorno sarà re, arrivando perfino a pretendere una punizione per il figlio del conte Arco che si è permesso di spintonarlo. Con il fratello minore, Otto, non è più indulgente: i loro giochi finiscono sempre con il povero piccolo costretto ad arrendersi o a perdere la partita per non offendere la superiorità gerarchica del fratello e rischiare dolorose punizioni. Si racconta anche che il principino, dopo essere uscito da un negozio con un borsellino non pagato, rispondesse piccato al rimprovero della governante: “Perché dovrei essere in colpa? Un giorno sarò re di questo paese e tutto ciò che appartiene ai miei sudditi sarà mio!”.
I genitori di Ludwig, come avviene in tutte le case reali, sono del tutto assenti nell’educazione del principe. Il padre non lo fa presenziare alle sedute del governo e la madre Marie, principessa prussiana dal sangue freddo, donna gretta e di scarsa cultura, non riesce a trovare argomenti per conversare con lui. Mentre Ludwig legge per ore e ore chiuso nella sua camera la regina madre afferma orgogliosa: “Non ho mai letto un libro e non capisco me si possa leggere interrottamente”. Una differenza talmente profonda che porterà madre e figlio al contrasto, arrivando a un punto tale che Ludwig in più di un’occasione si riferirà alla madre chiamandola la vedova del mio predecessore.
Appare sempre più strano questo giovane principe che, invece di pensare alla carriera militare o ad andare a caccia con il padre, legge libri, ama il teatro, adora il melodramma e la storia dei sovrani francesi sviluppando quell’adorazione per Luigi XIV, Luigi XV e Maria Antonietta che in età adulta diventerà una vera e propria ossessione. A chi lo sorprende immerso nel buio della sua camera a guardare nel vuoto chiedendogli se non si annoia risponde seccato: “Niente affatto, immagino cose bellissime e mi diverto molto”. Al decimo compleanno la vita di Ludwig cambia radicalmente, cedendo il passo a quella che viene considerata la formazione  più conveniente a un futuro sovrano, con rigidi piani di studio e un istitutore militare al posto della governante. Ludwig vi si applica con determinazione, ma proprio non riesce a concentrarsi sulle carte militari, preferendo gli spartiti e i libretti delle opere che vengono rappresentate a teatro. A quindici anni gli viene concesso il permesso di recarsi a teatro per assistere al Lohengrin di Richard Wagner, compositore le cui idee sono contestate, che predilige le storie dei cavalieri nibelungici, con quegli eroi biondi e perfetti che sembrano balzati fuori dai muri del castello di Hohenscwangau per prendere vita.
Quando sul palcoscenico appare il Cavaliere del Cigno la rivelazione è totale e sconvolgente, al punto che chi può osservare il giovane principe seduto nel palco reale riesce a vederne i tratti del viso alterati da una profonda emozione. Wagner sarebbe lusingato nel contestare l’effetto che la sua opera ha sul giovane principe. Compiuti i diciotto anni, quello che viene chiamato “il più bel principe d’Europa”, grazie all’aspetto imponente (un metro e novanta di statura), ai capelli neri vezzosamente ondulati con il ferro caldo e ai grandi occhi blu scuro, comincia a soffre di solitudine avvertendo la necessità di stringere amicizia con qualche coetaneo. La scelta cade sul giovane principe Paul von Thurnu und Taxis, al quale si lega di un’amicizia profonda. Anche troppo. Negli slanci amorosi di cui grondano le lettere scritte da Ludwig all’amico vanno forse ricercati i primi segnali di quell’omosessualità che tormenterà la coscienza di Ludwig per tutta la vita.

L’AMICIZIA CON RICHARD WAGNER. Prestante, dal portamento regale e il fisico atletico (grazie alle lunghe nuotate e alle cavalcate nei boschi), Ludwig appare ai futuri sudditi come una promessa di felicità, e i cuori di tutte le ragazze del regno battono per lui. È così bello ed elegante, con lo sguardo remoto e un po’ malinconico, che i bavaresi lo vedono seguire a grandi passi il corteo funebre del padre il 14 marzo 1864: il buon Max se n’è infatti andato troppo presto, lasciando il regno nelle mani di un figlio ancora giovane e impreparato a tanta responsabilità.
Cinta la corona di re di Baviera, dopo una solenne cerimonia vissuta come un incubo, Ludwig si ripromette controvoglia di svolgere il suo ruolo con la massima determinazione, ma non si sente all’altezza dei lunghi consigli di stato, e tutte le attività connesse con il suo ruolo lo annoiano a morte. Se chiama un ministro con estrema urgenza è solo per ordinargli di raggiungere Richard Wagner ovunque si trovi per inviarlo a corte. Ora che è re vuole realizzare il suo sogno e avere il compositore tutto per sé, stargli accanto quando compone dando vita e voce ai suoi eroi, costruirgli un teatro in cui possa celebrare la sua arte. Vuole condividere le fantasie e le emozioni del grande e discusso musicista. Questo si darebbe senso alla sua vita e al suo status di re.
Purtroppo, però, Wagner non affatto l’artista sommo e il bardo puro che il giovane re è convinto che sia: braccato dalle polizie di mezza Europa, il musicista è invece un soggetto rissoso e pieno di debiti. Raggiunto a fatica dagli emissari di Ludwig, il compositore arriva a Monaco nel maggio 1864: il suo incontro con il re di Baviera è commovente, con il sovrano che con la voce rotta per la commozione abbraccia il compositore incredulo e imbarazzato da quell’accoglienza così calorosa.
A lungo attesa, l’opera Tristano e Isotta va finalmente in scena il 10 giugno 1865. Il successo è enorme, ma le nubi che si intravedono all’orizzonte non lasciano sperare nulla di buono. Gli esborsi della tesoreria per far fronte alle assurde richieste del compositore raggiungono presto cifre da capogiro. Diffamato dai giornali, chiamata beffardamente “Lolus” (in riferimento a quella Lola che anni addietro aveva fatto perdere la testa, e il regno, a re Ludwig I), Wagner viene attaccato da ogni parte.
Il giorno in cui doveva riscuotere un anticipo sul suo compenso, Wagner si vede consegnare, fuori dalla parta della tesoreria, la cifra pattuita in monetine di rame contenute in numerosi sacchi che è costretto far caricare su grossi carri. I passanti che assistono alla scienza pensano che Wagner stia svaligiando le casse dello Stato. Il colmo viene raggiunto quando Wagner approfitta della sua influenza sul re per suggerirgli la nomina di un ministro. L’impopolarità del compositore è giunta al culmine, il sovrano non può più difenderlo e si vede costretto a chiedergli di lasciare Monaco. Tornerà dopo pochi mesi ma la scoperta di una relazione adulterina con Cosima von Bulow, costringerà nuovamente il sovrano a separarsi dal suo idolo.

Sissi il gabbiano.
Elisabeth of Austria, by Franz Xaver Winterhalter.jpg
L'imperatrice Elisabetta in abito da ballo, dipinto di Franz Xaver Winterhalter1865
Sul rapporto che lega l’imperatrice Elisabetta d’Austria (la romantica Sissi) al cugino Ludwig si è molto scritto e favoleggiato, tanto che molti biografi hanno spesso voluto ravvisare nella loro intima amicizia una improbabile storia d’amore.
Certo è che il rapporto tra i due non fu così idilliaco come spesso si legge: dopo anni di allontanamento si ritrovano nel 1864 a Bad Kissingen durante un soggiorno alle terme. In quell’occasione i due cugini, che si scrivono lettere firmandosi poeticamente “Aquila” e “Gabbiano” (lettere nascoste nel cassetto dello scrittoio del piccolo castello in stile pompeiano che si trova sull’isola delle Rose), parlano molto e cavalcano assieme condividendo la loro passione per la poesia, la libertà dalle costrizioni della corte e la notte. Giova però ricordare che, mentre Ludwig idolatra letteralmente la cugina, ammirandola in modo totale, Sissi riprende spesso Ludwig con giudizi molto severi: non sopporta quando sbaglia a vestire l’uniforme austriaca, quando si presenta in alta uniforme e con il parasole aperto, oppure quando si profuma eccessivamente. Non è da escludere che il progressivo evolversi della malattia mentale del sovrano ponga Elisabetta, anch’essa soggetta a gravi nevrosi, di fronte al terrore di cadere vittima di quell’alienazione mentale che da secoli riaffiora violenta nei membri della dinastia bavarese.
Pazzia o semplice stravaganza?
Scrisse Elisabetta del cugino Ludwig: “Non è abbastanza pazzo per esser rinchiuso in gabbia, ma è troppo anormale per poter intrattenere rapporti con le persone sane di mente”. È in effetti molto difficile, ancora oggi, poter formulare una diagnosi precisa sull’effettivo stato mentale di Ludwig negli ultimo anni di vita. Bernhard von Gudden, psichiatra che si era già occupato della salute mentale del fratello Otto, facendolo internare, decretò che Ludwig era affetto da un grave stato di paranoia che gli vietava l’utilizzo del libero arbitrio. Si tratta di una patologia che si era già manifestata a livelli più o meno gravi in famiglia, forse a causa dei continui matrimoni fra consanguinei. Basti ricordare i casi di due zie di Ludwig: la principessa Maria si cambiava d’abito tre o quattro volte al giorno vestendo sempre e solo abiti bianchi per potervi scorgere anche il più piccolo granello di polvere, mentre la sorella Alessandra visse per anni convinta di aver ingoiato un pianoforte di vetro.

La sfortunata Sofia Carlotta.
Sophie of Bavaria, Duchess of Alençon.jpg
Benché apparentemente perfetto, il fidanzamento con la duchessa Sofia Carlotta fu senz’altro uno dei momenti più difficili per Ludwig. Mentre tutta la Baviera festeggiava con l’esposizione di stampe che ritraevano i futuri sposi, egli sapeva che non avrebbe mai potuto compiere quel passo. I mesi del fidanzamento furono terribili per Sophie che vedeva il fidanza arrivare alle ore più improbabili per chiederle di cantare qualche aria di Wagner, compositore amatissimo anche da lei, per poi dileguarsi nella notte e non comparire più per giorni interi. Arrivò persino a lasciarla sola nel corso del ballo dato in loro onore per festeggiare il fidanzamento. Spinto dalla cugina Elisabetta, che aveva a cuore la reputazione del cugino, oltre che il futuro della sorella, Ludwig cercò di rinviare più volte il fatidico giorno, finché il duca Max, padre della futura sposa, non gli scrisse una lettera durissima per costringerlo a prendersi la sua responsabilità. Offeso dalle pretese di quello che considerava un suo vassallo, Ludwig colse il pretesto per rompere il fidanzamento. Sophie, addolorata e umiliata, si sposò nel 1868 con Ferdinand d’Orléans duca d’Alencon. Morirà arsa viva nel 1897 nel terribile incendio al Bazar della Charité a Parigi.
Castelli di fiaba.
La mitologia di Ludwig è strettamente legata ai suoi manieri, ancora oggi tra le mete turistiche più battute d’Europa. In essi si ritrovano tutte le ossessioni e i sogni del sovrano bavarese: a Linderhof si può ammirare una tavola montata su uno speciale montacarichi che la abbassa al piano sottostante per permettere ai valletti di sparecchiare senza disturbare il re con il loro andirivieni. Nel parco si trova la Grotta di Venere, una caverna artificiale costruita in acciaio e cemento che richiama quella del Tannhauser wagneriano, illuminata da decine di lampade colorate.
A Herrenchiemsee trova posto la riproduzione perfetta (ma più grande) della celebre Galleria degli Specchi di Versailles: il sovrano la abbandonò dopo una sola notte, dopo aver scoperto che per risparmiare vi erano state collocate statue di gesso invece che di marmo.
A Neuscwanstein, tra lo studio e la camera da letto, trova posta una piccola grotta con ruscello ma anche il primo citofono elettrico di Baviera: Ludwig era infatti molto attratto dalla tecnologia, ogni novità lo affascinava. Costati cifre enormi alla tesoreria di
Stato e alla cassa personale del sovrano, fortunatamente i castelli non vennero però distrutti alla morte del re, come invece egli stesso aveva disposto nel testamento.

IL SOVRANO MISANTROPO. Sentendosi ingiustamente privato di quello che considerava il suo amico più caro, Ludwig decide di ritirarinsi nei castelli di Hohenscwangau e Berg, costringendo i suoi ministri a percorrere chilometri in carrozza per essere ricevuti in udienza in mezzo a un bosco o su un isolotto al centro di un lago. Ma un sovrano ha dei doveri dai quali non può fuggire neanche rinchiudendosi nel castello più lontano, primo fra tutti quello di sposarsi.
Ormai ventunenne, Ludwig è uno dei partiti più appetibili d’Europa, ma la scelta della futura regina non è affare da poco: oltre alle voci sulla sua sessualità indefinita si sa che il giovane re non ha un carattere facile.
In privato ha dichiarato più volte di non volere al suo fianco una donna gretta e ignorante come la madre. Il suo ideale sarebbe una principessa nobile e pura simile alle eroine wagneriane. Il novello Lohengrin cerca la sua Elsa e la trova nella duchessina Sofia Carlotta, figlia del duca Max, discendente di un ramo cadetto dei Wittelsbach, ma soprattutto sorella dell’amata cugina Elisabetta imperatrice d’Austria (la celebre Sissi), per la quale Ludwig prova un’ammirazione e un affetto profondi fin da quando era bambino. La cosa non deve stupire poiché Ludwig ed Elisabetta, cugini di secondo grado, hanno molto in comune: benché abbiano otto anni di differenza sono cresciuti vicini, entrambi spiriti liberi, ribelli, insofferenti ai cerimoniali, amanti della poesia e delle cavalcate notturne. Il fidanzamento, certamente sponsorizzato da Elisabeth, l’unica a cui Ludwig non sa negare nulla, viene annunciato nel gennaio del 1867 con grande giubilo di tutta la nazione, ma il matrimonio non verrà mai celebrato a causa di una brusca rottura causata dai continui rinvii del sovrano. È ancora scandalo, il giovane re è più chiacchierato che mai. Nel 1866 scoppia la guerra. La disputa peri l controllo di due ducati situati nel Nord Europa ha fatto litigare Austria e Prussia.
Alleata di entrambi i contendenti, la Baviera e con essa Ludwig è costretta a una scelta dolorosa: far la guerra all’amata cugina Elisabetta (e all’Austria), oppure a quello dio zio Guglielmo (e alla Prussia), il soldataccio volgare e sempre in divisa, che già accarezza l’idea di diventare imperatore di Germania. non volendo prendere parte a una guerra che reputa inutile e incestuosa, Ludwig sceglie ancora una volta la fuga e si rifugia sull’Isola delle Rose. Ai ministri che vengono in processione per chiedergli di intervenire a favore di uno o dell’altro schieramento il re risponde che non vuol sentir parlare di morti e feriti. Poi cede e firma l’alleanza con l’Austria per una guerra che, dopo sette settimane, conduce la Baviera a un’avvilente sconfitta, privandola definitivamente di qualsivoglia influenza sul futuro impero germanico. Umiliato, costretto da Bismarck a firmare una lettera in cui chiede di accogliere la Baviera con Stato membro dell’Impero germanico. Ludwig scappa di nuovo, sempre più lontano. Dello splendido diciottenne che dieci anni prima era salito al trono non resta nulla: diventato massiccio e pesante, con i suoi centodieci chili di peso, i denti anneriti dalle carie causate dai confetti che mangia a manciate e gli occhi cerchiati di rosso, il sovrano è irriconoscibile. Caduto in una sorta di profonda depressione, Ludwig inizia così quell’alienante percorso di isolamento che lo condurrà alla rovina. Non vuol vedere più nessuno e non intende più occuparsi degli affari di stato. I suoi ministri, del resto, hanno tutto l’interesse a lasciare sul trono un re che non governa.

Ammaliato dal genio di Wagner.
Nessun artista moderno ha mai goduto dei privilegi e dei sostegni che Richard Wagner ottenne da re Ludwig. Del resto, il grande musicista era visto, in Germania e all’estero, come il riformatore del melodramma, un gigante della musica e delle arti in generale. Egli non stava solo ripensando il mondo dell’opera e del teatro, ma per la prima volta operava una sorta di fusione delle arti capaci di legare musica e parole, scenografie e trama in un tutt’uno. L’ammirazione nutrita da Ludwig nei suoi confronti era sconfinata, tanto da consentire al musicista di attingere alle casse del regno per costruire la Festpielhaus, un teatro di nuovissima concezione che dal 1876 non ha smesso di rappresentare il mondo operistico wagneriano. Molte sono le innovazioni introdotte nel nuovo tempio della lirica: non vi sono più i palchi tipici dell’opera italiana, le luci si spengono durante la rappresentazione (che avviene in silenzio, invece che ne cicaleccio, com’era avvenuto fino ad allora) e l’orchestra suona nel cosiddetto “golfo mistico”, una buca appositamente studiata per non intralciare la visuale della scena. Insomma, la rappresentazione teatrale non è più un pretesto per chiacchierare e fare nuove conoscenze, ma diventa più simile a una funzione sacrale: sul palco si svolge un dramma globale, fatto di parole e musica, che contiene concetti spirituali e filosofici e al quale occorre assistere con un atteggiamento quasi religioso. Wagner compone, scrive i libretti, dà indicazioni scenografiche e drammaturgiche: incarna, insomma, quell’”Artista totale” vagheggiato dal muto romantico.
Ludwig è totalmente affascinato dalla mente e dalle opere del maestro, e si immerge completamente nei miti da lui proposti sul palco. Ne danno testimonianza i castelli di gusto medievale eretti in luoghi inaccessibili e ricolmi di pitture e sculture dedicate all’antica cosmogonia germanica.
“Vostro e fedele fino alla morte”.
Ecco la lettera di commiato inviata da Ludwig a Richard Wagner per chiedergli di lasciare la Baviera nel 1865:
“Caro amico! per quanto ciò mi addolori, sono costretto a chiedervi di aderire alla richiesta che vi ho fatto ieri tramite il mio segretario. Credetemi, non avevo altra scelta. Il mio amore per voi durerà per sempre e vi prego di conservare per me la vostra amicizia in terno; posso dichiarare in piena coscienza di esserne degno. Sebbene separati che ci può dividere? So che condividete il mio sentimento, che potete comprendere la profondità del mio dolore. Non potevo agire diversamente, siatene certo. Non dubitate mai della fedeltà del vostro migliore amico. certamente (questa forzata separazione) non sarà per sempre. Vostro e fedele fino alla morte. Ludwig”.

LA MANIA DEI CASTELLI. Finalmente sottratto agli affari di stato, il sovrano volge i suoi interessi verso progetti architettonici maestosi. Fin da quando era ragazzino, Ludwig ha manifestato un grande interesse per le costruzioni: era capace di restare per ore ad ammirare in silenzio le stampe che ritraevano le regge più sontuose d’Europa, da Versailles a Caserta, da Sanssouci a Schonbrunn. Appena diventato sovrano ha cominciato a ristrutturare i castelli paterni, apportando modifiche scenografiche: sul tetto della Rezidenz di Monaco fa allestire un lago artificiale sormontato da un’enorme luna che vi si specchia (luna che una sera cade nell’acqua provocando infiltrazioni nell’appartamento della regina madre). Il primo passo, nel 1863, è la costruzione della Linderhof, piccola preda barocca incastonata tra le Alpi, ideata ispirandosi al Trianon e contornata da un parco disseminato di chioschi che riproducono gli amatissimi ambienti delle opere wagneriane. Nel 1869 ordina la costruzione del suo sogno più segreto, il castello di Neuscwanstein, incarnazione di quei magnifici castelli medieval-romantici che ha sempre visto a teatro sulle scenografie dipinte, altare pagano eretto a celebrazione degli eroi di Wagner. E nove anni più tardi, nel 1878, avvia la costruzione della sua follia più grande, il castello di Herrenchiemsee, perfetta riproduzione del corpo centrale del palazzo di Versailles. Tre incubi di pietra per i ministri che non sanno più come far rientrare nel bilancio governativo le cifre spese per la loro costruzione.
Assorbito dai cantieri dei suoi castelli (ma soltanto Linderhof sarà abitato con una certa frequenza), Ludwig decide di concretizzare i suoi deliri. A tavola c’è sempre un posto apparecchiato nel caso in cui Sua Maestà Luigi XV decida a sorpresa di venire a cena. I valletti vengono assunti solo se di bell’aspetto, scelti da fidatissimo scudiere (amante, secondo le male lingue) Richard Hornig, ma viene ordinato loro di non guardare mai il sovrano negli occhi, talvolta costretti a vacare nel maniero bendati. Se si invaghisce di qualcuno Ludwig sa essere generosissimo, ma in cambio pretende devozione totale: lo sa bene l’attore Josef Kainz che, inviato a Linderhof, viene tenuto sveglio giorno e notte, costretto a recitare di continuo i prediletti versi di Schiller, salvo poi essere cacciato per esseri addormentato, per la stanchezza e aver russato.
Desideroso di viaggiare, ma insofferente all’idea di doversi sobbarcare la fatica degli inevitabili ricevimenti ufficiali, Ludwig monta per ore a cavallo girando in tondo, per poi calcolare la strada percorsa e immaginare di essere arrivato a Vienna o Parigi. Si fa costruire una magnifica slitta dorata con la quale scorazza di notte tra i boschi innevati, gettando nel panico i poveri contadini che all’improvviso vedono apparire il sovrano nella stalla a chiedere un bicchiere di buon latte appena munto.
Sempre più prigioniera dei suoi fantasmi, la sua labile mente vaga tra sogni e rimpianti, progetti e malinconie. A nulla valgono i richiami alla realtà dei suoi ministri, del suo popolo e perfino della cugina Elisabetta. Non gli importa più di nulla, nemmeno di quell’odiato cugino prussiano sempre in divisa che si è fatto incoronare imperatore, rendendo la sua amata Baviera un feudo della nuova Germania. E’ terrorizzato all’idea di fare la fine del fratello Otto, rinchiuso nel castello di Furstenried a causa di una malattia mentale di tanto in tanto lascia il suo dorato isolamento è solo per condividere con il vecchio amico Richard Wagner la gioia per l’inaugurazione, a Bayreuth, di quel tanto sospirato teatro da dedicare alle sue opere. Poi torna tra le sue montagne.



 Chiesa di San Michele (Monaco di Baviera): sarcofago di Ludovico II



IL MISTERO DELL’ULTIMA PASSEGGIATA. Poi, l’11 giugno 1886, alcuni signori vestiti di nero bussano al portone del castello di Neuscwabstein. È una delegazione di ministri e funzionari che, guidata dal dottore von Gudden, è venuta ad annunciare al sovrano di essere stato destituito a causa del disturbo mentale che gli impedisce di governare. Lui grida al tradimento, alla congiura. Viene portato a forza nel castello di Berg, trasformato per l’occasione in una piccola clinica psichiatrica da cui sono spariti coltelli, oggetti contundenti e perfino le maniglie delle porte. Di fatto è la sua prigione, da cui non potrà più allontanarsi perché un re che non sa regnare non può vivere in pubblico e anzi non ha più diritto a nulla, nemmeno alla libertà di vivere come gli piace.
Apparentemente tranquillo e rassegnato, la sera del 13 giugno l’ex sovrano chiede di fare una passeggiata in riva al lago. Accompagnato dal professor von Guddden, si inoltra nel bosco. Nessuno dei due tornerà più indietro. I loro cadaveri vengono trovati in acqua, poco distanti dalla riva del lago. Ancora oggi è impossibile stabilire con certezza che cosa sia successo: c’è chi parla di tentativo di fuga finito in tragedia, altri di suicidio, altri ancora di regicidio. Qualcuno giura di aver udito uno sparo, qualcun altro di aver visto anni dopo il cappotto del re con un buco in corrispondenza della schiena. Ipotesi, solo ipotesi. È assai probabile che Ludwig abbia tentato di sottrarsi al controllo del medico per scappare a nuoto e che, una volta entrato nell’acqua gelida, dopo aver stordito Gudden con un pugno per liberarsi dalla sua stretta, sia collassato a causa di una congestione. Resta il mistero. La sua fine avverò ciò che Ludwig aveva chiesto al suo fato: “Voglio rimanere un eterno enigma, per gli altri e per me stesso”.


 La salma del re Ludovico II composta nella bara nella cappella di corte della Residenza di Monaco; 16-18.6.1886



Articolo in gran parte di Enrico Ercole pubblicato su Conoscere la storia n. 50 – altri testi e immagini da wikipedia.

2 commenti:

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  2. Ma se gli orologi dei cadaveri segnavano orari differenti, 18:00 quello del Re e le 20:00 quello dello psichiatra, come può allora ipotizzarsi una morte più o meno istantanea dei due? Io credo che ci si



    debba informare meglio prima di sentenziare circa la morte del Sovrano.

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